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Posts Tagged ‘immunologia’

Scoperto recettore chiave del sistema immunitario per combattere il cancro.

Posted by giorgiobertin su aprile 22, 2018

Gli scienziati dell’Università di Southampton hanno dimostrato come stimolare una posizione specifica sulla superficie delle cellule immunitarie può essere molto importante nella loro lotta contro il cancro.

Il nuovo lavoro riguarda un recettore chiamato CD40 trovato sulla superficie di alcune cellule immunitarie che regola la loro attività. I recettori CD40 sono normalmente dispersi sulla superficie delle cellule immunitarie in riposo, ma devono essere concentrati e raggruppati in complessi altamente organizzati al fine di innescare una risposta immunitaria contro il cancro. Gli scienziati ritengono che sia necessario un clustering molto preciso per innescare un segnale di attivazione per “dare il via” alle cellule immunitarie che combattono le malattie, incluso il cancro.


Concentrated CD40 receptions (grey wavy lines) on the immune cell surface

L’uso del sistema immunitario del corpo per trovare e uccidere le cellule tumorali sta rapidamente cambiando il modo in cui la malattia viene gestita e curata. Il cancro mostra dei marcatori unici che possono essere riconosciuti dal sistema immunitario, il cancro spesso previene l’attacco del sistema immunitario mettendo le cellule immunitarie in uno stato di stand-by. Una nuova famiglia di farmaci che stimolano il sistema immunitario, sono in grado di invertire la capacità delle cellule tumorali di esaurire le cellule immunitarie e di farle ripartire.

Lo studio, pubblicato sulla rivista “Cancer Cell” ha anche scoperto che la capacità dei farmaci anticorpali, che si legano alla proteina CD40, di raggruppare i recettori delle cellule immunitarie era un requisito chiave affinché le cellule immunitarie si “sveglino” e combattano il cancro.

Scarica e leggi il full text dell’articolo.
Complex Interplay between Epitope Specificity and Isotype Dictates the Biological Activity of Anti-human CD40 Antibodies
Xiaojie Yu, H.T. Claude Chan, Christian M. Orr, Osman Dadas, Steven G. Booth, Lekh N. Dahal, Christine A. Penfold, Lyn O’Brien, and others
Cancer Cell, Vol. 33, Issue 4, p664–675.e4 Published online: March 22, 2018 DOI: https://doi.org/10.1016/j.ccell.2018.02.009

Fonte: Università di Southampton

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Scoperto composto efficace contro le malattie autoimmuni.

Posted by giorgiobertin su aprile 20, 2018

I ricercatori del Department of Pathology and Immunology, Washington University School of Medicine, St. Louis, USA- guidati da Maxim Artyomov, hanno scoperto che un composto blocca un percorso infiammatorio che è coinvolto in molte altre malattie autoimmuni. In particolare gli scienziati hanno ora ricavato un composto dalle cellule immunitarie e l’hanno usato per trattare con successo la psoriasi nei topi.

La psoriasi è una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario non riconosce il proprio tessuto e inizia ad attaccarlo.

Psoriasis
A compound from the body’s own immune cells can treat psoriasis in mice and holds promise for other autoimmune diseases such as multiple sclerosis, according to a new study at Washington University School of Medicine in St. Louis. (GETTY IMAGES)

In precedenza era stato dimostrato che le cellule infiammatorie che rilevano la presenza di batteri producono un composto chiamato itaconato. ll composto riduce i livelli di una proteina chiave – nota come IkappaBzeta – nella via infiammatoria IL-17. Questo percorso è cruciale per combattere alcuni tipi di infezioni batteriche, ma è anche la via principale del corpo per iniziare la malattia autoimmune. Il nuovo prodotto utilizzato dai ricercatori negli esperimenti su topi con psoriasi è una forma modificata di itaconato: il dimetil-itaconato.
Come riportato dalla rivista “Nature“, gli animali con psoriasi alle orecchie trattati per una settimana con il dimetil-itaconato, rispetto al placebo sono tornati normali.

Ora sappiamo che i composti itaconati possono aiutare con le malattie autoimmuni, in particolare nella psoriasi e potenzialmente nella sclerosi multipla, e questa piccola molecola si sta rivelando molto potente.” afferma il prof. Maxim Artyomov.

Leggi abstract dell’articolo:
Electrophilic properties of itaconate and derivatives regulate the IκBζ–ATF3 inflammatory axis
Monika Bambouskova, Laurent Gorvel, […]Maxim N. Artyomov
Nature (2018) Published online:18 April 2018 doi:10.1038/s41586-018-0052-z

Fonte: Department of Pathology and Immunology, Washington University School of Medicine, St. Louis, USA

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Sistema immunitario e disfunzione gastrointestinale legati all’autismo.

Posted by giorgiobertin su aprile 18, 2018

I ricercatori dell’UC Davis MIND Institute – Sacramento California hanno scoperto che i bambini con disturbo dello spettro autistico (ASD) hanno una riduzione della regolazione del sistema immunitario e cambiamenti nel loro microbiota intestinale. La deregolazione immunitaria sembra facilitare l’aumento dell’infiammazione e può essere collegata ai problemi gastrointestinali così spesso sperimentati dai bambini con ASD.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Brain, Behavior and Immunity“.

BBI

In particolare i ricercatori analizzando i campioni di sangue e di feci per valutare sia la risposta immunitaria hanno constato che bambini con problemi di disturbo dello spettro autistico avevano livelli più elevati di citochine infiammatorie, come IL-5, IL-15 e IL-17, rispetto ai bambini normali.

Questi risultati illuminano la fisiologia e rappresentano un primo passo verso la delineazione di causa ed effetto.
Questo lavoro apre nuove interessanti strade per determinare come il microbioma possa guidare la risposta immunitaria della mucosa nell’ASD o se l’attivazione immunitaria spinga i cambiamenti del microbioma“, ha affermato il prof. Ashwood. “Al momento non lo sappiamo.”

Leggi abstract dell’articolo:
Differential immune responses and microbiota profiles in children with autism spectrum disorders and co-morbid gastrointestinal symptoms
Destanie R. Rose, Houa Yang, Gloria Serena, Craig Sturgeon, Paul Ashwood
Brain, Behavior, and Immunity, In press, corrected proof, Available online 20 March 2018 https://doi.org/10.1016/j.bbi.2018.03.025

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Verso un vaccino anti-aterosclerosi.

Posted by giorgiobertin su aprile 14, 2018

Nella malattia aterosclerosi, le placche contenenti colesterolo si formano nelle pareti dei vasi, causando una restringimento delle arterie e aumentando notevolmente il rischio di infarto e ictus. L’uso recente di farmaci anti-colesterolo delle statine ha ridotto gli eventi cardiovascolari causati dall’aterosclerosi del 35%, ma milioni di individui rimangono a rischio. Quindi, un’aggiunta o un’alternativa desiderabile sarebbe un intervento per prevenire del tutto la formazione della placca.

