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Posts Tagged ‘immunologia’

Chemioterapia e Immunoterapia contro il cancro al seno.

Posted by giorgiobertin su ottobre 23, 2018

Una sperimentazione clinica condotta dai ricercatori della Queen Mary University di Londra e del St Bartholomew’s Hospital, entrambi a Londra, nel Regno Unito, potrebbe cambiare il volto della terapia per una forma molto aggressiva del cancro al seno: tripla-negativa.
Una combinazione di chemioterapia e immunoterapia aumenta i tassi di sopravvivenza, secondo i risultati pubblicati sulla rivista “New England Journal of Medicine” dagli scienziati.


First immunotherapy success for triple-negative breast cancer – Pubblished 21 oct 2018 – Pubblished 21 oct 2018

“Il carcinoma mammario triplo negativo è una forma aggressiva di cancro al seno, abbiamo cercato disperatamente opzioni terapeutiche migliori”, afferma il prof. Peter Schmid. “Siamo entusiasti che utilizzando una combinazione di immunoterapia e chemioterapia siamo in grado di estendere significativamente le vite rispetto al trattamento standard della sola chemioterapia”.
Più specificamente, sono stati usati Atezolizumab, un anticorpo monoclonale (farmaco immunoterapico) e l’agente chemioterapico Nab-paclitaxel.
Questa potente combinazione è in grado di estendere la sopravvivenza di una persona fino a 10 mesi, riducendo il rischio di morte o di progressione della malattia fino al 40%.

La chemioterapia permette di strappare il “mantello immunoprotettivo” del tumore, ed esporlo al sistema immunitario della persona per combatterlo. Lo studio clinico ha dimostrato che l’immunoterapia, se erogata insieme alla chemioterapia, può aumentare la sopravvivenza e fermare la crescita del tumore.

Leggi abstract dell’articolo:
Atezolizumab and Nab-Paclitaxel in Advanced Triple-Negative Breast Cancer
Peter Schmid, M.D., Ph.D., Sylvia Adams, M.D., Hope S. Rugo, M.D., Andreas Schneeweiss, M.D., Carlos H. Barrios, M.D., Hiroji Iwata, M.D., Ph.D., Véronique Diéras, M.D., Roberto Hegg, …. et al.
NEJM October 20, 2018 DOI: 10.1056/NEJMoa1809615

A video explaining the research can be found on Dropbox here: http://bit.ly/2yJkOmE

Fonte: Queen Mary University of London

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Identificate le cellule immunitarie coinvolte nella parodontite.

Posted by giorgiobertin su ottobre 18, 2018

La malattia parodontale è un disturbo molto comune caratterizzato da batteri che innescano l’infiammazione dei tessuti che circondano i denti, il che può portare alla perdita di ossa e denti in uno stadio avanzato della malattia chiamato parodontite.
Secondo i ricercatori del National Institute of Dental and Craniofacial Research (NIDCR) e del National Institutes of Health e dell’University of Pennsylvania School of Dental Medicine, Philadelphia le cellule immunitarie conosciute come cellule T helper 17 sono i driver di questo processo, fornendo il collegamento tra i batteri orali e l’infiammazione.

Moutsopoulos-ToothImage                        Th17 Hajishengallis
A new study led by NIDCR clinical investigator Niki Moutsopoulos suggests that periodontal disease is driven by Th17 immune cells, which are triggered by an unhealthy bacterial community. ǀ NIDCR/NIH

Il prof. Moutsopoulos e il suo team hanno osservato che le cellule T helper (Th) 17 erano molto più prevalenti nel tessuto gengivale umano con parodontite rispetto alle gengive delle loro controparti sane e che la quantità di cellule Th17 era correlata alla gravità della malattia.

Le nostre osservazioni cliniche indicano la rilevanza dei nostri studi sugli animali per l’uomo e forniscono ulteriori prove che le cellule Th17 sono i driver della periodontite” – afferma il prof. Nicolas Dutzan primo autore dello studio pubblicato su “Science Translational Medicine“.

Questi risultati forniscono approfondimenti chiave sui meccanismi che sono alla base dello sviluppo della malattia parodontale“, ha detto il direttore del NIDCR Martha J. Somerman. “È importante sottolineare che offrono anche prove convincenti per il targeting terapeutico di cellule specifiche , che potrebbero eventualmente aiutarci a fornire un trattamento migliore e più sollievo ai pazienti con questa malattia comune“.

Leggi abstract dell’articolo:
A dysbiotic microbiome triggers TH17 cells to mediate oral mucosal immunopathology in mice and humans,
BY NICOLAS DUTZAN, TETSUHIRO KAJIKAWA, L…., GIORGIO TRINCHIERI, PATRICIA I. DIAZ, STEVEN M. HOLLAND, YASMINE BELKAID, GEORGE HAJISHENGALLIS, NIKI M. MOUTSOPOULOS
Science Translational Medicine (2018). stm.sciencemag.org/lookup/doi/ … scitranslmed.aat0797

Fonte: National Institute of Dental and Craniofacial Research (NIDCR) – University of Pennsylvania School of Dental Medicine, Philadelphia

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Legame tra microbioma e sclerosi multipla.

Posted by giorgiobertin su ottobre 15, 2018

Un enzima prodotto da batteri che vivono nell’intestino umano è in grado di scatenare una risposta autoimmune. Ad affermarlo uno studio in vitro su linfociti T prelevati da soggetti affetti da sclerosi multipla, una malattia neurodegenerativa causata da un’aggressione del sistema immunitario verso il sistema nervoso centrale.

La sclerosi multipla è una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale causata da una predisposizione genetica e da uno o più fattori ambientali scatenanti. Tra questi ultimi, secondo alcune ipotesi potrebbero esserci molecole prodotte da organismi patogeni o anche da batteri presenti naturalmente nel nostro intestino.

STM462.cover

In uno studio pubblicato su “Science Translational Medicine”, il team del prof. Raquel Planas, ha identificato, in pazienti affetti da sclerosi multipla, un enzima che scatena la risposta autoimmune dei linfociti T.

Dalle analisi condotte in vitro su linfociti T prelevati da pazienti con sclerosi multipla è risultato che le cellule del sistema immunitario reagivano alla presenza di un enzima denominato GDP-L-fucosio sintasi; enzima prodotto da batteri presenti nel microbioma intestinale.

L’identificazione di questi meccanismi di reattività è un grande passo verso il chiarimento dell’immunopatologia della sclerosi multipla, anche se occorreranno ulteriori studi per determinare il significato biologico della specifica risposta immunitaria dei linfociti T CD4+ alla GDP-L-fucosio sintasi“, afferma il prof. Joseph Sabatino in un commento allo studio.

