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Posts Tagged ‘psichiatria’

Alzheimer: “Forte evidenza” di coinvolgimento dei virus.

Posted by giorgiobertin su giugno 22, 2018

Uno studio primo nel suo genere condotto dai ricercatori dell’Arizona State University-Banner Neurodegenerative Disease Research Center (NDRC) e i loro colleghi dell’Icahn School of Medicine del Monte Sinai chiarito i meccanismi attraverso cui gli agenti infettivi possono svolgere ruoli importanti nella malattia di Alzheimer (AD).

Per raggiungere questo obiettivo, il team ha capitalizzato i dati sul sequenziamento del DNA e dell’RNA da 622 donatori cerebrali con le caratteristiche cliniche e neuropatologiche del morbo di Alzheimer e 322 donatori cerebrali senza la malattia.
Nel presente studio, i ricercatori hanno esplorato la presenza virale in 6 regioni chiave del cervello che sono note per essere altamente vulnerabili alle devastazioni dell’AD.
Lo studio ha identificato alti livelli di herpesvirus umano (HHV) 6A e 7 in campioni di cervello che mostrano segni di neuropatologia AD, rispetto ai livelli più bassi trovati nel cervello normale.


Two strains of human herpesvirus—human herpesvirus 6A (HHV-6A) and human herpesvirus 7 (HHV-7) —are found in the brains of people with Alzheimer’s disease at levels up to twice as high as in those without Alzheimer’s, researchers from the Icahn School of Medicine at Mount Sinai report.

Siamo stati in grado di utilizzare una vasta gamma di approcci di biologia di rete per mettere a confronto il modo in cui questi virus potrebbero interagire con geni umani che sappiamo essere rilevanti per l’Alzheimer“, ha detto il prof. Readhead.
Non penso che possiamo rispondere se gli herpesvirus sono una causa primaria della malattia di Alzheimer, ma è chiaro che sono perturbanti e partecipano a reti che sono direttamente alla base della fisiopatologia del morbo di Alzheimer” – affermano i ricercatori.

Siamo entusiasti della possibilità di trarre vantaggio da questo approccio per aiutare nella comprensione scientifica, trattamento e prevenzione dell’Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative” – afferma Michelle Ehrlich, Professor of Neurology, Pediatrics, and Genetics and Genomics Sciences.

Leggi abstract dell’articolo:
Multiscale Analysis of Independent Alzheimer’s Cohorts Finds Disruption of Molecular, Genetic, and Clinical Networks by Human Herpesvirus
Ben Readhead, Jean-Vianney Haure-Mirande, Cory C. Funk, Matthew A. Richards, Paul Shannon, Vahram Haroutunian, Mary Sano, Winnie S. Liang, Noam D. Beckmann, Nathan D. Price, Eric M. Reiman, Eric E. Schadt, Michelle E. Ehrlich, Sam Gandy, Joel T. Dudley.
Neuron 2018 giu. 21,  DOI: https://doi.org/10.1016/j.neuron.2018.05.023

Fonte: Icahn School of Medicine del Monte Sinai

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Linee guida italiane per il trattamento dell’alcolismo.

Posted by giorgiobertin su giugno 20, 2018

I ricercatori, sostenuti dal Centro di Riferimento Alcologico della Regione Lazio (CRARL), dalla Società Italiana Tossicodipendenze (SITD), dalla Società italiana per il Trattamento dell’Alcolismo e le sue Complicanze (SITAC), dalla Società Italiana Psichiatria delle Dipendenze (SIPDip), dalla Società Italiana Patologie da Dipendenza (SIPaD) e dall’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia (IBCN-CNR), hanno realizzato le linee guida per il trattamento farmacologico per le persone affette da Disordine da Uso di Alcol (DUA).

Alcohol-Dependence-Treatment

Oltre alle raccomandazioni su come gestire al meglio la patologia nei suoi aspetti di diagnosi e cura, si aggiungono altri obiettivi specifici:

  • Creare una cultura alcologica condivisa che permette a tutti gli operatori di confrontarsi, all’interno del servizio o tra i servizi, con un linguaggio e cultura clinica comune;
  • Creare le basi per elaborare dei programma di formazione;
  • Identificare aree cliniche che necessitano di essere indagate e meglio comprese attraverso la ricerca scientifica;

Per visualizzare le Linee Guida è necessario essere registrati al sito del CRARL ed inserire le proprie credenziali (registrazione gratuita). La “Rivista di Psichiatria” nel Vol. 53 N. 3 Maggio-Giugno ha pubblicato un editoriale e degli articoli full text sull’argomento.

