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Archive for the ‘News-ricerca’ Category

Cancro: nuovo biomarcatore può distinguere i noduli polmonari.

Posted by giorgiobertin su aprile 21, 2018

I ricercatori del Medical University of South Carolina (MUSC) hanno scoperto che un biomarker è efficace al 98% nel distinguere tra noduli polmonari benigni e maligni in uno studio clinico multicentrico “Pulmonary Nodule Plasma Proteomic Classifier (PANOPTIC)“.
Lo studio clinico ha coinvolto 685 pazienti (di età pari o superiore a 40 anni) con noduli polmonari di 8-30 mm di diametro, evidenziati con una scansione TC.

lungcancer

Come riportato nella rivista “Chest“, il team ha valutato l’accuratezza di un esame del sangue o “biomarcatore” che misura i livelli di due proteine ​​plasmatiche, LG3BP e C163A, integrate con predittori clinici di cancro, tra cui età, dimensioni del nodulo e altre caratteristiche del nodulo.

L’obiettivo è stato quello di valutare e trattare rapidamente i pazienti con noduli cancerosi, senza esporre i pazienti che non hanno il cancro a procedure invasive costose e talvolta rischiose”. – afferma il prof. Gerard Silvestri, autore principale del lavoro.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Assessment of Plasma Proteomics Biomarker’s Ability to Distinguish Benign From Malignant Lung Nodules: Results of the PANOPTIC (Pulmonary Nodule Plasma Proteomic Classifier) Trial
Gerard A. Silvestri, Nichole T. Tanner, Paul Kearney, Anil Vachani, Pierre P. Massion, Alexander Porter, Steven C. Springmeyer, Kenneth C. Fang, and others.
CHEST Published online: February 26, 2018 DOI: https://doi.org/10.1016/j.chest.2018.02.012

ClinicalTrials.gov; No.: NCT01752114; URL: www.clinicaltrials.gov

Fonte: Medical University of South Carolina (MUSC)

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Privazione del sonno collegato al rischio di Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su aprile 20, 2018

Perdere anche solo 1 notte di sonno può portare ad un immediato aumento di beta-amiloide, ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori del National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism, National Institutes of Health, Bethesda, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).

beta-amyloid-brain-regions
Brain imaging after one night of sleep deprivation revealed beta-amyloid accumulation in the hippocampus and thalamus, regions affected by Alzheimer’s disease; Proceedings of the National Academy of Sciences

Per comprendere il possibile legame tra l’accumulo di beta-amiloide e il sonno, i ricercatori hanno usato la tomografia a emissione di positroni (PET) per analizzare il cervello di 20 soggetti sani, di età compresa tra 22 e 72 anni, dopo una notte di sonno riposato e dopo la privazione del sonno.
I risultati hanno mostrato aumenti di beta-amiloide di circa il 5% dopo aver perso una notte di sonno nel talamo e nell’ippocampo, regioni particolarmente vulnerabili ai danni nelle prime fasi della malattia di Alzheimer.

Anche se il nostro campione era piccolo, questo studio ha dimostrato l’effetto negativo della privazione del sonno sul carico di beta-amiloide nel cervello umano”, ha detto il prof. Ehsan Shokri-Kojori.
È anche importante notare che il legame tra i disturbi del sonno e il rischio di Alzheimer è considerato da molti scienziati bidirezionale, poiché l’elevata beta-amiloide può anche portare a disturbi del sonno.

Leggi abstract dell’articolo:
β-Amyloid accumulation in the human brain after one night of sleep deprivation
Ehsan Shokri-Kojori, Gene-Jack Wang, Corinde E. Wiers, Sukru B. Demiral, Min Guo, Sung Won Kim, Elsa Lindgren, Veronica Ramirez, Amna Zehra, Clara Freeman, Gregg Miller, Peter Manza, Tansha Srivastava, Susan De Santi, Dardo Tomasi, Helene Benveniste and Nora D. Volkow
PNAS April 9, 2018. 201721694; published ahead of print April 9, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1721694115

Fonte:  National Institutes of Health

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Scoperto composto efficace contro le malattie autoimmuni.

Posted by giorgiobertin su aprile 20, 2018

I ricercatori del Department of Pathology and Immunology, Washington University School of Medicine, St. Louis, USA- guidati da Maxim Artyomov, hanno scoperto che un composto blocca un percorso infiammatorio che è coinvolto in molte altre malattie autoimmuni. In particolare gli scienziati hanno ora ricavato un composto dalle cellule immunitarie e l’hanno usato per trattare con successo la psoriasi nei topi.

La psoriasi è una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario non riconosce il proprio tessuto e inizia ad attaccarlo.

Psoriasis
A compound from the body’s own immune cells can treat psoriasis in mice and holds promise for other autoimmune diseases such as multiple sclerosis, according to a new study at Washington University School of Medicine in St. Louis. (GETTY IMAGES)

In precedenza era stato dimostrato che le cellule infiammatorie che rilevano la presenza di batteri producono un composto chiamato itaconato. ll composto riduce i livelli di una proteina chiave – nota come IkappaBzeta – nella via infiammatoria IL-17. Questo percorso è cruciale per combattere alcuni tipi di infezioni batteriche, ma è anche la via principale del corpo per iniziare la malattia autoimmune. Il nuovo prodotto utilizzato dai ricercatori negli esperimenti su topi con psoriasi è una forma modificata di itaconato: il dimetil-itaconato.
Come riportato dalla rivista “Nature“, gli animali con psoriasi alle orecchie trattati per una settimana con il dimetil-itaconato, rispetto al placebo sono tornati normali.

Ora sappiamo che i composti itaconati possono aiutare con le malattie autoimmuni, in particolare nella psoriasi e potenzialmente nella sclerosi multipla, e questa piccola molecola si sta rivelando molto potente.” afferma il prof. Maxim Artyomov.

Leggi abstract dell’articolo:
Electrophilic properties of itaconate and derivatives regulate the IκBζ–ATF3 inflammatory axis
Monika Bambouskova, Laurent Gorvel, […]Maxim N. Artyomov
Nature (2018) Published online:18 April 2018 doi:10.1038/s41586-018-0052-z

Fonte: Department of Pathology and Immunology, Washington University School of Medicine, St. Louis, USA

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Identificata una proteina associata al cancro al seno.