Leggi abstract dell’articolo:
GDP-l-fucose synthase is a CD4+ T cell–specific autoantigen in DRB3*02:02 patients with multiple sclerosis
BY RAQUEL PLANAS, RADLEIGH SANTOS, et al.
Science Translational Medicine 10 Oct 2018: Vol. 10, Issue 462, eaat4301 DOI: 10.1126/scitranslmed.aat4301

T cells take aim at a ubiquitous autoantigen in multiple sclerosis
Joseph J. Sabatino Jr. and Scott S. Zamvil
Science Translational Medicine 10 Oct 2018: Vol. 10, Issue 462, eaau8826 DOI: 10.1126/scitranslmed.aau8826

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Nobel 2018 per la medicina e fisiologia sull’immunoterapia contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su ottobre 1, 2018

Il premio Nobel 2018 in Fisiologia o Medicina è stato assegnato congiuntamente a James P. Allison e Tasuku Honjo “per la loro scoperta della terapia del cancro mediante l’inibizione della regolazione immunitaria negativa”.
La loro scoperta riguarda una proteina espressa dalle cellule del sistema immuntario che possono renderle attive nel combattere le cellule del cancro.


Announcement of the Nobel Prize in Physiology or Medicine 2018

LA MOTIVAZIONE
I due studiosi, si legge nella motivazione ufficiale, “hanno capito che si può stimolare il sistema immunitario per attaccare le cellule tumorali, un meccanismo di terapia assolutamente nuovo nella lotta ad un tipo di malattia che uccide ogni anno milioni di persone e che costituisce una delle più gravi minacce alla salute dell’umanità“.

Allison ha studiato una proteina che funziona come freno al sistema immunitario, ha capito il potenziale per liberare le cellule che attaccano i tumori. Il giapponese Honjo ha lavorato alla stessa tecnica, ma con un differente sistema d’azione. Le terapie dei due studiosi hanno rivelato una sorprendente efficacia nella lotta al cancro.

L’immunoterapia usa il sistema immunitario per combattere il cancro. Il nostro video spiega 3 tipi di, inclusi gli inibitori del checkpoint immunitario: 

Press release:
The 2018 Nobel Prize in Physiology or Medicine: James P. Allison and Tasuku Honjo for their discovery of cancer therapy by inhibition of negative immune regulation

Key publications

Ishida, Y., Agata, Y., Shibahara, K., & Honjo, T. (1992). Induced expression of PD-1, a novel member of the immunoglobulin gene superfamily, upon programmed cell death. EMBO J.11(11), 3887–3895.

Leach, D. R., Krummel, M. F., & Allison, J. P. (1996). Enhancement of antitumor immunity by CTLA-4 blockadeScience271(5256), 1734–1736.

Kwon, E. D., Hurwitz, A. A., Foster, B. A., Madias, C., Feldhaus, A. L., Greenberg, N. M., Burg, M.B. & Allison, J.P. (1997). Manipulation of T cell costimulatory and inhibitory signals for immunotherapy of prostate cancerProc Natl Acad Sci USA94(15), 8099–8103.

Nishimura, H., Nose, M., Hiai, H., Minato, N., & Honjo, T. (1999). Development of Lupus-like Autoimmune Diseases by Disruption of the PD-1 gene encoding an ITIM motif-carrying immunoreceptorImmunity11, 141–151.

Freeman, G.J., Long, A.J., Iwai, Y., Bourque, K., Chernova, T., Nishimura, H., Fitz, L.J., Malenkovich, N., Okazaki, T., Byrne, M.C., Horton, H.F., Fouser, L., Carter, L., Ling, V., Bowman, M.R., Carreno, B.M., Collins, M., Wood, C.R. & Honjo, T. (2000). Engagement of the PD-1 immunoinhibitory receptor by a novel B7 family member leads to negative regulation of lymphocyte activation. J Exp Med192(7), 1027–1034.

Hodi, F.S., Mihm, M.C., Soiffer, R.J., Haluska, F.G., Butler, M., Seiden, M.V., Davis, T., Henry-Spires, R., MacRae, S., Willman, A., Padera, R., Jaklitsch, M.T., Shankar, S., Chen, T.C., Korman, A., Allison, J.P. & Dranoff, G. (2003). Biologic activity of cytotoxic T lymphocyte-associated antigen 4 antibody blockade in previously vaccinated metastatic melanoma and ovarian carcinoma patientsProc Natl Acad Sci USA100(8), 4712-4717.

Iwai, Y., Terawaki, S., & Honjo, T. (2005). PD-1 blockade inhibits hematogenous spread of poorly immunogenic tumor cells by enhanced recruitment of effector T cells. Int Immunol17(2), 133–144.

 

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Il cancro del colon è causato da batteri e stress cellulare.

Posted by giorgiobertin su settembre 19, 2018

Il team del Professor Dirk Haller presso l’Technical University of Munich (TUM) ha fatto una scoperta inaspettata studiando i fattori scatenanti del cancro del colon: lo stress cellulare in combinazione con un microbiota alterato nel colon guida la crescita del tumore. In precedenza, si presumeva che questa combinazione contribuisca solo a malattie infiammatorie intestinali. Il microbiota intestinale è l’insieme di microorganismi simbiontici che convivono con l’organismo umano senza danneggiarlo.

microbiota

Con il nostro studio, in origine, volevamo studiare il ruolo dei batteri nell’intestino nello sviluppo dell’infiammazione intestinale“, spiega il professor Dirk Haller del Dipartimento di Nutrizione e Immunologia presso il Weihenstephan Science Center della TUM. “Tuttavia, il risultato sorprendente per noi è stata la scoperta che i batteri insieme allo stress nelle cellule causavano tumori (esclusivamente nel colon) e senza il coinvolgimento dell’infiammazione“.

Il fattore di trascrizione ATF6 (Activating transcription factor 6) regola lo stress nelle cellule, l’intensità e la durata dell’attivazione aumentano con le malattie.

Sono stati esaminati i dati di 541 pazienti con cancro del colon. In quei casi in cui il livello del fattore di trascrizione ATF6, che scatena lo stress cellulare, è aumentato significativamente, il tasso di recidiva dopo l’intervento è aumentato: circa il dieci percento dei pazienti era a rischio di contrarre tumore al colon una seconda volta. La pubblicazione è stata fatta sulla rivista “Gastroenterology“.

Leggi abstract dell’articolo:
Activated ATF6 Induces Intestinal Dysbiosis and Innate Immune Response to Promote Colorectal Tumorigenesis
Olivia Coleman, Elena Lobner, Sandra Bierwirth, Adam Sorbie, Nadine Waldschmitt, Eva Rath, Emanuel Berger, Ilias Lagkouvardos, Thomas Clavel, Kathleen McCoy, Achim Weber, Mathias Heikenwälder, Klaus-Peter Janssen and Dirk Haller
Gastroenterology 9/2018. DOI: 10.1053/j.gastro.2018.07.028

Fonte: Technical University of Munich (TUM)

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Gli scienziati testano un nuovo vaccino contro il melanoma.

Posted by giorgiobertin su settembre 7, 2018

Un vaccino sperimentale contro il cancro che rafforza la capacità del sistema immunitario di combattere i tumori potrebbe funzionare in tandem con altre terapie antitumorali per combattere i tumori aggressivi, ad affermarlo gli scienziati dello Scripps Research Institute in un lavoro pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences – PNAS“.

melanoma-vaccine

La nuova ricerca dimostra che l’aggiunta di una molecola Diprovocim a un vaccino che prende di mira le cellule tumorali può avere risultati incredibili. Diprovocim funziona come un “adiuvante”, una molecola aggiunta a un vaccino per attivare la risposta immunitaria del corpo. La molecola è facile da sintetizzare in laboratorio e facilmente modificabile, il che la rende interessante per l’uso in medicina.