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As cardiovascular disease progresses, the proportion of protective Tregs decreases. Image: Dr. Klaus Ley, La Jolla Institute for Allergy and Immunology

Un nuovo lavoro pubblicato sulla rivista “Circulation” condotto dai ricercatori del La Jolla Institute for Allergy and Immunology supporta questa possibilità.
Per creare il nuovo vaccino, il team di Ley ha progettato un breve tratto (o peptide) della proteina LDL principale.
La vaccinazione ha avuto successo in topi aterosclerotici con una piccola porzione di proteina modificata di “colesterolo cattivo“. La vaccinazione ha ridotto i livelli di placca nei topi ed in altri esperimenti con campioni di sangue umano.

Sapevamo che l’aterosclerosi aveva una componente infiammatoria, ma fino a poco tempo fa non avevamo un modo per contrastarla” – afferma il prof. Klaus Ley “Ora scopriamo che la nostra vaccinazione riduce effettivamente il carico di placca espandendo una classe di cellule T protettive che frenano l’infiammazione”.
Un vaccino ampiamente disponibile che prevenga la formazione della placca potrebbe essere molto vicino.

Leggi abstract dell’articolo:
Regulatory CD4+ T Cells Recognize MHC-II-Restricted Peptide Epitopes of Apolipoprotein B
Takayuki Kimura, Kouji Kobiyama, Holger Winkels, Kevin Tse, Jacqueline Miller, Melanie Vassallo, Dennis Wolf, Christian Ryden, Marco Orecchioni, Thamotharampillai Dileepan, Marc K. Jenkins, Eddie A. James, William W. Kwok, David B. Hanna, Robert C. Kaplan, Howard D. Strickler, Helen G. Durkin, Seble G. Kassaye, Roksana Karim, Phyllis C. Tien, Alan L. Landay, Stephen J. Gange, John Sidney, Alessandro Sette and Klaus Ley
Circulation. 2018; CIRCULATIONAHA.117.031420, originally published March 27, 2018

Fonte: La Jolla Institute for Allergy and Immunology

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Promettente un vaccino contro i tumori.

Posted by giorgiobertin su aprile 13, 2018

Un nuovo tipo di vaccino contro il cancro ha prodotto risultati promettenti in una sperimentazione clinica iniziale condotta presso la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania e l’Abramson Cancer Center dell’Università della Pennsylvania. Il vaccino personalizzato è costituito dalle cellule immunitarie dei pazienti, queste sono esposte in laboratorio al contenuto delle cellule tumorali dei pazienti e quindi iniettate nei pazienti per avviare una risposta immunitaria più ampia.

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Lo studio, condotto in pazienti con carcinoma ovarico avanzato, era uno studio pilota finalizzato principalmente a determinare la sicurezza e la fattibilità, ma c’erano chiari segni che poteva essere efficace: circa la metà dei pazienti vaccinati mostrava segni di risposta alle cellule T anti-tumorali, e quei “responder” tendevano a vivere molto più a lungo senza progressione del tumore rispetto a quelli che non rispondevano.
“Il tasso di sopravvivenza globale a 2 anni di questi pazienti responder era del 100%, mentre il tasso per i non responder era solo del 25%” – affermano i ricercatori.
Lo studio è stato pubblicato su “Science Translational Medicine“.

Questo vaccino sembra essere sicuro per i pazienti e provoca un’ampia immunità anti-tumorale – riteniamo che meriti ulteriori test in studi clinici più ampi“, ha detto l’autore principale il prof. Janos L. Tanyi.
Ogni vaccino è essenzialmente personalizzato per il singolo paziente, utilizzando il tumore del paziente che ha un insieme unico di mutazioni e quindi una presentazione unica al sistema immunitario. È anche un vaccino contro il tumore intero, inteso a stimolare una risposta immunitaria contro non solo un bersaglio associato al tumore, ma centinaia o migliaia.
L’idea è di mobilitare una risposta immunitaria che colpisca il tumore in modo molto ampio, colpendo una varietà di marcatori, inclusi alcuni che potrebbero essere trovati solo su quel particolare tumore” – afferma il prof. Tanyi.

Il vaccino sfrutta il naturale processo dell’immunità dei linfociti T ai tumori, ma lo potenzia per aiutare a superare le formidabili difese dei tumori.

Leggi abstract dell’articolo:
Personalized cancer vaccine effectively mobilizes antitumor T cell immunity in ovarian cancer
Janos L. Tanyi, Sara Bobisse, Eran Ophir, Sandra Tuyaerts, Annalisa Roberti, Raphael Genolet, Petra Baumgartner, Brian J. Stevenson, Christian Iseli……..et al.
Science Translational Medicine 11 Apr 2018: Vol. 10, Issue 436, eaao5931 DOI: 10.1126/scitranslmed.aao5931

Fonte: Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania

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Degenerazione maculare legata all’invecchiamento delle cellule immunitarie.

Posted by giorgiobertin su aprile 6, 2018

Studiando topi e cellule da pazienti, i ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis, hanno scoperto che le cellule immunitarie chiamate macrofagi invecchiano, e sono più propensi a contribuire all’infiammazione e alla crescita anormale dei vasi sanguigni che danneggiano la visione nella degenerazione maculare.

Micro-RNA  DANYEL CAVAZOS/MICHAEL WORFUL

Dagli esperimenti sui topi, il team ha scoperto che i macrofagi più anziani contengono quantità maggiori di brevi frammenti di materiale genetico, detti microRNA, che regolano il modo in cui le cellule esprimono i geni. I ricercatori hanno trovato livelli significativamente più elevati di microRNA-150 nei macrofagi negli occhi dei topi più anziani e nei campioni di sangue da soggetti umani con degenerazione maculare.

I microRNA aiutano a regolare molte cose nelle cellule legandosi a diversi geni per influenzare il modo in cui quei geni producono le proteine. In questo studio, i ricercatori hanno scoperto che microRNA-150 sembrava guidare i macrofagi più anziani verso la promozione dell’infiammazione e della formazione anormale dei vasi sanguigni nei modelli murini di degenerazione maculare.

Riteniamo che il microRNA-150 possa essere un potenziale bersaglio terapeutico, o almeno un biomarcatore, per la malattia aggressiva e il rischio di perdita della vista”, ha detto il prof. Jonathan B. Lin. “È possibile immaginare terapie immunitarie che modifichino il livello dei microRNA in modo che queste cellule macrofagiche non contribuiscano più alla malattia“.

Leggi abstract dell’articolo:
Macrophage microRNA-150 promotes pathological angiogenesis as seen in age-related macular degeneration
Lin JB, Moolani HV, Sene A, Sidhu R, Kell P, Lin JB, Dong Z, Ban N, Ory DS, Apte RS
JCI Insight. 2018;3(7):e120157. doi:10.1172/jci.insight.120157.

Fonte: Washington University School of Medicine di St. Louis

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Un nuovo composto aiuta ad attivare le cellule T che combattono il cancro.

Posted by giorgiobertin su aprile 3, 2018

Un team internazionale di immunologi, biologi molecolari e chimici guidati dalla professoressa di chimica dell’University of Connecticut, Amy Howell, riporta sulla rivista “Cell Chemical Biology” la creazione di un nuovo composto che sembra avere le proprietà di stimolare le cellule T (i NKT) killer naturali, potenti armi che il sistema immunitario del nostro corpo conta per combattere le infezioni e combattere malattie come il cancro, la sclerosi multipla e il lupus.

