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Posts Tagged ‘immunologia’

Un vaccino anti-eroina pronto per essere testato sull’uomo.

Posted by giorgiobertin su febbraio 18, 2018

Gli scienziati dello Scripps Research Institute (TSRI) hanno raggiunto un’importante pietra miliare nella progettazione di un vaccino sicuro ed efficace per trattare sia la dipendenza da eroina che il blocco letale di overdose del farmaco.

La ricerca, pubblicata sulla rivista “Molecular Pharmaceutics“, mostra come una nuova formulazione anti-eroina è sicura nei modelli animali e rimane stabile a temperatura ambiente per almeno 30 giorni. Di conseguenza, il vaccino è vicino a essere pronto per i test umani.

eroina

La prima formulazione del vaccino contro l’eroina è stata sviluppata nel 2013.  È stato dimostrato che è efficace e sicuro sia nei modelli di primati sia in quelli non umani. La nuova molecola agisce istruendo gli anticorpi del sistema immunitario su come attaccare le molecole di eroina, impedendo al farmaco di raggiungere il cervello.
La molecola dell’eroina non attiva in modo naturale una risposta anticorpale, quindi i ricercatori hanno cercato il modo di collegarla a una proteina trasportatrice (carrier) che avverte il sistema immunitario di iniziare a produrre anticorpi. I loro esperimenti sui modelli di roditori hanno dimostrato che la migliore formulazione del vaccino conteneva una proteina trasportatrice chiamata tossoide tetanico e l’allume come adiuvante.

Leggi abstract dell’articolo:
Enhancing Efficacy and Stability of an Anti-Heroin Vaccine: Examination of Antinociception, Opioid Binding Profile, and Lethality
Candy S Hwang, Paul T. Bremer, Cody J Wenthur, Sam On Ho, SuMing Chiang, Beverly Ellis, Bin Zhou, Gary Fujii, and Kim D Janda
Mol. Pharmaceutics, DOI: 10.1021/acs.molpharmaceut.7b00933 Publication Date (Web): February 8, 2018

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Le cellule staminali pluripotenti indotte come vaccino contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su febbraio 16, 2018

Le cellule staminali pluripotenti indotte, o cellule iPS, sono una pietra miliare della medicina rigenerativa. Fuori dal corpo, possono essere convertite a diventare diversi tipi di cellule e tessuti che possono aiutare a riparare i danni causati da traumi o malattie. Ora, uno studio sui topi dell’Institute for Stem Cell Biology and Regenerative Medicine Stanford University School of Medicine suggerisce un altro uso per le cellule iPS: addestrare il sistema immunitario ad attaccare o persino a prevenire i tumori.

Come spiegano i ricercatori, il vantaggio principale dell’utilizzo di intere iPSC è che il vaccino non deve più identificare l’antigene perfetto per il bersaglio in uno specifico tipo di cancro. “Il vaccino ha quasi “innescato” il sistema immunitario dei roditori per sradicare le cellule tumorali“, spiega il prof. Joseph C. Wu. “Quello che ci ha sorpreso di più è stata l’efficacia del vaccino iPSC nel riattivare il sistema immunitario per colpire il cancro“.

Kooreman
This visual abstract depicts how cancer immunity against multiple types of cancer can be achieved using an easily generable iPSC-based cancer vaccine. This immunity is based on overlapping epitopes between iPSCs and cancer cells and can also be achieved by reactivating the immune system as an adjuvant. Credit: Kooreman and Kim et al./Cell Stem Cell

I risultati pubblicati sulla rivista “Cell Stem Cell” suggeriscono che potrebbe un giorno essere possibile vaccinare un individuo con le proprie cellule iPS per proteggersi dallo sviluppo di molti tipi di cancro.

Ora i ricercatori vorrebbero studiare se l’approccio funziona in campioni di tumori umani e cellule immunitarie in un ambiente di laboratorio. In caso di successo, immaginano un futuro in cui le persone possano ricevere un vaccino composto dalle proprie cellule iPS come mezzo per prevenire lo sviluppo dei tumori mesi o anni dopo.

Anche se resta ancora molto da fare, il concetto stesso è piuttosto semplice“, ha detto il prof. Joseph C. Wu. “Prenderemo il tuo sangue, creeremo le cellule iPS e quindi inietteremo le cellule per prevenire futuri tumori. Sono molto entusiasta delle possibilità future.

Leggi abstract dell’articolo:
Autologous iPSC-Based Vaccines Elicit Anti-tumor Responses In Vivo
Nigel G. Kooreman, Youngkyun Kim, Patricia E. de Almeida, Vittavat Termglinchan, Sebastian Diecke, Ning-Yi Shao, Tzu-Tang Wei, Hyoju Yi, Devaveena Dey, Raman Nelakanti, Thomas P. Brouwer, David T. Paik, Idit Sagiv-Barfi, Arnold Han, Paul H.A. Quax, Jaap F. Hamming, Ronald Levy, Mark M. Davis, Joseph C. Wu.
Cell Stem Cell Published: February 15, 2018 – DOI: https://doi.org/10.1016/j.stem.2018.01.016

Fonte:  Stanford University School of Medicine

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ASCO: linee guida sulla gestione degli effetti avversi dell’immunoterapia.

Posted by giorgiobertin su febbraio 16, 2018

L’American Society of Clinical Oncology (ASCO) e la National Comprehensive Cancer Network (NCCN) hanno sviluppato nuove linee guida sulla gestione delle tossicità correlate agli inibitori del checkpoint immunitario.
Gli inibitori del checkpoint immunitario hanno rivoluzionato il trattamento di diversi tipi di cancro, ma queste terapie possono provocare eventi avversi (AE) che possono essere gravi o addirittura letali. Le due società hanno sviluppato nuove linee guida, pubblicate sul “Journal of Clinical Oncology” e sul sito NCCN, sulla gestione del checkpoint immunitario correlata agli inibitori.

Le linee guida riguardano le patologie dermatologiche, gastrointestinali, epatiche, pancreatiche, endocrine, polmonari, renali, oculari, nervose, cardiovascolari e muscoloscheletriche, nonché le reazioni correlate all’infusione. Vengono inoltre trattati i principi di immunosoppressione, educazione del paziente, sfida immunitaria e monitoraggio di routine.
Le linee guida affermano che, in generale, gli inibitori del checkpoint possono essere proseguiti con un attento monitoraggio delle tossicità.

Se togli i freni dal sistema immunitario e gli permetti di attaccare il cancro, può anche attaccare il tessuto sano nel corpo di un paziente“, ha detto il prof. John A. Thompson. “Fortunatamente, la maggior parte degli effetti collaterali sono reversibili, ma il riconoscimento precoce e il trattamento adeguato sono fondamentali video.

ASCO e NCCN incoraggiano oncologi, altri professionisti e pazienti a fornire un feedback su queste linee guida tramite il Wiki delle Linee Guida ASCO o il sito Web dell’NCCN.

Scarica e leggi il documento in full text:
Management of Immune-Related Adverse Events in Patients Treated With Immune Checkpoint Inhibitor Therapy – American Society of Clinical Oncology Clinical Practice Guideline
Julie R. Brahmer, Christina Lacchetti, Bryan J. Schneider, Michael B. Atkins, Kelly J. Brassil, Jeffrey M. Caterino, Ian Chau, Marc S. Ernstoff…….Yinghong Wang, Jeffrey S. Weber, Jedd D. Wolchok, and John A. Thompson in collaboration with the National Comprehensive Cancer Network
Journal of Clinical Oncology DOI: 10.1200/JCO.2017.77.6385 published online before print February 14, 2018

Fonti: American Society of Clinical Oncology (ASCO) –  Medscape

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Tumori e invecchiamento del sistema immunitario.