I ricercatori hanno testato il vaccino nei topi con una forma di melanoma notoriamente aggressivo. Tutti i topi nell’esperimento hanno ricevuto la terapia anti-cancro anti-PD-L1. I topi sono stati quindi divisi in tre gruppi: otto hanno ricevuto il vaccino contro il cancro, otto hanno ricevuto il vaccino contro il cancro più Diprovocim e otto hanno ricevuto il vaccino contro il cancro più un adiuvante alternativo chiamato allume.

I ricercatori hanno osservato un tasso di sopravvivenza del 100% in 54 giorni nei topi trattati con il vaccino contro il cancro e Diprovocim. Questo in confronto con un tasso di sopravvivenza pari a zero percento nei topi a cui era stato somministrato solo il vaccino contro il cancro.

È stato emozionante vedere il vaccino lavorare contemporaneamente con un’immunoterapia contro il cancro come l’anti-PD-L1″, afferma il prof. Boger.

Ulteriori esperimenti hanno dimostrato che l’uso di Diprovocim come adiuvante aumenta il potenziale di lotta contro il cancro del vaccino stimolando il sistema immunitario a formare cellule chiamate leucociti infiltranti il ​​tumore.

Leggi abstract dell’articolo:
Adjuvant effect of the novel TLR1/TLR2 agonist Diprovocim synergizes with anti–PD-L1 to eliminate melanoma in mice
Ying Wang et al,
Proceedings of the National Academy of Sciences (2018). DOI: 10.1073/pnas.1809232115

Fonte: Scripps Research Institute

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Il veleno d’api può aiutare a trattare l’eczema.

Posted by giorgiobertin su settembre 6, 2018

l veleno d’api e il suo componente principale, la melitina, possono essere trattamenti efficaci per la dermatite atopica (o eczema), secondo uno studio condotto dai ricercatori del e pubblicato sulla rivista British Journal of Pharmacology“.

veleno-api

Attraverso studi condotti su topi e cellule umane, i ricercatori della Catholic University of Daegu in South Korea, hanno scoperto che il veleno d’api e la melitina sopprimono l’infiammazione attraverso vari meccanismi sulle cellule immunitarie vitali che difendono il corpo, chiamate cellule T e sulle molecole infiammatorie.

Questo studio ha dimostrato che il veleno d’api e la melitina hanno attività immunomodulatoria e tale attività è stata associata alla regolazione della differenziazione delle cellule T helper, migliorando così le malattie infiammatorie della pelle causate dalla dermatite atopica“, hanno scritto gli autori.

Leggi abstract dell’articolo:
Therapeutic effects of bee venom and its major component, melittin, on atopic dermatitis in vivo and in vitro
Hyun‐Jin An Jung‐Yeon Kim Woon‐Hae Kim Mi‐Gyeong Gwon Hye Min Gu Min Ji Jeon Sang‐Mi Han Sok Cheon Pak Chong‐Kee Lee In Sook Park Kwan‐Kyu Park
British Journal of Pharmacology First published: 5 September 2018

Fonte: http://www.dailymail.co.uk

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Scoperti dei macrofagi longevi nell’intestino.

Posted by giorgiobertin su settembre 2, 2018

Gli scienziati del KU Leuven , in Belgio, sono giunti alla sorprendente conclusione che alcuni macrofagi nell’intestino dei topi possono sopravvivere per parecchio tempo. Soprattutto, questi macrofagi longevi sono vitali per la sopravvivenza delle cellule nervose del tratto gastrointestinale. Ciò getta nuova luce sulle condizioni neurodegenerative dell’intestino, ma anche del cervello.

long-lived macrophages
The long-lived macrophages in the intestines of mice (in green) make contact with the nerve cells of the gastrointestinal tract (in red). The macrophages provide growth factors for the nerve cells, otherwise they would die off. © TARGID – KU Leuven

Nel sistema immunitario, i macrofagi svolgono il ruolo di Pac-Man: sono globuli bianchi che puliscono le sostanze estranee inglobandole. Oltre a questo, i macrofagi stessi forniscono fattori di crescita vitali e supportano molti tessuti nel corpo, consentendo loro di funzionare e svilupparsi correttamente. Il loro corretto funzionamento è immensamente importante nell’intestino, poiché devono distinguere tra batteri nocivi, batteri innocui e componenti nutrizionali.

Gli scienziati hanno ipotizzato che i macrofagi nell’intestino vivano per circa tre settimane al massimo in topi e umani prima di essere sostituiti da nuove cellule. Ora spiega il professor Guy Boeckxstaens. “Abbiamo scoperto una piccola percentuale di macrofagi a lunga vita nei topi, abbiamo contrassegnato alcuni macrofagi e scoperto che funzionavano ancora dopo almeno otto mesi, si trovano in luoghi molto specifici nell’intestino, in particolare a stretto contatto con i nervi cellule e vasi sanguigni.”
Se i macrofagi di lunga durata non svolgono correttamente il loro lavoro, dopo pochi giorni, i topi soffrono di problemi digestivi e questo porta a costipazione o addirittura alla completa degenerazione del sistema nervoso nello stomaco e nell’intestino” – afferma il prof. Guy Boeckxstaens.

La scoperta che i macrofagi longevi effettivamente esistono nell’intestino e che sono fondamentali per il normale funzionamento dell’intestino è quindi immensamente importante. I ricercatori ora vogliamo studiare il ruolo dei macrofagi longevi nelle malattie umane in cui sono colpite le cellule nervose dell’intestino, ad esempio nei pazienti obesi e diabetici con funzione gastrointestinale anormale.

Leggi abstract dell’articolo:
Self-Maintaining Gut Macrophages Are Essential for Intestinal Homeostasis
Sebastiaan De Schepper et al.
Cell (2018). DOI: 10.1016/j.cell.2018.07.048

Fonte: University of Leuven, Leuven, Belgium

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Immunologia: Scoperti canali di comunicazione cervello midollo osseo.

Posted by giorgiobertin su agosto 28, 2018

I ricercatori hanno ora scoperto “piccoli canali” che consentono al cervello ferito di comunicare con il midollo osseo nel processo di infiammazione. Questi “canali” sono fondamentali per garantire una rapida risposta immunitaria.

Uno studio condotto da ricercatori della Harvard Medical School di Boston, MA e parzialmente finanziato dal National Institutes of Health (NIH), ha scoperto come il cervello e il midollo osseo si coordinano per garantire una risposta immunitaria rapida e mirata.
La risposta, spiegano gli specialisti in un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Neuroscience“, si trova in canali precedentemente sconosciuti che consentono ai due di comunicare.

Nature-neuroscience-cover

Utilizzando tecniche avanzate di imaging ottico, i ricercatori hanno rintracciato i movimenti dei neutrofili, un tipo di cellula immunitaria che migra verso i luoghi del corpo che hanno subito una lesione. Nello specifico, hanno potuto scoprire che i neutrofili che hanno raggiunto il tessuto cerebrale danneggiato a causa di un ictus o di una meningite sono stati rilasciati dal midollo osseo trovato nel cranio o dal midollo trovato nella tibia.
Il midollo osseo può essere trovato all’interno di un certo numero di ossa, tra cui il cranio, le vertebre della colonna vertebrale e le ossa delle gambe, come la tibia.

