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Posts Tagged ‘nutrizione’

Obesità e disfunzioni metaboliche modificano il funzionamento del cervello.

Posted by giorgiobertin su dicembre 14, 2017

Quello che mangiamo e quanto mangiamo può ripercuotersi anche sul funzionamento del cervello. Ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori dell’Università Cattolica di Roma pubblicato sulla rivista “Nature Communications“.

diabete-obesi-salute  demenza

Lo studio, condotto sugli animali, mostra come una dieta ricca di grassi sia associata a un declino delle funzioni cognitive. I responsabili sarebbero i grassi stessi che modificano uno dei meccanismi con cui i neuroni comunicano tra loro. In particolare L’obesità e il diabete di tipo 2 alterano il funzionamento di un ‘interruttore’ chiave per apprendimento e memoria, il recettore per il glutammato “GluA1” che, esposto sui neuroni, serve loro per comunicare.

Finora, la ricerca nel settore delle malattie metaboliche si è concentrata prevalentemente sugli effetti dell’insulino-resistenza sugli organi periferici quali muscoli e fegato. “Il nostro studio sottolinea l’importanza di rivolgere una maggiore attenzione agli effetti dell’insulino-resistenza sulle funzioni del cervello” sottolinea il professor Grassi. “Riteniamo che i risultati delle nostre ricerche abbiano una grande rilevanza clinica in quanto mettono in luce un meccanismo responsabile degli effetti negativi esercitati da una alimentazione squilibrata sulle funzioni cerebrali e, più in generale, consentono di comprendere meglio il rapporto tra nutrizione e funzioni cognitive“.

Abbiamo dimostrato – afferma il dott. Marco Spinelli – che bloccando geneticamente o farmacologicamente la palmitoilazione del recettore GluA1 siamo in grado di annullare gli effetti dannosi dell’insulino-resistenza sulle funzioni cognitive“.  E’ stato dimostrato (in modelli sperimentali animali) che un trattamento assolutamente non invasivo, quale la somministrazione tramite spray nasale di un farmaco che blocca la palmitoilazione, è in grado di contrastare le alterazioni di apprendimento e memoria che si osservano negli animali sottoposti a dieta grassa.

Leggi abstract dell’articolo:
Brain insulin resistance impairs hippocampal synaptic plasticity and memory by increasing GluA1 palmitoylation through FoxO3a
Matteo Spinelli, Salvatore Fusco, Marco Mainardi, Federico Scala, Francesca Natale, Rosita Lapenta, Andrea Mattera, Marco Rinaudo, Domenica Donatella Li Puma, Cristian Ripoli, Alfonso Grassi, Marcello D’Ascenzo & Claudio Grassi
Nature Communications 8, Article number: 2009 (2017) Published online: 08 December 2017 doi:10.1038/s41467-017-02221-9

Fonte: Università Cattolica di Roma

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Una dieta liquida contro il Diabete tipo 2.

Posted by giorgiobertin su dicembre 7, 2017

Uno studio, pubblicato sulla rivista “Lancet“, potrebbe rivoluzionare il trattamento contro il Diabete tipo 2. Una dieta liquida ipocalorica per 5 mesi, a base di zuppe e frullati per innescare una massiccia perdita di peso, è riuscita a dare scacco al diabete di tipo 2. Il trial (DiRECT – Diabetes Remission Clinical Trial) condotto in Gran Bretagna, è stato salutato come un lavoro straordinario dall’associazione Diabetes Uk.

  Prof. Roy Taylor – Newcastle University

Ogni giorno i 298 partecipanti alla sperimentazione (Trial) dovevano consumare quattro pasti liquidi: si trattava di bustine di polvere da sciogliere in acqua, per fare una minestra o un frullato, con un contenuto di 200 calorie e la giusta composizione di nutrienti. Una volta perso peso, i dietisti hanno poi aiutato i pazienti a reintrodurre cibi solidi e salutari.

In base ai dati pubblicati e presentati all’International Diabetes Federation Congress in Abu Dhabi  il 5 Dicembre 2017,  il 46% dei pazienti che ha iniziato la sperimentazione è guarito un anno dopo, l’86% che aveva perso 15 chili o di più ha visto scomparire il diabete di tipo 2 e solo il 4% è guarito con le terapie ora in uso. Non si tratta però di una cura definitiva, avvertono i medici. Se si riprende peso infatti, il diabete ritorna.

Il grasso, spiegano i prof.i Mike Lean dell’University of Glasgow e Roy Taylor della Newcastle University, altera il funzionamento del pancreas e delle beta cellule che controllano i livelli di zucchero nel sangue. La dieta elimina il grasso e il pancreas torna a funzionare bene. Il trial ha incluso solo pazienti con una diagnosi negli ultimi sei anni. Si ritiene infatti che avere il diabete di tipo 2 per periodi molto lunghi possa causare danni irreversibili.

Leggi abstract dell’articolo:
Primary care-led weight management for remission of type 2 diabetes (DiRECT): an open-label, cluster-randomised trial
Prof Michael EJ Lean, Wilma S Leslie, Prof. Roy Taylor, et al.
The Lancet DOI: Published: 05 December 2017 http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(17)33102-1

This trial is registered with the ISRCTN registry, number 03267836.

Read on to find out more about how our DiRECT low-calorie research came to life – where you can hear from our scientists and the people with Type 2 diabetes who took part in the study.

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La soia potrebbe aumentare il rischio di cancro alla prostata.

Posted by giorgiobertin su novembre 28, 2017

In uno studio pubblicato sulla rivista “International Journal of Cancer” i ricercatori del Fairbanks School of Public Health dell’Università dell’Indiana, hanno trovato che alcuni elementi presenti nella soia, aumentano il rischio di cancro alla prostata.

soia

In particolare alimenti ricchi di fitoestrogeni e isoflavoni, appunto come la soia, possano aumentare il rischio di cancro in alcuni organi per la loro somiglianza strutturale al 17 β-estradiolo.