Scarica e leggi il documento (editoriale) in full text:
Italian Guidelines for the treatment of alcohol dependence
Mauro Ceccanti, Angela Iannitelli, Marco Fiore
Riv Psichiatr 2018;53(3):105-106 | DOI 10.1708/2925.29410

Rivista di Psichiatria” nel Vol. 53 N. 3 Maggio-Giugno

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Carenza di vitamina D legata all’autismo.

Posted by giorgiobertin su marzo 22, 2018

I ricercatori della University of Western Australia e del Telethon Kids Institute hanno scoperto che la vitamina D svolge un ruolo importante nello sviluppo cerebrale dei bambini.

La vitamina D non è facilmente disponibile nella dieta e proviene principalmente dall’esposizione della pelle alla luce solare e dagli effetti della radiazione ultravioletta B.

Sunshine

Lo studio, pubblicato oggi sul “Journal of Endocrinology“, ha scoperto che femmine di ratti con bassi livelli di vitamina D durante la gravidanza e l’allattamento avevano più probabilità di avere una prole che mostrava un insolito sviluppo cerebrale. Si ritiene che questo possa portare a comportamenti di tipo autistico più tardi nella vita, incluse caratteristiche come una ridotta interazione sociale e problemi di memoria e apprendimento.

Le differenze nel comportamento sociale sono un segno distintivo di numerose condizioni umane, come il disturbo dello spettro autistico (ASD), e questi risultati forniscono ulteriori prove dell’importanza dei livelli di vitamina D materna durante la gravidanza nello sviluppo cerebrale della prole“, ha detto il dott. Wyrwoll.

Lo studio attuale rivela, per la prima volta, l’esistenza di una stretta relazione tra i bassi livelli ematici di vitamina D e l’alterata espressione di specifici geni coinvolti nella fisiologica attività neurotrofica della dopamina e dei glucocorticoidi.

Studi epidemiologici precedenti hanno rilevato che livelli più bassi di vitamina D materna durante la gravidanza sono associati ad un aumentato rischio di ASD. Tuttavia, i meccanismi biologici alla base di questa relazione rimangono ancora poco chiari.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Vitamin D is crucial for maternal care and offspring social behaviour in rats
Nathanael J Yates, Dijana Tesic, Kirk W Feindel, Jeremy T Smith, Michael W Clarke, Celeste Wale, Rachael C Crew, Michaela D Wharfe, Andrew J O Whitehouse, and Caitlin S Wyrwoll
J Endocrinol 237 (2) 73-85, doi: 10.1530/JOE-18-0008

Fonte: University of Western Australia

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Creata la mappa genetica dell’intelligenza.

Posted by giorgiobertin su marzo 16, 2018

Una ricerca, guidata dai prof.i David Hill e Ian Deary del Centre for Cognitive Ageing and Cognitive Epidemiology, University of Edinburgh, UK, sulla base dell’analisi del genoma di 240 mila persone in tutto il mondo, ha identificato oltre 500 geni, dieci volte in più di quanto si pensasse finora, distribuiti in 187 regioni del Dna umano responsabili dell’intelligenza. Si tratta dello studio più vasto mai condotto in questo campo, pubblicato sulla rivista “Molecular Psychiatry“.

Il risultato promette di aprire la strada a futuri test dell’intelligenza basati sull’analisi Dna. Sulla base dei dati genetici è infatti stato possibile identificare il 7% delle differenze nell’intelligenza in un gruppo di individui.

Biobank

I campioni genetici sono stati prelevati dalla grande banca dati chiamata Uk Biobank. Sono stati identificati 538 geni che svolgono un ruolo nell’intelligenza, contro i 52 identificati finora. I geni legati all’intelligenza sembrano influenzare anche altri processi biologici: per esempio alcuni sono associati alla longevità, mentre la capacità di risolvere i problemi sembra legata alla migrazione delle cellule nervose da un’area all’altra del cervello.