Questo tessuto produce globuli rossi e alcuni tipi di cellule immunitarie, che sono tutti coinvolti nell’infiammazione, in risposta a lesioni o infezioni.
“Il tessuto cerebrale danneggiato e il midollo trovato nel cranio hanno un mezzo diretto di “comunicazione”, che consente una risposta immunitaria rapida e mirata dal “rispondente” più vicino” – afferma il prof. Matthias Nahrendorf. “Inaspettatamente, abbiamo scoperto minuscoli canali che collegavano il midollo direttamente con il rivestimento esterno del cervello“.

In futuro, gli scienziati studieranno quali altri tipi di cellule possono muoversi attraverso questi canali appena scoperti.

Leggi abstract dell’articolo:
Direct vascular channels connect skull bone marrow and the brain surface enabling myeloid cell migration
Fanny Herisson, Vanessa Frodermann, Gabriel Courties, David Rohde, Yuan Sun, Katrien Vandoorne, Gregory R. Wojtkiewicz, Gustavo Santos Masson, Claudio Vinegoni, Jiwon Kim, Dong-Eog Kim, Ralph Weissleder, Filip K. Swirski, Michael A. Moskowitz & Matthias Nahrendorf
Nature Neuroscience (2018) Published: 27 August 2018

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Identificato un nuovo “micro-organo” all’interno del sistema immunitario.

Posted by giorgiobertin su agosto 22, 2018

In uno studio pubblicato su “Nature Communications“, gli scienziati dell’Australian Garvan Institute of Medical Research hanno identificato dove il sistema immunitario “ricorda” le infezioni passate e le vaccinazioni e dove le cellule immunitarie si riuniscono per innescare una risposta rapida contro un’infezione del corpo.

SPF
Immune cells gather at the SPF. The purple band represents the surface of the SPF. imogen Moran/Tri Phan

I ricercatori rivelano l’esistenza di strutture sottili e appiattite che si estendono sulla superficie dei linfonodi nei topi. Queste strutture dinamiche non sono sempre presenti: invece, appaiono solo quando necessario per combattere un’infezione contro cui l’animale è stato precedentemente esposto.

Fondamentalmente, i ricercatori hanno visto anche le strutture – che hanno chiamato SPF (o “foci proliferativi sottocapsulari”) – all’interno di sezioni di linfonodi da pazienti, suggerendo che aiutano a combattere la reinfezione nelle persone così come nei topi.

Usando la sofisticata microscopia “a due fotoni” in vivo, i ricercatori hanno potuto vedere che diverse classi di cellule immunitarie si riunivano insieme negli SPF. Le celle di memoria B, che trasportano informazioni sul modo migliore di attaccare l’infezione, sono raggruppate lì.

I ricercatori affermano che la nuova scoperta è un passo importante verso la comprensione di come produrre vaccini migliori.

Leggi il full text dell’articolo:
Memory B cells are reactivated in subcapsular proliferative foci of lymph nodes
Imogen Moran et al.
Nature Communications volume 9, Article number: 3372 (2018)

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Mappati i peptidi che riducono l’infezione e l’infiammazione.

Posted by giorgiobertin su agosto 13, 2018

I ricercatori della Lund University in Svezia, in collaborazione con i colleghi di Copenaghen e Singapore, hanno mappato il modo in cui i peptidi del corpo agiscono per ridurre l’infezione e l’infiammazione disattivando le sostanze tossiche che si formano nel processo. Lo studio è pubblicato su “Nature Communications” e i ricercatori ritengono che la loro scoperta potrebbe portare a nuovi farmaci contro l’infezione e l’infiammazione, ad esempio nella guarigione delle ferite.

Sappiamo dagli studi precedenti qual’è il compito di questi peptidi ma ora abbiamo mappato come procedono nel ridurre gradualmente una reazione infiammatoria“, afferma il prof. Artur Schmidtchen.

peptider-schmidtchen_2
Researchers have mapped how the body’s own peptides (here in orange/yellow) bind to a receptor complex to suppress infection/inflammation. (Image: Suppl Fig 12 Nature Communications doi.org/10.1038/s41467-018-05242-0)

I ricercatori di dermatologia ora vogliono sviluppare un gel peptidico per migliorare la guarigione delle ferite negli studi sui pazienti.

Questo è l’obiettivo principale, ma guarderemo anche alla possibilità di sviluppare nuovi farmaci contro le infezioni agli occhi e vari organi interni. Questo diventerà un nuovo modo di prevenire sia l’infezione che l’infiammazione senza usare antibiotici.”

Leggi abstract dell’articolo:
Structural basis for endotoxin neutralisation and anti-inflammatory activity of thrombin-derived C-terminal peptides
Rathi Saravanan, Daniel A Holdbrook, Jitka Petrlova, Shalini Singh, Nils A Berglund, Yeu Khai Choong, Sven Kjellström, Peter J Bond, Martin Malmsten & Artur Schmidtchen
Nature Communicationsvolume 9, Article number: 2762 (2018)

Fonte: Lund University

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Il metabolismo dell’azoto perturbato potrebbe causare il cancro.

Posted by giorgiobertin su agosto 13, 2018

L’azoto è un elemento fondamentale di tutte le proteine ​​del corpo, l’RNA e il DNA, quindi i tumori cancerosi sono avidi di questo elemento. I ricercatori del Weizmann Institute of Science, in collaborazione con i colleghi del National Cancer Institute ed altri, hanno ora dimostrato che in molti tumori, il metabolismo dell’azoto del paziente viene alterato, producendo cambiamenti rilevabili nei fluidi corporei e contribuendo all’emergere di nuove mutazioni nel tessuto canceroso. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Cell, potrebbero in futuro facilitare la diagnosi precoce del cancro e aiutare a prevedere il successo dell’immunoterapia.

pyrimidine

Quando il corpo fa uso di azoto, genera dagli avanzi una sostanza di rifiuto azotata chiamata urea in una catena di reazioni biochimiche che si verificano nel fegato, che sono conosciute come il ciclo dell’urea. Come risultato di questo ciclo, l’urea viene espulsa nel flusso sanguigno e successivamente viene espulsa dal corpo nelle urine.

Uno degli enzimi del ciclo dell’urea è stato inattivato in molti tumori cancerosi, aumentando la disponibilità di azoto per la sintesi di una sostanza organica chiamata pirimidina, che a sua volta, supporta l’RNA e la sintesi del DNA e la crescita cancerosa.
In questo studio il team del prof. Ayelet Erez ha identificato un numero di alterazioni su precisi enzimi del ciclo dell’urea, che insieme aumentano la disponibilità di composti azotati per la sintesi di pirimidina. Queste alterazioni portano ad un aumento dei livelli di pirimidina nel tumore predisponendo le mutazioni del cancro.

Leggi abstract dell’articolo:
Urea Cycle Dysregulation Generates Clinically Relevant Genomic and Biochemical Signatures
Joo Sang Lee, Lital Adler, Hiren Karathia, Narin Carmel,….. Eytan Ruppin, Ayelet Erez
Cell Published:August 09, 2018 DOI:https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.07.019

Fonte: Weizmann Institute of Science

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Svelati i fattori genetici della psoriasi.

