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Archive for the ‘News-ricerca’ Category

Linee guida italiane per il trattamento dell’alcolismo.

Posted by giorgiobertin su giugno 20, 2018

I ricercatori, sostenuti dal Centro di Riferimento Alcologico della Regione Lazio (CRARL), dalla Società Italiana Tossicodipendenze (SITD), dalla Società italiana per il Trattamento dell’Alcolismo e le sue Complicanze (SITAC), dalla Società Italiana Psichiatria delle Dipendenze (SIPDip), dalla Società Italiana Patologie da Dipendenza (SIPaD) e dall’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia (IBCN-CNR), hanno realizzato le linee guida per il trattamento farmacologico per le persone affette da Disordine da Uso di Alcol (DUA).

Alcohol-Dependence-Treatment

Oltre alle raccomandazioni su come gestire al meglio la patologia nei suoi aspetti di diagnosi e cura, si aggiungono altri obiettivi specifici:

  • Creare una cultura alcologica condivisa che permette a tutti gli operatori di confrontarsi, all’interno del servizio o tra i servizi, con un linguaggio e cultura clinica comune;
  • Creare le basi per elaborare dei programma di formazione;
  • Identificare aree cliniche che necessitano di essere indagate e meglio comprese attraverso la ricerca scientifica;

Per visualizzare le Linee Guida è necessario essere registrati al sito del CRARL ed inserire le proprie credenziali (registrazione gratuita). La “Rivista di Psichiatria” nel Vol. 53 N. 3 Maggio-Giugno ha pubblicato un editoriale e degli articoli full text sull’argomento.

Scarica e leggi il documento (editoriale) in full text:
Italian Guidelines for the treatment of alcohol dependence
Mauro Ceccanti, Angela Iannitelli, Marco Fiore
Riv Psichiatr 2018;53(3):105-106 | DOI 10.1708/2925.29410

Rivista di Psichiatria” nel Vol. 53 N. 3 Maggio-Giugno

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Le mutazioni genetiche associate al cancro al pancreas.

Posted by giorgiobertin su giugno 20, 2018

I ricercatori della Mayo Clinic in una ricerca pubblicata sulla rivista Jama, hanno scoperto sei geni contenenti mutazioni che possono essere tramandate nelle famiglie, aumentando sostanzialmente il rischio di una persona di avere il cancro del pancreas.

Attualmente, gli operatori sanitari offrono test genetici solo a pazienti affetti da cancro al pancreas con una storia familiare di malattia. “Questo studio fornisce i dati più completi fino ad oggi supportando i test genetici per tutti i pazienti affetti da cancro al pancreas“, afferma il prof. Fergus Couch. “Questo è il primo studio che fornisce stime sull’entità del rischio di cancro associato a ciascun gene e indica che la storia familiare da sola non può predire chi ha queste mutazioni”.

DNA-test

I test genetici sono stati condotti su 3.030 pazienti pancreatici, i risultati del test di 21 geni del cancro sono stati confrontati con risultati simili da più di 123.000 pazienti senza carcinoma pancreatico. Lo studio ha individuato sei geni chiaramente collegati ad un aumentato rischio di cancro al pancreas: BRCA1, BRCA2, CDKN2A, TP53, MLH1 e ATM.

La conclusione di questo studio è che ora abbiamo una migliore comprensione molecolare delle cause genetiche del cancro del pancreas” – afferma il prof. Raed Samara.

Leggi abstract dell’articolo:
Association Between Inherited Germline Mutations in Cancer Predisposition Genes and Risk of Pancreatic Cancer.
Hu C, Hart SN, Polley EC, et al.
JAMA. 2018;319(23):2401–2409. doi:10.1001/jama.2018.6228

Editorial
Germline Genetic Testing for Pancreatic Ductal Adenocarcinoma at Time of Diagnosis
Sapna Syngal, MD, MPH; C. Sloane Furniss, PhD

Fonte: Mayo Clinic

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Una proteina disattiva le cellule tumorali ovariche.

Posted by giorgiobertin su giugno 19, 2018

Gli scienziati dell’Ovarian Cancer Action Research Centre at Imperial College London hanno scoperto un meccanismo che disattiva le cellule tumorali ovariche.

I risultati, pubblicati in EMBO Reports , potrebbero portare a trattamenti migliori per le donne con carcinoma ovarico.

ovarian-cancer

La ricerca ha trovato un nuovo meccanismo per una proteina chiamata OPCML. Questa proteina è conosciuta come soppressore del tumore, in quanto impedisce alle cellule di trasformarsi in tumori.
Tuttavia l’OPCML di solito si perde nei pazienti oncologici. Gli scienziati hanno ora scoperto che quando OPCML viene rimesso nelle cellule tumorali, disattiva abilmente un tipo di proteina chiamata AXL.
Ricerche precedenti hanno dimostrato che la proteina AXL accelera la crescita e la diffusione delle cellule tumorali ovariche.

Quando AXL viene attivata le cellule tumorali diventano più aggressive, aumentando la loro capacità di muoversi e diffondersi in altre parti del corpo.
Il prossimo passo è quello di sviluppare OPCML come agente terapeutico. Inoltre, OPCML è una proteina “naturale” presente nella maggior parte delle cellule del nostro corpo, quindi dovrebbe avere una tossicità minima.

“I nostri risultati sono davvero eccitanti perché rivelano un insolito meccanismo biologico e gettano luce sulla funzione di AXL, indicandoci nella giusta direzione per trovare un modo per spegnerlo nei malati di cancro. In questo contesto, OPCML ha un enorme potenziale come terapeutico“. afferma la prof.ssa Chiara Recchi.

Leggi abstract dell’articolo:
The tumour suppressor OPCML promotes AXL inactivation by the phosphatase PTPRG in ovarian cancer
J. Antony……Chiara Recchi.
EMBO Reports Published online 15.06.2018 DOI 10.15252/embr.201745670

Fonte: Ovarian Cancer Action Research Centre at Imperial College London

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WHO: rilascia la nuova classificazione internazionale delle malattie (ICD 11).

Posted by giorgiobertin su giugno 18, 2018

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato la sua nuova classificazione internazionale delle malattie (ICD-11).

L’ICD è la base per identificare le tendenze e le statistiche sanitarie in tutto il mondo e contiene circa 55 000 codici univoci per lesioni, malattie e cause di morte. Fornisce un linguaggio comune che consente agli operatori sanitari di condividere informazioni sanitarie in tutto il mondo.
L’ICD-11, che ha funzionato per oltre un decennio, offre miglioramenti significativi rispetto alle versioni precedenti. Per la prima volta, è completamente elettronico e ha un formato molto più user-friendly.

Nella nuova versione è entrata a far parte il ‘gaming disorder’, la dipendenza da videogame e giochi digitali, che è a tutti gli effetti considerata una malattia. La gravità è sufficiente a causare una compromissione significativa nelle aree di funzionamento personali, familiari, sociali, educative e professionali.


WHO: Revision of ICD-11 – questions and answers (Q&A) Dr Robert Jakob, team leader for Classifications Terminologies and Standards at the World Health Organization discusses the revision of the new ICD-11.