Il presente studio indaga se l’assunzione di questi composti può influenzare il rischio di cancro alla prostata nelle popolazioni umane. Durante un follow-up mediano di 11,5 anni, sono stati identificati 2.598 casi di cancro alla prostata (inclusi 287 casi avanzati) tra i 27.004 uomini inseriti in un test di screening del cancro della prostata, del polmone e del colon-retto. Valutando gli stili di vita e le abitudini alimentari attraverso i dati statistici è risultato che il cancro della prostata, soprattutto le sue forme avanzate ed aggressive, era più frequente in coloro che assumevano alimenti ricchi di isoflavoni.

Leggi abstract dell’articolo:
Dietary intake of isoflavones and coumestrol and the risk of prostate cancer in the Prostate, Lung, Colorectal and Ovarian Cancer Screening Trial
Reger, M. K., Zollinger, T. W., Liu, Z., Jones, J. F. and Zhang, J.
Int. J. Cancer. doi:10.1002/ijc.31095

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Un composto dello zafferano contro l’Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su novembre 23, 2017

Un nuovo studio condotto dai ricercatori italiani del Laboratorio di Neurogenetica – Centro Europeo di Ricerca sul Cervello (CERC) – IRCCS Santa Lucia coordinati dal prof. Antonio Orlacchio ha dimostrato che un estratto dello zafferano potrebbe favorire la degradazione della proteina tossica beta-amiloide, che sarebbe la più probabile causa della malattia.

zafferano

Nello studio sono state prese in esame le cellule immunitarie di 22 pazienti affetti dalla forma più diffusa di Alzheimer e con un quadro di declino cognitivo ancora lieve. Le cellule sono state trattate in provetta con la trans-crocetina, un componente attivo dello zafferano. Secondo i risultati della ricerca, questa sostanza favorirebbe la degradazione della proteina tossica beta-amiloide attraverso il potenziamento dell’attività di un enzima di degradazione cellulare chiamato catepsina B, reso più efficiente proprio dal componente attivo.

In altri studi lo zafferano si è dimostrato efficace nel trattamento di tessuti neurali degenerati come la retina mentre crocine e crocetine hanno mostrato effetti antinfiammatori in cellule cerebrali in provetta.

Il prossimo step è quello a breve di avviare a un trial clinico sull’uomo. Se i risultati venissero confermati si apre la strada alla produzione di nuovi farmaci contro l’Alzheimer dallo zafferano.

Leggi abstract dell’articolo:
Trans-crocetin improves amyloid-β degradation in monocytes from Alzheimer’s Disease patients
Roberto Tiribuzi, Lucia Crispoltoni, Valerio Chiurchiù, Antonella Casella, Celeste Montecchiani, Alberto Marco Del Pino, Mauro Maccarrone, Carlo Alberto Palmerini, and others
Journal of the Neurological Sciences, Vol. 372, p408–412 Published online: November 6, 2016

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Le noci rafforzano il cervello.

Posted by giorgiobertin su novembre 16, 2017

Sempre più studi stanno rivelando che le noci sono un toccasana per la nostra salute, con benefici che vanno da una migliore salute cardiovascolare a una maggiore memoria e cognizione. Questo nuovo studio ha esaminato le onde cerebrali innescate dal consumo di noci e ha trovato ulteriori prove sui benefici cognitivi.
Lo studio pubblicato sulla rivista “Faseb Journal è stato presentato all’Experimental Biology 2017 annual meeting, San Diego, CA.

pistahios
Pistachios were shown to induce the strongest gamma waves, which are associated with improved cognition and learning.

Il prof. Lee Berk ed i suoi colleghi della School of Medicine, Loma Linda University, hanno osservato che le noci hanno alte concentrazioni di flavonoidi – cioè antiossidanti che si ritiene abbiano effetti anti-infiammatori, anti-cancerogeni e protettivi del cuore. Come dimostrato nello studio i flavonoidi possono anche entrare nelle aree dell’ippocampo cerebrale responsabili dell’apprendimento e della memoria. Questi flavonoidi inducono effetti neuroprotettivi, portando alla “neurogenesi” o “nascita” di nuovi neuroni, oltre a migliorare il flusso di sangue al cervello.

I partecipanti allo studio hanno consumato regolarmente mandorle, arachidi, noci e pistacchi. Sono state misurate le onde cerebrali con EEG. Dalle prove obiettive è emerso che le diverse bande d’onda degli EEG cerebrali sono modulate in modo differenziale dai diversi tipi di noci. Esiste un’associazione benefica per la salute delle noci in generale con un aumento delle onde gamma (deputate all’elaborazione e alla memorizzazione delle informazioni) e delle onde delta (collegate con una migliore risposta immunitaria). In particolare i pistacchi aumentano le onde gamma.

Leggi abstract dell’articolo:
Nuts and Brain Health: Nuts Increase EEG Power Spectral Density (μV&[sup2]) for Delta Frequency (1–3Hz) and Gamma Frequency (31–40 Hz) Associated with Deep Meditation, Empathy, Healing, as well as Neural Synchronization, Enhanced Cognitive Processing, Recall, and Memory All Beneficial For Brain Health
Lee Berk, Everett Lohman, Gurinder Bains, Kristin Bruhjell, Jessica Bradburn, Nikita Vijayan, Sayali More, Krisha Patel, Sayali Dhuri, Siddarth Mourya, Gyuhyun Park, Ankita Gujaran and Shruti Nikam
The FASEB Journal vol. 31 no. 1 Supplement 636.24

Fonte: School of Medicine, Loma Linda University, CA

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ASCO: Linee guida su alcol e rischio di cancro.

Posted by giorgiobertin su novembre 15, 2017

Sono state pubblicate sulla rivista “Journal of Clinical Oncology“, a cura dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) gli orientamenti sul consumo di alcol e lo sviluppo del cancro.
Secondo l’ASCO le probabilità di sviluppare il cancro aumentano con l’aumentare del consumo di alcol. Il fattore di rischio oncologico legato al consumo di alcol è spesso sottovalutato.

Alcohol-and-cancer

Scarica e leggi il documento in full text:
Alcohol and Cancer: A Statement of the American Society of Clinical Oncology
Noelle K. LoConte, Abenaa M. Brewster, Judith S. Kaur, Janette K. Merrill, and Anthony J. Alberg
Journal of Clinical Oncology 0 0:0

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Lo zucchero rende i tumori più aggressivi.