Scarica e leggi il documento in full text:
A combined analysis of genetically correlated traits identifies 187 loci and a role for neurogenesis and myelination in intelligence
W. D. Hill, R. E. Marioni, O. Maghzian, S. J. Ritchie, S. P. Hagenaars, A. M. McIntosh, C. R. Gale, G. Davies & I. J. Deary
Molecular Psychiatry (2018) doi:10.1038/s41380-017-0001-5 Published online: 11 January 2018

Fonte: Centre for Cognitive Ageing and Cognitive Epidemiology, University of Edinburgh, UK

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Linee guida sulla gestione della dipendenza da oppioidi.

Posted by giorgiobertin su marzo 6, 2018

Una nuova linea guida canadese per la gestione dei disturbi da uso di oppioidi, inclusa la raccomandazione per il trattamento con agonisti oppioidi come buprenorfina-naloxone è stata pubblicata sulla rivista CMAJ (Canadian Medical Association Journal).

CMAJ9

Il trattamento con agonisti degli oppioidi con buprenorfina-naloxone è raccomandato come trattamento di prima linea a causa della loro maggiore sicurezza, incluso un minore rischio di sovradosaggio e un minore rischio di soppressione della respirazione; facilità d’uso, flessibilità di dosaggio; e sintomi di astinenza più lievi se si interrompe il trattamento, rendendolo una scelta migliore per le persone con una dipendenza da oppioidi lieve.
Iniziare il trattamento con agonisti degli oppiacei con metadone quando il buprenorfina-naloxone non è l’opzione consigliata.

Scarica e leggi il documento in full text:
Management of opioid use disorders: a national clinical practice guideline
Julie Bruneau, Keith Ahamad, Marie-Ève Goyer, Ginette Poulin, Peter Selby, Benedikt Fischer, T. Cameron Wild and Evan Wood; on behalf of the CIHR Canadian Research Initiative in Substance Misuse
CMAJ March 05, 2018 190 (9) E247-E257; DOI: https://doi.org/10.1503/cmaj.170958

See related article at www.cmaj.ca/lookup/doi/10.1503/cmaj.180209

Link  per i podcast:

Inglese: https: / / soundcloud. it / cmajpodcasts / 170958-guide-ita

Francese: https: / / soundcloud. it / cmajpodcasts / 170958-guide-fre

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AAP: Linee guida sulla depressione negli adolescenti.

Posted by giorgiobertin su febbraio 27, 2018

Sono state pubblicate a cura dell’American Academy of Paediatrics le nuove linee guida sulla depressione negli adolescenti. L’AAP raccomanda lo screening per la depressione nei bambini di età compresa tra 12 e 21 anni.

AAP_guidelines

Il documento dovrebbe aiutare i “medici nell’identificazione e nella gestione iniziale degli adolescenti con depressione. Uno screening dettagliato può aiutare a individuare la diagnosi, dicono gli esperti.

Scarica e leggi il documento in full text:
Guidelines for Adolescent Depression in Primary Care (GLAD-PC): Part I. Practice Preparation, Identification, Assessment, and Initial Management
Rachel A. Zuckerbrot, Amy Cheung, Peter S. Jensen, Ruth E.K. Stein, Danielle Laraque, GLAD-PC STEERING GROUP
Pediatrics Feb 2018, e20174081; DOI: 10.1542/peds.2017-4081

Guidelines for Adolescent Depression in Primary Care (GLAD-PC): Part II. Treatment and Ongoing Management
Amy H. Cheung, Rachel A. Zuckerbrot, Peter S. Jensen, Danielle Laraque, Ruth E.K. Stein, GLAD-PC STEERING GROUP
Pediatrics Feb 2018, e20174082; DOI: 10.1542/peds.2017-4082

Fonte: American Academy of Paediatrics

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L’alcol in eccesso: principale fattore di rischio per la demenza.

Posted by giorgiobertin su febbraio 22, 2018

I disturbi legati all’alcol sono i più importanti fattori di rischio prevenibili per l’insorgenza di tutti i tipi di demenza, in particolare la demenza ad esordio precoce.
A stabilire l’associazione un ampio studio osservazionale francese a livello nazionale, pubblicato sulla rivista “The Lancet Public Health“, su oltre un milione di adulti che ha attribuito la maggioranza dei casi di demenza prematura al consumo eccessivo cronico di alcolici.

Senior drinking

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce il bere cronico pesante un consumo di più di 60 grammi di alcol puro in media al giorno per gli uomini (4-5 bevande standard) e 40 grammi (circa 3 bevande standard) al giorno per le donne.