L’ICD-11 sarà presentato all’Assemblea mondiale della sanità nel maggio 2019 per l’adozione da parte degli Stati membri e entrerà in vigore il 1 ° gennaio 2022. L’agenzia Onu per la salute ha messo a disposizione già adesso un’anteprima per consentire ai Paesi di pianificare come usare il nuovo manuale, preparare traduzioni e formare su questa base i professionisti del settore.
L’ICD è una pietra miliare delle informazioni sulla salute e l’ICD-11 fornirà una visione aggiornata dei modelli di malattia.” – puntualizza la prof.ssa Lubna Alansari dell’OMS.

ICD-11: Classifying disease to map the way we live and die

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Cancro alla prostata: scoperti nuovi marcatori genetici.

Posted by giorgiobertin su giugno 17, 2018

Un team internazionali di ricercatori coordinati dal professore Frederick R. Schumacher del Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio, ha identificato 63 nuove varianti genetiche che potrebbe indicare un rischio maggiore di cancro alla prostata negli uomini.

Lo studio e i risultati sono stati pubblicati su “Nature Genetics”.

prostate cancer loci

I marcatori genetici – noti anche come polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) – sono rilevati a livello del DNA. Schumacher e colleghi hanno esaminato le sequenze di DNA di circa 140.000 uomini di discendenza europea, compresi i dati di precedenti studi. Circa 80.000 di questi uomini avevano il cancro alla prostata, mentre gli altri 60.000 non avevano alcuna evidenza della malattia.

Con questi dati, sono stati in grado di identificare 63 nuovi marcatori genetici in quelli con carcinoma della prostata – marcatori che non compaiono nel DNA degli uomini senza la malattia.
I nostri risultati ci permetteranno di identificare quali uomini dovrebbero sottoporsi a screening PSA precoci e regolari e questi risultati potrebbero eventualmente influenzare le decisioni di trattamento“, afferma il professore Schumacher.

i ricercatori stanno anche esaminando i cambiamenti genetici negli uomini di diverse razze, compresi gli afroamericani e quelli di origine asiatica.

Leggi abstract dell’articolo:
Association analyses of more than 140,000 men identify 63 new prostate cancer susceptibility loci
Fredrick R. Schumacher, Ali Amin Al Olama, […] Rosalind A. Eeles
Nature Genetics Published: 11 June 2018 doi:10.1038/s41588-018-0142-8

Fonte: Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio

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Obesità e diabete: scoperta proteina chiave.

Posted by giorgiobertin su giugno 16, 2018

Uno studio internazionale a cui ha partecipato il Deutsches Zentrum fuer Diabetesforschung (Dzd), ha individuato una nuova adipochina, molecola prodotta dal tessuto adiposo, che favorisce l’insorgere dell’insulino-resistenza e dell’infiammazione sistemica. In presenza di grave obesità questa molecola viene secreta dagli adipociti, cellule del tessuto adiposo, e rilasciata nel sangue.

Gli scienziati hanno identificato una particolare proteina, chiamata Wisp1 (Wingless-type signaling), come una adipochina pro-infiammatoria e ne hanno osservato gli effetti sull’organismo, verificando se i suoi livelli nel sangue fossero anomali nelle persone con diabete 2.
Dall’analisi è emerso per la prima volta che Wisp 1 altera in modo diretto l’azione dell’insulina nelle cellule dei muscoli e nel fegato provocando la riduzione di sensibilità all’insulina e aprendo così le porte al diabete.

diabetes-obesity

Abbiamo il sospetto che un aumento della produzione di Wisp 1 dal grasso addominale – ha dichiarato la prof.ssa Tina Hörbelt del German Diabetes Center Düsseldorf partnre del Dzd, – potrebbe essere una delle ragioni per cui spesso le persone in sovrappeso hanno un metabolismo del glucosio alterato. Una delle possibili cause dell’aumento della produzione di Wisp 1 e della secrezione dalle cellule del grasso addominale potrebbe essere un scarso apporto di ossigeno (ipossia) ai tessuti. E ciò potrebbe provocare una risposta infiammatoria sistemica“.

Lo studio, pubblicato su “Diabetologia“,  apre possibilità alla ricerca di nuove soluzioni per il trattamento del diabete. Wisp 1 potrebbe infatti diventare un nuovo target terapeutico nel tentativo di prevenirne gli effetti nocivi sulle cellule del fegato e dei muscoli.

Leggi asbtract dell’articolo:
The novel adipokine WISP1 associates with insulin resistance and impairs insulin action in human myotubes and mouse hepatocytes
Tina Hörbelt, Christopher Tacke, Mariya Markova, Daniella Herzfeld de Wiza, ………., Olga Pivovarova, D. Margriet Ouwens
Diabetologia (2018) https://doi.org/10.1007/s00125-018-4636-9

Fonte: Deutsches Zentrum fuer Diabetesforschung (Dzd)

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Una maglia di grafene potenzia la comunicazione fra neuroni.

Posted by giorgiobertin su giugno 15, 2018

Facendo crescere dei neuroni su uno strato di grafene, le cellule nervose sono risultate più attive. Ma questo avviene solo quando il materiale è posto a contatto con un isolante, come il vetro.
Uno studio condotto dalla Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste e pubblicato su “Nature Nanotechnology” riporta per la prima volta sperimentalmente il fenomeno dello “intrappolamento” degli ioni da parte dei tappeti di grafene e il suo effetto sulla comunicazione tra i neuroni.

Graphene carpets

I ricercatori hanno osservato un aumento dell’attività delle cellule nervose cresciute su un singolo strato di grafene. Combinando approcci teorici e sperimentali hanno dimostrato che il fenomeno è dovuto alla capacità del materiale di “intrappolare” diversi ioni presenti nell’ambiente circostante sulla sua superficie, modulandone la composizione.

Tale fenomeno è importante, dato che proprio l’abilità di trattenere questi ioni (atomi o molecole che hanno perso o acquisito uno o più elettroni) potrebbe essere alla base del potenziamento dell’attività neuronale.
Il potenziamento dei neuroni, però, si realizza solo quando il grafene viene posto a contatto con un materiale isolante, come il vetro.

Capire come varia il comportamento del grafene a seconda del substrato su cui si adagia è fondamentale per le sue applicazioni future, soprattutto in ambito neurologico”, afferma il prof. Scaini. Un esempio potrebbe riguardare innovativi elettrodi di stimolazione cerebrale o dispositivi visivi.

Leggi abstract dell’articolo:
Single-layer graphene modulates neuronal communication and augments membrane ion currents
Niccolò Paolo Pampaloni, Martin Lottner, Michele Giugliano, Alessia Matruglio, Francesco D’Amico, Maurizio Prato, Josè Antonio Garrido, Laura Ballerini & Denis Scaini
Nature Nanotechnology Published: 11 June 2018

Fonte: Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa)

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Le lenticchie riducono i livelli di glicemia nel sangue.