Posted by giorgiobertin su ottobre 18, 2017

Un progetto di ricerca durato nove anni ha esaminato il legame tra zucchero e cancro ed ha fornito un importante passo avanti nella ricerca sul cancro. In particolare gli scienziati del Katholieke Universiteit Leuven in Belgio, hanno scoperto che lo zucchero “risveglia” le cellule tumorali e rende i tumori più aggressivi.

sugar

Il professore Johan Thevelein, principale autore dello studio pubblicato sulla rivista “Nature Communications“,  afferma che i risultati  spiegano il meccanismo che sottende la crescita aggressiva del cancro e come viene alimentata dal glucosio. Il team ha dimostrato che il consumo di zucchero iperattivo delle cellule tumorali porta ad un circolo vizioso di stimolazione continua dello sviluppo e crescita del cancro, spiegando il legame tra la forza dell’effetto Warburg e l’aggressività tumorale. L’effetto Warburg è un fenomeno in cui le cellule tumorali rapidamente abbattono gli zuccheri.

Inoltre, la ricerca condotta sulle cellule di lievito è stata dichiarata essenziale per la scoperta, in quanto contengono le stesse proteine ​​”Ras” comunemente presenti nelle cellule tumorali che possono causare il cancro in forma mutata. “Abbiamo osservato nel lievito che il degrado dello zucchero è collegato tramite il fruttosio 1,6-biofosfato intermedio all’attivazione delle proteine ​​Ras, che stimolano la moltiplicazione sia delle cellule del lievito che delle cellule tumorali“, ha aggiunto Thevelein.

I ricercatori affermano che questi risultati avranno delle conseguenze e forniranno “fondamenti per future ricerche in questo settore“, oltre ad avere un impatto sulle diete fatte su misura per i pazienti affetti da tumore.

Leggi abstract del’articolo:
Fructose-1,6-bisphosphate couples glycolytic flux to activation of Ras
Ken Peeters, Frederik Van Leemputte, Baptiste Fischer, Beatriz M. Bonini, Hector Quezada, Maksym Tsytlonok, Dorien Haesen, Ward Vanthienen, Nuno Bernardes, Carmen Bravo Gonzalez-Blas, Veerle Janssens, Peter Tompa, Wim Versées & Johan M. Thevelein
Nature Communications 8, Article number: 922 (2017) Published online: 13 October 2017, doi:10.1038/s41467-017-01019-z

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Nelle donne lo stress danneggia la salute dell’intestino.

Posted by giorgiobertin su ottobre 18, 2017

I ricercatori del Department of Microbiology and Molecular Biology at Brigham Young University in Provo, UT, USA, hanno scoperto che i topi femmine quando sono stati esposti allo stress hanno subito cambiamenti nel loro microbioma intestinale – cioè la comunità di microrganismi che risiedono nell’intestino – paragonabili a quanto è visto in risposta ad una dieta ad alto contenuto di grassi.


Stress could be just as unhealthy as junk food

Lo stress può essere dannoso in molti modi, ma questa ricerca è nuova in quanto lega lo stress a cambiamenti specifici nel microbiota intestinale delle donne“, afferma la prof.ssa Bridgewater. “A volte pensiamo allo stress come un fenomeno puramente psicologico, ma provoca diversi cambiamenti fisici” (video).

Nella società, le donne tendono ad avere tassi più alti di depressione e ansia, che sono legati allo stress“, conclude la Bridgewater. “Questo studio suggerisce che una possibile fonte della diversità di genere può essere ricondotta ai diversi modi con cui il microbiota dell’intestino risponde allo stress nei maschi e nelle le femmine“.

Anche se lo studio è stato effettuato solo sugli animali, i ricercatori ritengono che può avere implicazioni significative per gli esseri umani.

Leggi il full text dell’articolo:
Gender-based differences in host behavior and gut microbiota composition in response to high fat diet and stress in a mouse model
Laura C. Bridgewater, Chenhong Zhang, Yanqiu Wu, Weiwei Hu, Qianpeng Zhang, Jing Wang, Shengtian Li & Liping Zhao
Scientific Reports 7, Article number: 10776 (2017) doi:10.1038/s41598-017-11069-4

Fonte: Department of Microbiology and Molecular Biology at Brigham Young University in Provo

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Calcio nella prevenzione dell’osteoporosi in postmenopausa – linea guida.

Posted by giorgiobertin su ottobre 14, 2017

Il calcio è vitale per la fortificazione delle ossa sane e le società scientifiche di tutto il mondo hanno fornito indicazioni sui fabbisogni quotidiani dall’infanzia alla vecchiaia. L’European Menopause and Andropause Society (EMAS) ha rilasciato una nuova guida clinica che riassume le prove sugli effetti del calcio nella riduzione del rischio di osteoporosi dopo la menopausa.

Maturitas

L’assunzione giornaliera di calcio dopo la menopausa varia da 700 a 1.200 mg. È incerto se l’assunzione eccessiva può causare danni. Alcuni studi epidemiologici hanno sollevato preoccupazioni per il rischio cardiovascolare, la demenza o, paradossalmente, la frattura.

Leggi il documento:
Calcium in the prevention of postmenopausal osteoporosis: EMAS clinical guide
Antonio Cano, Peter Chedraui, Dimitrios G. Goulis, Patrice Lopes, Gita Mishra, Alfred Mueck, Levent M. Senturk, Tommaso Simoncini, John C. Stevenson, Petra Stute, Pauliina Tuomikoski, Margaret Rees, Irene Lambrinoudaki
Maturitas Volume 107, January 2018, Pages 7-12 https://doi.org/10.1016/j.maturitas.2017.10.004

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Lo zinco blocca le cellule tumorali dell’esofago.

Posted by giorgiobertin su ottobre 6, 2017

I ricercatori dell’University of Texas, Arlington, Texas, USA hanno dimostrato che lo zinco sospende in modo selettivo la crescita delle cellule tumorali, ma non le cellule epiteliali esofagee normali.