AmyHowell
An illustration showing interactions between components of the AH10-7 compound (yellow), an immune system antigen-presenting cell (gray), and an invariant natural killer T cell (green and blue) that spark activation of iNKT cells in ‘humanized’ mice. (Image courtesy of Jose Gascon/UConn)

Il composto – una versione modificata di un ligando α-GalCer (alpha-galactosylceramides) sintetizzato in precedenza – è altamente efficace nell’attivazione di cellule iNKT umane. È anche selettivo – stimola le cellule NKT per rilasciare un insieme specifico di proteine note come citochine Th1, che stimolano l’immunità anti-tumorale. Il nuovo composto è chiamato AH10-7.

Abbiamo sintetizzato un nuovo composto, ne abbiamo dimostrato l’efficacia con i dati biologici e abbiamo imparato di più sulle sue interazioni con le proteine ​​attraverso la cristallografia a raggi X e l’analisi computazionale“, ha affermato il professore associato di chimica José Gascón. “Stiamo fornendo i protocolli in modo che altri scienziati possono razionalmente progettare molecole correlate che suscitano risposte desiderate da cellule NKT”.

Leggi abstract dell’articolo:
Dual Modifications of α-Galactosylceramide Synergize to Promote Activation of Human Invariant Natural Killer T Cells and Stimulate Anti-tumor Immunity.
Divya Chennamadhavuni, Noemi Alejandra Saavedra-Avila, Leandro J. Carreño, Matthew J. Guberman-Pfeffer, Pooja Arora, Tang Yongqing, Hui-Fern Koay, Dale I. Godfrey, Santosh Keshipeddy, Stewart K. Richardson, Srinivasan Sundararaj, Jae Ho Lo, Xiangshu Wen, José A. Gascón, Weiming Yuan, Jamie Rossjohn, Jérôme Le Nours, Steven A. Porcelli, Amy R. Howell.
Cell Chemical Biology, 2018; DOI: 10.1016/j.chembiol.2018.02.009

Fonte: University of Connecticut

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Cancro: relazione tra i batteri intestinali ed efficacia dell’immunoterapia.

Posted by giorgiobertin su aprile 3, 2018

Secondo una nuova ricerca della Perelman School of Medicine presso l’Università della Pennsylvania, la composizione dei batteri nel tratto gastrointestinale può contenere indizi per aiutare a prevedere quali pazienti oncologici sono più propensi a beneficiare delle terapie cellulari personalizzate (terapia T-cellulare adottiva (ACT)) che hanno dimostrato una promessa senza precedenti nella lotta contro i tumori difficili da trattare.

Come riportato sulla rivista “Journal of Clinical Investigation Insights“, l’efficacia della terapia T-cellulare adottiva (ACT) nei topi affetti da cancro è significativamente influenzata dalle differenze nella composizione naturale di batteri intestinali.

Facciabene gut bacteria
Bacterial taxa observed in Jackson and Harlan mice at 7 days and 21 days following ACT. (Credit: Andrea Facciabene, Perelman School of Medicine, University of Pennsylvania; JCI)

La terapia T-cellulare adottiva (ACT) arruola il sistema immunitario di un paziente per combattere malattie come il cancro e alcune infezioni. Le cellule T di un paziente sono raccolte e cresciute in laboratorio per aumentare il numero di cellule T che uccidono il tumore. Le cellule vengono quindi restituite al paziente come rinforzo al corpo.

La risposta microbiota-dipendente all’ACT è stata dimostrata con successo nei topi e la modulazione con antibiotici specifici può essere utilizzata per aumentare l’efficacia dell’ACT“, ha detto il prof. Andrea Facciabene.

Leggi abstract dell’articolo:
Gut microbiota modulates adoptive cell therapy via CD8α dendritic cells and IL-12.
Mireia Uribe-Herranz, Kyle Bittinger, Stavros Rafail, Sonia Guedan, Stefano Pierini, Ceylan Tanes, Alex Ganetsky, Mark A. Morgan, Saar Gill, Janos L. Tanyi, Frederic D. Bushman, Carl H. June, Andrea Facciabene.
JCI Insight, 2018; 3 (4) DOI: 10.1172/jci.insight.94952

Fonte: Perelman School of Medicine presso l’Università della Pennsylvania

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Scoperto l’interruttore dell’infiammazione.

Posted by giorgiobertin su marzo 31, 2018

Gli scienziati della School of Biochemistry and Immunology in the Trinity Biomedical Sciences Institute at Trinity College -Dublino, hanno scoperto un nuovo processo metabolico nel corpo che può disattivare l’infiammazione. Hanno scoperto che “itaconato” – una molecola derivata dal glucosio – agisce come un potente interruttore per i macrofagi, che sono le cellule del sistema immunitario che si trovano al centro di molte malattie infiammatorie tra cui l’artrite, la malattia infiammatoria intestinale e le malattie cardiache.

macrofagi

Ricordiamo che l’infiammazione è una risposta immunitaria per proteggere il corpo dall’invasione di microbi e rimuovere i tessuti danneggiati. Una volta che il pericolo è passato, le cellule e le molecole infiammatorie si ritirano in modo che il processo di guarigione possa iniziare. Tuttavia, se l’infiammazione persiste, inizia a distruggere i tessuti sani ed è la causa di molte malattie debilitanti, come l’artrite, le malattie cardiache e il morbo di Crohn.
I macrofagi svolgono un ruolo chiave nel processo infiammatorio, quindi la loro funzione è stata ben studiata nella speranza di identificare un nuovo trattamento per controllare l’infiammazione cronica.

Usando modelli di cellule e topi, il team ha scoperto un nuovo processo metabolico che spegne l’infiammazione. Riferiscono nel lavoro pubblicato sulla rivista “Nature” che, in determinate circostanze, i macrofagi convertono il glucosio in itaconato, un composto antinfiammatorio che colpisce una varietà di proteine ​​per arrestare la risposta infiammatoria.

Il professor O’Neill ha dichiarato: “Abbiamo esplorato i cambiamenti metabolici nei macrofagi negli ultimi sei anni e ci siamo imbattuti in quella che riteniamo sia la scoperta più importante finora“.
È noto che i macrofagi causano infiammazione, ma abbiamo appena scoperto che possono essere indotti a generare un composto biochimico chiamato itaconato. Questo funziona come un importante freno, o interruttore, sul macrofago, raffreddando l’infiammazione in un processo mai descritto prima.

Questa scoperta si spera, spianerà la strada allo sviluppo di nuovi trattamenti anti-infiammatori per migliorare la vita di migliaia di pazienti che vivono con disturbi infiammatori cronici.

Leggi abstract dell’articolo:
Itaconate is an anti-inflammatory metabolite that activates Nrf2 via alkylation of KEAP1
Evanna L. Mills, Dylan G. Ryan[…]Luke A. O’Neill
Nature Published:28 March 2018 doi:10.1038/nature25986

Fonte: School of Biochemistry and Immunology in the Trinity Biomedical Sciences Institute at Trinity College -Dublino

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Scoperto il tallone di Achille del cancro.

Posted by giorgiobertin su marzo 29, 2018

Un gruppo di ricerca guidato da Monica Bettencourt Dias , dell’Istituto Gulbenkian de Ciência – Oeiras, Portugal ha scoperto importanti caratteristiche delle cellule tumorali che possono aiutare i medici a combattere il cancro.