Posted by giorgiobertin su giugno 13, 2018

Il Prof. Alison Duncan del Department of Human Health and Nutritional Sciences – University of Guelph e il suo team, hanno scoperto che sostituire patate o riso con le lenticchie permette di abbassare i livelli di glucosio nel sangue di oltre il 20 per cento.

I legumi sono alimenti estremamente nutrienti che hanno il potenziale per ridurre l’impatto delle malattie croniche associate a livelli di glucosio mal gestiti“, ha detto il porf. Duncan. “Speriamo che questa ricerca possa rendere le persone più consapevoli dei benefici per la salute derivanti dall’assunzione di legumi“.

Lo studio pubblicato sulla rivista “Journal of Nutrition“, ha coinvolto 24 adulti sani alimentati con quattro piatti: solo riso bianco, mezza porzione di riso bianco mezza porzione di lenticchie verdi grandi, mezza porzione riso bianco e metà di lenticchie verdi piccole e un quarto di riso bianco e un quarto di riso rosso.

lentils

La glicemia diminuiva in quantità simili quando metà dell’amido era sostituita con ciascuno dei tre tipi di lenticchie.
Il glucosio nel sangue comprende lo zucchero presente nel sangue durante la digestione nel tratto digerente superiore e dipende dal contenuto di amido degli alimenti consumati.
L’assorbimento più lento significa che non si verifica un picco di glucosio dopo il pasto: avere alti livelli in un periodo di tempo può portare a cattiva gestione della glicemia, che è il segno distintivo del diabete di tipo 2. Essenzialmente, mangiare le lenticchie può ridurre tale rischio” – afferma Duncan.

Secondo i ricercatori i legumi contengono componenti che inibiscono gli enzimi coinvolti nell’assorbimento del glucosio e le fibre contenute in questi alimenti possono incoraggiare la produzione di acidi grassi a catena corta, che possono anche aiutare a ridurre i livelli di glucosio nel sangue.

Leggi abstract dell’articolo:
Carbohydrate Replacement of Rice or Potato with Lentils Reduces the Postprandial Glycemic Response in Healthy Adults in an Acute, Randomized, Crossover Trial
Dita Moravek Alison M Duncan Laura B VanderSluis Sarah J Turkstra Erica J Rogers Jessica M Wilson Aileen Hawke D Dan Ramdath
The Journal of Nutrition, Volume 148, Issue 4, 1 April 2018, Pages 535–541, https://doi.org/10.1093/jn/nxy018

Fonte: University of Guelph ilmiodiabete.com

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Identificati i marcatori genetici per il cancro alla prostata.

Posted by giorgiobertin su giugno 12, 2018

Un team internazionale di ricercatori esperti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Svezia, Canada, Germania, Cina, Finlandia, Belgio, Spagna, Polonia, Malesia e Croazia, coordinati dagli scienziati dell’University of Southern California – USC ha trovato decine di nuovi marcatori genetici nel codice del DNA che aumentano il rischio di cancro alla prostata – una conoscenza potente che probabilmente si rivelerà utile per rilevare e prevenire la malattia.
Concentrandosi sul DNA di oltre 140.000 uomini in tutto il mondo, i ricercatori sono stati in grado di identificare 63 nuovi marcatori genetici associati al rischio di cancro alla prostata.

Genetic-markers-prostate-cancer
Cancer in the prostate gland, seen here in yellow, is common for older men. A team including USC scientists found telltale genetic traits to predict men who are most at risk. (Photo/Science Source)

Questa non è una cura, ma le informazioni possono aiutare a identificare gli uomini ad alto rischio di sviluppare il cancro alla prostata che possono beneficiare di uno screening avanzato e di una prevenzione futura mirata“, ha detto il prof. Christopher A. Haiman.
Per identificare i marcatori genetici associati al rischio di cancro alla prostata, i ricercatori hanno usato “OncoArray“, una nuova analisi del DNA, per confrontare più di mezzo milione di cambiamenti a singola lettera nel codice del DNA di quasi 80.000 uomini con cancro alla prostata e più di 61.000 uomini senza la malattia.

Abbiamo la capacità di identificare gli uomini a maggior rischio di cancro alla prostata”, ha detto Haiman. “Ora abbiamo bisogno di capire come usare questa informazione genetica per prevenire la malattia“.
Molte delle nuove varianti genetiche sono state trovate nella regione dei geni coinvolti nella comunicazione tra le cellule del sistema immunitario e altre cellule del corpo. Ciò implica che gli errori genetici nei percorsi immunitari possono influenzare il rischio di cancro alla prostata, che potrebbe avere importanti implicazioni per il potenziale trattamento futuro del cancro alla prostata con le immunoterapie.

Leggi abstract dell’articolo:
Association analyses of more than 140,000 men identify 63 new prostate cancer susceptibility loci
Fredrick R. Schumacher, Ali Amin Al Olama, […]Rosalind A. Eeles
Nature Genetics Published: 11 June 2018

Fonte: University of Southern California – USC

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Scoperte le armi segrete di un gene chiave per combattere il cancro.

Posted by giorgiobertin su giugno 12, 2018

Il professore Marco Herold e il professor Andreas Strasser del Walter and Eliza Hall Institute hanno condotto uno studio, pubblicato su “Nature Medicine“, dove spiegano come il gene P53 è in grado di prevenire la crescita del cancro.

I risultati hanno rivelato che un gruppo speciale di geni che funzionano all’interno del normale processo di riparazione del DNA del corpo erano vitali per l’efficacia di p53. Queste nuove informazioni potrebbero aiutare i medici a identificare meglio i pazienti con un aumentato rischio di sviluppare determinati tumori. Potrebbe anche aiutare a sviluppare trattamenti più sicuri e più efficaci per i pazienti.

Strasser-team
Professor Andreas Strasser, associate professor Marco Herold and Dr. Ana Janic from the Walter and Eliza Hall Institute. Credit: The Walter and Eliza Hall Institute

E’ una scoperta eccitante e senza precedenti, abbiamo trovato che il gene di riparazione del DNA MLH1 e altri geni di riparazione del DNA, sono fondamentali per la capacità di p53 di prevenire lo sviluppo di linfomi a cellule B”, ha detto il Dr. Janic.

E’ stato sorprendente scoprire che la perdita del gene di riparazione del DNA MLH1 ha impedito al p53 di funzionare correttamente, causando lo sviluppo del linfoma e, quando l’MLH1 è stata riposizionato, lo sviluppo del tumore si è bloccato.

Ad esempio, se un paziente ha un linfoma con una mutazione che disabilita il meccanismo di riparazione del DNA, i medici ora sapranno di evitare alcuni trattamenti dannosi per il DNA, come la chemioterapia, che potrebbe solo rendere il cancro più aggressivo” – concludono i ricercatori.
Ricordiamo che il 50% di tutti i tumori nel mondo si verificano a causa del fatto che p53 non funziona come dovrebbe.