Posted by giorgiobertin su aprile 19, 2018

I ricercatori del Department of Pharmacology, UT Southwestern Medical Center, Dallas, Texas, USA hanno identificato una proteina fortemente associata al carcinoma mammario metastatico e che potrebbe essere l’obiettivo di future terapie.

luo-chen
Dr. Yan Chen (left) and Dr. Weibo Luo (right) discovered that the protein ZMYND8 may be a useful biomarker to indicate breast cancer that will spread.

Alti livelli della proteina ZMYND8 sono correlati ad una scarsa sopravvivenza in pazienti affetti da cancro al seno, ha detto il prof. Weibo Luo. Una famiglia di proteine ​​denominata fattore ipossia-inducibile (HIF) controlla le risposte all’ipossia, attivando i percorsi che portano alla crescita e alla diffusione delle cellule tumorali. “La nostra ricerca mostra che ZMYND8 è un regolatore che attiva centinaia di oncogeni HIF-dipendenti nelle cellule del cancro al seno”, ha detto il prof. Luo.

La ricerca su un modello murino di cancro al seno ha mostrato che l’esaurimento di ZMYND8 blocca la crescita di nuovi vasi sanguigni nei tumori e porta alla morte delle cellule del cancro al seno.
Questo lavoro svela un meccanismo epigenetico primario nella progressione del cancro al seno mediata da HIF e rivela un possibile bersaglio molecolare per la diagnosi e il trattamento della malattia aggressiva“, conclude il prof. Luo.

Leggi abstract dell’articolo:
ZMYND8 acetylation mediates HIF-dependent breast cancer progression and metastasis
Yan Chen, Bo Zhang, Lei Bao, Lai Jin, Mingming Yang, Yan Peng, Ashwani Kumar, Jennifer E. Wang, Chenliang Wang, Xuan Zou, Chao Xing, Yingfei Wang, Weibo Luo
J Clin Invest. 2018. Published April 9, 2018 https://doi.org/10.1172/JCI95089.

Fonte: Department of Pharmacology, UT Southwestern Medical Center, Dallas, Texas, USA

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Aggiornate le linee guida sulla prevenzione delle cadute e fratture negli anziani.

Posted by giorgiobertin su aprile 19, 2018

La U.S. Preventive Services Task Force (Uspstf) ha provveduto ad aggiornare le linee guida sulla prevenzione delle cadute e delle fratture negli anziani tramite integrazione con vitamina D e calcio.
Il documento è stato pubblicato sulla rivista “JAMA“. Secondo i relatori le prove ad oggi sono insufficienti per valutare l’utilità dell’uso di tali integratori, da soli o in combinazione, nella cornice preventiva negli uomini e nelle donne in pre-menopausa.

Il team sottolinea che le raccomandazioni non si applicano alle persone con una storia di fratture osteoporotiche, aumento del rischio di cadute o diagnosi di osteoporosi o carenza di vitamina D.

Scarica e leggi i documenti in full text:
Interventions to Prevent Falls in Older Adults
Updated Evidence Report and Systematic Review for the US Preventive Services Task Force
Janelle M. Guirguis-Blake, MD1,2; Yvonne L. Michael, ScD, SM
JAMA. Published online April 17, 2018. doi:10.1001/jama.2017.21962

Interventions to Prevent Falls in Community-Dwelling Older AdultsUS Preventive Services Task Force Recommendation Statement
US Preventive Services Task Force
JAMA. Published online April 17, 2018. doi:10.1001/jama.2018.3097

Editorial:
New Prevention Guidelines for Falls and Fractures—Looking Beyond the Letters
David B. Reuben, MD

Preventing Fractures and FallsA Limited Role for Calcium and Vitamin D Supplements?
Heike A. Bischoff-Ferrari, MD, DrPH; Shalender Bhasin, MBBS; JoAnn E. Manson, MD, DrPH

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NIA-AA: linee guida e definizione biologica del morbo di Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su aprile 18, 2018

Il National Institute on Aging e la Alzheimer’s Association (NIA-AA) ha aggiornato le linee guida 2011 relativamente alle fasi sintomatiche o cliniche della malattia di Alzheimer (AD), introducendo il concetto che alcuni biomarcatori di imaging e nel liquido cerebrospinale (CSF) siano indicatori validi per i cambiamenti neuropatologici della malattia.

Alzheimer

“Nel contesto della continua evoluzione della ricerca e delle tecnologie di Alzheimer, il quadro di ricerca proposto è un logico passo successivo per aiutare la comunità scientifica a progredire nella lotta contro il morbo di Alzheimer“, ha detto il direttore della NIA Richard J. Hodes, “Più accuratamente possiamo caratterizzare il processo patologico specifico definito patologicamente come la malattia di Alzheimer, maggiori sono le nostre possibilità di intervenire in qualsiasi punto di questo continuum, dal prevenire l’Alzheimer a ritardare la progressione”.

Già nel 2011 il NIA-AA ha iniziato a riconoscere la patologia con la creazione di una serie separata di linee guida diagnostiche che includevano il riconoscimento di uno stadio preclinico dell’Alzheimer e la necessità di sviluppare interventi il ​​più presto possibile nel processo. Il quadro di ricerca offerto oggi si basa sull’idea del 2011 di tre stadi – pre-clinici, lieve deficit cognitivo e demenza – a un continuum di malattia basato su biomarker.

Il nuovo quadro di ricerca, pubblicato sulla rivista “Alzheimer’s and Dementia“, si concentra sui biomarcatori raggruppati in diversi processi patologici dell’Alzheimer che possono essere misurati in persone viventi con tecnologia di imaging e analisi di campioni di liquido spinale cerebrale. Incorpora anche misure di severità utilizzando biomarcatori e un sistema di classificazione per deterioramento cognitivo.

Scarica e leggi il documento in full text:
NIA-AA Research Framework: Toward a biological definition of Alzheimer’s disease
Clifford R. Jack, ……..Heather M. Snyderd, Reisa Sperling
Alzheimer’s & Dementia 14 (2018) 535-562 https://doi.org/10.1016/j.jalz.2018.02.018

Fonte: National Institute on Aging e la Alzheimer’s Association (NIA-AA)

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Sistema immunitario e disfunzione gastrointestinale legati all’autismo.

Posted by giorgiobertin su aprile 18, 2018

I ricercatori dell’UC Davis MIND Institute – Sacramento California hanno scoperto che i bambini con disturbo dello spettro autistico (ASD) hanno una riduzione della regolazione del sistema immunitario e cambiamenti nel loro microbiota intestinale. La deregolazione immunitaria sembra facilitare l’aumento dell’infiammazione e può essere collegata ai problemi gastrointestinali così spesso sperimentati dai bambini con ASD.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Brain, Behavior and Immunity“.