Zinc-Pills Zinc

Studi precedenti sull’argomento, in realtà, avevano dimostrato che lo zinco è un oligoelemento molto importante per il mantenimento dello stato di salute e per la protezione dell’esofago dal cancro, ma la base di questo meccanismo protettivo non era nota.
La carenza di zinco è stata riscontrata in molti pazienti affetti da tumore“, ha dichiarato il prof. Zui Pan. che ha pubblicato il lavoro sulla rivista “The FASEB Journal“, giornale della Federation of American Societies for Experimental Biology.
I dati clinici e gli studi sugli animali hanno dimostrato che questo minerale è molto importante per la salute del corpo e per la prevenzione del cancro”. “Il nostro studio, per la prima volta, rivela che lo zinco ostacola i segnali di calcio inattivi nelle cellule tumorali, che è assente nelle cellule normali, e quindi lo zinco inibisce selettivamente la crescita delle cellule tumorali. Una quantità insufficiente di zinco può portare allo sviluppo di tumori e altre malattie“.

Lo zinco è abbondante negli spinaci, nei semi di lino, nel manzo, nei semi di zucca e nei frutti di mare come gamberi e ostriche.

Selective inhibitory effects of zinc on cell proliferation in esophageal squamous cell carcinoma through Orai1
Sangyong Choi, Chaochu Cui, Yanhong Luo, Sun-Hee Kim, Jae-Kyun Ko, Xiaofang Huo, Jianjie Ma, Li-wu Fu, Rhonda F. Souza, Irina Korichneva, and Zui Pan
Faseb Journal Published online before print September 19, 2017, doi:10.1096/fj.201700227RRR

Fonte: University of Texas, Arlington, Texas

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Sintetizzate nuove molecole dal luppolo in grado di contrastare i tumori.

Posted by giorgiobertin su ottobre 3, 2017

I ricercatori dell’Università di Pisa in collaborazione con il laboratorio di biologia vascolare e angiogenesi di MultiMedica e con l’Università dell’Insubria di Varese, hanno valutato le proprietà anti-angiogenetiche di alcuni derivati sintetici dello xantumolo, scoprendo che due di essi sono in grado di esercitare un’attività anti-angiogenetica maggiore rispetto al principio contenuto nel fitocomposto naturale, che si trova nel luppolo, e quindi nella birra.

luppolo-derivati Credit image Università di Pisa.

Questa ricerca – spiega il professor Rossello coordinatore del progetto – ha avuto l’obiettivo di progettare e sviluppare modificazioni strutturali della molecola dello xantumolo per migliorarne le proprietà anti angiogeniche mantenendo la sua bassa tossicità. Lo studio, durato quattro anni, ha evidenziato che i nuovi Xantumoli possiedono una capacità di riduzione dell’angiogenesi dell’80% in test sperimentali e sono risultati particolarmente efficaci nell’interferire con funzioni chiave della cellula endoteliale (struttura di base cellulare che costituisce i vasi sanguigni tumorali), quali la proliferazione, l’adesione, la migrazione, l’invasione e la formazione di strutture simil-capillari”.

Questi nostri risultati – conclude il docente dell’Università di Pisa – aprono la strada per lo sviluppo futuro su più ampia scala di analoghi sintetici dello Xantumolo da sperimentare come possibili agenti chemiopreventivi efficaci, alternativi e a basso costo“.

Il passo successivo, affermano i ricercatori, sarà quello di testare i più attivi derivati brevettati del luppolo in modelli cellulari complessi e individuare i principali interruttori molecolari coinvolti nel loro effetto anti-angiogenico e anti-tumorale come possibili bersagli da colpire, sia in approcci terapeutici sia di prevenzione.

Leggi abstract dell’articolo:
Synthesis and antiangiogenic activity study of new hop chalcone Xanthohumol analogues
Elisa Nuti, Barbara Bassani, Caterina Camodeca, Lea Rosalia,… Armando Rossello
European Journal of Medicinal Chemistry, Volume 138, 29 September 2017, Pages 890-899https://doi.org/10.1016/j.ejmech.2017.07.024

Fonte: Comunicato stampa Università di Pisa

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Scoperti i neuroni che ‘spengono’ l’appetito.

Posted by giorgiobertin su settembre 29, 2017

I ricercatori dell’University of Warwick, coordinati dal professore di neuroscienze Nicholas Dale, hanno scoperto nel cervello i neuroni che ‘spengono’ l’appetito. Si attivano in presenza di alcuni cibi e fanno scattare il segnale di sazietà. Si chiamano taniciti – sono localizzati al centro della regione cerebrale che controlla il peso corporeo e producono un senso di sazietà quando avvertono la presenza cibi ricchi di aminoacidi. Due aminoacidi che reagiscono maggiormente con taniciti – e quindi probabilmente ci fanno sentire più pieni – sono arginina e lisina, presenti nel pollo, sgombro, avocado, albicocche, mandorle, lenticchie, spalla di maiale e lombata.

Tanycytes  Tanycytes1

I livelli di aminoacidi nel sangue e nel cervello dopo un pasto sono un segnale molto importante che fa scattare la sensazione di sazietà“, affernma Nicholas Dale. “Scoprire il ruolo dei taniciti ha importanti implicazioni per la ricerca di nuovi modi per aiutare le persone a controllare il peso“.

Questa grande scoperta, pubblicata sulla rivista “Molecular Metabolism“, apre nuove possibilità per creare diete più efficaci – e anche i trattamenti futuri per sopprimere l’appetito attivando direttamente i taniciti del cervello.

Leggi abstract dell’articolo:
Amino acid sensing in hypothalamic tanycytes via umami taste receptors
Greta Lazutkaite, Alice Soldà, Kristina Lossow, Wolfgang Meyerhof, Nicholas Dale
Molecular Metabolism Available online 14 September 2017 https://doi.org/10.1016/j.molmet.2017.08.015

Fonte: University of Warwick

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Livelli di magnesio e rischio demenza.