Dai risultati è emerso “che il consumo eccessivo di alcool e alcolici in genere sono i fattori di rischio più importanti per la demenza e particolarmente importanti per quei tipi di demenza che iniziano prima dei 65 anni e che portano a morti premature“, afferma il direttore dell’Istituto CAMH (Centre for Addiction and Mental Health, Toronto, Canada) per la ricerca sulla politica di salute mentale prof. Jürgen Rehm.

Gli autori hanno anche osservato che solo i casi più gravi di disturbo da uso di alcol – quelli che comportano il ricovero in ospedale – sono stati inclusi nello studio. Ciò potrebbe significare che l’associazione tra alcol cronico e la demenza potrebbe essere ancora più forte.

Leggi il full text dell’articolo:
Contribution of alcohol use disorders to the burden of dementia in France 2008–13: a nationwide retrospective cohort study
Michaël Schwarzinger, Bruce G Pollock, Omer S M Hasan, Carole Dufouil, Jürgen Rehm, for the QalyDays Study Group
Lancet Public Health 2018 Published Online February 20, 2018 http://dx.doi.org/10.1016/S2468-2667(18)30022-7

Fonte: Centre for Addiction and Mental Health, Toronto, Canada

 

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Le 10 migliori app per la salute mentale.

Posted by giorgiobertin su gennaio 8, 2018

Le app di salute mentale possono aiutare le persone con condizioni come ansia e depressione, oltre a migliorare il benessere psicologico. Di seguito riportiamo le 10 migliori.

app-salute-mentale

CALM: Nel 2017 Calm è stata nominata “App of the Year” di Apple. L’app è progettata per ridurre l’ansia, migliorare il sonno e aiutarti a sentirti più felice.  Calm si concentra sulle quattro aree chiave della meditazione, della respirazione, del sonno e del rilassamento, con lo scopo di portare gioia, chiarezza e pace nella vita quotidiana.
Android: Free        iPhone: Free

HEADSPACE: Headspace usa consapevolezza e meditazione per aiutarti a dare il meglio ogni giorno. La missione dell’app è fornire gli strumenti essenziali per ottenere una vita più felice e più sana.
Android: Free         iPhone: Free

MOODNOTES: è un diario dei propri pensieri. La app fornisce suggerimenti e utili prospettive per ridurre lo stress e migliorare il benessere. Lo stato di avanzamento è visibile nella dashboard “Approfondimenti”.
iPhone: $3.99

MOODPATH: Moodpath pone domande quotidiane al fine di valutare il tuo benessere e lo schermo per i sintomi della depressione. Il progresso dello screening mira ad aumentare la consapevolezza dei tuoi pensieri, emozioni e sentimenti.
Android: Free        iPhone: Free

PACIFICA: Pacifica Fornisce una cassetta degli attrezzi per affrontare l’ansia e lo stress quotidiano. L’app ospita lezioni audio e attività che ti aiutano a far fronte allo stress e alla depressione.
Android: Free        iPhone: Free

SUPERBETTER: SuperBetter è un gioco incentrato sull’aumento della resilienza e sulla capacità di rimanere forte, ottimista e motivato quando viene presentato con ostacoli impegnativi nella vita. SuperBetter ha il potenziale per aiutarti a superare la depressione e l’ansia, far fronte alle malattie croniche e recuperare dal disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
Android: Free        iPhone: Free

7 CUP: Se ti senti solo, triste, stressato o preoccupato, 7 tazze potrebbero essere l’app perfetta per te. Fornisce terapia online e supporto emotivo per l’ansia e la depressione.
Android: Free       iPhone: Free

ANXIETY RELIEF HYPNOSIS: è un’app suggerita per aiutare a migliorare il rilassamento e ridurre l’ansia in sole 1-3 settimane di utilizzo. L’app fornisce una sessione audio letta da un ipnoterapeuta certificato insieme a musica rilassante e suoni della natura per aiutare il rilassamento.
Android: Free       iPhone: Free

HAPPIFY: Happify è uno spazio per superare i pensieri negativi e lo stress e costruire la resilienza. L’app offre attività e giochi per migliorare la soddisfazione della tua vita e la capacità di combattere la negatività.
Android: Free       iPhone: Free

TALKSPACE: Talkspace è un’app di consulenza e terapia che collega gli utenti in modo conveniente e riservato per affrontare ansia, stress, depressione, problemi relazionali e malattie croniche. Una consulenza gratuita è fornita per identificare il terapeuta ideale per le vostre esigenze in base a diversi fattori.
Android: Free       iPhone: Free

Fonte: MedicalNewsToday

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Identificata la proteina responsabile dell’apprendimento e della memoria.