DIASNatCommun
Caption: Healthy cells (left image) display 4 centrioles, a normal number (in yellow). On the contrary, breast cancer cells (triple negative) have extra centrioles (here 16, right image).

I ricercatori hanno osservato che il numero e le dimensioni delle minuscole strutture che esistono all’interno delle cellule, chiamate centrioli, sono aumentate nei sottotipi più aggressivi del cancro. Questo studio è stato pubblicato su “Nature Communications“.

Circa 100 volte più piccoli della sezione trasversale di un capello, i centrioli sono stati definiti come il ​​’cervello‘ delle cellule, poiché svolgono ruoli cruciali nella moltiplicazione, nel movimento e nella comunicazione cellulare. Il loro numero e la loro dimensione sono sotto stretto controllo nelle cellule normali, ma dalla loro scoperta, più di un secolo fa, è stato ipotizzato che un aumento anormale del numero di queste strutture possa indurre il cancro.

I risultati rivelano che le cellule tumorali hanno spesso centrioli ‘extra‘ molto lunghi, che sono assenti nelle cellule normali. Un elemento che è risultato vero soprattutto nei tumori del seno aggressivi (come il triplo negativo) o nel cancro del colon.

Leggi abstract dell’articolo:
Over-elongation of centrioles in cancer promotes centriole amplification and chromosome missegregation
Gaëlle Marteil, Adan Guerrero, André F. Vieira, Bernardo P. de Almeida, Pedro Machado, Susana Mendonça, Marta Mesquita, Beth Villarreal, Irina Fonseca, Maria E. Francia, Katharina Dores, Nuno P. Martins, Swadhin C. Jana, Erin M. Tranfield, Nuno L. Barbosa-Morais, Joana Paredes, David Pellman, Susana A. Godinho & Mónica Bettencourt-Dias
Nature Communicationsvolume 9, Article number: 1258 (2018) Published online:28 March 2018 doi:10.1038/s41467-018-03641-x

Fonte: Istituto Gulbenkian de Ciência – Oeiras, Portugal

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Una combinazione di immunoterapie contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su marzo 29, 2018

Uno studio pre-clinico, pubblicato su “Clinical Cancer Research“, da parte dei ricercatori dell’University of Southampton ha combinato anticorpi diretti contro PD-1 / PD-L1, un tipo di immunoterapia noto come blocco del checkpoint che supera la resistenza delle cellule tumorali al sistema immunitario, con un altro anticorpo contro CD27, che avvia il sistema immunitario per trovare e uccidere le cellule tumorali.

cancer cell

I risultati hanno dimostrato che la terapia combinata ha prodotto fino al 60% di protezione dal cancro rispetto al 10% di protezione quando è stato somministrato un solo trattamento. Gli anticorpi PD-1/L1 sono già somministrati a persone con tumori come il melanoma e cancro del polmone, ma il beneficio di questi anticorpi è visto solo in un piccolo numero di pazienti.

L’uso del blocco dei checkpoint ha rivoluzionato il campo dell’immunoterapia del cancro, ma non basta per fermare il cancro dall’evadere il sistema immunitario, abbiamo bisogno di rafforzare il sistema immunitario per combattere le cellule del cancro. Combinando il blocco del checkpoint con un anticorpo anti-CD27, siamo stati in grado di dimostrare che i due approcci possono essere sfruttati per migliorare potenzialmente le attuali opzioni di trattamento.” – afferma il professore Aymen Al-Shamkhani.

Il team di ricerca afferma che questo lavoro pre-clinico supporta degli studi clinici che sono già in corso.

Leggi abstract dell’articolo:
PD-1 blockade and CD27 stimulation activate distinct transcriptional programs that synergize for CD8+ T-cell driven anti-tumor immunity
Sarah L Buchan, Mohannah Fallatah, Stephen M Thirdborough, Vadim Y Taraban, Anne Rogel, Lawrence J. Thomas, Christine A Penfold, Li-Zhen He, Michael A Curran, Tibor Keler and Aymen Al-Shamkhani
Clin Cancer Res March 7 2018 DOI: 10.1158/1078-0432.CCR-17-3057

Fonte: University of Southampton

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Rivista open access: Journal for ImmunoTherapy of Cancer.

Posted by giorgiobertin su marzo 24, 2018

Journal for ImmunoTherapy of Cancer (JITC) è la rivista open access della Society for Immunotherapy of Cancer (SITC), peer reviewed che pubblica su tutti gli aspetti dell’immunologia del tumore e dell’immunoterapia del cancro, con l’obiettivo di arricchire la comunicazione e far progredire la comprensione scientifica in questo campo in rapida evoluzione.

jitc-logo

I temi di interesse spaziano dallo spettro base scientifico-traslazionale-clinico e includono interazioni ospite-tumore, microambiente tumorale, modelli animali, biomarcatori immunitari predittivi e prognostici, nuove terapie farmaceutiche e cellulari, vaccini, terapie combinate a base immunitaria e immunitarie tossicità correlata.

Accedi al sito della rivista:
Journal for ImmunoTherapy of Cancer (JITC)

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FDA approva un nuovo trattamento per l’HIV.

Posted by giorgiobertin su marzo 12, 2018

La Food and Drug Administration (FDA) ha approvato Trogarzo (ibalizumab-uiyk), un nuovo antiretrovirale per i pazienti adulti affetti da HIV già trattati in precedenza con le terapie attualmente disponibili ma senza successo (HIV multiresistente, MDR HIV).


Trogarzo (ibalizumab). Mechanism of Action. TaiMed Biologics/Theratechnologies

La sicurezza e l’efficacia di Trogarzo sono state valutate in uno studio clinico condotto su 40 pazienti con HIV multiresistente, molti dei quali erano stati precedentemente trattati con 10 o più farmaci antiretrovirali.
Il medicinale viene somministrato per via endovenosa una volta ogni 14 giorni e utilizzato in combinazione con altri farmaci antiretrovirali (video).

Comunicato stampa FDA:
FDA approves new HIV treatment for patients who have limited treatment options

Trogarzo

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I batteri intestinali provocano malattie autoimmuni.

Posted by giorgiobertin su marzo 9, 2018

Secondo un nuovo studio della Yale University, i batteri trovati nell’intestino tenue di topi e gli esseri umani possono viaggiare verso altri organi e innescare una risposta autoimmune. I ricercatori hanno anche scoperto che la reazione autoimmune può essere soppressa con un antibiotico o un vaccino progettato per colpire i batteri.

liver-fish
Orange dots represent the gut bacterium E. gallinarum in liver tissue.

I batteri intestinali sono stati collegati a una serie di malattie, tra cui le condizioni autoimmuni caratterizzate dall’attacco del sistema immunitario ai tessuti sani. Per far luce su questo collegamento, il gruppo di ricerca della Yale School of Medicine si è concentrato su Enterococcus gallinarum, un batterio scoperto che è in grado di “traslocare” spontaneamente dall’intestino ai linfonodi, al fegato e alla milza.

Il team di ricerca ha scoperto che potevano sopprimere l’autoimmunità nei topi con un antibiotico o un vaccino rivolto a E. gallinarum. Con entrambi gli approcci, i ricercatori sono stati in grado di sopprimere la crescita del batterio nei tessuti e smussarne gli effetti sul sistema immunitario.
Il vaccino contro E. gallinarum è stato un approccio specifico, in quanto le vaccinazioni contro altri batteri che abbiamo studiato non prevenivano la mortalità e l’autoimmunità“, hanno osservato i ricercatori. Il vaccino è stato somministrato tramite iniezione nel muscolo per evitare di prendere di mira altri batteri che risiedono nell’intestino.