Posted by giorgiobertin su luglio 31, 2018

Uno studio effettuato dai ricercatori dell’Università di Genova e dell’Università di Verona, guidati rispettivamente da Antonio Puccetti e Claudio Lunardi hanno svelato i fattori genetici che esistono dei fattori genetici che determinano lo sviluppo della malattia psoriasica nella sua forma cutanea, osteoarticolare (artrite psoriasica) e metabolica. La pubblicazione è stata fatta sulla rivista ” pubblicato su “Frontiers in Immunology“.

psoriatic-arthritis

La malattia psoriasica è considerata una malattia immuno-metabolica in quanto si associa spesso a sindrome metabolica, caratterizzata da obesità addominale, ipertensione, dislipidemia aterogenica, diabete di tipo 2 dell’adulto, insulino-resistenza e steatosi epatica non alcolica.
L’origine è ancora ignota e dipende dalla combinazione di fattori ambientali, genetici, epigenetici (ossia caratteri ereditari non attribuibili direttamente alla sequenza del Dna).

Spiega il prof. Puccetti: “abbiamo potuto identificare 4 geni regolatori (LINC00909, LINC00657 EPB41L4A-AS1, 11-539L10.3) che sono in grado di controllare tutti i diversi aspetti della malattia: la componente cutanea, quella articolare e la sindrome metabolica che spesso vi si associa“.

Questo studio è “molto importante perché dimostra che ‘geni non codificanti’ determinano l’insorgenza della malattia psoriasica e apre interessanti prospettive per l’individuazione di nuovi bersagli terapeutici per la messa a punto di un trattamento personalizzato”, afferma il prof. Lunardi.

Leggi abstract dell’articolo:
Long Non-Coding RNAs Play a Role in the Pathogenesis of Psoriatic Arthritis by Regulating MicroRNAs and Genes Involved in Inflammation and Metabolic Syndrome
Marzia Dolcino, Andrea Pelosi, Piera Filomena Fiore, Giuseppe Patuzzo, Elisa Tinazzi, Claudio Lunardi and Antonio Puccetti
Front. Immunol., 16 July 2018 | https://doi.org/10.3389/fimmu.2018.01533

Fonte: LeScienze

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Immunoterapia: come il sistema immunitario combatte il cancro.

Posted by giorgiobertin su luglio 30, 2018

L’immunoterapia usa il sistema immunitario del corpo per combattere il cancro. Questa ottima animazione prodotta dal National Cancer Institute, spiega tre tipi di immunoterapia usati per trattare il cancro: stimolazione immunitaria non specifica, terapia di trasferimento delle cellule T e inibitori del checkpoint immunitario.


Immunotherapy: How the Immune System Fights Cancer

Approfondimenti: http://www.cancer.gov/immunotherapy

Related Resources:

Fonte: National Cancer Institute

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Il latte materno: una chiave naturale per combattere il cancro.

Posted by giorgiobertin su luglio 24, 2018

Il latte materno è noto per contenere un gruppo di anticorpi e altri composti utili per i neonati, per proteggerli da tutte le cose dannose del mondo mentre il loro sistema immunitario si matura. Quindi, in un certo senso, per quanto strano possa sembrare, l’idea che il latte materno possa essere la chiave per combattere in modo naturale il cancro, non è affatto sorprendente.

Woman-Breastfeeding

Il team della professoressa Catharina Svanborg dell’University of Lund in Svezia, ha aperto la strada alla valorizzazione delle capacità di lotta contro il cancro del latte materno. In particolare, i ricercatori hanno lavorato su un modo per legare una proteina del latte materno nota come alfa-lattoalbumina all’acido oleico, un acido grasso presente in olio d’oliva, noci e semi.

La combinazione denominata HAMLET (un acronimo per human α‐lactalbumin made lethal to tumor cells) ha dimostrato nelle applicazioni di laboratorio di uccidere le cellule del cancro con successo, riducendo il tumore del cervello, della vescica e del colon con molta facilità. I test condotti su linee di cellule di cancro animali e umane hanno dimostrato che HAMLET è efficace contro almeno 40 tipi di cancro.

Svanborg e il suo team hanno brevettato la scoperta già nel 1995. La ricerca però in quel periodo invece di essere accolta con lodi e applausi, è stata semplicemente accolta con incredulità.

Ora il team ha sviluppato un metodo per produrre in massa HAMLET, il che significa che potrebbe presto diventare un trattamento oncologico ampiamente utilizzato. La sua scoperta rivoluzionaria promette di uccidere le cellule tumorali senza danneggiare le cellule della salute – un’impresa che elude trattamenti convenzionali come la chemio.

Scarica e leggi il documento in full text:
Bladder cancers respond to intravesical instillation of (HAMLET human α‐lactalbumin made lethal to tumor cells)
Ann‐Kristin Mossberg Björn Wullt Lotta Gustafsson Wiking Månsson Eva Ljunggren Catharina Svanborg
Cancer Therapy First published: 23 July 2007 https://doi.org/10.1002/ijc.22810

Fonti: AntiCancer.news – Telegraph.co.ukNaturalnews

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Il Parkinson è una malattia autoimmune?

Posted by giorgiobertin su luglio 23, 2018

I ricercatori della Friedrich-Alexander-Universität (FAU) di Erlangen-Nürnberg, in Germania hanno trovato ulteriori prove a sostegno dell’idea che il Parkinson potrebbe essere una malattia autoimmune.

parkinson-autoimmune23

Gli scienziati, nello studio pubblicato sulla rivista “Cell Stem Cell“, hanno dimostrato che le cellule T helper 17 (Th17) – un tipo di cellule T immunitarie – attaccano le cellule della dopamina derivate da persone con malattia di Parkinson.

“Grazie alle nostre indagini”, afferma la professoressa Beate Winner, del Dipartimento di biologia delle cellule staminali alla FAU, “siamo stati in grado di dimostrare chiaramente non solo che [le cellule T] sono coinvolte nel causare la malattia di Parkinson, ma anche il ruolo che effettivamente svolgono”.

I ricercatori della FAU avevano scoperto in precedenza che il cervello di quelli con Parkinson aveva livelli più alti di cellule Th17.
Le cellule Th17 si trovano anche in quantità elevate nelle persone con artrite reumatoide e altre malattie autoimmuni.

I risultati del nostro studio offrono una base significativa per i nuovi metodi di trattamento del morbo di Parkinson” -conclude la prof.ssa Winner.
In ulteriori esperimenti, gli scienziati hanno anche scoperto che un anticorpo già in uso per il trattamento della psoriasi era in grado di prevenire in larga misura la morte delle cellule cerebrali.

Leggi abstract dell’articolo:
Th17 Lymphocytes Induce Neuronal Cell Death in a Human iPSC-Based Model of Parkinson’s Disease
Annika Sommer, Franz Maxreiter, Florian Krach, Tanja Fadler, … Beate Winner
Cell Stem Cell Volume 23, Issue 1, 5 July 2018, Pages 123-131.e6

Ashley C. Bolte, John R. Lukens
Th17 Cells in Parkinson’s Disease: The Bane of the Midbrain
Cell Stem Cell, Volume 23, Issue 1, 5 July 2018, Pages 5-6

Fonte: Friedrich-Alexander-Universität (FAU) di Erlangen-Nürnberg

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Immunoterapia: come il sistema immunitario combatte il cancro.