Posted by giorgiobertin su febbraio 13, 2018

Un nuovo studio, pubblicato su Pnas da un team dell’Università di Dundee in collaborazione con ricercatori della Heriot Watt University, ha messo  in luce il ruolo finora sottovalutato del sistema immunitario, che con l’invecchiamento perderebbe progressivamente la capacità di individuare ed eliminare le cellule tumorali prima che queste possano diffondersi e originare tumori.


Ageing immune system may explain age-related cancer risk increase

La chiave per la prevenzione del cancro potrebbe risiedere nel sistema immunitario piuttosto che nelle mutazioni genetiche. Seguendo l’ipotesi che un sistema immunitario in età avanzata può comportare tassi più elevati di cancro, così come porta le persone anziane ad essere più inclini ad altre malattie, i ricercatori hanno esaminato i dati su 2 milioni di casi di cancro in un’arco di età 18-70 anni. Hanno quindi sviluppato un’equazione matematica su come si sarebbero aspettati un’incidenza del cancro in aumento rispetto a un sistema immunitario in declino e l’hanno confrontata con i profili di età per 100 diversi tipi di cancro.

Dall’analisi dei risultati è emerso che il sistema immunitario, in particolare quando declina, può svolgere un ruolo molto più importante nello sviluppo del cancro di quanto si pensasse in precedenza.
I dati sono preliminari ed è ancora molto presto, ma se sono riconfermati è possibile parlare di un modo completamente nuovo di trattare e prevenire il cancro“, ha detto la dott.ssa Thea Newman (video).

Una causa primaria dell’invecchiamento del sistema immunitario è il restringimento della ghiandola del timo. È qui che vengono prodotte le cellule T, che circolano nel corpo uccidendo cellule disfunzionali o agenti esterni.

L’involuzione timica inizia molto presto e il timo si dimezza approssimativamente in dimensioni ogni 16 anni, con un corrispondente calo nella produzione di cellule T. I ricercatori hanno scoperto una correlazione estremamente forte tra l’aumento di alcuni tumori e la manacta produzione di nuove popolazioni di cellule T. “Le cellule T sono costantemente alla ricerca di cellule tumorali, cercando di distruggerle. Se non riescono a trovarle abbastanza presto perchè il sistema immunitario è debole, allora la popolazione oncologica ha la possibilità di crescere. Le probabilità che questo accada aumenteranno con l’età poiché il timo si restringe continuamente” – spiega il prof. Luca Albergante.

Leggi abstract dell’articolo:
Thymic involution and rising disease incidence with age
Sam Palmer, Luca Albergante, Clare C. Blackburn and T. J. Newman
PNAS 2018; published ahead of print February 5, 2018, https://doi.org/10.1073/pnas.1714478115

Fonte: Università di Dundee

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I batteri svolgono un ruolo fondamentale nella guida dei tumori del colon.

Posted by giorgiobertin su febbraio 11, 2018

I pazienti con una forma ereditaria di cancro del colon ospitano due specie batteriche (Bacteroides fragilis ed Escherichia coli), una scoperta sorprendente poiché il colon contiene almeno 500 diversi tipi di batteri.) che collaborano per favorire lo sviluppo della malattia, e la stessa specie è stata trovata in persone che sviluppano una forma sporadica di cancro del colon, ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori del Bloomberg-Kimmel Institute for Cancer Immunotherapy, Johns Hopkins University, Baltimore, USA.

Queste nuove scoperte si basano su delle ricerche precedenti che hanno dimostrato come particolari ceppi di batteri possono invadere il muco del colon in almeno la metà del pazienti che ottengono il cancro al colon, ma che non hanno una predisposizione ereditaria per la malattia. A differenza della maggior parte dei batteri, che non riescono a superare lo strato protettivo del muco del colon, queste comunità di batteri che invadono il muco formano un biofilm appiccicoso proprio accanto alle cellule epiteliali che rivestono il colon, dove il cancro di solito ha origine. Queste comunità batteriche possono alla fine aiutare le cellule epiteliali a diventare cancerose.

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Bacteria play a critical role in the development of colon cancer, new research suggests. Credit: Elizabeth Cook

Un secondo studio sui topi pubblicato in concomitanza dagli stessi ricercatori mostra un possibile meccanismo che sta dietro ad uno specifico tipo di risposta immunitaria, promuovendo – invece di inibire – la formazione di tumori maligni. Insieme, queste scoperte potrebbero portare a nuovi modi per schermare più efficacemente e in definitiva prevenire il cancro del colon.

I risultati sono stati pubblicati online su: “Cell Host & Microbe” e “Science“.

Gli esperimenti condotti sugli animali riportati su “Cell Host & Microbe” dimostrano come la tossina di ETBF (ceppo di B. fragilis) induca lo sviluppo del cancro del colon. La tossina di ETBF stimola una cascata di eventi che promuovono l’infiammazione del colon che si alimenta agendo sulle cellule epiteliali del colon.

Scarica e leggi il documento in full text:
Patients with familial adenomatous polyposis harbor colonic biofilms containing tumorigenic bacteria
BY CHRISTINE M. DEJEA, PAYAM FATHI,………..CYNTHIA L. SEARS
SCIENCE 02 FEB 2018 : 592-597 DOI: 10.1126/science.aah3648

Bacteroides fragilis Toxin Coordinates a Pro-carcinogenic Inflammatory Cascade via Targeting of Colonic Epithelial Cells.
Liam Chung, Erik Thiele Orberg, Abby L. Geis, June L. Chan.. et al.
Cell Host & Microbe, 2018; DOI: 10.1016/j.chom.2018.01.007

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Proteine naturali come vettori per vaccini contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su febbraio 7, 2018

I bioingegneri del National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering (NIBIB) del National Institutes of Health, hanno sviluppato una nuova tecnologia che consente ai nanovaccini di legarsi alle proteine ​​dell’albumina naturalmente presenti nel corpo.
La proteina albumina fornisce quindi questi nanocomplessi ai linfonodi, provocando così una potente attivazione immunitaria contro diversi tipi di tumore nei modelli di cancro del topo. L’uso di albumina naturale come navetta universale per vaccini è un passo significativo verso l’applicazione dell’immunoterapia dei nanovaccini contro il cancro negli esseri umani.

I nanovaccini consistono fondamentalmente di due componenti: la parte che consegna il vaccino al sito corretto, i linfonodi, dove avviene l’attivazione del sistema immunitario; e la parte che attiva le cellule del sistema immunitario per espandersi e mirare specificamente al tumore.

Zhu
Schematic of self-assembly of the AlbiVax nanovaccine. The tumor-specific antigen and DNA segment were attached to Evans blue (purple arrows). Upon injection, albumin in the blood (green arrows) binds to the Evans blue and brings the complexes into the lymph system where the DNA and antigen interact with the immune cells (blue) in the lymph nodes. The interaction triggers a vigorous immune response against the target tumor. Credit: Zhu, et al.

Abbiamo progettato un vaccino che si lega a una proteina chiamata albumina normalmente presente nell’organismo, che filtra anche regolarmente attraverso i linfonodi. Quindi, il vaccino essenzialmente si lega con l’albumina per viaggiare verso i linfonodi, eliminando la necessità di creare un veicolo di consegna separato. La produzione su larga scala e la sicurezza a lungo termine sono gli ostacoli principali dell’attuale tecnologia dei nanovaccini, il nostro approccio offre una deviazione per accelerare l’uso finale di nanomedicine nella clinica” – spiega il prof.  Guizhi Zhu.  Il lavoro è descritto nel sulla rivista “Nature Communications“.