BBI

In particolare i ricercatori analizzando i campioni di sangue e di feci per valutare sia la risposta immunitaria hanno constato che bambini con problemi di disturbo dello spettro autistico avevano livelli più elevati di citochine infiammatorie, come IL-5, IL-15 e IL-17, rispetto ai bambini normali.

Questi risultati illuminano la fisiologia e rappresentano un primo passo verso la delineazione di causa ed effetto.
Questo lavoro apre nuove interessanti strade per determinare come il microbioma possa guidare la risposta immunitaria della mucosa nell’ASD o se l’attivazione immunitaria spinga i cambiamenti del microbioma“, ha affermato il prof. Ashwood. “Al momento non lo sappiamo.”

Leggi abstract dell’articolo:
Differential immune responses and microbiota profiles in children with autism spectrum disorders and co-morbid gastrointestinal symptoms
Destanie R. Rose, Houa Yang, Gloria Serena, Craig Sturgeon, Paul Ashwood
Brain, Behavior, and Immunity, In press, corrected proof, Available online 20 March 2018 https://doi.org/10.1016/j.bbi.2018.03.025

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Sensori wireless per misurare temperatura e pressione nei pazienti allettati.

Posted by giorgiobertin su aprile 17, 2018

Un team di ricercatori statunitensi, cinesi e coreani ha sviluppato un piccolo sensore simile alla pelle che può essere applicato a un paziente umano per raccogliere informazioni sulla temperatura e sulla pressione e inviarlo in modalità wireless agli operatori sanitari. Nel loro articolo pubblicato sulla rivista “Science Translational Medicine“, il team descrive il sensore, come funziona e le sue peculiarità rispetto ai sensori convenzionali.

Rielvare la temperatura dei pazienti in un ambiente ospedaliero è un modo rapido per testare l’insorgenza di un’infezione. Inoltre, i test di pressione nei pazienti allettati per lunghi periodi di tempo permettono ai sanitari di intervenire per prevenire le piaghe da decubito.
Il sensore sviluppato dal team è destinato a essere utilizzato come parte di un set di sensori applicati alla pelle del paziente in vari siti (video). Ciascuno dei sensori, che hanno all’incirca le dimensioni di una monetina, ha un sensore di pressione, un sensore di temperatura e un sistema di trasmissione NFC.

E’ in programma una sperimentazione clinica più ampia; inoltre i ricercatori stanno lavorando per poter aggiungere altre capacità ai sensori, come il monitoraggio del battito cardiaco e della frequenza respiratoria.

Leggi abstract dell’articolo:
Battery-free, wireless sensors for full-body pressure and temperature mapping
Seungyong Han et al.
Science Translational Medicine (2018). DOI: 10.1126/scitranslmed.aan4950

Approfondimenti in full text:
J. Kim, A. Banks, Z. Xie, S.Y. Heo, P. Gutruf, J.W. Lee, S. Xu, K.-I. Jang, F. Liu, G. Brown, J. Choi, J.H. Kim, X. Feng, Y. Huang, U. Paik and J.A. Rogers, “Miniaturized Flexible Electronic Systems with Wireless Power and Near-Field Communication Capabilities,” Advanced Functional Materials 25, 4761–4767 (2015)

J. Kim, P. Gutruf, A.M. Chiarelli, S.Y. Heo, K. Cho, Z. Xie, A. Banks, S. Han, K.-I. Jang, J.W. Lee, K.-T. Lee, X. Feng, Y. Huang, M. Fabiani, G. Gratton, U. Paik, and J.A. Rogers, “Miniaturized Battery-Free Wireless Systems for Wearable Pulse Oximetry,” Advanced Functional Materials 27, 1604373 (2017)

Fonte: Medicalxpress.com

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Creata cartilagine stabile da cellule staminali.

Posted by giorgiobertin su aprile 16, 2018

La cartilagine articolare stabile può essere prodotta da cellule staminali adulte provenienti dal midollo osseo. Ciò è reso possibile inducendo specifici processi molecolari che si verificano durante la formazione della cartilagine embrionale, come riportato dai ricercatori dell’University of Basel/University Hospital Basel, Department of Biomedicine nella rivista scientifica “PNAS“.

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Development of cartilage tissue from mesenchymal stem/stromal cells after eight weeks in vivo: Inhibition of the signaling pathway of the protein BMP leads to the maintenance of stable cartilage tissue, indicated by red staining (left). In contrast, the control group shows a development towards bone tissue (right). (Image: University of Basel, Department of Biomedicine).

Nello specifico, gli scienziati hanno studiato due inibitori del recettore BMP (bone morphogenetic protein (BMP)) altamente specifici in un dispositivo speciale (piattaforma microfluidica) sviluppato in collaborazione con il Politecnico di Milano. Con l’uso di questa nuova tecnologia, sono stati in grado di dimostrare che il blocco temporaneo di specifici recettori BMP – anche se solo per un tempo limitato – è sufficiente per mantenere il tessuto cartilagineo stabile, sia in laboratorio che in un modello murino.

Leggi abstract dell’articolo:
Developmentally inspired programming of adult human mesenchymal stromal cells towards stable chondrogenesis
Paola Occhetta, Sebastien Pigeot, Marco Rasponi, Boris Dasen, Arne Mehrkens, Thomas Ullrich, Ina Kramer, Sabine Guth-Gundel, Andrea Barbero, and Ivan Martin

Fonte: University of Basilea

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Breast Cancer Research: nuova rivista open access.

Posted by giorgiobertin su aprile 15, 2018

Breast Cancer Research è un giornale online internazionale peer-reviewed disponibile sulla piattaforma BioMedCentral.

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Gli articoli di ricerca ad accesso aperto di eccezionale interesse sono inerenti a tutte le aree della biologia e della medicina rilevanti per il cancro al seno, inclusa la normale biologia delle ghiandole mammarie, con particolare attenzione alle basi genetiche, biochimiche e cellulari del cancro al seno. Oltre alla ricerca di base, la rivista pubblica studi preclinici, traslazionali e clinici con una base biologica, compresi gli studi di Fase I e Fase II.

Accedi alla rivista:
Breast Cancer Research

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Verso un vaccino anti-aterosclerosi.

Posted by giorgiobertin su aprile 14, 2018

Nella malattia aterosclerosi, le placche contenenti colesterolo si formano nelle pareti dei vasi, causando una restringimento delle arterie e aumentando notevolmente il rischio di infarto e ictus. L’uso recente di farmaci anti-colesterolo delle statine ha ridotto gli eventi cardiovascolari causati dall’aterosclerosi del 35%, ma milioni di individui rimangono a rischio. Quindi, un’aggiunta o un’alternativa desiderabile sarebbe un intervento per prevenire del tutto la formazione della placca.