Posted by giorgiobertin su luglio 8, 2018

L’immunoterapia usa il sistema immunitario del corpo per combattere il cancro. Questa animazione del National Cancer Institute, spiega tre tipi di immunoterapia usati per trattare il cancro: stimolazione immunitaria non specifica, terapia di trasferimento delle cellule T e inibitori del checkpoint immunitario.


Immunotherapy

Fonte: http://www.cancer.gov/immunotherapy

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Nuove molecole per il trattamento delle malattie autoinfiammatorie.

Posted by giorgiobertin su luglio 5, 2018

Gli scienziati del Global Health Institute, Swiss Federal Institute of Technology Lausanne (EPFL), Svizzera hanno scoperto due serie di composti a piccole molecole che possono bloccare efficacemente una via centrale del sistema immunitario innato, offrendo un nuovo modo promettente per il trattamento delle malattie autoinfiammatorie. Ricordiamo che il sistema immunitario innato può agire contro il corpo stesso, causando una serie di malattie, che vengono chiamate autoinfiammatorie.
Lo studio è pubblicato su “Nature“.

STINGCredit image Seton Hall University

Il sistema immunitario innato è la prima linea di difesa, con le cellule che identificano rapidamente gli elementi estranei, virus e batteri e organizzano un contrattacco per eliminarli. Come strategia chiave per rilevare la presenza di agenti patogeni, le cellule del sistema immunitario innato utilizzano i recettori che possono identificare il DNA microbico e, a sua volta, attivare una proteina chiamata STING (STimulator of Interferon Genes). STING attiva geni che aiutano le cellule a combattere il patogeno infettante.
I ricercatori hanno scoperto composti che legano in modo specifico STING e bloccano efficacemente la sua attività. Gli esperimenti sui topi sono stati molto positivi.

Sono stati eseguiti inoltre dei test in vitro su cellule umane coltivate con queste piccole molecole ed è stata dimostrata l’efficacia nel bloccare la versione umana di STING che supporta ulteriormente il potenziale terapeutico di questi composti nell’uomo.

Il nostro lavoro ha scoperto un meccanismo inaspettato per colpire STING e ha fornito la prima dimostrazione che le terapie anti-STING sono efficaci nella malattia autoinfiammatoria“, afferma il prof. Andrea Ablasser.

Leggi abstract dell’articolo:
Targeting STING with covalent small-molecule inhibitors
Simone M. Haag, Muhammet F. Gulen, Luc Reymond, Antoine Gibelin, Laurence Abrami, Alexiane Decout, Michael Heymann, F. Gisou van der Goot, Gerardo Turcatti, Rayk Behrendt & Andrea Ablasser
Nature Published: 04 July 2018

Fonte: Global Health Institute, Swiss Federal Institute of Technology Lausanne (EPFL)

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Scoperto un gene chiave nella regolazione della risposta immunitaria.

Posted by giorgiobertin su luglio 3, 2018

L’agenzia scientifica nazionale australiana CSIRO ha identificato un nuovo gene che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione della risposta immunitaria dell’organismo alle infezioni e alle malattie.

Il gene, chiamato C6orf106 o “C6“, controlla la produzione di proteine ​​coinvolte in malattie infettive, cancro e diabete. Il gene esiste da 500 milioni di anni, ma il suo potenziale è compreso solo ora.

C6-gene
The C6orf106 or “C6” gene.

Il nostro sistema immunitario produce proteine ​​chiamate citochine che aiutano a fortificare il sistema immunitario e lavorano per impedire che virus e altri agenti patogeni si riproducano e causino malattie”, ha detto il prof. Cameron Stewart, del CSIRO.
C6 regola questo processo disattivando la produzione di alcune citochine per impedire alla nostra risposta immunitaria di andare fuori controllo”.

Le citochine regolate da C6 sono implicate in una varietà di malattie tra cui il cancro, il diabete e i disturbi infiammatori come l’artrite reumatoide” afferma Cameron.
La scoperta, pubblicata sulla rivista “Journal of Biological Chemistry“, aiuta a migliorare la nostra comprensione del nostro sistema immunitario, e si spera che questa comprensione consentirà agli scienziati di sviluppare nuove terapie più mirate.

Leggi il full text dell’articolo:
C6orf106 is a novel inhibitor of the interferon-regulatory factor 3-dependent innate antiviral response.
Rebecca L. Ambrose, Yu Chih Liu, Timothy E. Adams, Andrew G. D. Bean, and Cameron R. Stewart
J. Biol. Chem. jbc.RA117.001491. doi:10.1074/jbc.RA117.001491

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Sviluppate cellule T sintetiche che imitano quelle umane.

Posted by giorgiobertin su giugno 27, 2018

I ricercatori della University of California, Los Angeles – UCLA hanno sviluppato linfociti T sintetici, o cellule T, che sono facsimili quasi perfetti delle cellule T umane. La capacità di creare cellule artificiali potrebbe essere un passo fondamentale verso farmaci più efficaci per trattare il cancro e le malattie autoimmuni e potrebbe portare a una migliore comprensione del comportamento delle cellule immunitarie umane. Tali cellule potrebbero anche essere utilizzate per potenziare il sistema immunitario di persone con cancro o deficit immunitari.

artificial T cells
UCLA scientists developed artificial T cells that, like natural T cells, can deform to squeeze between tiny gaps in the body, as shown in this schematic.

La complessa struttura dei linfociti T e la loro natura multifunzionale hanno reso difficile per gli scienziati replicarli in laboratorio“, ha detto Moshaverinia. “Con questa svolta, possiamo usare le cellule T sintetiche per progettare trasportatori di farmaci più efficienti e capire il comportamento delle cellule immunitarie“.

I linfociti T naturali sono difficili da usare nella ricerca perché sono molto delicati e poiché, dopo essere stati estratti dagli umani e da altri animali, tendono a sopravvivere solo per pochi giorni.

Abbiamo creato una nuova classe di cellule T artificiali in grado di potenziare il sistema immunitario di un ospite interagendo attivamente con le cellule immunitarie attraverso il contatto diretto, l’attivazione o il rilascio di segnali infiammatori o regolatori” – afferma il prof. Moshaverinia.

Scarica e leggi abstract dell’articolo:
Biomimicry Model: Mechanobiological Mimicry of Helper T Lymphocytes to Evaluate Cell–Biomaterials Crosstalk (Adv. Mater. 23/2018).
Hasani‐Sadrabadi, M. M., Majedi, F. S., Bensinger, S. J., Wu, B. M., Bouchard, L. , Weiss, P. S. and Moshaverinia, A.
Adv. Mater., 30: 1870159. doi:10.1002/adma.201870159

Fonte: University of California, Los Angeles – UCLA

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Sperimentazioni cliniche di un vaccino per invertire il diabete di tipo 1.