Il trattamento con un antibiotico e altri approcci come la vaccinazione sono modi promettenti per migliorare la vita dei pazienti con malattia autoimmune“, ha detto il prof. Martin Kriegel.

Leggi abstract dell’articolo:
Translocation of a gut pathobiont drives autoimmunity in mice and humans
BY S. MANFREDO VIEIRA, M. HILTENSPERGER, V. KUMAR, D. ZEGARRA-RUIZ, C. DEHNER, N. KHAN, F. R. C. COSTA, E. TINIAKOU, T. GREILING, W. RUFF, A. BARBIERI, C. KRIEGEL, S. S. MEHTA, J. R. KNIGHT, D. JAIN, A. L. GOODMAN, M. A. KRIEGEL
Science 09 MAR 2018 Vol. 359, Issue 6380, pp. 1156-1161 DOI: 10.1126/science.aar7201

Fonte: Yale University

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Potenziare le cellule immunitarie del cervello per fermare l’Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su marzo 8, 2018

I ricercatori guidati dal Prof. Huaxi Xu – il direttore del Neuroscience and Aging Research Center, Sanford-Burnham Prebys Medical Discovery Institute, La Jolla, CA, USA – hanno scoperto una potenziale nuova strategia per sradicare la proteina beta-amiloide che innesca i sintomi della malattia di Alzheimer.

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Il Prof. Xu e il suo team hanno studiato il comportamento di un recettore trovato su un tipo di cellula chiamata microglia – o cellule immunitarie del sistema nervoso centrale – in due studi sui topi. I risultati sono pubblicati sulla rivista “Neuron“.
Il recettore si chiama TREM2, come spiega il Prof. Xu, “Abbiamo scoperto che le mutazioni nel TREM2 aumentano significativamente il rischio di Alzheimer, indicando un ruolo fondamentale per questo particolare recettore nella protezione del cervello.”

In particolare, il primo studio mostra che la beta amiloide si lega al recettore, innescando una reazione a catena che può culminare con il rallentamento della progressione dell’Alzheimer. Inoltre, lo studio ha dimostrato che la rimozione di TREM2 nei topi ha interferito con le correnti elettriche che normalmente attivano le microglia.

Il secondo studio ha rafforzato i risultati del primo; ha dimostrato che l’aumento dei livelli di TREM2 rende le microglia più reattive e riduce i sintomi della malattia di Alzheimer.

Questi studi sono importanti“, spiega il Prof. Xu, “perché dimostrano che oltre a salvare la patologia associata alla malattia di Alzheimer, siamo in grado di ridurre i deficit comportamentali con TREM2“.

Leggi abstracts degli articoli:
TREM2 Is a Receptor for β-Amyloid that Mediates Microglial Function
Yingjun Zhao, Xilin Wu, Xiaoguang Li, Lu-Lin Jiang, … Huaxi Xu
Neuron Volume 97, Issue 5, 7 March 2018, Pages 1023–1031.e7

Elevated TREM2 Gene Dosage Reprograms Microglia Responsivity and Ameliorates Pathological Phenotypes in Alzheimer’s Disease Models
C.Y. Daniel Lee, Anthony Daggett, Xiaofeng Gu, Lu-Lin Jiang, … X. William Yang
Neuron Volume 97, Issue 5, 7 March 2018, Pages 1032–1048.e5 https://doi.org/10.1016/j.neuron.2018.02.002

Fonte: Sanford-Burnham Prebys Medical Discovery Institute, La Jolla, CA, USA

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Identificata una proteina bersaglio delle malattie metaboliche.

Posted by giorgiobertin su marzo 7, 2018

E’ stata pubblicata sulla rivista “EMBO Reports” una ricerca coordinata dall’Università Statale di Milano che assegna il ruolo di regolatore mitocondriale ad una proteina poco conosciuta: i soggetti portatori di una mutazione genetica della proteina manifestano malattie metaboliche.

Zc3h10

I mitocondri sono organelli intracellulari deputati principalmente alla produzione di energia, pertanto il loro corretto funzionamento è fondamentale per le cellule per svolgere funzioni essenziali come proliferazione, differenziamento e prevenzione della morte cellulare. I ricercatori, utilizzando approcci genomici, metabolomici, proteomici e funzionali, hanno identificato Zc3h10 come nuovo regolatore della funzionalità mitocondriale.
Hanno dimostrato che Zc3h10 garantisce il corretto funzionamento del mitocondrio accoppiando il consumo di ossigeno con la produzione di energia, in altre parole favorendo la respirazione mitocondriale.

Alcuni soggetti portatori di una mutazione nella sequenza di Zc3h10 che porta ad una proteina disfunzionale, hanno i mitocondri meno attivi. Questo si manifesta nei soggetti con un elevato indice di massa corporea e valori sopra la media dei livelli plasmatici di glucosio e trigliceridi, tipici indicatori di malattia metabolica. L’obiettivo ora è quello di sviluppare nuovi approcci terapeutici con target Zc3h10.

Leggi abstract dell’articolo:
Zc3h10 is a novel mitochondrial regulator
Matteo Audano, Silvia Pedretti, Gaia Cermenati, Elisabetta Brioschi, Giuseppe Riccardo Diaferia, Serena Ghisletti, Alessandro Cuomo, Tiziana Bonaldi, Franco Salerno, Marina Mora, Liliana Grigore, Katia Garlaschelli, Andrea Baragetti, Fabrizia Bonacina, Alberico Luigi Catapano, Giuseppe Danilo Norata, Maurizio Crestani, Donatella Caruso, Enrique Saez, Emma De Fabiani, Nico Mitro.
EMBO Reports (2018) e45531 Published online 05.03.2018 DOI 10.15252/embr.201745531

Fonte: Università Statale di Milano

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Nuova classificazione del diabete.

Posted by giorgiobertin su marzo 2, 2018

Il diabete adulto non è una sola ma cinque ‘diverse’ malattie, con differenti livelli di gravità, differenti età di esordio, differenti caratteristiche metaboliche e anche genetiche; separare il diabete in 5 sottotipi potrebbe permettere di personalizzare le terapie e di prevedere e ridurre al massimo le complicanze. La nuova classificazione è il risultato di uno studio condotto da Leif Groop dell’University of Lund in Svezia e pubblicato su “The Lancet Diabetes & Endocrinology“.


Paradigm shift in the diagnosis of diabetes

Oggi il diabete si distingue in tipo 2 o insulino-resistente che colpisce l’adulto, costituisce la quasi totalità dei casi (85%), è caratterizzato da una scarsa risposta dell’organismo all’ormone che regola la glicemia, l’insulina; e tipo 1 o giovanile, compare quasi sempre nell’infanzia ed è una malattia autoimmune (il sistema immunitario attacca il pancreas rendendolo incapace di produrre insulina).

Lo studio ha analizzato 14.775 pazienti dai 18 anni in su ed ha identificato una forma autoimmune (riguarda l’11-17% dei pazienti – è caratterizzata da grave resistenza all’insulina e rischio molto alto di complicanze renali) e altri quattro distinti sottotipi su base non autoimmunitaria.