Sono stati ingegnerizzati diversi nanovaccini, ciascuno con un diverso antigene, il componente che stimola le cellule immunitarie ad attaccare un tipo specifico di tumore. Ad ogni antigene, gli ingegneri hanno anche aggiunto una piccola molecola di colorante chiamata Evans blue (EB), che si lega all’albumina nel corpo ed è stata utilizzata per quasi un secolo nella clinica.

Rispetto ad altre tecnologie di legame all’albumina, la nostra tecnologia proprietaria è stata sviluppata utilizzando EB clinicamente sicuro, rendendo molto promettente per l’eventuale traduzione clinica: sintetizzando semplicemente i vaccini che legano l’albumina, la nostra tecnologia può essere applicata praticamente a qualsiasi vaccino molecolare o terapia molecolare” – puntualizza il prof. Zhu.

Scarica e leggi il documento in full text:
Albumin/vaccine nanocomplexes that assemble in vivo for combination cancer immunotherapy
Zhu G, Lynn GM, Jacobson O, Chen K, Liu Y, Zhang H, Ma Y, Zhang F, Tian R, Ni Q, Cheng S, Wang Z, Lu N, Yung BC, Wang Z, Lang L, Fu X, Jin A, Weiss ID, Vishwasrao H, Niu G, Shroff H, Klinman DM, Seder RA, Chen X
Nat Commun. 2017 Dec 5;8(1):1954. doi: 10.1038/s41467-017-02191-y.

Fonte: National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering (NIBIB)

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Scoperto come spegnere “la macchina molecolare” attiva in molte malattie.

Posted by giorgiobertin su febbraio 7, 2018

I ricercatori dell’Institute for Molecular Bioscience (IMB) Università del Queensland hanno scoperto come un processo di infiammazione si spegne automaticamente nelle cellule sane, e ora stanno studiando i modi per fermarlo manualmente quando va a monte in molte malattie.

Scientists discover off-switch for ‘molecular machine’ active in many diseases from The University of Queensland

La scoperta dei ricercatori potrebbe essere la chiave per fermare i danni causati dall’infiammazione incontrollata in una serie di malattie comuni, tra cui malattie del fegato, morbo di Alzheimer e gotta.
Ora che capiamo come questo percorso si spegne naturalmente in salute, possiamo indagare sul perché non si spegne nella malattia“, afferma  il professore Schroder. La ricerca si concentra sugli inflammasomi, che sono complessi proteici simili a macchine nel cuore dell’infiammazione e della malattia. “Questi complessi si formano quando un’infezione, un danno o altri disturbi vengono rilevati dal sistema immunitario e inviano messaggi alle cellule immunitarie per dire loro di rispondere” spiega il professor Kate Schroder.

Se il disturbo non può essere eliminato, come nel caso delle placche amiloidi nell’Alzheimer, queste macchine molecolari continuano a sparare, causando danni neurodegenerativi dall’infiammazione prolungata“.  “Abbiamo scoperto che gli inflammasomi normalmente funzionano con un temporizzatore incorporato, per garantire che si attivino solo per un determinato periodo di tempo dopo l’attivazione“.

In particolare “L’inflammasoma avvia il processo infiammatorio attivando una proteina che funziona come un paio di forbici,  taglia se stessa e altre proteine“, ha detto il dott. Schroder.
Quello che abbiamo scoperto è che dopo un periodo di tempo questa proteina disattiva il percorso, quindi se possiamo modificare questo sistema potremmo essere in grado di spegnerlo manualmente nella malattia“.

I composti per bloccare gli inflammasomi sono stati sviluppati dai ricercatori dell’IMB,  e sono stati commercializzati dalla società di sviluppo farmaceutico Inflazome Ltd.

Leggi abstract dell’articolo:
Caspase-1 self-cleavage is an intrinsic mechanism to terminate inflammasome activity
Dave Boucher, Mercedes Monteleone, Rebecca C. Coll, Kaiwen W. Chen, Connie M. Ross, Jessica L. Teo, Guillermo A. Gomez, Caroline L. Holley, Damien Bierschenk, Katryn J. Stacey, Alpha S. Yap, Jelena S. Bezbradica, Kate Schroder
Journal of Experimental Medicine Feb 2018, DOI: 10.1084/jem.20172222

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ADA: aggiornate le linee guida sul Diabete.

Posted by giorgiobertin su febbraio 5, 2018

L’American Diabetes Association (Ada) ha pubblicato sulla rivista “Diabetes Care” le linee guida aggiornate le linee guida sul diabete di tipo 2.
Il documento si occupa anche delle nuove tecnologie applicate al diabete e, in particolare, del monitoraggio continuo del glucosio.

Diabetes-Care-Supplement_1.cover

Per aggiornare gli Standard of Care, il Professional Practice Committee (PPC) di ADA ha svolto una vasta ricerca clinica della letteratura sul diabete, integrata con il contributo del personale di ADA e della comunità medica in generale.

E’ stato pubblicato un articolo di commento su Medscape da paerte di Anne Peters, direttrice dello University of Southern California (Usc) Clinical Diabetes Program.

Scarica e leggi il documento in full text:
Standards of Medical Care in Diabetes—2018
Diabetes Care 2018 Jan; 41(Supplement 1): S1-S2. https://doi.org/10.2337/dc18-Sint01

Medscape 2018
https://www.medscape.com/viewarticle/890906

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Un vaccino contro il cancro elimina i tumori nei topi.

Posted by giorgiobertin su febbraio 1, 2018

L’iniezione di quantità minuscole di due agenti immunostimolanti direttamente nei tumori solidi nei topi può eliminare ogni traccia di cancro negli animali, comprese metastasi distanti e non trattate, secondo uno studio condotto da ricercatori della Stanford University School of Medicine e pubblicato sulla rivista “Science Translational Medicine“.

I ricercatori ritengono che l’applicazione locale di piccolissime quantità di agenti potrebbe servire come terapia per il cancro rapida e relativamente poco costosa , che difficilmente può causare gli effetti collaterali negativi spesso osservati con la stimolazione immunitaria a livello del corpo.

vaccine-cancer
Scientists devised a pinpointed immunotherapy regimen that eradicated tumors throughout the body in mice. Credit: Sagiv-Barfi et al., Science Translational Medicine (2018)

Quando usiamo questi due agenti insieme, vediamo l’eliminazione dei tumori su tutto il corpo“, ha detto Ronald Levy, MD, professore di oncologia. “Questo approccio ignora la necessità di identificare i target immunitari specifici del tumore e non richiede l’attivazione del sistema immunitario o la personalizzazione delle cellule immunitarie di un paziente.”
Tutti questi progressi in immunoterapia stanno cambiando la pratica medica“, ha detto il prof. Levy. “Il nostro approccio utilizza una singola applicazione di quantità molto piccole di due agenti per stimolare le cellule immunitarie solo all’interno del tumore stesso. Nei topi abbiamo visto effetti sorprendenti su tutto il corpo, inclusa l’eliminazione dei tumori su tutto l’animale.”

Uno è un breve tratto di DNA chiamato oligonucleotide CpG, funziona con altre cellule immunitarie vicine per amplificare l’espressione di un recettore attivatore chiamato OX40 sulla superficie delle cellule T. L’altro è un anticorpo che si lega a OX40, attiva le cellule T per guidare la carica contro le cellule tumorali.

Un agente è attualmente già approvato per l’uso nell’uomo; l’altro è stato testato per l’uso umano in diversi studi clinici non correlati. Uno studio clinico è stato lanciato a gennaio per testare l’effetto del trattamento nei pazienti (circa 15 pazienti) con linfoma di basso grado.