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As cardiovascular disease progresses, the proportion of protective Tregs decreases. Image: Dr. Klaus Ley, La Jolla Institute for Allergy and Immunology

Un nuovo lavoro pubblicato sulla rivista “Circulation” condotto dai ricercatori del La Jolla Institute for Allergy and Immunology supporta questa possibilità.
Per creare il nuovo vaccino, il team di Ley ha progettato un breve tratto (o peptide) della proteina LDL principale.
La vaccinazione ha avuto successo in topi aterosclerotici con una piccola porzione di proteina modificata di “colesterolo cattivo“. La vaccinazione ha ridotto i livelli di placca nei topi ed in altri esperimenti con campioni di sangue umano.

Sapevamo che l’aterosclerosi aveva una componente infiammatoria, ma fino a poco tempo fa non avevamo un modo per contrastarla” – afferma il prof. Klaus Ley “Ora scopriamo che la nostra vaccinazione riduce effettivamente il carico di placca espandendo una classe di cellule T protettive che frenano l’infiammazione”.
Un vaccino ampiamente disponibile che prevenga la formazione della placca potrebbe essere molto vicino.

Leggi abstract dell’articolo:
Regulatory CD4+ T Cells Recognize MHC-II-Restricted Peptide Epitopes of Apolipoprotein B
Takayuki Kimura, Kouji Kobiyama, Holger Winkels, Kevin Tse, Jacqueline Miller, Melanie Vassallo, Dennis Wolf, Christian Ryden, Marco Orecchioni, Thamotharampillai Dileepan, Marc K. Jenkins, Eddie A. James, William W. Kwok, David B. Hanna, Robert C. Kaplan, Howard D. Strickler, Helen G. Durkin, Seble G. Kassaye, Roksana Karim, Phyllis C. Tien, Alan L. Landay, Stephen J. Gange, John Sidney, Alessandro Sette and Klaus Ley
Circulation. 2018; CIRCULATIONAHA.117.031420, originally published March 27, 2018

Fonte: La Jolla Institute for Allergy and Immunology

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Promettente un vaccino contro i tumori.

Posted by giorgiobertin su aprile 13, 2018

Un nuovo tipo di vaccino contro il cancro ha prodotto risultati promettenti in una sperimentazione clinica iniziale condotta presso la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania e l’Abramson Cancer Center dell’Università della Pennsylvania. Il vaccino personalizzato è costituito dalle cellule immunitarie dei pazienti, queste sono esposte in laboratorio al contenuto delle cellule tumorali dei pazienti e quindi iniettate nei pazienti per avviare una risposta immunitaria più ampia.

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Lo studio, condotto in pazienti con carcinoma ovarico avanzato, era uno studio pilota finalizzato principalmente a determinare la sicurezza e la fattibilità, ma c’erano chiari segni che poteva essere efficace: circa la metà dei pazienti vaccinati mostrava segni di risposta alle cellule T anti-tumorali, e quei “responder” tendevano a vivere molto più a lungo senza progressione del tumore rispetto a quelli che non rispondevano.
“Il tasso di sopravvivenza globale a 2 anni di questi pazienti responder era del 100%, mentre il tasso per i non responder era solo del 25%” – affermano i ricercatori.
Lo studio è stato pubblicato su “Science Translational Medicine“.

Questo vaccino sembra essere sicuro per i pazienti e provoca un’ampia immunità anti-tumorale – riteniamo che meriti ulteriori test in studi clinici più ampi“, ha detto l’autore principale il prof. Janos L. Tanyi.
Ogni vaccino è essenzialmente personalizzato per il singolo paziente, utilizzando il tumore del paziente che ha un insieme unico di mutazioni e quindi una presentazione unica al sistema immunitario. È anche un vaccino contro il tumore intero, inteso a stimolare una risposta immunitaria contro non solo un bersaglio associato al tumore, ma centinaia o migliaia.
L’idea è di mobilitare una risposta immunitaria che colpisca il tumore in modo molto ampio, colpendo una varietà di marcatori, inclusi alcuni che potrebbero essere trovati solo su quel particolare tumore” – afferma il prof. Tanyi.

Il vaccino sfrutta il naturale processo dell’immunità dei linfociti T ai tumori, ma lo potenzia per aiutare a superare le formidabili difese dei tumori.

Leggi abstract dell’articolo:
Personalized cancer vaccine effectively mobilizes antitumor T cell immunity in ovarian cancer
Janos L. Tanyi, Sara Bobisse, Eran Ophir, Sandra Tuyaerts, Annalisa Roberti, Raphael Genolet, Petra Baumgartner, Brian J. Stevenson, Christian Iseli……..et al.
Science Translational Medicine 11 Apr 2018: Vol. 10, Issue 436, eaao5931 DOI: 10.1126/scitranslmed.aao5931

Fonte: Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania

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Un prodotto naturale per curare le carie dentali.

Posted by giorgiobertin su aprile 12, 2018

I ricercatori del Department of Oral Health Sciences, University of Washington hanno progettato un prodotto naturale che utilizza le proteine ​​per ricostruire lo smalto dei denti e trattare le cavità dentali.
La ricerca è stata pubblicata su “ACS Biomaterials Science and Engineering“.

peptides-caries Credit image Department of Oral Health Sciences, University of Washington

I batteri metabolizzano lo zucchero e altri carboidrati fermentabili in ambienti orali e l’acido, come sottoprodotto, demineralizzerà lo smalto dentale. Ispirandosi alle proteine ​​naturali che formano il corpo, il team ha trovato un modo per riparare lo smalto dei denti. I ricercatori hanno raggiunto questo obiettivo catturando l’essenza dell’amelogenina – una proteina cruciale per la formazione dello smalto della corona dura – per progettare peptidi derivati ​​da amelogenina che biomineralizzano. Il processo di riparazione bioispirato ripristina la struttura minerale trovata nello smalto dei denti nativi. “Si è dimostrato che questi peptidi si legano alle superfici dei denti e reclutano ioni di calcio e fosfato“, affermano i ricercatori.