Leggi abstract dell’articolo:
DNA repair processes are critical mediators of p53-dependent tumor suppression
Ana Janic, Liz J. Valente, Matthew J. Wakefield, Leon Di Stefano, Liz Milla, Stephen Wilcox, Haoyu Yang, Lin Tai, Cassandra J. Vandenberg, Andrew J. Kueh, Shinsuke Mizutani, Margs S. Brennan, Robyn L. Schenk, Lisa M. Lindqvist, Anthony T. Papenfuss, Liam O’Connor, Andreas Strasser & Marco J. Herold
Nature Medicine, Published:11 June 2018. DOI: 10.1038/s41591-018-0043-5

Fonte: Walter and Eliza Hall Institute

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Benda rigenerativa accelera la guarigione delle ferite diabetiche.

Posted by giorgiobertin su giugno 11, 2018

Un team della Northwestern University ha sviluppato un nuovo dispositivo, chiamato benda rigenerativa, che guarisce le piaghe dolorose e difficili da trattare senza l’uso di farmaci nei pazienti diabetici. Durante i test, la fasciatura ha guarito le ferite diabetiche il 33% più velocemente di una delle bende attualmente sul mercato.

La novità è che abbiamo identificato un segmento di una proteina nella pelle che è importante per la guarigione delle ferite, questo segmento viene incorporato in una molecola antiossidante che si autoaggrega a temperatura corporea per creare un’impalcatura che facilita la capacità del corpo di rigenerare i tessuti nel sito della ferita“, ha detto il prof. Guillermo Ameer. “La nuova benda non rilascia farmaci o fattori esterni per accelerare la guarigione e funziona molto bene.“Il bendaggio può essere usato per curare tutti i tipi di ferite aperte.

Rigenerative
The bandage accelerates tissue regeneration in vivo. A stained section of tissue who’s complete resorption of the hydrogel in all four groups of post-wounding. Credit: Ameer Research Lab, Northwestern University

Il segreto della benda rigenerativa di Ameer è la laminina, una proteina presente nella maggior parte dei tessuti del corpo, compresa la pelle. La laminina invia segnali alle cellule, incoraggiandoli a differenziarsi, migrare e aderire l’uno all’altro. Il team di Ameer ha identificato un segmento di laminina-12 amminoacidi in lunghezza chiamato A5G81 che è fondamentale per il processo di guarigione della ferita.

E’ stato utilizzato un frammento così piccolo di laminina piuttosto che l’intera proteina perchè può essere facilmente sintetizzato in laboratorio, rendendolo riproducibile, mantenendo bassi i costi di produzione. Il team di Ameer ha incorporato A5G81 in una benda di idrogel antiossidante sviluppata in precedenza in laboratorio.
Come descritto sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences – PNAS“, la mancanza di farmaci o di farmaci biologici permette di portare la benda sul mercato molto velocemente. I ricercatori hanno già avviato un modello pre-clinico ampio.

Leggi abstract dell’articolo:
Potent laminin-inspired antioxidant regenerative dressing accelerates wound healing in diabetes
Yunxiao Zhu, Zdravka Cankova, Marta Iwanaszko, Sheridan Lichtor, Milan Mrksich, and Guillermo A. Ameer
PNAS June 11, 2018. 201804262; published ahead of print June 11, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1804262115

Fonte: Northwestern University

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Tumore del colon-retto, aggiornate le linee guida.

Posted by giorgiobertin su giugno 10, 2018

L’American Cancer Society (ACS) in un documento pubblicato su CA: A Cancer Journal for Clinicians, consiglia che lo screening per il tumore del colon-retto per gli adulti a rischio medio inizi a 45 anni, cinque anni prima di quanto indicato in precedenza. Le raccomandazioni si basano in parte sui dati di una ricerca che ha riportato un’aumentata incidenza di cancro del colon-retto negli adulti più giovani, in controtendenza rispetto al passato.

stadiazione-tumore-colon-retto1

Scarica e leggi il documento in full text:
Colorectal cancer screening for average‐risk adults: 2018 guideline update from the American Cancer Society
Andrew M. D. Wolf MD Elizabeth T. H. Fontham MPH, DrPH Timothy R. Church PhD Christopher R. Flowers MD, MS Carmen E. Guerra MD Samuel J. LaMonte MD…
CA: A Cancer Journal for Clinicians First published: 30 May 2018 https://doi.org/10.3322/caac.21457

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Un esame del sangue in gravidanza può identificare il rischio di parto prematuro.

Posted by giorgiobertin su giugno 9, 2018

Una nuova ricerca finanziata da March of Dimes ha individuato biomarcatori nel sangue materno che identificavano accuratamente le donne in gravidanza che sono a rischio di partorire prematuramente, anche fino a due mesi prima. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Science“.

Premature-Baby

Questo risultato è importante in quanto i medici attualmente non hanno modo di valutare con precisione quali gravidanze si concluderanno con un parto prematuro. Inoltre, utilizzando gli stessi campioni di sangue, il team ha trovato biomarcatori nel sangue materno che potevano stimare l’età gestazionale o la data del parto.
Gli studi sono stati condotti dal prof. Stephen Quake, presso il March of Dimes Prematurity Research Center della Stanford University.

In due distinti studi di coorte in donne, tutte a rischio elevato di parto pretermine, il team ha identificato una serie di trascritti di RNA cell-free (cfRNA) che classificano accuratamente le donne che hanno un parto pretermine fino a due mesi prima del travaglio. Inoltre la misurazione di nove trascritti di cfRNA nel sangue materno prevedeva un’età gestazionale con accuratezza comparabile agli ultrasuoni.

I ricercatori affermano che i test richiederanno la convalida in studi clinici più ampi.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Noninvasive blood tests for fetal development predict gestational age and preterm delivery
Thuy T. M. Ngo et al.
Science 08 Jun 2018: Vol. 360, Issue 6393, pp. 1133-1136 DOI: 10.1126/science.aar3819

Fonte: March of Dimes

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Come distruggere le difese protettive del tumore.

Posted by giorgiobertin su giugno 8, 2018

I ricercatori del Babraham Institute hanno dimostrato che alcuni tumori non usano uno, ma due livelli di protezione contro il sistema immunitario. Colpire un livello ha potenziato gli effetti protettivi del secondo e viceversa. La ricerca dimostra che un duplice approccio rivolto a entrambi i tipi di cellule contemporaneamente può offrire un percorso promettente per lo sviluppo di nuove immunoterapie per il cancro.

immunoterapia

Lo sviluppo e la crescita di un tumore canceroso si verificano spesso nonostante un sistema immunitario pienamente funzionante, in grado di riconoscere e uccidere le cellule tumorali. I tumori sequestrano alcune cellule del nostro sistema immunitario per creare un ambiente permissivo alla crescita e proteggere dagli elementi antitumorali. In particolare, i tumori reclutano alleati delle cellule immunitarie, cellule chiamate macrofagi associati al tumore (TAM – tumor-associated macrophages) e cellule T regolatorie (Foxp3+ regulatory T – Treg), per eludere l’attacco immunitario.

L’inibizione specifica del reclutamento di TAM si ottiene bloccando le azioni di una proteina chiamata fattore stimolante le colonie (CSF1), riducendo la crescita del tumore nei modelli murini.
Allo stesso modo, inibendo l’azione delle cellule Treg nei topi mediante l’inattivazione di un enzima chiave chiamato PI3K delta si protegge da una gamma di tumori. Un inibitore PI3K delta è approvato per il trattamento della leucemia linfocitica cronica (CLL) e del linfoma follicolare non-Hodgkin.