Leggi abstract dell’articolo:
Eradication of spontaneous malignancy by local immunotherapy
Idit Sagiv-Barfi, Debra K. Czerwinski, Shoshana Levy, Israt S. Alam, Aaron T. Mayer, Sanjiv S. Gambhir and Ronald Levy
Science Translational Medicine 31 Jan 2018: Vol. 10, Issue 426, eaan4488 DOI: 10.1126/scitranslmed.aan4488

Fonte: Stanford University School of Medicine

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Una mutazione genetica innesca la malattia immunitaria.

Posted by giorgiobertin su gennaio 30, 2018

Gli scienziati del Cincinnati Children’s Hospital Medical Center – USA, hanno scoperto come una mutazione genetica influenzi la funzione delle cellule T per promuovere i disordini immunitari e quindi hanno testato un trattamento basato sulla scoperta, con successo, fissando cellule immunitarie donate da un ragazzo di 16 anni con un livello anormalmente basso di globuli bianchi chiamato linfopenia.

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La scoperta è incentrata su mutazione del gene Gimap5, che è importante per la formazione in buona salute e la funzione di T CD4 + cellule , uno dei super soldati del sistema immunitario contro le infezioni e le malattie.
La proteina associata al gene Gimap5 (GTPase of immunity-associated protein 5), è importante perché regola una proteina che inattiva un enzima chiamato GSK3, hanno detto i ricercatori. Se GSK3 non viene disattivato, provoca danni al DNA nelle cellule T che si stanno espandendo, causando la sopravvivenza e il corretto funzionamento delle cellule.

I nostri dati suggeriscono che gli inibitori della GSK3 miglioreranno la sopravvivenza e la funzione delle cellule T e potrebbero prevenire o correggere i disturbi immuno-correlati nelle persone con mutazioni di perdita di funzione Gimap5“, ha detto il prof. Kasper Hoebe.

Ricordiamo che gli inibitori GSK3 sono già utilizzati per il trattamento di altre malattie come l’Alzheimer, i disturbi dell’umore e il diabete mellito.

Leggi il full text dell’articolo:
Gimap5-dependent inactivation of GSK3β is required for CD4+ T cell homeostasis and prevention of immune pathology,
Andrew R. Patterson, Mehari Endale, Kristin Lampe, Halil I. Aksoylar, Aron Flagg, Jim R. Woodgett, David Hildeman, Michael B. Jordan, Harinder Singh, Zeynep Kucuk, Jack Bleesing & Kasper Hoebe
Nature Communications (2018) Published online:DOI: 10.1038/s41467-018-02897-7

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Il fast food rende il sistema immunitario più aggressivo.

Posted by giorgiobertin su gennaio 18, 2018

Uno studio dell’Università di Bonn dimostra che il cibo non salutare sembra rendere le difese del corpo più aggressive a lungo termine. Anche molto tempo dopo il passaggio a una dieta sana, l’infiammazione verso la stimolazione immunitaria innata è molto più pronunciata. Questi cambiamenti a lungo termine possono essere coinvolti nello sviluppo di arteriosclerosi e diabete, malattie legate al consumo di dieta occidentale ricca di grassi. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Cell“.

Hamburger

Gli scienziati hanno nutrito i topi per un mese con una cosiddetta “dieta occidentale“: ricca di grassi, ricca di zuccheri e povera di fibre. Gli animali hanno quindi sviluppato una forte risposta infiammatoria in tutto il corpo, quasi come dopo un’infezione da batteri pericolosi. “La dieta malsana ha portato ad un inaspettato aumento del numero di alcune cellule immunitarie nel sangue dei topi, in particolare granulociti e monociti. Questa era un’indicazione per un coinvolgimento dei progenitori delle cellule immunitarie nel midollo osseo“, spiega la prof.ssa Anette Christ.
Quando i ricercatori hanno offerto ai roditori la loro tipica dieta a base di cereali per altre quattro settimane, l’infiammazione acuta è scomparsa. Ciò che non è scomparso è stata la riprogrammazione genetica delle cellule immunitarie e dei loro precursori: anche dopo queste quattro settimane, molti dei geni che erano stati attivati ​​durante la fase di fast food erano ancora attivi.

Le risposte infiammatorie possono accelerare lo sviluppo di malattie vascolari o diabete di tipo 2. Nell’arteriosclerosi, ad esempio, i tipici depositi vascolari, le placche, consistono in gran parte di lipidi e cellule immunitarie. La reazione infiammatoria contribuisce direttamente alla loro crescita, poiché le cellule immunitarie appena attivate migrano costantemente nelle pareti dei vasi alterati.

Molta attenzioni quindi: la nutrizione sbagliata può avere conseguenze drammatiche.

Leggi abstract dell’articolo:
Western diet triggers NLRP3-dependent innate immune reprograming
Anette Christ, Patrick Günther, Mario A.R. Lauterbach , Peter Duewell,…., Mihai G. Netea, Joachim L. Schultze und Eicke Latz
Cell Volume 172, Issues 1-2, p162–175.e14, 11 January 2018 DOI: 10.1016/j.cell.2017.12.013

Fonte: Università di Bonn

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Cancro: Nuovi biomarcatori predicono l’esito dell’immunoterapia.

Posted by giorgiobertin su gennaio 9, 2018

I ricercatori dell’Università di Zurigo  e dell’Ospedale universitario di Zurigo, hanno identificato biomarcatori nel sangue che consentono di prevedere se i pazienti oncologici risponderanno positivamente all’immunoterapia. I pazienti per i quali la terapia non funziona possono quindi essere trattati con metodi diversi.

I globuli bianchi dei pazienti devono essere analizzati per questi biomarcatori quando si prende una decisione sull’immunoterapia. Questo ha il potenziale di aumentare drasticamente la percentuale di pazienti che beneficeranno di questo tipo di terapia“, afferma il professor Burkhard Becher dell’Institute of Experimental Immunology, University of Zurich. “Allo stesso tempo, permette di passare direttamente a diverse modalità di terapia nei casi in cui l’immunoterapia non funziona – senza perdere tempo prezioso.”

Prima che possano essere utilizzati clinicamente, le conoscenze acquisite devono ora essere applicate in studi indipendenti con numeri di pazienti più alti.

Leggi abstract dell’articolo:
High-dimensional single-cell analysis predicts response to anti-PD-1 immunotherapy
Carsten Krieg, Malgorzata Nowicka, Silvia Guglietta, Sabrina Schindler, Felix J Hartmann, Lukas M Weber, Reinhard Dummer, Mark D Robinson, Mitchell P Levesque & Burkhard Becher.
Nature Medicine, 8 January 2018. Doi: 10.1038/nm.4466

Fonte: Università di Zurigo

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Virus immunostimolante potrebbe trattare i tumori cerebrali.

Posted by giorgiobertin su gennaio 7, 2018

Una sperimentazione di un potenziale nuovo trattamento per il cancro al cervello ha dimostrato che un virus iniettato direttamente nel sangue può raggiungere i tumori nel profondo del cervello e attivare il sistema di difesa del corpo per attaccarli.

Il processo ha coinvolto solo nove pazienti, ma gli scienziati hanno affermato che se i risultati potrebbero essere replicati in studi più ampi, il “reovirus” naturale potrebbe essere sviluppato in un’efficace immunoterapia per le persone con tumori cerebrali aggressivi.

Brain_cancer_stem_cell

Questa è la prima volta che viene dimostrato che un virus terapeutico è in grado di attraversare la barriera cervello-sangue“, ha detto Adel Samson, medico oncologo presso l’Institute of Cancer and Pathology dell’University of Leeds, che ha co-diretto il lavoro.
Abbiamo dimostrato non solo che un virus poteva essere trasmesso a un tumore in profondità nel cervello, ma che quando ha raggiunto il suo obiettivo “stimolava le difese immunitarie del corpo per attaccare il cancro“.