Posted by giorgiobertin su dicembre 2, 2017

L’apprendimento richiede l’adattamento chimico delle singole sinapsi. I ricercatori hanno ora rivelato l’impatto di una proteina legante l’RNA che è intimamente coinvolta in questo processo sull’apprendimento e sulla formazione della memoria e sui processi di apprendimento.
Si tratta di Staufen2, una sostanza che svolge un ruolo essenziale nella trasmissione delle informazioni tra le connessioni neuronali.

Kiebler
Michael Kiebler probes the molecular processes that underlie learning. Source: LMU/Joerg Koch

A scoprirla, in uno studio pubblicato sulla rivista “Genome Biology, sono stati gli scienziati tedeschi e spagnoli coordinati da Michael A. Kiebler dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco (Germania), secondo cui questa proteina sarebbe indispensabile per il corretto funzionamento degli Rna messaggeri, che sono prodotti dal nucleo dei neuroni per trasmettere le informazioni genetiche alle sinapsi, affinché possano realizzare la sintesi di specifiche proteine.

Questo lavoro ci ha permesso, per la prima volta, di collegare un fattore molecolare specifico, la proteina che si lega all’Rna Staufen2, con la plasticità sinaptica e l’apprendimento – afferma il prof. Kiebler -. Inoltre, il nostro approccio promette di fornire punti di vista completamente nuovi sui meccanismi molecolari che mediano l’apprendimento”.

Leggi il full text  dell’articolo:
Forebrain-specific, conditional silencing of Staufen2 alters synaptic plasticity, learning, and memory in rats
Stefan M. Berger, Iván Fernández-Lamo, Kai Schönig, Sandra M. Fernández Moya, Janina Ehses, Rico Schieweck, Stefano Clementi, Thomas Enkel, Sascha Grothe, Oliver von Bohlen und Halbach, Inmaculada Segura, José María Delgado-García, Agnès Gruart, Michael A. Kiebler
Genome Biology201718:222 Published: 17 November 2017 https://doi.org/10.1186/s13059-017-1350-8

Fonte: Università Ludwig Maximilian di Monaco (Germania)

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FDA approva la prima pillola “digitale”.

Posted by giorgiobertin su novembre 17, 2017

La Food and Drug Administration (FDA) ha approvato il primo farmaco negli Stati Uniti con un sistema di ingestione con tracciamento digitale (Abilify MyCite). Le compresse aripiprazolo hanno un sensore ingeribile incorporato nella pillola che registra che il farmaco è stato preso.

Il prodotto è approvato per il trattamento della schizofrenia, il trattamento acuto di episodi maniacali e misti associati al disturbo bipolare di tipo I e per l’uso come terapia aggiuntiva per la depressione negli adulti.

Abilify-Mycite  Abilify-Mycite1

Il sistema funziona inviando un messaggio dal sensore della pillola a una patch indossabile. La patch trasmette le informazioni a un’applicazione mobile in modo che i pazienti possano monitorare l’ingestione del farmaco sul proprio smartphone. I pazienti possono anche consentire ai loro operatori sanitari e medici di accedere alle informazioni attraverso un portale web-based.

Essere in grado di monitorare l’ingestione di farmaci prescritti per la malattia mentale può essere utile per alcuni pazienti“, ha detto il prof. Mitchell Mathis della FDA.

La nuova pillola ‘Abilify MyCite’ è realizzata in collaborazione da Otzuka (il produttore del principio attivo, già venduto negli Usa con l’etichetta “Abilify”) e da ‘Proteus Digital Health‘, l’azienda che ha creato il sensore.

Comunicato FDA:
FDA approves pill with sensor that digitally tracks if patients have ingested their medication

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Scoperta sostanza in grado di curare le forme di autismo.

Posted by giorgiobertin su novembre 17, 2017

Nitrosinaptina” è il nome del nuovo farmaco che potenzialmente sarebbe in grado di curare quasi tutte le forme di autismo. In seguito a test effettuati su topi che presentavano la malattia, la sostanza ha ripristinato il corretto funzionamento dei neuroni, i normali comportamenti negli animali e ha ridotto e riportato alla normalità le anomalie cerebrali.