La tecnologia abilitata per il peptide consente la deposizione di 10-50 micrometri di nuovo smalto sui denti dopo ogni utilizzo. Una volta completamente sviluppata, la tecnologia può essere utilizzata sia in ambito sanitario pubblico che privato, in dentifricio, gel, soluzioni e compositi biomimetici come alternativa sicura alle procedure e ai trattamenti dentali esistenti. La tecnologia consente alle persone di ricostruire e rafforzare lo smalto dei denti ogni giorno come parte di una routine di cura dentale preventiva. Dovrebbe essere sicuro per l’uso da parte di adulti e bambini.

Leggi abstract dell’articolo:
Biomimetic Tooth Repair: Amelogenin-Derived Peptide Enables in Vitro Remineralization of Human Enamel
Sami Dogan, Hanson Fong, Deniz T. Yucesoy, Timothee Cousin, Carolyn Gresswell, Sefa Dag, Greg Huang, and Mehmet Sarikaya
ACS Biomater. Sci. Eng., Article ASAP DOI: 10.1021/acsbiomaterials.7b00959 Publication Date (Web): March 9, 2018

Fonte: Università di Washington

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Paralisi: indotte sensazioni di tatto e movimento.

Posted by giorgiobertin su aprile 11, 2018

Per la prima volta, gli scienziati del Caltech – California Institute of Technology, coordinati dal prof. Richard Andersen, hanno indotto sensazioni naturali nel braccio di un uomo paralizzato stimolando una certa regione del cervello con una piccola serie di elettrodi.
Il paziente con una lesione del midollo spinale di alto livello (paralizzato dalle spalle in giù da tre anni dopo una lesione del midollo spinale), oltre a non essere in grado di muovere i suoi arti, non riesce a percepirli. Il lavoro potrebbe un giorno consentire alle persone paralizzate che usano gli arti protesici di sentire il feedback fisico dai sensori posizionati su questi dispositivi.

Andersen-Caltech
fMRI is used to highlight select implant sites in the somatosensory cortex. Electrodes implanted in this region were able to stimulate neurons that produced physical sensations, like a squeeze or tap, in the arm of a paralyzed man. Credit: Courtesy of the Andersen laboratory

La corteccia somatosensoriale è una striscia di cervello che governa le sensazioni corporee, sia le sensazioni di movimento che la posizione del corpo nello spazio, oltre che alle sensazioni cutanee (quelle di pressione, vibrazione, tatto e simili). Due array di piccoli elettrodi sono stati inseriti chirurgicamente nella corteccia somatosensoriale del paziente; successivamente i ricercatori hanno stimolato i neuroni nella regione con impulsi elettrici molto piccoli.
Il paziente ha sentito diverse sensazioni naturali che variavano per tipo, intensità e posizione a seconda della frequenza, dell’ampiezza e della posizione della stimolazione dagli array. È la prima volta che tali sensazioni naturali sono state indotte dalla stimolazione neurale intracorticale.

Il prossimo passo importante, secondo il prof. Richard Andersen, è integrare la tecnologia con le protesi neurali esistenti.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Proprioceptive and Cutaneous Sensations in Humans Elicited by Intracortical Microstimulation.
Michelle Armenta Salas, Luke Bashford, Spencer Kellis, Matiar Jafari, HyeongChan Jo, Daniel Kramer, Kathleen Shanfield, Kelsie Pejsa, Brian Lee, Charles Y Liu, Richard A Andersen
eLife 2018;7:e32904 DOI: 10.7554/eLife.32904

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Nanoparticelle bloccano la crescita del cancro al polmone.

Posted by giorgiobertin su aprile 11, 2018

Il tipo più comune di cancro del polmone, cancro del polmone non a piccole cellule (NSCLC), continua ad essere difficile da trattare, con cinque anni di sopravvivenza tassi di circa il 36 per cento per i tumori fase 3A. I ricercatori del Jefferson College of Pharmacy –  Pennsylvania, United States, stanno sviluppando un nuovo approccio terapeutico basato sulle nanotecnologie che è stato recentemente dimostrato essere efficace nei modelli murini della malattia. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Molecular Pharmaceutics“.

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Credit image: Department of Pharmaceutical Sciences, College of Pharmacy, Thomas Jefferson University

Le nanoparticelle sono state progettate per fornire una molecola che ha dimostrato di bloccare la crescita del tumore e può rendere i tumori più suscettibili alla chemioterapia. La molecola, chiamata microRNA 29b, sarebbe inefficace se somministrata mediante iniezione da sola, poiché rapidamente si degradava nel sangue o veniva prelevata e rimossa dalle cellule immunitarie.

Per risolvere il problema il team del prof. Sunday Shoyele ha sviluppato una nanoparticella composta da quattro parti. Un anticorpo umano, immunoglobulina G (IgG), per nascondere la particella al sistema immunitario, un antigene MUC1, che agisce come un sistema di navigazione che guida le nanoparticelle ai tumori polmonari coperti da MUC1, un carico utile terapeutico, microRNA-29b, ed un insieme di altri due componenti incollati insieme con un polimero appiccicoso chiamato poloxamer-188.

Negli esperimenti si è dimostrato che questi componenti formano una nanoparticella sferica in grado di individuare correttamente i tumori polmonari e di ridurre i tumori nei modelli murini della malattia.
Saranno necessari ulteriori test prima che la tecnologia sia pronta per essere testata in studi clinici sull’uomo. La fase preclinica sembra essere andata a buon fine.

Leggi abstract dell’articolo:
Evaluation of MUC1-Aptamer Functionalized Hybrid Nanoparticles for Targeted Delivery of miRNA-29b to Nonsmall Cell Lung Cancer
Maryna Perepelyuk, Koita Sacko, Karthik Thangavel, and Sunday A. Shoyele
Molecular Pharmaceutics 2018 15 (3), 985-993 DOI: 10.1021/acs.molpharmaceut.7b00900

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Diabete: un cerotto misura la glicemia.

Posted by giorgiobertin su aprile 11, 2018

Un team di ricercatori del Department of Pharmacy & Pharmacology dell’University of Bath ha creato un cerotto adesivo non invasivo, che permette la misurazione dei livelli di glucosio attraverso la pelle senza un esame ematico del dito, eliminando potenzialmente la necessità per milioni di diabetici di eseguire frequentemente i test di prelievo dolorosi con aghi.

device-glucosio-skin
The device can measure glucose levels without piercing the skin

Il cerotto non perfora la pelle, ma estrae il glucosio dal fluido tra le cellule attraverso i follicoli piliferi, a cui si accede individualmente tramite una serie di sensori miniaturizzati utilizzando una piccola corrente elettrica. Il glucosio si raccoglie in piccoli serbatoi e viene misurato. Le letture possono essere prese ogni 10-15 minuti per diverse ore.
Questa rivoluzionare nella gestione quotidiana del diabete per i pazienti – è stata presentata sulla rivista “Nature Nanotechnology“.