Nella ricerca del team americano è stato utilizzato un modello murino di cancro del colon-retto, e si è dimostrato che inibendo congiuntamente TAM e cellule Treg sostanzialmente si inibisce la crescita del tumore.
I risultati della ricerca suggeriscono nuovi obiettivi per le immunoterapie tumorali.

Leggi il full text dell’articolo:
Compensation between CSF1R+ macrophages and Foxp3+ Treg cells drives resistance to tumor immunotherapy.
Gyori, D., Lim, E.L., Grant, F., Spensberger, D., Roychoudhuri, R., Shuttleworth, S.J., Okkenhaug, K., Stephens, L.R., Hawkins, P.T.
JCI Insight. 2018;3(11):e120631  First published June 7, 2018 10.1172/jci.insight.120631

Fonte: Babraham Institute

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Scoperto biomarcatore chiave del morbo di Parkinson nella retina.

Posted by giorgiobertin su giugno 8, 2018

Una ricerca che coinvolge scienziati dell’Università di Alicante e di Istituzioni americane ha dimostrato che l’accumulo di una proteina nota come alfa-sinucleina nella retina è un biomarcatore chiave del Parkinson che potrebbe aiutare a rilevare il grado di gravità della malattia.

α‐synuclein in the retina

La ricerca è stato condotto con retine di pazienti deceduti di Parkinson, donati al Sun Banner, un centro dedicato allo studio di questa malattia. I ricercatori Cuenca e Ortuño Lizarán spiegano, che hanno studiato in dettaglio la proteina alfa-sinucleina come uno dei principali segni patologici che vengono solitamente analizzati per determinare la malattia di Parkinson. I pazienti di Parkinson presentano come segno caratteristico di questa malattia un accumulo della proteina summenzionata nel cervello, formando una struttura chiamata corpi di Lewy, e questo numero aumenta con il progredire della malattia.

Per la prima volta, sono stati identificati corpi di Lewy in retine di persone affette dal morbo di Parkinson. “L’accumulo di questa proteina nella retina che forma corpi di Lewy è simile a quella che si trova nel cervello nei pazienti con Parkinson. Crediamo che l’alfa-sinucleina sia un utile biomarker per il Parkinson, può mostrare il grado di gravità della malattia e riflette, in qualche modo, ciò che sta accadendo nel cervello” – affermano i ricercatori.

La malattia di Parkinson è caratterizzata dalla degenerazione dei neuroni dopaminergici, che rilasciano dopamina, un neurotrasmettitore chiave per la funzione motoria, e le persone che soffrono di questa malattia spesso hanno disturbi visivi.

Il lavoro è stato pubblicato su “Movement Disorders“.

Leggi abstract dell’articolo:
Phosphorylated α-synuclein in the retina is a biomarker of Parkinson’s disease pathology severity
Ortuño-Lizarán I., Beach T. G., Serrano G. E., Walker D. G., Adler C. H. and Cuenca, N.
Movement Disorders (2018). https://doi.org/10.1002/mds.27392

Fonte: Università di Alicante

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Realizzato l’atlante delle proteine del sangue.

Posted by giorgiobertin su giugno 7, 2018

È stato realizzato il primo “atlante genetico” delle proteine umane del sangue, che dovrebbe aiutare a comprendere meglio una vasta gamma di malattie e a sviluppare nuovi farmaci più efficaci. La creazione è stata fatta da un gruppo internazionale di ricercatori guidati dall’Università di Cambridge, in collaborazione con l’azienda farmaceutica Msd.

blood

I ricercatori guidati dal prof. Benjamin Sun, infatti, hanno utilizzato una nuova tecnologia chiamata SOMAscan per analizzare più di 3.600 proteine in campioni di sangue di circa 3.300 persone, delle quali hanno anche esaminato il Dna: come risultato hanno scoperto quasi 2.000 associazioni genetiche con circa 1.500 proteine.

“Grazie alla rivoluzione genomica negli ultimi dieci anni, siamo stati bravi a trovare associazioni statistiche tra genoma e malattia, ma la difficoltà è stata quella di identificare i geni e le vie che causano la malattia” – afferma il prof. Benjamin Sun

I dati genetici proteomici contenuti nel database potrebbero essere utilizzati per la scoperta di nuovi farmaci attraverso nuovi approfondimenti sugli obiettivi proteici di farmaci già esistenti. Collegando farmaci, proteine, variazioni genetiche e malattie, il team ha suggerito farmaci esistenti che potrebbero essere utilizzati anche per trattare una malattia diversa e una maggiore fiducia che alcuni farmaci attualmente in fase di sviluppo potrebbero avere successo in studi clinici.

“Forse in futuro questa potrà diventare un’analisi di routine: con un semplice check-up permetterebbe di scoprire subito le malattie alle quali siamo suscettibili e i farmaci ai quali l’organismo risponde meglio”. “Sarebbe un importantissimo strumento di analisi per capire in modo più completo lo stato di salute di una persona”.

Leggi abstract dell’articolo:
Genomic atlas of the human plasma proteome
Benjamin B. Sun, Joseph C. Maranville, […]Adam S. Butterworth
Naturevolume 558, pages73–79 (2018) Published: 06 June 2018 doi:10.1038/s41586-018-0175-2

Fonte: University of Cambridge,

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Nuovo approccio al trattamento delle malattie infiammatorie.

Posted by giorgiobertin su giugno 7, 2018

Gli scienziati della University of California San Diego School of Medicine hanno scoperto che è possibile bloccare l’infiammazione nei topi con un anticorpo naturale che lega le molecole di fosfolipidi ossidati (oxidized phospholipids – OxPL) sulle superfici cellulari che vengono modificate dall’infiammazione. Anche durante una dieta ricca di grassi, l’anticorpo proteggeva i topi dalla formazione della placca arteriosa, dall’indurimento delle arterie e dalle malattie del fegato e prolungava le loro vite.

Witztum_OxPL
The aorta of a mouse model of atherosclerosis on a high-fat diet for 12 months (top) has significantly more plaques (bright red) than the aorta of the same type of mouse that also produces the anti-inflammatory E06 antibody (bottom).

Lo studio, pubblicato su “Nature“, segna la prima dimostrazione in un sistema vivente che OxPL innesca l’infiammazione e porta alla formazione della placca, secondo i ricercatori, che aggiungono che i risultati suggeriscono anche un nuovo approccio per prevenire o invertire un certo numero di malattie infiammatorie.
Ovunque si verifichi l’infiammazione, si ottiene OxPL“, ha detto il professoere Joseph Witztum. “Non significa che OxPL è la causa, ma sicuramente gioca un ruolo importante.”

Alcuni fosfolipidi – le molecole che costituiscono le membrane cellulari – sono soggetti a modifiche da parte di specie reattive dell’ossigeno, formando OxPL. Questo evento è particolarmente comune in condizioni infiammatorie come l’aterosclerosi, in cui si formano le placche che bloccano le arterie.