Posted by giorgiobertin su settembre 22, 2017

Un nuovo studio pubblicato nella rivista “Neurology” suggerisce che entrambi i livelli molto elevati e molto bassi di magnesio possono mettere le persone a rischio di sviluppare la demenza.
I ricercatori dell’Università Erasmus Medical Center di Rotterdam, Paesi Bassi, coordinati dalla prof.ssa Kieboom, hanno misurato i livelli di magnesio nel sangue in 9.569 partecipanti di età media 64,9 anni. I partecipanti non hanno avuto demenza all’inizio dello studio, cioè tra il 1997 e il 2008. Sono stati seguiti clinicamente per 8 anni in media, fino al gennaio 2015.

foods-rich-in-magnesium

Durante il periodo di follow-up, 823 persone hanno sviluppato la demenza. Di questi, 662 sono stati diagnosticati con malattia di Alzheimer.
Per quanto riguarda i livelli di magnesio, sia quelli del gruppo alto che del basso avevano significativamente maggiori probabilità di sviluppare la demenza rispetto a quelli del gruppo medio.

I bassi livelli di magnesio si definiscono uguali o inferiori a 0,79 millimoli per litro e livelli elevati di magnesio sono stati definiti uguali o superiori a 0,90 millimoli per litro.

Se i risultati saranno confermati, i test del magnesio nel sangue potrebbero essere usati per esaminare le persone a rischio di demenza. “Poiché le attuali opzioni di trattamento e di prevenzione della demenza sono limitate, abbiamo urgente bisogno di identificare nuovi fattori di rischio per la demenza. Ridurre il rischio di demenza attraverso dieta o integratori, potrebbe essere molto utile” – afferma Kieboom.

Leggi abstract dell’articolo:
Serum magnesium is associated with the risk of dementia
Brenda C.T. Kieboom, Silvan Licher, Frank J. Wolters, M. Kamran Ikram, Ewout J. Hoorn, Robert Zietse, Bruno H. Stricker, and M. Arfan Ikram
Neurology published ahead of print September 20, 2017, doi:10.1212/WNL.0000000000004517: 1526-632X

Fonte:

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Confermato legame tra vitamina D e rischio di Sclerosi Multipla.

Posted by giorgiobertin su settembre 18, 2017

Un importante studio genetico ha confermato il legame tra bassi livelli di vitamina D e maggior rischio di contrarre la sclerosi multipla.
Le donne che hanno una carenza di vitamina D potrebbero avere il 43% in più di probabilità di sviluppare la sclerosi multipla (MS) rispetto a quelle con livelli normali della vitamina. Ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health, Boston, i cui risultati suggeriscono che la correzione di questa carenza, in particolare tra le giovani e le donne di mezza età, può ridurre il rischio.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Neurology“.

vitaminaD

Lo studio finlandese di coorte (Finnish Maternity Cohort) iniziato nel 1983, ha coinvolto 800.000 donne finlandesi, che riportano storicamente livelli bassi di vitamina D. I ricercatori hanno definito la carenza di vitamina D sotto i 30 nanomoli per litro; livelli insufficienti, compresi tra 30 e 49 nanomoli per litro; e livelli normali, 50 nanomoli per litro e superiori.
Il nostro studio – afferma la dott.ssa Kassandra Munger – che coinvolge un gran numero di donne, suggerisce che la correzione della carenza di vitamina D nelle donne giovani e di mezza età può ridurre il rischio futuro di MS“.

La vitamina D è prodotta nella nostra pelle grazie all’esposizione solare, infatti è grazie al sole che il nostro corpo è in grado di sintetizzarla. Alcuni alimenti sono utili alla formazione di vitamina D come alcuni tipi di pesce tra cui l’aringa, le sardine e lo sgombro, l’olio di fegato di merluzzo, le uova e molti altri.

Leggi abstract dell’articolo:
25-Hydroxyvitamin D deficiency and risk of MS among women in the Finnish Maternity Cohort
Kassandra L. Munger, Kira Hongell, Julia Aivo, Merja Soilu-Hänninen, Heljä-Marja Surcel, and Alberto Ascherio
Neurology Published online before print September 13, 2017, doi: http:/​/​dx.​doi.​org/​10.​1212/​WNL.​0000000000004489

Fonte: Harvard T.H. Chan School of Public HealthECTRIMS Online Library. Ascherio A. Sep 16, 2016; 147045

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Riabilitazione nutrizionale nei disturbi dell’alimentazione.

Posted by giorgiobertin su settembre 11, 2017

Sono stati pubblicati a cura del Ministero della Salute le “Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei disturbi dell’alimentazione“.

Quaderno-alimentazione

Il documento fa parte della collana dei “Quaderni del Ministero della Salute” e vuole essere un pratico ausilio per gli operatori sanitari coinvolti nella cura dei disturbi dell’alimentazione per identificare correttamente le persone che necessitano di un supporto nutrizionale e mettere in atto i trattamenti più appropriati al momento opportuno.

Scarica e leggi il documento in full text:
Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei disturbi dell’alimentazione
Settembre 2017

Workshop nazionale, Presentazione – Roma 7 settembre 2017

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Creato rilevatore portatile di allergeni alimentari.

Posted by giorgiobertin su settembre 7, 2017

I ricercatori del Massachusetts General Hospital, e della Harvard Medical School, Boston, hanno sviluppato un nuovo sistema portatile di rilevamento degli allergeni – includendo l’analizzatore in un portachiavi – che potrebbe aiutare la maggior parte delle persone con allergie alimentari a gestisce la loro condizione evitando alcuni alimenti specifici, i pesci, le uova o altri prodotti che causano reazione allergica, che può variare da un lieve eruzione cutanea allo ‘shock anafilattico‘ pericoloso per la vita.

iEAT
A portable allergen-detection system with a keychain analyzer could help people with food allergies test their meals.
Credit: The American Chemical Society

I metodi convenzionali per rilevare questi trigger nascosti richiedono apparecchiature di laboratorio ingombranti, sono lenti e non rilevano basse concentrazioni.
Il nuovo dispositivo integrated exogenous antigen testing, o iEAT è costituito da un dispositivo palmare per estrarre allergeni dal cibo, e da un lettore elettronico nel portachiavi per rilevare gli allergeni. La comunicazione dei dati ad uno smartphone avviene in wireless. In meno di 10 minuti, il prototipo potrebbe rilevare cinque allergeni, dal grano, alle arachidi, dalle nocciole, al latte e uova, a livelli inferiori al saggio di laboratorio standard.