Lo studio condotto dal team del prof. Stuart Lipton, presso The Scripps Research Institute di La Jolla (California) e presso lo “Scintillon Institute” in San Diego è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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La nitrosinaptina funziona riequilibrando uno sbilanciamento dell’attività eccitatoria dei neuroni rispetto all’attività insufficiente dei neuroni inibitori. In pratica il farmaco riduce l’eccesso di attività neurale. In seguito ai test effettuati sui topini autistici, una volta ripristinato il corretto equilibrio tra stimoli eccitatori e inibitori dei neuroni, i comportamenti degli animali risultano normalizzati e non mostrano più il quadro comportamentale “autistico“.

Pensiamo che questo candidato farmaco possa essere efficace contro multiple forme di autismo” – afferma il prof. Stuart Lipton. I buoni risultati sono emersi dai test preliminari condotti in laboratorio su cellule di pazienti autistici. Presto la nitrosinaptina potrebbe essere già testata sui primi pazienti.

Leggi il full text dell’articolo:
NitroSynapsin therapy for a mouse MEF2C haploinsufficiency model of human autism
Shichun Tu, Mohd Waseem Akhtar[…]Nobuki Nakanishi
Nature Communications 8, 1488 doi:10.1038/s41467-017-01563-8

Fonti: Scintillon Institute” in San Diego  –  The Scripps Research Institute di La Jolla – CA

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NICE: Linee guida sulla valutazione e gestione del Disturbo Bipolare.

Posted by giorgiobertin su novembre 12, 2017

Sono state aggiornate a cura di NICE le linee guida sul riconoscimento, la valutazione e il trattamento del disturbo bipolare (precedentemente noto come depressione maniacale) nei bambini, nei giovani e negli adulti. Il precedente documento era stato pubblicato nel settembre del 2014.

bipolar

Scarica e leggi il documento in full text:
Bipolar disorder: assessment and management
Clinical guideline [CG185] Published date: September 2014 Last updated: November 2017

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La schizofrenia distrugge il sistema di comunicazione del cervello.

Posted by giorgiobertin su ottobre 17, 2017

Un team di ricercatori internazionali in uno studio pubblicato sulla rivista “Molecular Psychiatry“, affermano che le anomalie rivelate nel cervello dei pazienti affetti da schizofrenia, provengono da una disgregazione sistemica dell’intero sistema di comunicazione del cervello.

ENIGMA

Si tratta del più grande studio sulla ‘materia bianca’ – tessuto cerebrale grasso che consente ai neuroni di parlare l’uno all’altro – mai fatto fino ad oggi, 30 studi di coorte condotti su 14 paesi.
Possiamo definire per la prima volta che la schizofrenia è un disturbo in cui il cablaggio della materia bianca è alterato in tutto il cervello“, ha dichiarato Kelly, professore presso la Keck School of Medicine di USC (University of Southern California) dove lo studio è stato condotto.
Il nostro studio contribuirà a migliorare la comprensione dei meccanismi che stanno dietro alla schizofrenia, una malattia mentale che – non trattata – spesso porta alla depressione, allo sterminio, all’assunzione di sostanze e persino al suicidio“.

Senza questo studio la ricerca futura potrebbe essere errata“, ha detto Jahanshad altro autore. “Anziché cercare geni che influenzano un certo” tratto del cablaggio”, gli scienziati cercheranno ora i geni che influenzano l’intera infrastruttura di comunicazione del cervello”.
Le conclusioni provengono dai risultati dello studio ENIGMA (Enhancing Neuro Imaging Genetics through Meta Analysis) di neuroimaging sull’ autismo, depressione e disturbo bipolare condotto attraverso scansioni cerebrali su 1984 individui con schizofrenia e su 2391 controlli sani.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Widespread white matter microstructural differences in schizophrenia across 4322 individuals: results from the ENIGMA Schizophrenia DTI Working Group
S Kelly, N Jahanshad… et al.
Molecular Psychiatry advance online publication 17 October 2017; doi: 10.1038/mp.2017.170

Interactive three-dimensional visualization of the results is available at www.enigma-viewer.org.

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NICE: Linee guida sul trattamento della depressione in pediatria.

Posted by giorgiobertin su settembre 15, 2017

Sono state aggiornate a cura di NICE le linee guida sulla identificazione e gestione della depressione in bambini e adolescenti dai 5 ai 18 anni.