I ricercatori hanno generano un pezzo di anticorpo chiamato E06 che è sufficiente per legare OxPL e prevenire la capacità di causare l’infiammazione nelle cellule immunitarie, ma non abbastanza da causare l’infiammazione da sola. Rispetto ai topi di controllo, i topi con anticorpi E06 presentavano un’aterosclerosi del 28-57 % in meno, anche dopo un anno, nonostante avessero alti livelli di colesterolo. L’anticorpo diminuiva anche la calcificazione della valvola aortica (indurimento e restringimento delle valvole aortiche), la steatosi epatica (malattia del fegato grasso) e l’infiammazione del fegato. L’anticorpo E06 ha anche prolungato la vita dei topi.

Witztum e il team stanno testando l’anticorpo E06 nei modelli murini di malattie umane legate all’infiammazione, come l’osteoporosi (perdita ossea) e la steatoepatite non alcolica

Leggi abstract dell’articolo:
Oxidized phospholipids are proinflammatory and proatherogenic in hypercholesterolaemic mice
Xuchu Que, Ming-Yow Hung, Calvin Yeang, Ayelet Gonen, Thomas A. Prohaska, Xiaoli Sun, Cody Diehl, Antti Määttä, Dalia E. Gaddis, Karen Bowden, Jennifer Pattison, Jeffrey G. MacDonald, Seppo Ylä-Herttuala, Pamela L. Mellon, Catherine C. Hedrick, Klaus Ley, Yury I. Miller, Christopher K. Glass, Kirk L. Peterson, Christoph J. Binder, Sotirios Tsimikas & Joseph L. Witztum
Nature Published: 06 June 2018

Fonte: University of California San Diego School of Medicine

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Riparata la lesione acuta del midollo spinale nelle scimmie.

Posted by giorgiobertin su giugno 7, 2018

Le lesioni del midollo spinale sono tra le condizioni mediche più severe e difficili da trattare, di solito con conseguenti disabilità permanenti inclusa perdita della funzione muscolare, sensazione e funzioni autonome.

Un team di ricercatori della Beihang University e Capital Medical University, coordinati dal professore Li Xiaoguang, ha scoperto che un nuovo tipo di materiale bioattivo e biodegradabile, il NT3-chitosano può aiutare a curare le lesioni spinali. Nelle scimmie rhesus, il materiale ha provocato una rigenerazione neurale nuova e robusta, un recupero funzionale sensoriale e motorio.

NT3-chitosan
CST tracking with unilateral BDA injections. (A) A diagram of BDA injections in uninjured and NT3-chitosan monkeys. (B–D) Longitudinal sections of monkey spinal cord 11 wk after BDA injections in normal (uninjured, animal 30) (B), lesion control (animal 5) (C), and NT3-chitosan (animal 18) (D) monkeys more than a year after the initial operation. DAPI (blue), BDA (red), and GFAP (green) fluorescent images are shown. ROI, region of interest; small white arrows marked regenerated BDA-positive fibers. Credit: (c) 2018 PNAS. DOI: 10.1073/pnas.1804735115

Il chitosano funge da matrice che contiene e rilascia gradualmente NT3 sul sito della lesione per un periodo relativamente lungo. Negli studi sui roditori, la struttura NT3-chitosano ha inibito le cellule infiammatorie e ha attratto cellule staminali neurali endogene a proliferare, differenziare e alla fine formare reti neuronali per trasmettere segnali neurali da e verso il cervello.

“Questo studio che utilizza primati non umani rappresenta un progresso sostanziale nel tradurre gli studi iniziali usando i roditori per la terapia umana” – afferma il prof. Xiaoguang Li. Mentre lo studio si è concentrato sul trattamento del danno acuto, i ricercatori ritengono che si dimostrerà applicabile anche nel trattamento delle lesioni spinali croniche.

I risultati sono pubblicati sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States – PNAS“.

Leggi abstract dell’articolo:
NT3-chitosan enables de novo regeneration and functional recovery in monkeys after spinal cord injury
Jia-Sheng Rao, Can Zhao, Aifeng Zhang, Hongmei Duan, Peng Hao, Rui-Han Wei, Junkui Shang, Wen Zhao, Zuxiang Liu, Juehua Yu, Kevin S. Fan, Zhaolong Tian, Qihua He, Wei Song, Zhaoyang Yang, Yi Eve Sun, and Xiaoguang Li
PNAS May 29, 2018. 201804735; published ahead of print May 29, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1804735115

Fonte: Capital Medical University

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Cancro al seno: bene una nuova immunoterapia sperimentale.

Posted by giorgiobertin su giugno 6, 2018

L’immunoterapia è una forma di terapia del cancro che aumenta il sistema immunitario del corpo nella lotta contro i tumori. Il trasferimento cellulare adottivo (ACT – Adoptive cell transfer), in particolare, è un tipo di immunoterapia che rafforza uno specifico tipo di cellula immunitaria: le cellule T.

Nella ACT, gli operatori sanitari raccolgono cellule T dal tumore maligno e isolano le cellule immunitarie che sono le più aggressive contro il cancro. Successivamente, coltivano queste cellule T in gran numero in laboratorio e quindi le reintroducono nel corpo del paziente per via endovenosa. Questa tecnica si è dimostrata essere efficace nel trattamento di diversi tumori, come il melanoma, il cancro del polmone e i tumori della vescica. Questi cancri sono tutti caratterizzati da un alto livello di mutazioni. Non è particolarmente efficace contro i tumori che hanno meno mutazioni, come il cancro allo stomaco, il cancro dell’esofago, il cancro alle ovaie e il cancro al seno.

MRI-scan-breast-cancer
Left: CT scans of a woman with breast cancer before TIL therapy show a lesion invading the chest wall (top) and metastatic lesions in the liver (bottom). Right: Scans 14 months after treatment show all lesions have disappeared. Credit: National Cancer Institute

Ora una nuova e migliorata forma di ACT, descritta su “Nature Medicine“, ha portato a una regressione completa del cancro al seno in un paziente che in precedenza non aveva risposto a tutti gli altri trattamenti, compresa la chemioterapia e la terapia ormonale. Questa nuova forma sperimentale di immunoterapia consiste nell’utilizzare cellule chiamate linfociti infiltranti il ​​tumore (tumor-infiltrating lymphocytes – TILS).

I ricercatori del National Cancer Institute (NCI), hanno rivelato 62 diverse mutazioni e testato quale TILS aveva la capacità di riconoscere queste mutazioni. “Abbiamo sviluppato un metodo ad alto rendimento“, afferma il prof. Steven Rosenberg, “per identificare le mutazioni presenti in un cancro che sono riconosciute dal sistema immunitario“.
Poiché questo nuovo approccio all’immunoterapia dipende dalle mutazioni, non dal tipo di cancro, è in un certo senso un progetto che possiamo usare per il trattamento di molti tipi di cancro” – conclude il prof. Rosemberg.