Nei nove pazienti, una volta che i tumori sono stati rimossi, i campioni sono stati prelevati e analizzati confermando che il virus era stato in grado di raggiungere il cancro, a volte in profondità nel cervello. In tutti i pazienti, c’erano prove che il virus aveva raggiunto il suo obiettivo.

I ricercatori hanno anche scoperto che la presenza di reovirus stimolava il sistema immunitario del corpo, i globuli bianchi o le cellule T “assassine” che venivano attratte dal sito del tumore per attaccare il cancro.

Gli autori dello studio ritengono che la terapia con reovirus possa essere utilizzata in combinazione con altre terapie antitumorali per renderle più potenti – e attualmente è in corso una sperimentazione clinica.
La ricerca, pubblicata sulla rivista “Science Translational Medicine“, ha dimostrato che il virus poteva essere somministrato attraverso una flebo endovenosa monodose.

Leggi abstract dell’articolo:
Intravenous delivery of oncolytic reovirus to brain tumor patients immunologically primes for subsequent checkpoint blockade
BY ADEL SAMSON, KAREN J. SCOTT, DAVID TAGGART, EMMA J. WEST, ERICA WILSON, GERARD J. …… ALAN A. MELCHER
Science Translational Medicine 03 Jan 2018: Vol. 10, Issue 422, eaam7577 DOI: 10.1126/scitranslmed.aam7577

Fonte: Institute of Cancer and Pathology dell’University of Leeds

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Diabete tipo 1: la terapia genica ripristina i valori normali di glucosio.

Posted by giorgiobertin su gennaio 5, 2018

Il diabete di tipo 1 è una malattia cronica in cui il sistema immunitario attacca e distrugge le cellule beta produttrici di insulina nel pancreas, causando alti livelli ematici di glucosio. Uno studio condotto dai ricercatori del Children’s Hospital di Pittsburgh di UPMC e della University of Pittsburgh School of Medicine, pubblicato sulla rivista “Cell Stem Cell, dimostra che un approccio di terapia genica può portare alla sopravvivenza a lungo termine delle cellule beta funzionali e ai normali livelli di glucosio nel sangue per un lungo periodo di tempo nei topi con diabete di tipo 1. I ricercatori hanno utilizzato un vettore virale adeno-associato (AAV) per portare al pancreas dei topi due proteine, Pdx1 e MafA, che hanno riprogrammato abbondanti cellule alfa in cellule beta funzionali che producono insulina.

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Questo studio è essenzialmente ed è il primo intervento clinicamente traducibile e semplice nel diabete autoimmune che porta a normali valori di zuccheri nel sangue e, soprattutto, senza immunosoppressione”, dice l’autore il prof. George Gittes.Una sperimentazione clinica in entrambi i diabetici di tipo 1 e di tipo 2 nell’immediato futuro è prevedibile e abbastanza realistica, data l’impressionante natura dell’inversione del diabete, insieme alla fattibilità nei pazienti attraverso terapia genica AAV“.

I vettori di AAV come quelli utilizzati in questo studio sono attualmente sottoposti a vari studi di terapia genica negli esseri umani. Inoltre, i vettori virali possono essere inviati direttamente al pancreas umano attraverso una procedura endoscopica non chirurgica eseguita di routine. Inoltre, non è richiesta alcuna immunosoppressione, quindi i pazienti eviterebbero effetti collaterali correlati come un aumento del rischio di infezione.

Se siamo in grado di mostrare l’efficacia in primati non umani, inizieremo a lavorare con la FDA per ottenere l’approvazione per l’uso di questa terapia genica virale nei pazienti diabetici, sia di tipo 1 che di tipo 2“, dice il porf. Gittes.

Leggi il full text dell’articolo:
Endogenous Reprogramming of Alpha Cells into Beta Cells, Induced by Viral Gene Therapy, Reverses Autoimmune Diabetes
Xiangwei Xiao, Ping Guo, Chiyo Shiota, Ting Zhang, Gina M. Coudriet, Shane Fischbach, Krishna Prasadan, Joseph Fusco, Sabarinathan Ramachandran, Piotr Witkowski, Jon D. Piganelli, George K. Gittes.
Volume 22, Issue 1, p78–90.e4, 4 January 2018 DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.stem.2017.11.020

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Sclerosi Multipla: il colesterolo impedisce la rigenerazione della mielina.

Posted by giorgiobertin su gennaio 4, 2018

La sclerosi multipla (SM) è una malattia infiammatoria cronica del sistema nervoso centrale, in cui le cellule immunitarie del corpo attaccano la guaina mielinica adiposa e isolante che circonda le fibre nervose.
La guaina mielinica svolge un ruolo decisivo nella funzione del sistema nervoso centrale: è una membrana specializzata arricchita di lipidi, che isola le fibre nervose in modo che i segnali elettrici possano essere trasmessi rapidamente ed efficientemente. Nella SM, vi è un attacco multifocale autoimmune contro la guaina mielinica nel sistema nervoso centrale, che causa deficit neurologici come la perdita della funzione motoria.

Prof_Simons  Prof. M. Simons

La mielina contiene una quantità molto elevata di colesterolo“, spiega il prof. Simons della Technical University of Munich (TUM). “Quando la mielina viene distrutta, il colesterolo rilasciato deve essere rimosso dal tessuto.” Questo viene eseguito da microglia e macrofagi, noti anche come fagociti. Raccolgono la mielina danneggiata, la digeriscono e trasportano il residuo non digeribile, come il colesterolo, fuori dalla cellula tramite molecole di trasporto. Tuttavia, se si accumula troppo colesterolo nella cellula, il colesterolo può formare cristalli a forma di ago, che causano danni alla cellula.

Il team del Prof. Simons, che ha pubblicato i risultati sulla rivista “Science”, ha dimostrato l’impatto devastante del colesterolo cristallino: attiva il cosiddetto inflammasome nei fagociti, che si traduce nel rilascio di mediatori infiammatori, attirando ancora più cellule immunitarie. “Problemi molto simili si verificano nell’arteriosclerosi”. Il colesterolo derivato dalla mielina, che non viene portato via abbastanza rapidamente dai fagociti, può scatenare un’infiammazione cronica che impedisce la rigenerazione.

Quando abbiamo trattato gli animali con un farmaco che facilita il trasporto del colesterolo fuori dalle cellule, l’infiammazione è diminuita e la mielina è stata rigenerata“, afferma il prof. Mikael Simons.

Leggi abstract dell’articolo:
Defective cholesterol clearance limits remyelination in the aged central nervous system
L. Cantuti-Castelvetri, D. Fitzner, M. Bosch-Queralt, M.-T. Weil, M. Su, P. Sen, T. Ruhwedel, M. Mitkovski, G. Trendelenburg, D. Lütjohan, W. Möbius, M. Simons
Science 04 Jan 2018: eaan4183 DOI: 10.1126/science.aan4183

Fonte: Technical University of Munich (TUM)

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Nuove raccomandazioni sulle diagnosi delle malattie del fegato.

Posted by giorgiobertin su dicembre 21, 2017

Gli esperti dell’Università di Birmingham hanno pubblicato sulla rivista “Gut“, delle linee guida con lo scopo di aiutare gli operatori sanitari a diagnosticare i pazienti con malattie epatiche ed evitare test ripetuti non necessari per le persone che non hanno malattie epatiche significative.

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L’autore principale Philip Newsome, direttore del Centro per la ricerca sul fegato presso l’Istituto di immunologia e immunoterapia dell’Università di Birmingham, ha dichiarato: “La malattia del fegato si sviluppa in silenzio, non ci possono essere segni o sintomi fino a quando non si sviluppano le complicazioni dell’insufficienza epatica“.