In questo studio il team ha testato il cerotto sulle pelli di maiale, dove hanno dimostrato di poter monitorare con precisione i livelli di glucosio negli stessi intervalli dei pazienti diabetici umani, il cerotto è stato in grado di tracciare le variazioni di zucchero nel sangue in tutta la giornata.

L’architettura specifica del nostro array consente operazioni senza calibrazione e ha l’ulteriore vantaggio di consentire la realizzazione con una varietà di materiali in combinazione. Abbiamo utilizzato il grafene come uno dei componenti in quanto offre importanti vantaggi: in particolare, è forte, conduttivo, flessibile e potenzialmente a basso costo e rispettoso dell’ambiente. Inoltre, il nostro design può essere implementato utilizzando tecniche di fabbricazione ad alta produttività come la serigrafia, che speriamo possa supportare in definitiva un dispositivo usa e getta, ampiamente economico”. afferma la prof.ssa Adelina Ilie.

La speranza è che questo cerotto, una volta superati tutti i test su pazienti, sia in grado di inviare le letture della glicemia direttamente allo smartphone del paziente che così può sapere con sicurezza quando deve prendere le terapie o l’insulina.

Leggi abstract dell’articolo:
Non-invasive, transdermal, path-selective and specific glucose monitoring via a graphene-based platform
Luca Lipani, Bertrand G. R. Dupont[…]Adelina Ilie
Nature Nanotechnology (2018) Published online: 09 April 2018 doi:10.1038/s41565-018-0112-4

Fonte: Department of Pharmacy & Pharmacology dell’University of Bath

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La mancanza di un gene favorisce la progressione del cancro.

Posted by giorgiobertin su aprile 10, 2018

I ricercatori del Cancer Science Institute di Singapore (CSI Singapore) presso la National University di Singapore hanno identificato che RUNX3, un gene soppressore del tumore assente in molti tipi di cancro, agisce da barriera contro lo stress ossidativo nelle cellule tumorali. Di conseguenza, le cellule tumorali che non possiedono questo gene sono più suscettibili allo stress ossidativo, determinando alterazioni genetiche e sviluppo di un carattere cancerogeno.

Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Cancer Research“, è stato guidato dal professor Yoshikai Ito.

ito
Professor Yoshikai Ito (left) and Dr Vaidehi Krishnan (right) were behind the study which identified that the tumour suppressor gene, RUNX3, acts as a barrier against oxidative stress in cancer cells.

Negli esperimenti sulle cellule del cancro del polmone i ricercatori hanno osservato che le cellule tumorali senza RUNX3 non erano in grado di arrestare la progressione del cancro a causa dell’esposizione allo stress ossidativo dall’esterno delle cellule e hanno ipotizzato un possibile collegamento di una proteina TGFβ. TGFβ è una proteina abbondantemente secreta dalle cellule tumorali e circola all’interno dell’ambiente del tumore per svolgere i suoi effetti.
I ricercatori hanno scoperto che il TGFβ induce danni al DNA cellulare attraverso l’attività ossidativa in assenza di RUNX3, causando la cancerizzazione delle cellule.

Il Prof Ito afferma: “Molti tipi di cancro hanno dimostrato di non avere RUNX3, quindi una più profonda comprensione di questo gene significa un migliore know-how su come sviluppare nuove terapie antitumorali mirate a questo gene“.
Nel proseguo degli esperimenti il gruppo di ricerca lavorerà per ripristinare la funzione RUNX3 con farmaci.

Leggi abstract dell’articolo:
TGFβ Promotes Genomic Instability after Loss of RUNX3
Vaidehi Krishnan, Yu Lin Chong, Tuan Zea Tan, Madhura Kulkarni, Muhammad Bakhait Bin Rahmat, Lavina Sierra Tay, Haresh Sankar, Doorgesh S. Jokhun, Amudha Ganesan, Linda Shyue Huey Chuang, Dominic C. Voon, GV Shivashankar, Jean-Paul Thiery and Yoshiaki Ito
Cancer Res January 1 2018 (78) (1) 88-102; DOI: 10.1158/0008-5472.CAN-17-1178

Fonte: Cancer Science Institute di Singapore

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Un integratore naturale protegge dall’invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su aprile 9, 2018

Un nuovo studio della University of Colorado Boulder, pubblicato online su “Nature Communications”, indica che quando le persone assumono ogni giorno un integratore alimentare naturale – la nicotinamide riboside (NR) – si imita la restrizione calorica (CR) dando il via agli stessi percorsi chimici chiave della limitazione dell’intake calorico responsabili dei benefici per la salute, tra i quali la longevità.

Dallo studio condotto su 13 partecipanti con pressione arteriosa elevata o ipertensione di stadio 1 (120-139 / 80-89 mmHg), emerge che questo tipo di supplementazione tende anche a ridurre la pressione arteriosa e migliorare la salute delle arterie, in particolare nei soggetti con ipertensione.

NR    nicotinamide_riboside

Si tratta del primo studio in assoluto nel quale questo nuovo composto è stato somministrato agli esseri umani per un certo periodo di tempo” specificano i ricercatori. “Abbiamo scoperto che la NR è ben tollerata e sembra attivare alcune delle stesse vie biologiche fondamentali che sono innescate dalla restrizione calorica“.

I ricercatori hanno così scoperto che 1.000 mg al giorno di NR avevano potenziato i livelli di nicotinamide adenin dinucleotide (NAD+) del 60%. Il NAD+ è richiesto per l’attivazione delle sirtuine, enzimi ai quali sono in gran parte attribuiti gli effetti benefici della restrizione calorica. Il NAD+ è inoltre coinvolto in una serie di azioni metaboliche in tutto il corpo ma tende a declinare con l’età.

L’idea è che integrando gli anziani con NR, non stiamo solo ripristinando qualcosa che si perde con l’invecchiamento (il NAD +), ma potremmo potenzialmente amplificare l’attività degli enzimi responsabili del contribuire a proteggere i nostri corpi dallo stress” afferma il prof. Christopher R. Martens.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Chronic nicotinamide riboside supplementation is well-tolerated and elevates NAD+ in healthy middle-aged and older adults
Christopher R. Martens, Blair A. Denman, Melissa R. Mazzo, Michael L. Armstrong, Nichole Reisdorph, Matthew B. McQueen, Michel Chonchol, and Douglas R. Seals
Nat Commun. 2018; 9: 1286. Published online 2018 Mar 29. doi: 10.1038/s41467-018-03421-7

Fonte: Pharmastar  –  University of Colorado Boulder,

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ASGE: linee guida sulla terapia di eradicazione endoscopica nell’esofago di Barrett.