Posted by giorgiobertin su giugno 22, 2018

Il follow-up a lungo termine dei partecipanti alle sperimentazioni cliniche di un vaccino generico per invertire il diabete di tipo 1 avanzato ha fornito significativi benefici clinici, incluso il ripristino dei livelli quasi normali di zucchero nel sangue.

Tre anni dopo aver ricevuto due somministrazioni del vaccino del bacillo Mycobacterium bovis Bacillus Calmette Guérin (BCG) a quattro settimane di distanza, tutti i membri di un gruppo di adulti con diabete di tipo 1 di lunga data hanno mostrato un miglioramento dell’HbA1c (emoglobina glicata) a livelli quasi normali – miglioramento che è persistito per i successivi cinque anni.

Lo studio condotto da un gruppo di ricerca del Massachusetts General Hospital (MGH) – pubblicato su “npj Vaccines” e presentato al 77th Scientific Sessions of the American Diabetes Association- riporta anche che gli effetti del vaccino BCG sul controllo della glicemia sembrano dipendere da un meccanismo metabolico totalmente nuovo che aumenta il consumo cellulare di glucosio.

Questa è la convalida clinica del potenziale di un vaccino sicuro per abbassare stabilmente gli zuccheri nel sangue a livelli quasi normali con, anche in pazienti con una malattia di lunga durata“, dice la prof. ssa Denise Faustman del Massachusetts General Hospital Immunobiology Laboratory. (video)


Faustman Lab BCG & Diabetes

Nell’indagare come la somministrazione del vaccino produce i suoi effetti benefici, il team di ricerca ha identificato un meccanismo mai visto in precedenza negli esseri umani in risposta al trattamento – uno spostamento del processo del metabolismo del glucosio dalla fosforilazione ossidativa, la via più comune attraverso la quale le cellule convertono il glucosio in energia, a glicolisi aerobica, un processo che comporta un consumo di glucosio significativamente maggiore da parte delle cellule.

I risultati del team hanno posto le basi per ulteriori test sulla somministrazione di BCG, compreso lo studio di fase 2 approvato dalla FDA attualmente in corso, testando dosi multiple di BCG in un ampio gruppo di partecipanti con diabete di tipo 1 di lunga data. Il vaccino ha l’approvazione della Food and Drug Administration statunitense, ed è usato contro la tubercolosi da più di 100 anni.

Leggi il full text dell’articolo:
Long-term reduction in hyperglycemia in advanced type 1 diabetes: the value of induced aerobic glycolysis with BCG vaccinations
Willem M. Kühtreiber, Lisa Tran, Taesoo Kim, Michael Dybala, Brian Nguyen, Sara Plager, Daniel Huang, Sophie Janes, Audrey Defusco, Danielle Baum, Hui Zheng & Denise L. Faustman
npj Vaccines volume 3, Article number: 23 (2018), Published: 21 June 2018

Initial clinical trial results, published in a 2012 PLOS One paper

Fonte:  Massachusetts General Hospital (MGH)

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Identificati i marcatori genetici per il cancro alla prostata.

Posted by giorgiobertin su giugno 12, 2018

Un team internazionale di ricercatori esperti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Svezia, Canada, Germania, Cina, Finlandia, Belgio, Spagna, Polonia, Malesia e Croazia, coordinati dagli scienziati dell’University of Southern California – USC ha trovato decine di nuovi marcatori genetici nel codice del DNA che aumentano il rischio di cancro alla prostata – una conoscenza potente che probabilmente si rivelerà utile per rilevare e prevenire la malattia.
Concentrandosi sul DNA di oltre 140.000 uomini in tutto il mondo, i ricercatori sono stati in grado di identificare 63 nuovi marcatori genetici associati al rischio di cancro alla prostata.

Genetic-markers-prostate-cancer
Cancer in the prostate gland, seen here in yellow, is common for older men. A team including USC scientists found telltale genetic traits to predict men who are most at risk. (Photo/Science Source)

Questa non è una cura, ma le informazioni possono aiutare a identificare gli uomini ad alto rischio di sviluppare il cancro alla prostata che possono beneficiare di uno screening avanzato e di una prevenzione futura mirata“, ha detto il prof. Christopher A. Haiman.
Per identificare i marcatori genetici associati al rischio di cancro alla prostata, i ricercatori hanno usato “OncoArray“, una nuova analisi del DNA, per confrontare più di mezzo milione di cambiamenti a singola lettera nel codice del DNA di quasi 80.000 uomini con cancro alla prostata e più di 61.000 uomini senza la malattia.

Abbiamo la capacità di identificare gli uomini a maggior rischio di cancro alla prostata”, ha detto Haiman. “Ora abbiamo bisogno di capire come usare questa informazione genetica per prevenire la malattia“.
Molte delle nuove varianti genetiche sono state trovate nella regione dei geni coinvolti nella comunicazione tra le cellule del sistema immunitario e altre cellule del corpo. Ciò implica che gli errori genetici nei percorsi immunitari possono influenzare il rischio di cancro alla prostata, che potrebbe avere importanti implicazioni per il potenziale trattamento futuro del cancro alla prostata con le immunoterapie.

Leggi abstract dell’articolo:
Association analyses of more than 140,000 men identify 63 new prostate cancer susceptibility loci
Fredrick R. Schumacher, Ali Amin Al Olama, […]Rosalind A. Eeles
Nature Genetics Published: 11 June 2018

Fonte: University of Southern California – USC

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Come distruggere le difese protettive del tumore.

Posted by giorgiobertin su giugno 8, 2018

I ricercatori del Babraham Institute hanno dimostrato che alcuni tumori non usano uno, ma due livelli di protezione contro il sistema immunitario. Colpire un livello ha potenziato gli effetti protettivi del secondo e viceversa. La ricerca dimostra che un duplice approccio rivolto a entrambi i tipi di cellule contemporaneamente può offrire un percorso promettente per lo sviluppo di nuove immunoterapie per il cancro.

immunoterapia

Lo sviluppo e la crescita di un tumore canceroso si verificano spesso nonostante un sistema immunitario pienamente funzionante, in grado di riconoscere e uccidere le cellule tumorali. I tumori sequestrano alcune cellule del nostro sistema immunitario per creare un ambiente permissivo alla crescita e proteggere dagli elementi antitumorali. In particolare, i tumori reclutano alleati delle cellule immunitarie, cellule chiamate macrofagi associati al tumore (TAM – tumor-associated macrophages) e cellule T regolatorie (Foxp3+ regulatory T – Treg), per eludere l’attacco immunitario.

L’inibizione specifica del reclutamento di TAM si ottiene bloccando le azioni di una proteina chiamata fattore stimolante le colonie (CSF1), riducendo la crescita del tumore nei modelli murini.
Allo stesso modo, inibendo l’azione delle cellule Treg nei topi mediante l’inattivazione di un enzima chiave chiamato PI3K delta si protegge da una gamma di tumori. Un inibitore PI3K delta è approvato per il trattamento della leucemia linfocitica cronica (CLL) e del linfoma follicolare non-Hodgkin.

Nella ricerca del team americano è stato utilizzato un modello murino di cancro del colon-retto, e si è dimostrato che inibendo congiuntamente TAM e cellule Treg sostanzialmente si inibisce la crescita del tumore.
I risultati della ricerca suggeriscono nuovi obiettivi per le immunoterapie tumorali.