Leggi abstract dell’articolo:
Integrated Magneto-Chemical Sensor For On-Site Food Allergen Detection
Hsing-Ying Lin, Chen-Han Huang, Jongmin Park, Divya Pathania, Cesar M. Castro, Alessio Fasano, Ralph Weissleder, Hakho Lee.
ACS Nano, Article ASAP DOI: 10.1021/acsnano.7b04318

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Mangiare carne aumenta il rischio di diabete.

Posted by giorgiobertin su settembre 6, 2017

Il professor Koh Woon Puay delle Scienze Cliniche presso la Duke-NUS Medical School (Duke-NUS) e il suo team ha scoperto che una maggiore assunzione di carne rossa e pollame è associata ad un rischio significativamente maggiore di sviluppare il diabete, questo è parzialmente attribuito al più alto contenuto di ferro in queste carni.

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Questi risultati provengono dallo Singapore Chinese Health Study, che ha reclutato 63.257 adulti di età compresa tra i 45 e i 74 anni tra il 1993 e il 1998 e poi li ha seguiti dal punto di vista alimentare per una media di circa 11 anni. Un più alto consumo di carne rossa e pollame ha evidenziato un aumento del rischio di diabete del 23%, mentre l’assunzione di pesce/molluschi non era associata a rischio di diabete.
Il professor Koh ha affermato: “Non abbiamo bisogno di rimuovere completamente la carne dalla dieta. E’ importante ridurre l’assunzione giornaliera, in particolare per la carne rossa, e scegliere il petto di pollo (non altre parti) e i pesci/molluschi o i prodotti alimentari proteici vegetali e prodotti lattiero-caseari per ridurre il rischio di diabete”.

I risultati di questo, che è uno dei maggiori studi asiatici sul consumo di carne e rischio di diabete è stato pubblicato sulla rivista “American Journal of Epidemiology“.

Leggi abstract dell’articolo:
Meat, Dietary Heme Iron, and Risk of Type 2 Diabetes Mellitus: The Singapore Chinese Health Study
Mohammad Talaei, Ye-Li Wang, Jian-Min Yuan, An Pan, Woon-Puay Koh
American Journal of Epidemiology, Published: 22 August 2017, https://doi.org/10.1093/aje/kwx156

Fonte:  Clinical Sciences at Duke-NUS Medical School

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I carboidrati e non i grassi aumentano la mortalità cardiovascolare.

Posted by giorgiobertin su agosto 30, 2017

Un elevato apporto di carboidrati è associato a un aumentato del rischio di mortalità, mentre i lipidi non solo correlano con una minore mortalità totale, ma non si legano ad alcun aumento di morbilità o mortalità cardiovascolare.

Questi sono i risultati dello studio prospettico PURE, (Prospective Urban Rural Epidemiology) condotto su più di 135.000 persone in cinque continenti (18 paesi) seguite in media per 7,4 anni e valutate dal punto di vista alimentare da parte della McMaster University di Hamilton in Canada. La ricerca è stata pubblicata su due articoli della rivista “The Lancet“.

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Lo studio ha dimostrato che una dieta che include una moderata assunzione di grassi, frutta e verdura, ed evita elevati livelli di carboidrati, è associata a un minore rischio di morte.
La ricerca sui grassi dietetici ha scoperto che non sono associati a grandi malattie cardiovascolari, ma il consumo di grasso superiore è stato associato con una minore mortalità. Questo è stato visto per tutti i principali tipi di grassi (grassi saturi, grassi polinsaturi e grassi mono insaturi), con grassi saturi associati a un rischio di ictus inferiore.

I grassi totali e i singoli tipi di grasso non sono stati associati al rischio di attacchi di cuore o di morte a causa di malattie cardiovascolari.

Una diminuzione dell’assunzione di grassi ha portato automaticamente ad un aumento del consumo di carboidrati e le nostre scoperte potrebbero spiegare perché alcune popolazioni come i sud asiatici, che non consumano molto grassi ma consumano molti carboidrati, hanno tassi di mortalità più elevati” – spiega il prof. Mahshid Dehghan, autore principale dello studio.
Piuttosto che concentrarsi sulla riduzione dei grassi alimentari, le linee guida dovrebbero invece consigliare di ridurre i carboidrati” – concludono i ricercatori.

Nello stesso studio, pubblicato contemporaneamente da “The Lancet Diabetes and Endocrinology“, i ricercatori hanno esaminato l’impatto dei grassi e dei carboidrati sui lipidi nel sangue e sulla pressione sanguigna. Hanno scoperto che LDL (cosiddetto colesterolo “cattivo”) non è affidabile nel prevedere gli effetti del grasso saturo sugli eventi cardiovascolari futuri. Invece, il rapporto tra Apolipoprotein B (ApoB) e Apolipoprotein A1 (ApoA1) fornisce la migliore indicazione dell’impatto del grasso saturo sul rischio cardiovascolare.

Leggi abstracts degli articoli:
Fruit, vegetable, and legume intake, and cardiovascular disease and deaths in 18 countries (PURE): a prospective cohort study
Victoria Miller,…et al.
The Lancet Published: August 29, 2017

Associations of fats and carbohydrate intake with cardiovascular disease and mortality in 18 countries from five continents (PURE): a prospective cohort study
Mahshid Dehghan, …. et al.
The Lancet Published: August 29, 2017

Association of dietary nutrients with blood lipids and blood pressure in 18 countries: a cross-sectional analysis from the PURE study
Andrew Mente,…. et al.
The Lancet Diabetes & Endocrinology Published: August 29, 2017

Fonte: McMaster University di Hamilton

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La fibra alimentare aiuta a mantenere sano l’intetsino.

Posted by giorgiobertin su agosto 11, 2017

I ricercatori di UC Davis Health, in una ricerca pubblicata sulla rivista “Science“, hanno scoperto come i sottoprodotti della digestione della fibra alimentare da parte dei microbi intestinali fungono da combustibile giusto per aiutare le cellule intestinali a mantenere la salute dell’intestino.