Le nuove linee guida, che riguardano sia gli adulti che i bambini, raccomandano l’analisi iniziale nei pazienti con potenziale malattia epatica includa bilirubina, albumina, ALT, fosfatasi alcalina (ALP) e gamma-glutamiltransferasi (GGT) più un esame emocromocitometrico completo.
La ricerca è necessaria per stabilire l’approccio più conveniente per identificare i pazienti con malattia epatica alcol-correlati e non alcoliche malattia del fegato grasso a rischio di avere la fibrosi epatica avanzata.

Scarica e leggi il documento in full text:
Guidelines on the management of abnormal liver blood tests
Newsome PN, Cramb R, Davison SM, et al.
Gut 2018;67:6-19.

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Test del sangue per la diagnosi di linfoma e melanoma.

Posted by giorgiobertin su dicembre 20, 2017

Gli scienziati della Georgia State University di Atlanta (Usa) hanno sviluppato un test del sangue capace di diagnosticare due tipi di cancro: il linfoma non Hodgkin e il melanoma.
Attraverso una tecnica di spettroscopia infrarossa, chiamata mid-infrared spectroscopy, che viene generalmente utilizzata per caratterizzare i campioni biologici a livello molecolare, i ricercatori sono stati in grado di rilevare i cambiamenti biochimici indotti dal linfoma non Hodgkin e dal melanoma sottocutaneo.

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Gli scienziati precisano che lo sviluppo di una strategia di “pre-screening” rapida e affidabile per queste due forme di cancro potrebbe avere un’importanza fondamentale, perché la diagnosi e il trattamento precoci migliorano sensibilmente le possibilità di sopravvivenza dei pazienti.
Il nostro obiettivo finale era poter affermare che è possibile usare questa tecnica a infrarossi per identificare varie malattie” – afferma il prof. A. G. Unil Perera, che ha coordinato la ricerca. “Questo studio dimostra che la spettroscopia infrarossa è in grado d’identificare il cancro”.

Scarica e leggi il documento in full text:
ATR-FTIR spectral discrimination between normal and tumorous mouse models of lymphoma and melanoma from serum samples
Hemendra Ghimire, Mahathi Venkataramani, Zhen Bian, Yuan Liu & A. G. Unil Perera
Scientific Reports 7, Article number: 16993 Published online: 05 December 2017 doi:10.1038/s41598-017-17027-4

Fonte:  Georgia State University di Atlanta (Usa)

 

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Creato muscolo scheletrico da cellule staminali.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2017

Gli scienziati dell’Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research at UCLA, hanno sviluppato una nuova strategia per isolare, maturare e trapiantare efficientemente le cellule muscolari scheletriche create da cellule staminali pluripotenti umane (Human pluripotent stem cells (hPSCs)), che possono produrre tutti i tipi di cellule del corpo.
I risultati pubblicati sulla rivista “Nature Cell Biology a cura del team del prof. April Pyle, sono un passo importante verso lo sviluppo di una terapia sostitutiva delle cellule staminali per le patologie muscolari inclusa la distrofia muscolare di Duchenne, malattia genetica infantile mortale più comune.

ERBB3-NGFR
Skeletal muscle cells isolated using the ERBB3 and NGFR surface markers (right) restore human dystrophin (green) after transplantation significantly greater than previous methods (left). Credit UCLA

Utilizzando il processo naturale di sviluppo umano come guida, i ricercatori hanno sviluppato metodi per maturare le cellule muscolari in laboratorio per creare fibre muscolari che ripristinano la distrofina, la proteina che manca nei muscoli dei ragazzi con Duchenne. Senza distrofina, i muscoli degenerano e diventano progressivamente più deboli. I sintomi di Duchenne di solito iniziano nella prima infanzia; i pazienti perdono gradualmente mobilità e tipicamente muoiono a causa di insufficienza cardiaca o respiratoria intorno ai 20 anni. Attualmente non esiste alcun modo per invertire o curare la malattia.

Dopo attente analisi delle cellule muscolari fetali sono stati scoperti due nuovi marcatori di superficie cellulare denominati ERBB3 e NGFR; questo ha permesso ai ricercatori di isolare con precisione le cellule muscolari dal tessuto umano e separarle da vari tipi di cellule create utilizzando cellule staminali pluripotenti umane.
In particolare le cellule dei pazienti di Duchenne sono state riprogrammate per diventare cellule staminali pluripotenti. Quindi è stata rimossa la mutazione genetica che causa Duchenne utilizzando la tecnologia di modifica dei geni CRISPR-Cas9. Usando i marcatori di superficie ERBB3 e NGFR, le cellule del muscolo scheletrico sono state isolate e poi iniettate nei topi nello stesso momento in cui è stato somministrato un inibitore del TGF Beta. I risultati sono molto entusiasmanti.

Leggi abstract dell’articolo:
ERBB3 and NGFR mark a distinct skeletal muscle progenitor cell in human development and hPSCs
Michael R. Hicks, Julia Hiserodt, Katrina Paras, Wakana Fujiwara, Ascia Eskin, Majib Jan, Haibin Xi, Courtney S. Young, Denis Evseenko, Stanley F. Nelson, Melissa J. Spencer, Ben Van Handel & April D. Pyle
Nature Cell Biology (2017) Published online: 18 December 2017 doi:10.1038/s41556-017-0010-2

Fonte: Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research at UCLA

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Create proteine che combattono i batteri patogeni.

Posted by giorgiobertin su dicembre 17, 2017

Poiché aumenta la resistenza agli antibiotici esistenti, sono necessari nuovi approcci alle infezioni batteriche gravi. Ora i ricercatori della Lund University in Svezia, insieme ai colleghi della University of Massachusetts Medical School negli Stati Uniti, hanno studiato una di queste alternative.

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In precedenza i ricercatori avevano dimostrato che una proteina appositamente progettata, sviluppata e brevettata e nota come proteina di fusione, può essere utilizzata efficacemente come trattamento nei topi affetti da batteri Gram-negativi, che possono causare la gonorrea, meningite e infezioni respiratorie.
Ora siamo stati in grado di dimostrare che una proteina creata su misura, che in precedenza ha funzionato contro vari tipi di batteri Gram-negativi ha anche avuto risultati promettenti nei modelli murini contro un patogeno Gram-positivo“, afferma il professore David Ermert.

La proteina di fusione nello studio pubblicato sulla rivista “Journal of Immunology“, funziona anche contro i batteri Gram-positivi, in particolare gli streptococchi di gruppo A. Negli esperimenti i ricercatori hanno aggiunto streptococchi di gruppo A – che possono causare qualsiasi cosa, dalla tonsillite comune alla sepsi potenzialmente letale – ai campioni di sangue umano. Hanno poi analizzato cosa è successo quando hanno aggiunto la proteina di fusione al sangue infetto.

Siamo stati quindi in grado di osservare che la proteina di fusione ha ridotto drasticamente la quantità di batteri nel sangue. La proteina rimuove il fattore H dalla superficie dei batteri e attiva il sistema immunitario in modo che uccida i batteri. Abbiamo anche studiato come la proteina ha funzionato nell’infezione da sepsi acuta nei topi e siamo stati in grado di dimostrare una riduzione della mortalità“, afferma David Ermert.

Il prossimo passo sarà vedere se la proteina di fusione funziona contro quei batteri resistenti, che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) costituiscono la più grande minaccia per l’umanità.