Leggi abstract dell’articolo:
Immune recognition of somatic mutations leading to complete durable regression in metastatic breast cancer
Nikolaos Zacharakis, Harshini Chinnasamy, Mary Black, Hui Xu, Yong-Chen Lu, Zhili Zheng, Anna Pasetto, Michelle Langhan, Thomas Shelton, Todd Prickett, Jared Gartner, Li Jia, Katarzyna Trebska-McGowan, Robert P. Somerville, Paul F. Robbins, Steven A. Rosenberg, Stephanie L. Goff & Steven A. Feldman
Nature Medicine (2018) Published: 04 June 2018 doi:10.1038/s41591-018-0040-8

Clinical trial, see: https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT01174121

Fonte: Surgery Branch, National Cancer Institute, National Institutes of Health, Bethesda,, USA

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ChemMaps: navigare interattivamente nello spazio chimico.

Posted by giorgiobertin su giugno 5, 2018

I ricercatori della North Carolina State University hanno creato un nuovo servizio online – ChemMaps – che consente agli utenti di navigare interattivamente nello spazio chimico di oltre 8.000 farmaci e 47.000 composti ambientali in 3D e in tempo reale.

ChemMaps è progettato per essere una risorsa centrale per studenti e ricercatori che desiderano visualizzare e studiare facilmente complessi insiemi di strutture chimiche. La prima versione del sito Web gratuito è disponibile all’indirizzo http://www.chemmaps.com


ChemMaps-Demo drugMaps

La premessa per ChemMaps è stata quella di renderlo Google Maps of drugs“, afferma il prof. Denis Fourches. “Permette a chiunque usi un computer o un tablet di navigare e navigare facilmente nello spazio chimico dei farmaci commercializzati in un ambiente 3D. Volevamo davvero rendere l’interfaccia grafica in ChemMaps rilevante per uno studente o per uno specialista in chimica farmaceutica“.

Con ChemMaps, le sostanze chimiche assomigliano a stelle: punti di luce sparsi sullo schermo. Ogni stella o composto è posizionato in relazione con gli altri all’interno dello spazio chimico complesso in base alle loro proprietà strutturali.
ci sono due mappe principali disponibili. Il DrugMap comprende circa 8.000 farmaci (commercializzati, in sviluppo e ritirati) ed è stato preparato dal database DrugBank. La mappa ambientale, o EnvMap, comprende oltre 47.000 composti (come pesticidi o ritardanti di fiamma) di rilevanza per l’Istituto nazionale di studi sulla salute ambientale (NIEHS) e l’Agenzia di protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA) ed è stata preparata dal Tox21, Toxcast e altri database NIEHS.

Accedi al servizio:
ChemMaps

Exploring Drug Space with ChemMaps.com
Alexandre Borrel and Denis Fourches, North Carolina State University; Alexandre Borrel and Nicole Kleinstreuer, National Institute of Environmental Health Sciences
Bioinformatics, https://doi.org/10.1093/bioinformatics/bty412 Published: 22 May 2018

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Globuli del sangue trasformati in neuroni funzionali.

Posted by giorgiobertin su giugno 5, 2018

Le cellule immunitarie umane nel sangue possono essere convertite direttamente in neuroni funzionali in laboratorio in circa tre settimane con l’aggiunta di solo quattro proteine, a scoprirlo i ricercatori della Stanford University School of Medicine.
La trasformazione non richiede alle cellule di entrare per la prima volta in uno stato chiamato pluripotenza, ma avviene invece attraverso un processo più diretto chiamato transdifferenziazione.

La conversione avviene con efficienza relativamente alta – generando fino a 50.000 neuroni da 1 millilitro di sangue – e può essere ottenuta con campioni di sangue freschi o precedentemente congelati e conservati, il che aumenta enormemente le opportunità per lo studio di disturbi neurologici come la schizofrenia e l’autismo.

transdifferenziazione

Nel nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” – PNAS, il prof. Marius Wernig e il suo team si sono concentrati su cellule immunitarie altamente specializzate chiamate cellule T che circolano nel sangue. Le cellule T ci proteggono dalle malattie riconoscendo e uccidendo cellule infette o cancerose. “È piuttosto scioccante quanto sia semplice convertire le cellule T in neuroni funzionali in pochi giorni” – afferma Wernig.

I neuroni umani risultanti non sono perfetti. Non hanno la capacità di formare sinapsi mature, o connessioni, l’una con l’altra. Ma sono in grado di svolgere le principali funzioni fondamentali dei neuroni, i ricercatori sono fiduciosi che saranno in grado di ottimizzare ulteriormente la tecnica in futuro. “Ora abbiamo un modo per studiare direttamente la funzione neuronale di, in linea di principio, centinaia di persone con schizofrenia e autismo” – conclude il prof. Wernig.

Leggi abstract dell’articolo:
Transdifferentiation of human adult peripheral blood T cells into neurons
Koji Tanabe, Cheen Euong Ang, Soham Chanda, Victor Hipolito Olmos, Daniel Haag, Douglas F. Levinson, Thomas C. Südhof, and Marius Wernig
PNAS June 4, 2018. 201720273; published ahead of print June 4, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1720273115

Fonte: Stanford University School of Medicine.

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Il consumo di noci migliora il profilo lipidemico e modifica la composizione del microbiota.

Posted by giorgiobertin su giugno 5, 2018

Questo è il primo studio che approfondisce l’associazione tra la composizione del microbiota, il consumo quotidiano di noci e fattori di rischio cardiovascolare e di carcinoma del colon.
Gli autori hanno confrontato, in un gruppo di uomini e donne adulti e sani, di età compresa tra 50 e 55 anni, gli effetti del consumo di 42 g di gherigli di noce al giorno per tre settimane, rispetto a tre settimane di un’alimentazione simile per apporto calorico, ma priva di noci.

Eating Walnuts

L’assunzione di questa frutta oleaginosa ha modificato la composizione del microbiota intestinale, aumentando la presenza dei ceppi batterici che sintetizzano butirrato, molecola ad azione trofica sulla parete del colon. Dai risultati è emerso che la modificazione del microbiota indotta dal consumo di noci ha ridotto la formazione di acidi biliari secondari (- 25% per l’acido deossicolico e – 45% per l’acido litocolico), ad azione proinfiammatoria, e dotati di un effetto negativo sul rischio di carcinoma del colon.

Questa frutta a guscio, tra l’altro, apporta acido ellagico che, metabolizzato dal microbiota, si trasforma in urolitina, ad azione antinfiammatoria.
In conclusione, questa ricerca conferma gli effetti positivi esercitati dal consumo quotidiano di noci nella prevenzione cardiovascolare e oncologica.

Leggi abstract dell’articolo:
Walnut Consumption Alters the Gastrointestinal Microbiota, Microbially Derived Secondary Bile Acids, and Health Markers in Healthy Adults: A Randomized Controlled Trial.
Holscher HD, Guetterman HM, Swanson KS, An R, Matthan NR, Lichtenstein AH, Novotny JA, Baer DJ.
J Nutr. 2018 May 3. doi: 10.1093/jn/nxy004. [Epub ahead of print]

Fonte: nutrition-foundation.it

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Un test del sangue per la diagnosi precoce di cancro.