Questo è il primo passo verso una cura personalizzata del diabete“, afferma Leif Groop, medico e professore di diabete ed endocrinologia all’Università di Lund in Svezia (video).

Leggi abstract dell’articolo:
Novel subgroups of adult-onset diabetes and their association with outcomes: a data-driven cluster analysis of six variables
Emma Ahlqvist, Petter Storm, Annemari Käräjämäki, Mats Martinell, Mozhgan Dorkhan, Annelie Carlsson, Petter Vikman, Rashmi B Prasad, Dina Mansour Aly, Peter Almgren, Ylva Wessman, Nael Shaat, Peter Spégel, Hindrik Mulder, Eero Lindholm, Olle Melander, Ola Hansson, Ulf Malmqvist, Åke Lernmark, Kaj Lahti, Tom Forsén, Tiinamaija Tuomi, Anders H Rosengren, Leif Groop
The Lancet Diabetes & Endocrinology Published: 01 March 2018 DOI: https://doi.org/10.1016/S2213-8587(18)30051-2

Fonte: University of Lund – Sweden

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Un vaccino anti-eroina pronto per essere testato sull’uomo.

Posted by giorgiobertin su febbraio 18, 2018

Gli scienziati dello Scripps Research Institute (TSRI) hanno raggiunto un’importante pietra miliare nella progettazione di un vaccino sicuro ed efficace per trattare sia la dipendenza da eroina che il blocco letale di overdose del farmaco.

La ricerca, pubblicata sulla rivista “Molecular Pharmaceutics“, mostra come una nuova formulazione anti-eroina è sicura nei modelli animali e rimane stabile a temperatura ambiente per almeno 30 giorni. Di conseguenza, il vaccino è vicino a essere pronto per i test umani.

eroina

La prima formulazione del vaccino contro l’eroina è stata sviluppata nel 2013.  È stato dimostrato che è efficace e sicuro sia nei modelli di primati sia in quelli non umani. La nuova molecola agisce istruendo gli anticorpi del sistema immunitario su come attaccare le molecole di eroina, impedendo al farmaco di raggiungere il cervello.
La molecola dell’eroina non attiva in modo naturale una risposta anticorpale, quindi i ricercatori hanno cercato il modo di collegarla a una proteina trasportatrice (carrier) che avverte il sistema immunitario di iniziare a produrre anticorpi. I loro esperimenti sui modelli di roditori hanno dimostrato che la migliore formulazione del vaccino conteneva una proteina trasportatrice chiamata tossoide tetanico e l’allume come adiuvante.

Leggi abstract dell’articolo:
Enhancing Efficacy and Stability of an Anti-Heroin Vaccine: Examination of Antinociception, Opioid Binding Profile, and Lethality
Candy S Hwang, Paul T. Bremer, Cody J Wenthur, Sam On Ho, SuMing Chiang, Beverly Ellis, Bin Zhou, Gary Fujii, and Kim D Janda
Mol. Pharmaceutics, DOI: 10.1021/acs.molpharmaceut.7b00933 Publication Date (Web): February 8, 2018

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Le cellule staminali pluripotenti indotte come vaccino contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su febbraio 16, 2018

Le cellule staminali pluripotenti indotte, o cellule iPS, sono una pietra miliare della medicina rigenerativa. Fuori dal corpo, possono essere convertite a diventare diversi tipi di cellule e tessuti che possono aiutare a riparare i danni causati da traumi o malattie. Ora, uno studio sui topi dell’Institute for Stem Cell Biology and Regenerative Medicine Stanford University School of Medicine suggerisce un altro uso per le cellule iPS: addestrare il sistema immunitario ad attaccare o persino a prevenire i tumori.

Come spiegano i ricercatori, il vantaggio principale dell’utilizzo di intere iPSC è che il vaccino non deve più identificare l’antigene perfetto per il bersaglio in uno specifico tipo di cancro. “Il vaccino ha quasi “innescato” il sistema immunitario dei roditori per sradicare le cellule tumorali“, spiega il prof. Joseph C. Wu. “Quello che ci ha sorpreso di più è stata l’efficacia del vaccino iPSC nel riattivare il sistema immunitario per colpire il cancro“.

Kooreman
This visual abstract depicts how cancer immunity against multiple types of cancer can be achieved using an easily generable iPSC-based cancer vaccine. This immunity is based on overlapping epitopes between iPSCs and cancer cells and can also be achieved by reactivating the immune system as an adjuvant. Credit: Kooreman and Kim et al./Cell Stem Cell

I risultati pubblicati sulla rivista “Cell Stem Cell” suggeriscono che potrebbe un giorno essere possibile vaccinare un individuo con le proprie cellule iPS per proteggersi dallo sviluppo di molti tipi di cancro.

Ora i ricercatori vorrebbero studiare se l’approccio funziona in campioni di tumori umani e cellule immunitarie in un ambiente di laboratorio. In caso di successo, immaginano un futuro in cui le persone possano ricevere un vaccino composto dalle proprie cellule iPS come mezzo per prevenire lo sviluppo dei tumori mesi o anni dopo.

Anche se resta ancora molto da fare, il concetto stesso è piuttosto semplice“, ha detto il prof. Joseph C. Wu. “Prenderemo il tuo sangue, creeremo le cellule iPS e quindi inietteremo le cellule per prevenire futuri tumori. Sono molto entusiasta delle possibilità future.

Leggi abstract dell’articolo:
Autologous iPSC-Based Vaccines Elicit Anti-tumor Responses In Vivo
Nigel G. Kooreman, Youngkyun Kim, Patricia E. de Almeida, Vittavat Termglinchan, Sebastian Diecke, Ning-Yi Shao, Tzu-Tang Wei, Hyoju Yi, Devaveena Dey, Raman Nelakanti, Thomas P. Brouwer, David T. Paik, Idit Sagiv-Barfi, Arnold Han, Paul H.A. Quax, Jaap F. Hamming, Ronald Levy, Mark M. Davis, Joseph C. Wu.
Cell Stem Cell Published: February 15, 2018 – DOI: https://doi.org/10.1016/j.stem.2018.01.016

Fonte:  Stanford University School of Medicine

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ASCO: linee guida sulla gestione degli effetti avversi dell’immunoterapia.

Posted by giorgiobertin su febbraio 16, 2018

L’American Society of Clinical Oncology (ASCO) e la National Comprehensive Cancer Network (NCCN) hanno sviluppato nuove linee guida sulla gestione delle tossicità correlate agli inibitori del checkpoint immunitario.
Gli inibitori del checkpoint immunitario hanno rivoluzionato il trattamento di diversi tipi di cancro, ma queste terapie possono provocare eventi avversi (AE) che possono essere gravi o addirittura letali. Le due società hanno sviluppato nuove linee guida, pubblicate sul “Journal of Clinical Oncology” e sul sito NCCN, sulla gestione del checkpoint immunitario correlata agli inibitori.