Leggi abstract dell’articolo:
Factor H–IgG Chimeric Proteins as a Therapeutic Approach against the Gram-Positive Bacterial Pathogen Streptococcus pyogenes
Anna M. Blom, Michal Magda, Lisa Kohl, Jutamas Shaughnessy, John D. Lambris, Sanjay Ram and David Ermert
J Immunol December 1, 2017, 199 (11) 3828-3839; DOI: https://doi.org/10.4049/jimmunol.1700426

Fonte: Lund University

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Esame delle urine per la diagnosi di Tubercolosi.

Posted by giorgiobertin su dicembre 15, 2017

Identificare e misurare i componenti del batterio responsabile della tubercolosi direttamente dalle urine dei pazienti malati. Sono queste le conclusioni di un lavoro pubblicato sulla rivista “Science Translational Medicine” condotto dai ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, della George Mason University e altre istituzioni in USA, Australia, Perù e UK.

Pulmonary-tuberculosis

Il lavoro dimostra che è possibile misurare nelle urine dei pazienti affetti da Tubercolosi (TBC) alcuni dei componenti strutturali o secretori del Mycobacterium tuberculosis (Mtb), il batterio responsabile della TBC, con elevata sensibilità e specificità grazie a delle innovative nanoparticelle. Un risultato che riduce i tempi di diagnosi, migliora la precisione, riduce l’invasività delle analisi.

Gli attuali metodi diagnostici per lo screening della TBC (test di Mantoux o il test IGRA), sono basati sulla valutazione della risposta immunitaria del paziente e hanno delle grosse limitazioni. Il nuovo test si basa sull’utilizzo di nanoparticelle capaci di catturare con alta efficienza costituenti microbici con diverse strutture chimiche, fra cui i glicani e le proteine. Con l’utilizzo di queste nanoparticelle è stato possibile concentrare e proteggere dalla degradazione alcuni costituenti strutturali del Mtb, come il lipoarabinomannano, o secreti, come la proteina ESAT-6, che sono rilasciati nei liquidi biologici e (nelle urine in particolare) di tutti i soggetti con TBC, indipendentemente da un’eventuale co-infezione con HIV.

Sono già stati prodotti dei test simili a quelli di gravidanza che saranno disponibili molto rapidamente.

Leggi il full text dell’articolo:
Urine lipoarabinomannan glycan in HIV-negative patients with pulmonary tuberculosis correlates with disease severity
Luisa Paris, Ruben Magni, Fatima Zaidi, Robyn Araujo, Neal Saini, Michael Harpole, Jorge Coronel, Daniela E. Kirwan, Ha…..
Science Translational Medicine 13 Dec 2017: Vol. 9, Issue 420, eaal2807 DOI: 10.1126/scitranslmed.aal2807

Fonte: Istituto Superiore di Sanità

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Il processo di auto-digestione cellulare scatena la malattia autoimmune.

Posted by giorgiobertin su dicembre 14, 2017

L’autofagia si riferisce ad un fondamentale processo di riciclaggio delle cellule che avviene nel lievito, nei funghi, nelle piante, così come negli animali e negli esseri umani. Questo processo consente alle cellule di degradare i propri componenti e quindi attivare risorse energetiche per essere in grado di adattarsi ai bisogni nutrizionali. Inoltre, l’autofagia svolge un ruolo centrale nella guida della risposta immunitaria di un organismo. Le malattie autoimmuni derivano da una risposta immunitaria anormale a una parte del corpo normale come il sistema nervoso centrale nei pazienti con sclerosi multipla. E’ stato dimostrato che nessuna reazione autoimmune si presenta senza le proteine ​​autofagiche.

Sclerosi-mulitpla

Un team di ricercatori dell’Institute of Experimental Immunology presso l’University of Zurich ha dimostrato che la proteina autofagica ATG5 ha una funzione essenziale quando gli antigeni della mielina vengono presentati alle cellule immunitarie durante i processi infiammatori nel sistema nervoso centrale. “Questo processo di riattivazione si pensa svolga un ruolo decisivo nello sviluppo della neuroinfiammazione autoimmune“, afferma il prof. Christian Keller.

Negli esperimenti dopo aver geneticamente spento la proteina ATG5 dell’autofagia in alcune cellule immunitarie, i ricercatori hanno osservato livelli significativamente inferiori di cellule T patologiche nel sistema nervoso centrale dei topi. Di conseguenza, gli animali non sono riusciti a sviluppare un’infiammazione nel cervello e nel midollo spinale paragonabile a quella della sclerosi multipla.

“A lungo termine, vogliamo vedere se queste nuove scoperte immunopatologiche possono essere utilizzate per sviluppare nuovi trattamenti per la sclerosi multipla“, dice il prof. Jan Lünemann.

Leggi abstract dell’articolo:
ATG-dependent phagocytosis in dendritic cells drives myelin-specific CD4+ T cell pathogenicity during CNS inflammation.
Christian W. Keller, Christina Sina, Monika B. Kotur, Giulia Ramelli, Sarah Mundt, Isaak Quast, Laure-Anne Ligeon, Patrick Weber, Burkhard Becher, Christian Münz, and Jan D. Lünemann.
PNAS. December 11, 2017. DOI: 10.1073/pnas.1713664114

Fonte: Università di Zurigo

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Terapia genica direttamente nel cervello per trattare le malattie neurodegenerative.

Posted by giorgiobertin su dicembre 7, 2017

Le cellule immunitarie che difendono il sistema nervoso centrale (la cosiddetta microglia) hanno un ruolo chiave in molte malattie neurodegenerative. Uno studio pubblicato sulla rivista “Science Advances“, condotto dai ricercatori dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) dell’Ospedale San Raffaele e del Boston Children’s Hospital/Dana Farber Cancer Institute di Harvard, mostra per la prima volta l’efficacia di una nuova tecnica di trapianto di terapia genica che mira a ripopolare il cervello con nuove cellule immunitarie geneticamente modificate.

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Image of a mouse brain that received a direct transplantation of hematopoietic stem cells. The image reveals the transplanted cells (green) rapidly engrafted and gave rise to new cells (also green) that have widely distributed throughout the entire brain.
Credit: Biffi lab / Dana-Farber/Boston Children’s Cancer and Blood Disorders Center

La nuova tecnica consiste nel prelevare le cellule staminali ematopoietiche malate dal midollo osseo del paziente; correggere in laboratorio il difetto genetico e trapiantarle nuovamente. Non endovena, come avviene spesso, ma direttamente nel cervello, nei cosiddetti ventricoli cerebrali, delle cavità poste in profondità nel cervello nelle quali circola il liquor cerebrospinale. Qui, le cellule staminali sono in grado sia di produrre le sostanze carenti o assenti a causa della patologia sia di trasformarsi in cellule della microglia.

Trapiantare le cellule nei ventricoli cerebrali accelera il processo di attecchimento e potrebbe diventare un’opzione terapeutica valida anche per chi mostra già i primi sintomi“, spiega la prof.ssa Alessandra Biffi coordinatrice dello studio.

Una vera e propria rivoluzione nell’approccio al trattamento delle malattie del sistema nervoso centrale e dei disturbi neurodegenerativi.

Leggi abstract dell’articolo:
Intracerebroventricular delivery of hematopoietic progenitors results in rapid and robust engraftment of microglia-like cells
BY ALESSIA CAPOTONDO, RITA MILAZZO, JOSE M. GARCIA-MANTEIGA, ELEONORA CAVALCA, ANNITA MONTEPELOSO, BRIAN S. GARRISON, MARCO PEVIANI, DERRICK J. ROSSI, ALESSANDRA BIFFI
Science Advances 06 Dec 2017: Vol. 3, no. 12, e1701211 DOI: 10.1126/sciadv.1701211

Fonte: Boston Children’s Hospital/Dana Farber Cancer Institute

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Fatta luce su una proteina soppressiva del tumore nelle metastasi.