Posted by giorgiobertin su giugno 4, 2018

La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori del Taussig Cancer Center della Stanford University: un esame del sangue che identifica i frammenti di DNA rilasciati da alcuni tipi di cancro e che quindi permetterebbe di individuare la malattia ancor prima del suo manifestarsi.

ovarian cancer
Ovarian cancer cells. Researchers hope the tests for cancer cells will become part of a ‘universal screening’ tool. Photograph: Media for Medical/UIG via Getty Images

Nello studio sono state coinvolte 1.600 persone, 749 sane e 878 a cui da poco era stato diagnosticato un tumore. Le rilevazioni più accurate sono state quelle del carcinoma delle ovaie e del pancreas, a seguire del fegato e della cistifellea, e ancora di linfoma e mieloma, cancro intestinale e infine cancro a polmone, testa e collo, prostata, stomaco e utero.

I risultati dello studio sono stati presentati alla conferenza annuale dell’American Society of Clinical Oncologists a Chicago. L’esame è risultato attendibile nel 90% dei casi analizzati, tanto che il National Health Service (NHS), il servizio sanitario inglese, lo adotterà per ottenere diagnosi precise e tempestive.

La maggior parte dei tumori viene rilevata in una fase avanzata, ma questa ‘biopsia liquida’ ci dà l’opportunità di trovarli mesi o anni prima che qualcuno sviluppi sintomi e venga diagnosticata”– ha dichiarato il dottor Eric Klein del centro di Cleveland.
Il test potrebbe arrivare in Italia entro cinque anni.

Leggi abstract presentato:
Development of a comprehensive cell-free DNA (cfDNA) assay for early detection of multiple tumor types: The Circulating Cell-free Genome Atlas (CCGA) study.
Eric A. Klein, Earl Hubbell, Tara Maddala, Alex Aravanis, John F. Beausang, Darya Filippova, Samuel Gross, Arash Jamshidi, Kathryn Kurtzman, Ling Shen, Anton Valouev,……..
J Clin Oncol 36, 2018 (suppl; abstr 12021)

Clinical trial information: NCT02889978

Liquid biopsy

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Tumore al seno iniziale, la chemio si può evitare.

Posted by giorgiobertin su giugno 3, 2018

La chemioterapia può essere evitata nel 70% dei casi di tumore del seno iniziale, con un test basato su 21 geni. Lo indica lo studio americano di fase 3 ‘Tailorx‘ – Trial Assigning Individualised Options for Treatment (Rx), aperto nel 2006 e condotto su 10.273 donne con la forma più comune della malattia, ossia con recettori ormonali postivi e Her2-negativo (video). Presentato nel congresso dell’Asco, il risultato, dicono i ricercatori, “avrà un impatto immediato, risparmiando a migliaia di donne gli effetti collaterali della chemio“. Su questa base, in Italia potrebbero evitare la chemio circa 3.000 pazienti l’anno.


The Trial Assigning Individualized Options for Treatment (TAILORx) primary study group results will be presented at the Plenary Session at ASCO 2018

Questo significa che possiamo limitare la chemio al 30% delle donne per le quali già possiamo prevedere che ne trarranno beneficio”, dice l’autore principale dello studio, Joseph A. Sparano, direttore della Clinical Research – Albert Einstein Cancer Center and Montefiore Health System di New York.

l trial ha utilizzato un particolare test – Taylor X – che valuta l’espressione di 21 geni tumorali. Le donne che avevano un basso punteggio di rischio hanno ricevuto soltanto la terapia ormonale, quelle con alto punteggio hanno ricevuto anche la chemio. Fra le donne arruolate nello studio, 6.711 avevano un punteggio medio di rischio e sono state destinate in maniera casuale a ricevere solo l’ormonoterapia oppure anche la chemio. Il primo obiettivo era la sopravvivenza libera da malattia: da una valutazione a 7 anni e mezzo di follow up si è visto che l’ormonoterapia non era meno efficace se somministrata senza chemio. Quindi viene dimostrato che la chemioterapia non è vantaggiosa per la maggior parte delle donne nel gruppo con punteggio medio. Le due strategie terapeutiche erano ancora praticamente identiche indicando che non c’è beneficio nell’aggiunta della chemio.

I nuovi risultati di TAILORx offrono ai medici dati di alta qualità per le raccomandazioni di trattamento personalizzate per le donne” – afferma il prof. Joseph Sparano.

Abstract:
TAILORX: MANY WOMEN WITH EARLY BREAST CANCER CAN AVOID CHEMOTHERAPY – Endocrine therapy (ET) alone was noninferior to ET plus chemotherapy for women with estrogen receptor (ER)−positive, HER2-negative, axillary node−negative, early-stage breast cancer (BC) with a midrange score as measured by the Oncotype DX Breast Recurrence Score gene expression assay.

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Scoperta la proteina che rallenta l’invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su giugno 1, 2018

I ricercatori dell’University of Texas Southwestern Medical Center hanno scoperto che una mutazione della proteina denominata Beclin-1 sembrerebbe essere in grado non solo di allungare la vita, ritardando la vecchiaia, ma perfino di preservare la salute dalle malattie, più o meno gravi, a cui si va incontro in età avanzata.

levine-team
The UTSW research team that reported on autophagy in Nature includes, from left: (front) Drs. Ming Chang Hu, Beth Levine, and Orson Moe, and (back) Salwa Sebti and Álvaro Fernández.

Il meccanismo in cui questa proteina è coinvolta è quello dell’autofagia, il processo che una cellula usa per smaltire sostanze indesiderate o tossiche che possono danneggiare la salute cellulare. Più le cellule si ‘puliscono‘ più la vita sembra allungarsi e la salute migliorare. Quando si invecchia, questo processo si riduce. Una mutazione della beclin-1, allora, eviterebbe la riduzione di questo meccanismo.

In particolare la mutazione nella proteina autofagica Beclin 1, diminuisce il suo legame con un’altra proteina, Bcl-2, che normalmente inibisce la funzione di Beclin 1 nell’autofagia.
Gli esperimenti, come pubblicato sulla rivista “Nature“, hanno evidenziato che i topi con livelli persistentemente aumentati di autofagia vivono più a lungo e sono più sani.

“I risultati suggeriscono che è importante aumentare l’autofagia su base cronica per trattare malattie come la neurodegenerazione. Inoltre, rivelano un obiettivo specifico per lo sviluppo di farmaci che aumentano l’autofagia – vale a dire l’interruzione del legame di Beclin 1 con Bcl-2. Questi studi hanno importanti implicazioni per la salute umana e per lo sviluppo di farmaci per migliorarla“, afferma il dott. Beth Levine.

Leggi abstract dell’articolo:
Disruption of the beclin 1–BCL2 autophagy regulatory complex promotes longevity in mice
Álvaro F. Fernández, Salwa Sebti[…]Beth Levine
Nature Published: 30 May 2018 doi:10.1038/s41586-018-0162-7

Fonte: University of Texas Southwestern Medical Center

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