Le linee guida riguardano le patologie dermatologiche, gastrointestinali, epatiche, pancreatiche, endocrine, polmonari, renali, oculari, nervose, cardiovascolari e muscoloscheletriche, nonché le reazioni correlate all’infusione. Vengono inoltre trattati i principi di immunosoppressione, educazione del paziente, sfida immunitaria e monitoraggio di routine.
Le linee guida affermano che, in generale, gli inibitori del checkpoint possono essere proseguiti con un attento monitoraggio delle tossicità.

Se togli i freni dal sistema immunitario e gli permetti di attaccare il cancro, può anche attaccare il tessuto sano nel corpo di un paziente“, ha detto il prof. John A. Thompson. “Fortunatamente, la maggior parte degli effetti collaterali sono reversibili, ma il riconoscimento precoce e il trattamento adeguato sono fondamentali video.

ASCO e NCCN incoraggiano oncologi, altri professionisti e pazienti a fornire un feedback su queste linee guida tramite il Wiki delle Linee Guida ASCO o il sito Web dell’NCCN.

Scarica e leggi il documento in full text:
Management of Immune-Related Adverse Events in Patients Treated With Immune Checkpoint Inhibitor Therapy – American Society of Clinical Oncology Clinical Practice Guideline
Julie R. Brahmer, Christina Lacchetti, Bryan J. Schneider, Michael B. Atkins, Kelly J. Brassil, Jeffrey M. Caterino, Ian Chau, Marc S. Ernstoff…….Yinghong Wang, Jeffrey S. Weber, Jedd D. Wolchok, and John A. Thompson in collaboration with the National Comprehensive Cancer Network
Journal of Clinical Oncology DOI: 10.1200/JCO.2017.77.6385 published online before print February 14, 2018

Fonti: American Society of Clinical Oncology (ASCO) –  Medscape

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Tumori e invecchiamento del sistema immunitario.

Posted by giorgiobertin su febbraio 13, 2018

Un nuovo studio, pubblicato su Pnas da un team dell’Università di Dundee in collaborazione con ricercatori della Heriot Watt University, ha messo  in luce il ruolo finora sottovalutato del sistema immunitario, che con l’invecchiamento perderebbe progressivamente la capacità di individuare ed eliminare le cellule tumorali prima che queste possano diffondersi e originare tumori.


Ageing immune system may explain age-related cancer risk increase

La chiave per la prevenzione del cancro potrebbe risiedere nel sistema immunitario piuttosto che nelle mutazioni genetiche. Seguendo l’ipotesi che un sistema immunitario in età avanzata può comportare tassi più elevati di cancro, così come porta le persone anziane ad essere più inclini ad altre malattie, i ricercatori hanno esaminato i dati su 2 milioni di casi di cancro in un’arco di età 18-70 anni. Hanno quindi sviluppato un’equazione matematica su come si sarebbero aspettati un’incidenza del cancro in aumento rispetto a un sistema immunitario in declino e l’hanno confrontata con i profili di età per 100 diversi tipi di cancro.

Dall’analisi dei risultati è emerso che il sistema immunitario, in particolare quando declina, può svolgere un ruolo molto più importante nello sviluppo del cancro di quanto si pensasse in precedenza.
I dati sono preliminari ed è ancora molto presto, ma se sono riconfermati è possibile parlare di un modo completamente nuovo di trattare e prevenire il cancro“, ha detto la dott.ssa Thea Newman (video).

Una causa primaria dell’invecchiamento del sistema immunitario è il restringimento della ghiandola del timo. È qui che vengono prodotte le cellule T, che circolano nel corpo uccidendo cellule disfunzionali o agenti esterni.

L’involuzione timica inizia molto presto e il timo si dimezza approssimativamente in dimensioni ogni 16 anni, con un corrispondente calo nella produzione di cellule T. I ricercatori hanno scoperto una correlazione estremamente forte tra l’aumento di alcuni tumori e la manacta produzione di nuove popolazioni di cellule T. “Le cellule T sono costantemente alla ricerca di cellule tumorali, cercando di distruggerle. Se non riescono a trovarle abbastanza presto perchè il sistema immunitario è debole, allora la popolazione oncologica ha la possibilità di crescere. Le probabilità che questo accada aumenteranno con l’età poiché il timo si restringe continuamente” – spiega il prof. Luca Albergante.

Leggi abstract dell’articolo:
Thymic involution and rising disease incidence with age
Sam Palmer, Luca Albergante, Clare C. Blackburn and T. J. Newman
PNAS 2018; published ahead of print February 5, 2018, https://doi.org/10.1073/pnas.1714478115

Fonte: Università di Dundee

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I batteri svolgono un ruolo fondamentale nella guida dei tumori del colon.

Posted by giorgiobertin su febbraio 11, 2018

I pazienti con una forma ereditaria di cancro del colon ospitano due specie batteriche (Bacteroides fragilis ed Escherichia coli), una scoperta sorprendente poiché il colon contiene almeno 500 diversi tipi di batteri.) che collaborano per favorire lo sviluppo della malattia, e la stessa specie è stata trovata in persone che sviluppano una forma sporadica di cancro del colon, ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori del Bloomberg-Kimmel Institute for Cancer Immunotherapy, Johns Hopkins University, Baltimore, USA.

Queste nuove scoperte si basano su delle ricerche precedenti che hanno dimostrato come particolari ceppi di batteri possono invadere il muco del colon in almeno la metà del pazienti che ottengono il cancro al colon, ma che non hanno una predisposizione ereditaria per la malattia. A differenza della maggior parte dei batteri, che non riescono a superare lo strato protettivo del muco del colon, queste comunità di batteri che invadono il muco formano un biofilm appiccicoso proprio accanto alle cellule epiteliali che rivestono il colon, dove il cancro di solito ha origine. Queste comunità batteriche possono alla fine aiutare le cellule epiteliali a diventare cancerose.

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Bacteria play a critical role in the development of colon cancer, new research suggests. Credit: Elizabeth Cook

Un secondo studio sui topi pubblicato in concomitanza dagli stessi ricercatori mostra un possibile meccanismo che sta dietro ad uno specifico tipo di risposta immunitaria, promuovendo – invece di inibire – la formazione di tumori maligni. Insieme, queste scoperte potrebbero portare a nuovi modi per schermare più efficacemente e in definitiva prevenire il cancro del colon.

I risultati sono stati pubblicati online su: “Cell Host & Microbe” e “Science“.

Gli esperimenti condotti sugli animali riportati su “Cell Host & Microbe” dimostrano come la tossina di ETBF (ceppo di B. fragilis) induca lo sviluppo del cancro del colon. La tossina di ETBF stimola una cascata di eventi che promuovono l’infiammazione del colon che si alimenta agendo sulle cellule epiteliali del colon.

Scarica e leggi il documento in full text:
Patients with familial adenomatous polyposis harbor colonic biofilms containing tumorigenic bacteria
BY CHRISTINE M. DEJEA, PAYAM FATHI,………..CYNTHIA L. SEARS
SCIENCE 02 FEB 2018 : 592-597 DOI: 10.1126/science.aah3648

Bacteroides fragilis Toxin Coordinates a Pro-carcinogenic Inflammatory Cascade via Targeting of Colonic Epithelial Cells.
Liam Chung, Erik Thiele Orberg, Abby L. Geis, June L. Chan.. et al.
Cell Host & Microbe, 2018; DOI: 10.1016/j.chom.2018.01.007

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Proteine naturali come vettori per vaccini contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su febbraio 7, 2018

I bioingegneri del National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering (NIBIB) del National Institutes of Health, hanno sviluppato una nuova tecnologia che consente ai nanovaccini di legarsi alle proteine ​​dell’albumina naturalmente presenti nel corpo.
La proteina albumina fornisce quindi questi nanocomplessi ai linfonodi, provocando così una potente attivazione immunitaria contro diversi tipi di tumore nei modelli di cancro del topo. L’uso di albumina naturale come navetta universale per vaccini è un passo significativo verso l’applicazione dell’immunoterapia dei nanovaccini contro il cancro negli esseri umani.