Posted by giorgiobertin su aprile 8, 2018

Sono state pubblicate a cura di ASGE (American Society for Gastrointestinal Endoscopy) le linee guida di pratica clinica che affrontano questioni chiave relative alla terapia endoscopica di eradicazione (EET) nella gestione delle lesioni correlate all’esofago di Barrett (BE).

ASGE-BARRETT

L’Esofago di barrett è una condizione in cui il rivestimento normale dell’esofago sviluppa lesioni anormali, a volte a causa di malattia da reflusso gastroesofageo cronica (GERD). È stato identificato come un precursore dell’adenocarcinoma esofageo (EAC), un tipo di cancro che continua a diventare sempre più comune.

La terapia di eradicazione endoscopica (EET) ha cambiato in modo significativo la gestione dei pazienti con lesioni correlate a BE e consente un approccio di trattamento minimamente invasivo che evita la malattia e la morte associate alla procedura chirurgica dell’esofagectomia (rimozione di alcuni o gran parte dell’esofago).

Scarica e leggi il documento in full text:
Endoscopic eradication therapy for patients with Barrett’s esophagus–associated dysplasia and intramucosal cancer
Sachin Wani, Bashar Qumseya, Shahnaz Sultan, Deepak Agrawal, Vinay Chandrasekhara, Ben Harnke, Shivangi Kothari, Martin McCarter,
Aasma Shaukat, Amy Wang, Julie Yang, John Dewitt
Gastrointest Endosc April 2018 Volume 87, Issue 4, Pages 907–931.e9 / DOI: https://doi.org/10.1016/j.gie.2017.10.011

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Terapia genica contro le malattie del sangue.

Posted by giorgiobertin su aprile 7, 2018

Un team di ricercatori australiani e giapponesi ha sperimentato positivamente come introdurre mutazioni genetiche che potrebbero aiutare lo sviluppo di terapie geniche per alcune malattie del sangue. si tratta di malattie come la beta talassemia e l’anemia falciforme, patologie a base genetica in cui le molecole di emoglobina – la proteina contenuta all’interno dei globuli rossi e deputata al trasporto di ossigeno – sono difettose.

cas9

L’idea è quella di ripristinare, con terapia genica, la produzione dell’emoglobina fetale, solitamente presente in piccolissime quantità da adulti.
Esiste quindi la possibilità di ripristinare la produzione di emoglobina fetale e compensare così la produzione di emoglobine difettose per chi soffre di beta talassemia e anemia falciforme.

Abbiamo scoperto che due geni, BCL11A e ZBTB7A, spengono il gene dell’emoglobina fetale legandosi direttamente ad esso – afferma il prof. Merlin Crossley della University of New South Wales – “Mutazioni benefiche funzionano distruggendo i due siti in cui si legano questi due geni“.
I ricercatori sono intervenuti geneticamente con la tecnologia CRISPR-Cas9 – per modificare geneticamente il gene dell’emoglobina fetale. L’alterazione introdotta in questo caso aveva lo scopo di inibire il legame dei repressori (in particolare a livello del gene della catena gamma dell’emoglobina fetale), di fatto togliendo il silenziamento e permettendo all’emoglobina fetale di tornare ad esprimersi.

Potremmo parlare di terapia genica biologica perché non introduciamo nuovo DNA nelle cellule – ha spiegato Crossley – piuttosto le ingegnerizziamo con mutazioni benigne che riscontriamo anche naturalmente e che sappiamo poter essere benefiche per le persone con queste malattie”.

La scoperta – seppur in vitro – ha permesso agli scienziati di capire come funzioni in silenziamento di questa proteina, ma anche di aprire la strada allo sviluppo di terapie per queste malattie del sangue utilizzando CRISPR.

Leggi abstract dell’articolo:
Natural regulatory mutations elevate the fetal globin gene via disruption of BCL11A or ZBTB7A binding
Gabriella E. Martyn, Beeke Wienert, Lu Yang, Manan Shah, Laura J. Norton, Jon Burdach, Ryo Kurita, Yukio Nakamura, Richard C. M. Pearson, Alister P. W. Funnell, Kate G. R. Quinlan & Merlin Crossley
Nature Genetics (2018) Published online: 02 April 2018 doi:10.1038/s41588-018-0085-0

Fonti: Galileonet.it – UNSW Sydney (The University of New South Wales)

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Degenerazione maculare legata all’invecchiamento delle cellule immunitarie.

Posted by giorgiobertin su aprile 6, 2018

Studiando topi e cellule da pazienti, i ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis, hanno scoperto che le cellule immunitarie chiamate macrofagi invecchiano, e sono più propensi a contribuire all’infiammazione e alla crescita anormale dei vasi sanguigni che danneggiano la visione nella degenerazione maculare.

Micro-RNA  DANYEL CAVAZOS/MICHAEL WORFUL

Dagli esperimenti sui topi, il team ha scoperto che i macrofagi più anziani contengono quantità maggiori di brevi frammenti di materiale genetico, detti microRNA, che regolano il modo in cui le cellule esprimono i geni. I ricercatori hanno trovato livelli significativamente più elevati di microRNA-150 nei macrofagi negli occhi dei topi più anziani e nei campioni di sangue da soggetti umani con degenerazione maculare.

I microRNA aiutano a regolare molte cose nelle cellule legandosi a diversi geni per influenzare il modo in cui quei geni producono le proteine. In questo studio, i ricercatori hanno scoperto che microRNA-150 sembrava guidare i macrofagi più anziani verso la promozione dell’infiammazione e della formazione anormale dei vasi sanguigni nei modelli murini di degenerazione maculare.

Riteniamo che il microRNA-150 possa essere un potenziale bersaglio terapeutico, o almeno un biomarcatore, per la malattia aggressiva e il rischio di perdita della vista”, ha detto il prof. Jonathan B. Lin. “È possibile immaginare terapie immunitarie che modifichino il livello dei microRNA in modo che queste cellule macrofagiche non contribuiscano più alla malattia“.

Leggi abstract dell’articolo:
Macrophage microRNA-150 promotes pathological angiogenesis as seen in age-related macular degeneration
Lin JB, Moolani HV, Sene A, Sidhu R, Kell P, Lin JB, Dong Z, Ban N, Ory DS, Apte RS
JCI Insight. 2018;3(7):e120157. doi:10.1172/jci.insight.120157.