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Il precedente documento era datato 2005 e aggiornato nel 2015. Il nuovo documento contiene un aggiornamento sulla terapia psicologica e sui trattamenti efficaci per la depressione lieve, moderata e grave.

Scarica e leggi il documento in full text:
Depression in children and young people: identification and management
Clinical guideline [CG28] Published date: September 2005 Last updated: September 2017

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Un farmaco contro il diabete rallenta il Parkinson.

Posted by giorgiobertin su agosto 6, 2017

Si chiama exenatide il farmaco che potrebbe rallentare o persino fermare il Parkinson. Attualmente in commercio per il trattamento del diabete mellito di tipo 2, l’exenatide è stato testato per la prima volta su pazienti affetti da questa malattia neurodegenerativa.

Lo studio, pubblicato sulla rivista “Lancet“, e condotto dai ricercatori dell’University College di Londra, ha coinvolto 62 pazienti e rappresenta il primo studio clinico per questo morbo con risultati così promettenti.

Nello studio randomizzato in doppio cieco contro placebo i 62 pazienti sono stati divisi in due gruppi in modo casuale, (né i pazienti né i medici che somministravano il farmaco, o il placebo, erano a conoscenza di informazioni). La terapia è stata effettuata mediante iniezione sottocutanea, una volta a settimana per 48 settimane, seguita da 12 settimane di interruzione.

ParkinsonsBrains

Il prof. Tom Foltynie, uno degli autori afferma: “l’exenatide non solo è in grado di contrastare i sintomi del morbo, ma sembrerebbe fermare l’evoluzione della malattia. Dobbiamo essere entusiasti e sentirci incoraggiati da questi risultati, ma dobbiamo andarci anche cauti perché li dobbiamo replicare“. “Sebbene i risultati siano promettenti, è necessario sperimentare l’exenatide per un periodo di tempo maggiore“.

Ricordiamo che con i trattamenti esistenti, possiamo alleviare la maggior parte dei sintomi per alcuni anni, ma la malattia degenerativa continua a peggiorare. Exenatide attiva i recettori per l’ormone GLP-1 nel pancreas per stimolare il rilascio di insulina. I recettori GLP-1 si trovano anche nel cervello, e le ricerche precedenti avevano dimostrato che l’attivazione può aumentare la funzione delle connessioni dopaminiche, agire come anti-infiammatorio, migliorare la produzione di energia e attivando segnali di sopravvivenza cellulare.

Leggi abstract dell’articolo:
Exenatide once weekly versus placebo in Parkinson’s disease: a randomised, double-blind, placebo-controlled trial
Dilan Athauda, Kate Maclagan, Simon S Skene, Martha Bajwa-Joseph, Dawn Letchford, Kashfia Chowdhury, Steve Hibbert, Natalia Budnik, Vrachc, Luca Zampedri,… , Prof Andrew J Lees, Nigel H Greig, Susan Tebbs, Prof Thomas Foltynie
The Lancet Available online 3 August 2017 https://doi.org/10.1016/S0140-6736(17)31585-4

The study is registered at ClinicalTrials.gov (NCT01971242) and is completed.

Comment:
Werner Poewe, Klaus Seppi
Insulin signalling: new target for Parkinson’s treatments?
The Lancet, Available online 3 August 2017

Fonte: University College London NewScientist

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Un nuovo farmaco contro il Parkinson.

Posted by giorgiobertin su agosto 1, 2017

I ricercatori della Binghamton University, State University of New York, hanno sviluppato un nuovo farmaco che potrebbe limitare la progressione della malattia di Parkinson, fornendo un miglioramento dei sintomi a centinaia di migliaia di persone con la malattia.

I sintomi della malattia di Parkinson sono comunemente gestiti usando un agonista selettivo del recettore della dopamina. Mentre questi farmaci sono utili nel primo stadio del Parkinson, essi tendono a perdere efficacia nelle fasi successive della malattia.

BJP-cover
Il team di ricerca, coordinato dal professor Chris Bishop dell’Università di Binghamton, ha impiegato un modello preclinico della malattia di Parkinson per confrontare gli effetti del ropinirolo, un agonista della dopamina, sul un nuovo farmaco multifunzionale, noto come D-512.
I risultati hanno dimostrato che il D-512 è più efficace del ropinirolo nel trattamento dei sintomi della malattia, prolungando la finestra temporale in cui gli animali hanno mostrato benefici.