Posted by giorgiobertin su dicembre 5, 2017

Un nuovo studio condotto presso il Vib-KU Leuven Center for Cancer Biology in Belgio ha etichettato la proteina Caveolin-1 come un elemento importante nella lotta contro il cancro. Molti progetti di ricerca hanno già implicato questa proteina in entrambe le funzioni tumorale-promotrice e soppressiva, ma il suo ruolo esatto non è mai stato ben chiarito. Esaminando i macrofagi nei siti delle metastasi, gli scienziati hanno ora descritto per la prima volta il ruolo di “sorveglianza anti-metastatica” di Caveolin-1 (Cav1).

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Il team descrive per la prima volta il meccanismo di Caveolin-1 nei macrofagi metastatici. Hanno visto che la sovraregolazione di questa proteina nell’ambiente polmonare ostacola chiaramente la crescita metastatica.
Il Prof. Mazzone afferma: “Un risultato sorprendente, poiché i macrofagi sono tradizionalmente associati alla progressione del cancro. Ma allo stesso tempo, la funzione anti-metastatica e di pattugliamento di Caveolin-1 ha un senso quando si considera la rilevanza del sistema immunitario nei polmoni come la prima barriera contro agenti patogeni (inalati) e corpi esterni. Si potrebbe dire che Caveolin-1 è un guardiano: l’alta espressione può proteggere il corpo da corpi estranei e malattie, mentre la downregulation è prometastatica“.

Studi precedenti avevano già associato la perdita di Caveolin-1 con una proliferazione più aggressiva – e esiti peggiori per il paziente – in diversi tipi di cancro. Le scoperte del Prof. Mazzone confermano direttamente il suggerimento che questa proteina possa produrre prospettive terapeutiche promettenti.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Loss of Caveolin-1 in metastasis-associated macrophages drives lung metastatic growth through increased angiogenesis
Ward Celus, Giusy Di Conza, Ana Isabel Oliveira, Manuel Ehling, Bruno M. Costa, Mathias Wenes, Massimiliano Mazzone,
Cell Reports Volume 21, Issue 10, p2842–2854, 5 December 2017

Fonte: Vib-KU Leuven Center for Cancer Biology Belgium

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Nuovo approccio blocca la crescita del tumore.

Posted by giorgiobertin su dicembre 1, 2017

Il paradosso della crescita del tumore è quello che uccidere le cellule tumorali a volte può causare la diffusione di più cellule tumorali. Questo si verifica perché i detriti cellulari lasciati dalla morte delle cellule tumorali scatenano una risposta infiammatoria da parte del nostro sistema immunitario (citochine pro-tumorigeniche pro-infiammatorie), che a sua volta stimola la produzione di più cellule cancerose.
Un nuovo studio condotto da un team internazionali di ricercatori coordinati dal Brigham and Women’s Hospital e dalla Harvard Medical School ha scoperto che i resolvins – composti naturalmente secreti dal nostro corpo per fermare la risposta infiammatoria – possono impedire ai tumori di crescere quando tale crescita è indotta dai rifiuti cellulari.

Resolvins

Negli esperimenti, dei detriti cellulari provenienti da trattamenti citotossici con farmaci sono stati iniettati nei topi. I roditori contenevano già alcune cellule tumorali, ma queste non erano sufficienti a promuovere la crescita del tumore da sole. L’iniezione dei detriti cellulari ha stimolato la diffusione delle cellule tumorali e aumentato la loro capacità di far crescere i tumori. La crescita tumorale indotta da detriti è stata vista sia in vivo che nelle cellule in coltura.
I detriti sono interpretati dal tessuto come segnale di lesioni e il sistema immunitario stimola guarigione e la rigenerazione.

I nostri studi“, spiega il prof. Sui Huang, “insieme ad altri, mostrano che la terapia tradizionale del cancro può essere una” lama a doppio taglio “, in cui lo stesso trattamento usato per curare il cancro sta anche aiutandolo a sopravvivere e crescere“. “E’ questa la principale ragione del fallimento delle terapie antitumorali“.

Il trattamento con resolvin ha fermato la crescita tumorale indotta da detriti ed ha bloccato la diffusione delle cellule tumorali. Inoltre, i resolvins hanno potenziato l’attività di vari farmaci anti-cancro, rendendoli più efficaci nella loro lotta contro i tumori. I resolvins sono “un prodotto naturale del tessuto che funge da segnale di arresto per il termine del processo infiammatorio“, hanno detto gli autori.

Questi composti chimici sono stati, infatti, scoperti in uno studio condotto da uno degli autori dello studio il prof. Charles N. Serhan alcuni anni fa. Gli autori rilevano che i resolvin sono già stati testati clinicamente per le loro proprietà terapeutiche anche in altre malattie.

Il prof. Sui Huang afferma: “Mirare ai percorsi resolvin fornisce un approccio completamente nuovo, non tossico e non immunosoppressivo alla terapia del cancro“.

Leggi abstract dell’articolo:
Resolvins mediate clearance of tumor cell debris
Megan L. Sulcine, Charles N. Serhan,…..Mark W. Kieran, Sui Huang, Dipak Panigrahy
Journal of Experimental Medicine DOI: 10.1084/jem.20170681 | Published November 30, 2017

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Cellule tumorali rese visibili e bloccate dal sistema immunitario.

Posted by giorgiobertin su novembre 30, 2017

Rendere le cellule tumorali visibili al sistema immunitario, che riesce così a bloccarne lo sviluppo. Sono questi i risultati della ricerca condotta dall’Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro di Candiolo, in collaborazione con l’Università di Torino e pubblicati sulla rivista “Nature“.

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Sappiamo –spiega il prof. Alberto Bardelliche molti tipi di neoplasie riescono a mascherarsi e, eludendo i meccanismi di difesa, si diffondono nell’organismo. Ci siamo chiesti come affrontare questo problema partendo dalla cellula tumorale, per poi vederne gli effetti sul sistema immunitario. Abbiamo ipotizzato che inattivando il processo di riparazione del DNA di una cellula si inducessero nuove mutazioni, alcune di queste dette ‘neoantigeni’, riconoscibili come estranee e quindi attaccabili dal sistema immunitario“.
“Usando un’innovativa tecnologia genetica, abbiamo costretto cellule di tumori del colon e del pancreas ad uscire allo scoperto e a diventare un bersaglio da aggredire e neutralizzare per le cellule del sistema immunitario“.

Si tratta di un successo ottenuto in laboratorio, su linee cellulari trasferite poi su modelli animali fondamentali per avvalorare la nostra ipotesi. La strada per arrivare al letto dei pazienti è appena iniziata e il traguardo non imminente, ma si apre un nuovo percorso che potrà un giorno costringere tumori, capaci di nascondersi ai radar-controllori, a rendersi visibili e individuabili per poter essere debellati.

Dove potrà portare questa scoperta? “E’ presto per dirlo – afferma Bardelli – ma stiamo studiando se farmaci antitumorali, che come effetto collaterale causano danni al DNA, provocano la formazione di neoantigeni che possono risvegliare il sistema immunitario. Abbiamo già in mente potenziali candidati e stiamo lavorando anche con l’Istituto Nazionale dei Tumori, il Niguarda Cancer Center e l’Università di Milano per verificare la nostra ipotesi per futuri sviluppi clinici” – conclude il prof. Bardelli.

Leggi abstract dell’articolo:
Inactivation of DNA repair triggers neoantigen generation and impairs tumour growth
Giovanni Germano, Simona Lamba[…]Alberto Bardelli
Nature Published online:29 November 2017 doi:10.1038/nature24673

Fonte: Università di Torino

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