Fonte: Washington University School of Medicine di St. Louis

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Le radici genetiche dei tumori.

Posted by giorgiobertin su aprile 6, 2018

Un team di ricercatori internazionali ha aggiunto un’importante pietra miliare al panorama genetico del cancro. Gli scienziati della Washington University School of Medicine di St. Louis e di altre istituzioni hanno completato il sequenziamento genetico e l’analisi di oltre 11000 tumori di pazienti, che coprono 33 tipi di cancro – tutti parte del progetto Cancer Genome Atlas (TCGA), finanziato dal National Cancer Institute e National Human Genome Research Institute, entrambi del National Institutes of Health (NIH).

Ding

Complessivamente, i ricercatori hanno identificato circa 300 geni che guidano la crescita del tumore. Poco più della metà di tutti i tumori analizzati portano mutazioni genetiche che potrebbero essere prese di mira da terapie già approvate per l’uso nei pazienti.

Per i 10.000 tumori che abbiamo analizzato, ora sappiamo – in dettaglio – le mutazioni ereditarie che causano il cancro e gli errori genetici che si accumulano quando le persone invecchiano, aumentando il rischio di cancro”, ha detto la prof.ssa Li Ding. “le nuove analisi hanno rivelato che gli errori genetici del cancro determinano specifiche firme molecolari che potrebbero guidare il trattamento”.

Ad esempio, i tumori a cellule squamose possono insorgere nel polmone, nella vescica, nella cervice e in alcuni tumori della testa e del collo. Studiando le loro caratteristiche molecolari, ora sappiamo che questi tumori sono strettamente correlati.

Scarica e legfgi il full text dell’articolo dell’articolo:
Comprehensive characterization of cancer driver genes and mutations
Bailey MH, … Ding L.
Cell Volume 173, Issue 2, p371–385.e18, 5 April 2018 – DOI: https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.02.060

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Un marker per cellule staminali tumorali.

Posted by giorgiobertin su aprile 5, 2018

Le cellule staminali tumorali sono particolarmente importanti nella formazione e nella metastasi dei tumori. Gli scienziati hanno ora sviluppato una sonda fluorescente universale per individuare queste “cellule staminali tumorali“.
Le “cellule staminali tumorali“, note anche come cellule che iniziano il tumore (Tumor initiating cells (TICs)), sembrano causare le ricadute dopo la radioterapia e la chemioterapia perché basta anche un singolo TIC sopravvissuto per causare la crescita di un nuovo tumore.

Tic

Un team di ricercatori dell’Agency for Science Technology and Research (A*STAR) in Singapore, Pohang University of Science and Technology in Korea, ed altre organizzazioni di ricerca in Singapore e Korea hanno realizzato una “sonda” che contraddistingue queste cellule staminali cancerose rendendole visibili. Le cellule sane e le cellule tumorali “normali” non erano marcate.
Ad alte concentrazioni, il colorante mostra anche una notevole citotossicità verso il TIC.

La sonda, chiamata TiY, riconosce la vimentina, che è una molecola presente nel citoscheletro. La vimentina è più concentrata nelle cellule epiteliali quando si trasformano in cellule mesenchimali. Queste nella trasformazione perdono la loro polarità e si liberano dalla struttura molecolare. La sonda potrebbe essere uno strumento prezioso per la visualizzazione e isolamento del TIC e può aiutare nello sviluppo di trattamenti tumorali mirati a zone concentrate con vimentina, inibendo così le ricadute.

Leggi abstract dell’articolo:
Identification of Tumor Initiating Cells with a Small‐Molecule Fluorescent Probe by Using Vimentin as a Biomarker
Dr. Yong‐An Lee Dr. Jong‐Jin Kim Dr. Jungyeol Lee Jia Hui Jane Lee Dr. Srikanta Sahu Dr. Haw‐Young Kwon Dr. Sung‐Jin Park Se‐Young Jang Dr. Jun‐Seok Lee … et al.
Angewandte Chemie First published: 26 January 2018 https://doi.org/10.1002/anie.201712920

Fonte: e-cancer.gov

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Lo stress altera il microbioma intestinale.

Posted by giorgiobertin su aprile 5, 2018

I ricercatori della Georgia State University di Atlanta (Stati Uniti) in un lavoro pubblicato sulla rivista “Behavioural Brain Research“, hanno dimostrato che l’esposizione allo stress psicologico altera la composizione del microbioma, l’insieme dei milioni di batteri che popolano l’intestino.

gutbrain
Foto: © nobeastsofierce – Fotolia.com

Gli esperimenti sono stati condotti sugli animali (criceti siriani). Sono stati prelevati più campione di microbioma, prima e dopo situazioni di stress. “Abbiamo visto che anche una sola esposizione allo stress sociale cambiava il microbioma intestinale, un effetto simile a ciò che è stato osservato con l’esposizione ad agenti stressogeni più severi. La variazione, inoltre, era maggiore dopo più esposizioni”, spiega la prof.ssa Kim Huhman.

In conclusione, sottolinea il prof. Benoit Chassaing, i dati suggeriscono che la comunicazione tra intestino e stress è bi-direzionale con lo “stress che influenza il microbioma e con alcuni specifici batteri che a loro volta influenzano il tipo di risposta allo stress”.

Leggi abstract dell’articolo:
Acute and repeated exposure to social stress reduces gut microbiota diversity in Syrian hamsters
Katherine A. Partrick, Benoit Chassaing, Linda Q. Beach, Katharine E. McCann, Kim L. Huhman
Behavioural Brain Research, Volume 345, 1 June 2018, Pages 39-48 https://doi.org/10.1016/j.bbr.2018.02.005

Fonte: Neuroscience Institute, Georgia State University

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Endoscopia digestiva: linee guida aggiornate su sedazione e anestesia.

Posted by giorgiobertin su aprile 5, 2018

L’American society for gastrointestinal endoscopy (Asge) ha pubblicato una versione aggiornata delle linee guida pratiche relative alla sedazione e all’anestesia in endoscopia gastrointestinale (Gi).

Sedation-anesthesia-ASGE

Scarica e leggi il documento in full text:
Guidelines for sedation and anesthesia in GI endoscopy
Dayna S. Early, FASGE, Jenifer R. Lightdale, FASGE, et al.
Gastrointest Endosc 2018 Feb, Volume 87, Issue 2, Pages 327–337 / DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.gie.2008.09.029

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