Leggi il full text dell’articolo:
Compensation between CSF1R+ macrophages and Foxp3+ Treg cells drives resistance to tumor immunotherapy.
Gyori, D., Lim, E.L., Grant, F., Spensberger, D., Roychoudhuri, R., Shuttleworth, S.J., Okkenhaug, K., Stephens, L.R., Hawkins, P.T.
JCI Insight. 2018;3(11):e120631  First published June 7, 2018 10.1172/jci.insight.120631

Fonte: Babraham Institute

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Nuovo approccio al trattamento delle malattie infiammatorie.

Posted by giorgiobertin su giugno 7, 2018

Gli scienziati della University of California San Diego School of Medicine hanno scoperto che è possibile bloccare l’infiammazione nei topi con un anticorpo naturale che lega le molecole di fosfolipidi ossidati (oxidized phospholipids – OxPL) sulle superfici cellulari che vengono modificate dall’infiammazione. Anche durante una dieta ricca di grassi, l’anticorpo proteggeva i topi dalla formazione della placca arteriosa, dall’indurimento delle arterie e dalle malattie del fegato e prolungava le loro vite.

Witztum_OxPL
The aorta of a mouse model of atherosclerosis on a high-fat diet for 12 months (top) has significantly more plaques (bright red) than the aorta of the same type of mouse that also produces the anti-inflammatory E06 antibody (bottom).

Lo studio, pubblicato su “Nature“, segna la prima dimostrazione in un sistema vivente che OxPL innesca l’infiammazione e porta alla formazione della placca, secondo i ricercatori, che aggiungono che i risultati suggeriscono anche un nuovo approccio per prevenire o invertire un certo numero di malattie infiammatorie.
Ovunque si verifichi l’infiammazione, si ottiene OxPL“, ha detto il professoere Joseph Witztum. “Non significa che OxPL è la causa, ma sicuramente gioca un ruolo importante.”

Alcuni fosfolipidi – le molecole che costituiscono le membrane cellulari – sono soggetti a modifiche da parte di specie reattive dell’ossigeno, formando OxPL. Questo evento è particolarmente comune in condizioni infiammatorie come l’aterosclerosi, in cui si formano le placche che bloccano le arterie.

I ricercatori hanno generano un pezzo di anticorpo chiamato E06 che è sufficiente per legare OxPL e prevenire la capacità di causare l’infiammazione nelle cellule immunitarie, ma non abbastanza da causare l’infiammazione da sola. Rispetto ai topi di controllo, i topi con anticorpi E06 presentavano un’aterosclerosi del 28-57 % in meno, anche dopo un anno, nonostante avessero alti livelli di colesterolo. L’anticorpo diminuiva anche la calcificazione della valvola aortica (indurimento e restringimento delle valvole aortiche), la steatosi epatica (malattia del fegato grasso) e l’infiammazione del fegato. L’anticorpo E06 ha anche prolungato la vita dei topi.

Witztum e il team stanno testando l’anticorpo E06 nei modelli murini di malattie umane legate all’infiammazione, come l’osteoporosi (perdita ossea) e la steatoepatite non alcolica

Leggi abstract dell’articolo:
Oxidized phospholipids are proinflammatory and proatherogenic in hypercholesterolaemic mice
Xuchu Que, Ming-Yow Hung, Calvin Yeang, Ayelet Gonen, Thomas A. Prohaska, Xiaoli Sun, Cody Diehl, Antti Määttä, Dalia E. Gaddis, Karen Bowden, Jennifer Pattison, Jeffrey G. MacDonald, Seppo Ylä-Herttuala, Pamela L. Mellon, Catherine C. Hedrick, Klaus Ley, Yury I. Miller, Christopher K. Glass, Kirk L. Peterson, Christoph J. Binder, Sotirios Tsimikas & Joseph L. Witztum
Nature Published: 06 June 2018

Fonte: University of California San Diego School of Medicine

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Cancro al seno: bene una nuova immunoterapia sperimentale.

Posted by giorgiobertin su giugno 6, 2018

L’immunoterapia è una forma di terapia del cancro che aumenta il sistema immunitario del corpo nella lotta contro i tumori. Il trasferimento cellulare adottivo (ACT – Adoptive cell transfer), in particolare, è un tipo di immunoterapia che rafforza uno specifico tipo di cellula immunitaria: le cellule T.

Nella ACT, gli operatori sanitari raccolgono cellule T dal tumore maligno e isolano le cellule immunitarie che sono le più aggressive contro il cancro. Successivamente, coltivano queste cellule T in gran numero in laboratorio e quindi le reintroducono nel corpo del paziente per via endovenosa. Questa tecnica si è dimostrata essere efficace nel trattamento di diversi tumori, come il melanoma, il cancro del polmone e i tumori della vescica. Questi cancri sono tutti caratterizzati da un alto livello di mutazioni. Non è particolarmente efficace contro i tumori che hanno meno mutazioni, come il cancro allo stomaco, il cancro dell’esofago, il cancro alle ovaie e il cancro al seno.

MRI-scan-breast-cancer
Left: CT scans of a woman with breast cancer before TIL therapy show a lesion invading the chest wall (top) and metastatic lesions in the liver (bottom). Right: Scans 14 months after treatment show all lesions have disappeared. Credit: National Cancer Institute

Ora una nuova e migliorata forma di ACT, descritta su “Nature Medicine“, ha portato a una regressione completa del cancro al seno in un paziente che in precedenza non aveva risposto a tutti gli altri trattamenti, compresa la chemioterapia e la terapia ormonale. Questa nuova forma sperimentale di immunoterapia consiste nell’utilizzare cellule chiamate linfociti infiltranti il ​​tumore (tumor-infiltrating lymphocytes – TILS).

I ricercatori del National Cancer Institute (NCI), hanno rivelato 62 diverse mutazioni e testato quale TILS aveva la capacità di riconoscere queste mutazioni. “Abbiamo sviluppato un metodo ad alto rendimento“, afferma il prof. Steven Rosenberg, “per identificare le mutazioni presenti in un cancro che sono riconosciute dal sistema immunitario“.
Poiché questo nuovo approccio all’immunoterapia dipende dalle mutazioni, non dal tipo di cancro, è in un certo senso un progetto che possiamo usare per il trattamento di molti tipi di cancro” – conclude il prof. Rosemberg.

Leggi abstract dell’articolo:
Immune recognition of somatic mutations leading to complete durable regression in metastatic breast cancer
Nikolaos Zacharakis, Harshini Chinnasamy, Mary Black, Hui Xu, Yong-Chen Lu, Zhili Zheng, Anna Pasetto, Michelle Langhan, Thomas Shelton, Todd Prickett, Jared Gartner, Li Jia, Katarzyna Trebska-McGowan, Robert P. Somerville, Paul F. Robbins, Steven A. Rosenberg, Stephanie L. Goff & Steven A. Feldman
Nature Medicine (2018) Published: 04 June 2018 doi:10.1038/s41591-018-0040-8

Clinical trial, see: https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT01174121

Fonte: Surgery Branch, National Cancer Institute, National Institutes of Health, Bethesda,, USA

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