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La ricerca è importante perché identifica un potenziale obiettivo terapeutico per riequilibrare il microbiota intestinale e aggiunge un crescente consenso sulla complessa interazione tra microbiota intestinale e fibra alimentare.
La nostra ricerca suggerisce che uno dei migliori approcci per mantenere la salute dell’intestino potrebbe essere quello di nutrire i microbi intestinali benefici con la fibra alimentare, la loro fonte preferita di sostentamento“, ha dichiarato Andreas Bäumler, professore di microbiologia medica e immunologia a UC Davis Health e autore dello studio.

I microbi intestinali residenti metabolizzano la fibra alimentare non digerita per produrre acidi grassi a catena corta, che segnalano alle cellule dell’intestino di massimizzare il consumo di ossigeno, limitando così la quantità di ossigeno diffuso nel lumen intestinale. I batteri utili non sopravvivono in un ambiente ricco di ossigeno, il che significa che il nostro microbioma e le cellule intestinali lavorano insieme per promuovere un ciclo virtuoso che mantiene la salute dell’intestino.

I livelli di ossigeno più elevati ci rendono più suscettibili agli agenti patogeni enterosi aerobici come Salmonella o Escherichia coli, che usano l’ossigeno per eliminare i microbi benefici concorrenti” – afferma il prof. Andreas Bäumler.
La nuova ricerca ha identificato il recettore peroxisome proliferator receptor gamma (PPARg) come regolatore responsabile del mantenimento del ciclo di protezione.

Leggi abstract dell’articolo:
Microbiota-activated PPAR-γ signaling inhibits dysbiotic Enterobacteriaceae expansion
BY MARIANA X. BYNDLOSS, ERIN E. OLSAN, FABIAN RIVERA-CHÁVEZ,…….ANDREAS J. BÄUMLER
SCIENCE 11 AUG 2017 : 570-575

Gut cell metabolism shapes the microbiome
BY PATRICE D. CANI
SCIENCE 11 AUG 2017: 548-549

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Le noci aiutano a mantenere l’intestino sano.

Posted by giorgiobertin su luglio 22, 2017

Le conclusioni di un nuovo studio sugli animali suggeriscono che il consumo di noci nella dieta può essere utile per la salute digestiva aumentando la quantità di buoni batteri probiotici nell’intestino.

La salute dell’intestino è legata alla salute generale del resto del corpo“, ha detto il prof. Byerley. “Il nostro studio dimostra che le noci cambiano l’intestino, questo potrebbe aiutare a spiegare perché ci siano altri vantaggi a mangiare le noci come la salute del cuore e del cervello“.

Noci

I componenti bioattivi delle noci possono essere fattori che contribuiscono a fornire questi benefici per la salute. Le noci sono l’unico dado che contiene una notevole quantità di acido alfa-linolenico (ALA), proteine e fibre.
Negli studi sugli animali, i ratti che mangiavano una dieta arricchita di noci hanno visto un aumento di batteri benefici, inclusi Lactobacillus, Roseburia e Ruminococcaceae. Partiranno a breve studi futuri per capire l’effetto sugli esseri umani.

Leggi il full text dell’articolo:
Changes in the Gut Microbial Communities Following Addition of Walnuts to the Diet.
Byerley LO, Samuelson D, Blanchard E, et al.
J Nutr Biochem. 2017. DOI: https://doi.org/10.1016/j.jnutbio.2017.07.001.

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Consumo di alcol e tumori gastro-intestinali.

Posted by giorgiobertin su luglio 12, 2017

L’eccessivo consumo di alcol mette i cittadini europei a rischio di sviluppare i tumori gastro-intestinali. È quanto emerge da un’indagine condotta dalla United European Gastroenterology (UEG), secondo cui gli abitanti dell’Unione Europea consumano in media 2 bevande alcoliche al giorno e corrono un pericolo più alto del 21% di essere colpiti dal cancro del colon-retto e da altre neoplasie dell’apparato digerente.

Alcohol and Digestive Cancers: Time for Change

L’analisi evidenzia che in tutti i 28 Stati europei la media dell’introito giornaliero di alcol risulta “moderata”, ossia compresa tra 1 e 4 bevande alcoliche al giorno. Lo studio ha evidenziato che, nonostante gli elevati livelli di consumo in tutta Europa, ben il 90% delle persone non è a conoscenza del legame tra alcol e cancro. Pertanto, alla luce di questi dati, gli autori affermano che combattere l’abuso di alcol dovrebbe costituire una priorità fondamentale per le autorità governative dell’Unione Europea.

Scarica e leggi il report:
Access the Alcohol and Digestive Cancers Report

Video – Alcohol and Digestive Cancers: Time for Change
View and download an infographic on alcohol and digestive cancers across Europe

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Un composto della fragola può prevenire l’Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su luglio 12, 2017

Un composto naturale trovato in fragole e altri frutti e verdure potrebbe aiutare a prevenire la malattia di Alzheimer e altre malattie neurodegenerative legate all’età. Ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori del Salk Institute for Biological Studies in La Jolla, California, pubblicato sulla rivista “The Journals of Gerontology Series A“.

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Il composto si chiama Fisetin ed è un flavanolo presente in una varietà di frutta e verdura, tra cui fragole, persimmoni, mele, uva, cipolle e cetrioli.

Non solo fisetin agisce come agente colorante per la frutta e verdura, ma studi hanno anche indicato che il composto ha proprietà antiossidanti, il che significa che può contribuire a limitare i danni cellulari causati dai radicali liberi. Fisetin è stato anche dimostrato riduce l’infiammazione.
I ricercatori hanno testato fisetin nei topi che sono stati geneticamente progettati per invecchiare prematuramente, con conseguente modello di topo con malattia di Alzheimer.