I nanovaccini consistono fondamentalmente di due componenti: la parte che consegna il vaccino al sito corretto, i linfonodi, dove avviene l’attivazione del sistema immunitario; e la parte che attiva le cellule del sistema immunitario per espandersi e mirare specificamente al tumore.

Zhu
Schematic of self-assembly of the AlbiVax nanovaccine. The tumor-specific antigen and DNA segment were attached to Evans blue (purple arrows). Upon injection, albumin in the blood (green arrows) binds to the Evans blue and brings the complexes into the lymph system where the DNA and antigen interact with the immune cells (blue) in the lymph nodes. The interaction triggers a vigorous immune response against the target tumor. Credit: Zhu, et al.

Abbiamo progettato un vaccino che si lega a una proteina chiamata albumina normalmente presente nell’organismo, che filtra anche regolarmente attraverso i linfonodi. Quindi, il vaccino essenzialmente si lega con l’albumina per viaggiare verso i linfonodi, eliminando la necessità di creare un veicolo di consegna separato. La produzione su larga scala e la sicurezza a lungo termine sono gli ostacoli principali dell’attuale tecnologia dei nanovaccini, il nostro approccio offre una deviazione per accelerare l’uso finale di nanomedicine nella clinica” – spiega il prof.  Guizhi Zhu.  Il lavoro è descritto nel sulla rivista “Nature Communications“.

Sono stati ingegnerizzati diversi nanovaccini, ciascuno con un diverso antigene, il componente che stimola le cellule immunitarie ad attaccare un tipo specifico di tumore. Ad ogni antigene, gli ingegneri hanno anche aggiunto una piccola molecola di colorante chiamata Evans blue (EB), che si lega all’albumina nel corpo ed è stata utilizzata per quasi un secolo nella clinica.

Rispetto ad altre tecnologie di legame all’albumina, la nostra tecnologia proprietaria è stata sviluppata utilizzando EB clinicamente sicuro, rendendo molto promettente per l’eventuale traduzione clinica: sintetizzando semplicemente i vaccini che legano l’albumina, la nostra tecnologia può essere applicata praticamente a qualsiasi vaccino molecolare o terapia molecolare” – puntualizza il prof. Zhu.

Scarica e leggi il documento in full text:
Albumin/vaccine nanocomplexes that assemble in vivo for combination cancer immunotherapy
Zhu G, Lynn GM, Jacobson O, Chen K, Liu Y, Zhang H, Ma Y, Zhang F, Tian R, Ni Q, Cheng S, Wang Z, Lu N, Yung BC, Wang Z, Lang L, Fu X, Jin A, Weiss ID, Vishwasrao H, Niu G, Shroff H, Klinman DM, Seder RA, Chen X
Nat Commun. 2017 Dec 5;8(1):1954. doi: 10.1038/s41467-017-02191-y.

Fonte: National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering (NIBIB)

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Scoperto come spegnere “la macchina molecolare” attiva in molte malattie.

Posted by giorgiobertin su febbraio 7, 2018

I ricercatori dell’Institute for Molecular Bioscience (IMB) Università del Queensland hanno scoperto come un processo di infiammazione si spegne automaticamente nelle cellule sane, e ora stanno studiando i modi per fermarlo manualmente quando va a monte in molte malattie.

Scientists discover off-switch for ‘molecular machine’ active in many diseases from The University of Queensland

La scoperta dei ricercatori potrebbe essere la chiave per fermare i danni causati dall’infiammazione incontrollata in una serie di malattie comuni, tra cui malattie del fegato, morbo di Alzheimer e gotta.
Ora che capiamo come questo percorso si spegne naturalmente in salute, possiamo indagare sul perché non si spegne nella malattia“, afferma  il professore Schroder. La ricerca si concentra sugli inflammasomi, che sono complessi proteici simili a macchine nel cuore dell’infiammazione e della malattia. “Questi complessi si formano quando un’infezione, un danno o altri disturbi vengono rilevati dal sistema immunitario e inviano messaggi alle cellule immunitarie per dire loro di rispondere” spiega il professor Kate Schroder.

Se il disturbo non può essere eliminato, come nel caso delle placche amiloidi nell’Alzheimer, queste macchine molecolari continuano a sparare, causando danni neurodegenerativi dall’infiammazione prolungata“.  “Abbiamo scoperto che gli inflammasomi normalmente funzionano con un temporizzatore incorporato, per garantire che si attivino solo per un determinato periodo di tempo dopo l’attivazione“.

In particolare “L’inflammasoma avvia il processo infiammatorio attivando una proteina che funziona come un paio di forbici,  taglia se stessa e altre proteine“, ha detto il dott. Schroder.
Quello che abbiamo scoperto è che dopo un periodo di tempo questa proteina disattiva il percorso, quindi se possiamo modificare questo sistema potremmo essere in grado di spegnerlo manualmente nella malattia“.

I composti per bloccare gli inflammasomi sono stati sviluppati dai ricercatori dell’IMB,  e sono stati commercializzati dalla società di sviluppo farmaceutico Inflazome Ltd.

Leggi abstract dell’articolo:
Caspase-1 self-cleavage is an intrinsic mechanism to terminate inflammasome activity
Dave Boucher, Mercedes Monteleone, Rebecca C. Coll, Kaiwen W. Chen, Connie M. Ross, Jessica L. Teo, Guillermo A. Gomez, Caroline L. Holley, Damien Bierschenk, Katryn J. Stacey, Alpha S. Yap, Jelena S. Bezbradica, Kate Schroder
Journal of Experimental Medicine Feb 2018, DOI: 10.1084/jem.20172222

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ADA: aggiornate le linee guida sul Diabete.

Posted by giorgiobertin su febbraio 5, 2018

L’American Diabetes Association (Ada) ha pubblicato sulla rivista “Diabetes Care” le linee guida aggiornate le linee guida sul diabete di tipo 2.
Il documento si occupa anche delle nuove tecnologie applicate al diabete e, in particolare, del monitoraggio continuo del glucosio.

Diabetes-Care-Supplement_1.cover

Per aggiornare gli Standard of Care, il Professional Practice Committee (PPC) di ADA ha svolto una vasta ricerca clinica della letteratura sul diabete, integrata con il contributo del personale di ADA e della comunità medica in generale.

E’ stato pubblicato un articolo di commento su Medscape da paerte di Anne Peters, direttrice dello University of Southern California (Usc) Clinical Diabetes Program.

Scarica e leggi il documento in full text:
Standards of Medical Care in Diabetes—2018
Diabetes Care 2018 Jan; 41(Supplement 1): S1-S2. https://doi.org/10.2337/dc18-Sint01

Medscape 2018
https://www.medscape.com/viewarticle/890906

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