I topi di 10 mesi che non hanno ricevuto fisetin hanno mostrato un aumento dei marcatori associati allo stress e all’infiammazione e hanno anche eseguito significativamente peggiori test cognitivi rispetto ai topi trattati.
A dieci mesi le differenze tra questi due gruppi erano impressionanti“, osserva la prof.ssa Pamela Maher.
Sulla base del nostro lavoro in corso, pensiamo che fisetin possa essere utile come prevenzione per molte malattie neurodegenerative legate all’età, non solo per Alzheimer“, spiega Maher.
I ricercatori chiariscono che sono necessari studi clinici umani per confermare i loro risultati.

Leggi abstract dell’articolo:
Fisetin Reduces the Impact of Aging on Behavior and Physiology in the Rapidly Aging SAMP8 Mouse
Antonio Currais, Catherine Farrokhi, Richard Dargusch, Aaron Armando, Oswald Quehenberger …
J Gerontol A Biol Sci Med Sci glx104. DOI: https://doi.org/10.1093/gerona/glx104

Fonte:  Salk Institute for Biological Studies in La Jolla

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Collegamento dieta ricca di grassi e cancro al colon-retto.

Posted by giorgiobertin su luglio 9, 2017

I ricercatori del Lerner Research Institute Cleveland Clinic in Ohio hanno identificato i meccanismi molecolari sottostanti al collegamento tra una dieta ad alto contenuto di grassi e il cancro del colon-retto.

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In particolare i ricercatori hanno identificato un percorso di segnalazione cellulare chiamato JAK2-STAT3, che guida la crescita delle cellule staminali del cancro nel colon in risposta a una dieta ad alto contenuto di grassi.
Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che bloccare il percorso JAK2-STAT3 nei topi alimentati con una dieta ad alta percentuale di grassi ha fermato la crescita di queste cellule staminali, una constatazione che potrebbe alimentare lo sviluppo di nuovi farmaci per il trattamento del cancro del colon-retto.

I risultati dello studio sono stati riportati sulla rivista “Stem Cell Reports“.

Leggi il full text dell’articolo:

RBP4-STRA6 Pathway Drives Cancer Stem Cell Maintenance and Mediates High-Fat Diet-Induced Colon Carcinogenesis
Sheelarani Karunanithi, Liraz Levi, Jennifer DeVecchio, George Karagkounis, Ofer Reizes, Justin D. Lathia, Matthew F. Kalady, Noa Noy
Stem Cell Reports Published online: July 6, 2017

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Colorante vegetale può sopprimere l’infiammazione.

Posted by giorgiobertin su luglio 6, 2017

La luteina, una sostanza nutriente che si trova in diverse verdure e frutta colorata, può sopprimere l’infiammazione, secondo un nuovo studio condotto dai ricercatori della Università di Linkoping, in Svezia. I risultati, pubblicati sulla rivista “Atherosclerosis”, suggeriscono che la luteina stessa ha effetti anti-infiammatori in pazienti con malattia coronarica.

luteina

Precedenti ricerche hanno suggerito che la nostra dieta influenza i processi infiammatori nel corpo. Un gruppo di sostanze che possono essere interessanti sono i carotenoidi, una grande famiglia di coloranti naturali liposolubili presenti nella frutta e verdura. Il beta-carotene e il licopene sono tra le sostanze più noti di questa famiglia. Diversi studi precedenti hanno dimostrato che i livelli di carotenoidi sono inversamente correlati con marcatori di infiammazione.

Il nostro studio conferma che un particolare carotenoide, la luteina, può sopprimere l’infiammazione a lungo termine nei pazienti con malattia coronarica. Abbiamo anche dimostrato che la luteina viene assorbita e immagazzinata dalle cellule del sistema immunitario nel sangue“, spiega la prof.ssa Rosanna Chung.

I ricercatori hanno misurato i livelli di sei carotenoidi più comuni nel sangue di 193 pazienti con malattia coronarica. Allo stesso tempo, hanno misurato il livello di infiammazione nel sangue utilizzando il marcatore infiammatoria interleuchina-6. Dai risultati è emerso che più alto è il livello di luteina nel sangue, più basso è il livello di IL-6. I ricercatori studieranno ora se una maggiore assunzione di alimenti ricchi di luteina ha un effetto positivo sul sistema immunitario nei pazienti con malattia coronarica. Ricordiamo che verdure con foglie verde scuro, come spinaci, sono particolarmente ricchi di luteina.

Leggi abstract dell’articolo:
Lutein exerts anti-inflammatory effects in patients with coronary artery disease
Rosanna W.S. Chung, Per Leanderson, Anna K. Lundberg, Lena Jonasson
Atherosclerosis, Volume 262, July 2017, Pages 87-93

Fonte: Department of Medical and Health Sciences, Linköping University

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Morbo di Alzheimer: olio di oliva protegge dal declino cognitivo.

Posted by giorgiobertin su giugno 24, 2017

Ricercatori italiani della prestigiosa Lewis Katz School of Medicine (LKSOM) presso la Temple University di Philadelphia hanno scoperto che l’olio extravergine di oliva, maggior componente della dieta mediterranea, protegge dal declino cognitivo e riduce i sintomi legati a patologie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer. Gli studiosi, coordinati dal professor Domenico Praticò, docente presso il Dipartimento di Farmacologia e Microbiologia dell’ateneo americano, sono giunti a questa conclusione dopo aver condotto alcuni esperimenti con modelli murini (topi).

Pratico Photo   olio-oliva

L’esame istologico condotto sul tessuto cerebrale degli animali da esperimento ha evidenziato un’integrità sinaptica migliore e una riduzione dei livelli di placche amiloidi e proteina tau negli animali alimentati con una dieta ricca di olio di oliva extravergine. In pratica, l’olio di oliva avrebbe protetto questi animali dalle conseguenze della neurodegenerazione, catalizzando la cosiddetta autofagia, il processo di rimozione dei ‘rifiuti’ che si accumulano nelle cellule nervose.

La pubblicazione dei risultati è stata fatta sulla rivista “Annals of Clinical and Translational Neurology“.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Extra-virgin olive oil ameliorates cognition and neuropathology of the 3xTg mice: role of autophagy
Elisabetta Lauretti, Luigi Iuliano and Domenico Praticò
Annals of Clinical and Translational Neurology Version of Record online: 21 JUN 2017 | DOI: 10.1002/acn3.431

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