D-512 è unico perché non solo tratta i sintomi della malattia di Parkinson, ma la molecola stessa è un antiossidante“, ha dichiarato il prof. Lindenbach. “Questa proprietà antiossidante è importante perché una causa principale della malattia di Parkinson sembra essere eccessivo stress ossidativo è un piccolo gruppo di cellule cerebrali che facilitano il movimento“.

Il farmaco attualmente è in una fase pre-clinica. I risultati sono pubblicati sulla rivista “British Journal of Pharmacology“.

Leggi abstract dell’articolo:
D-512, a novel dopamine D2 / D3 receptor agonist, demonstrates superior anti-parkinsonian efficacy over ropinirole in parkinsonian rats.
David Lindenbach, Banibrata Das, Melissa M Conti, Samantha M Meadows, Aloke K Dutta, Christopher Bishop.
British Journal of Pharmacology, 2017; DOI: 10.1111/bph.13937

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Alzheimer: nuova sostanza migliora la funzione cerebrale.

Posted by giorgiobertin su luglio 28, 2017

La proteina beta amiloide è la causa principale della malattia di Alzheimer. Le sostanze che riducono la produzione di beta amiloide, come ad esempio gli inibitori di BACE, sono promettenti candidati per nuovi trattamenti farmacologici. Un team di ricercatori della Technical University of Munich (TUM) – Institute for Neurosciences ha dimostrato che uno di questi inibitori BACE riduce la quantità di beta amiloide nel cervello. In tal modo, è possibile ripristinare la normale funzione delle cellule nervose e migliorare sensibilmente le prestazioni della memoria.

Beta-amiloide-placche
Amyloid-β plaques (blue) and nerve cells (green) in the brain of an Alzheimer mouse model. (Image: M. A. Busche/TUM)

Nei nostri esperimenti abbiamo bloccato l’enzima beta secretasi BACE, che produce beta amiloide“, spiega il dottor Marc Aurel Busche.
I ricercatori hanno provato una sostanza che inibisce la beta-secretasi in un modello di topi di Alzheimer. I topi producono grandi quantità di beta amiloide che, come nell’uomo, porta alla formazione di placche beta amiloide nel cervello con conseguente perdita di memoria. Durante lo studio, ai topi è stato somministrato l’inibitore nel loro cibo fino a otto settimane, dopo di che sono stati esaminati. A questo scopo, i ricercatori hanno utilizzato una speciale tecnica di imaging nota come microscopia a due fotoni, che ha permesso loro di osservare singole cellule nervose nel cervello.

Dai risultati i topi trattati avevano meno beta amiloide nel loro cervello dopo questo periodo, poiché la sua produzione è stata inibita. L’effetto della sostanza era molto più ampio: le funzioni cerebrali degli animali si sono normalizzate. C’erano meno cellule nervose iperattive, e gli schemi cerebrali a onda lenta erano simile a quelli dei topi sani.
Un dato fondamentale per gli scienziati è stata l’osservazione che anche la memoria degli animali è migliorata.
Quello che ci ha colpito e stupito è stato la reversibilità dei sintomi“, afferma Aylin Keskin, autore principale della ricerca.

E’ previsto a breve l’avvio di uno studio clinico su larga scala con circa 1000 partecipanti per testare una forma leggermente modificata dell’inibitore BACE. “Inutile dire che speriamo che le promettenti scoperte del modello animale si traducano nell’uomo“, afferma Busche.

Leggi abstract dell’articolo:
BACE inhibition-dependent repair of Alzheimer’s pathophysiology
A. D. Keskin, M. Kekuš, H. Adelsberger, U. Neumann, D. R. Shimshek, B. Song, B. Zott, T. Peng, H. Förstl, M. Staufenbiel, I. Nelken, B. Sakmann, A. Konnerth, and M. A. Busche.
Proceedings of the National Academy of Sciences, July 2017, DOI: 10.1073/pnas.1708106114

Fonte: Technical University of Munich (TUM) – Institute for Neurosciences

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Analisi della flora intestinale per comprendere l’autismo.

Posted by giorgiobertin su giugno 4, 2017

I ricercatori del Cnr e dell’Università di Firenze hanno approfondito lo studio dell’insieme dei microorganismi intestinali (microbiota) di soggetti affetti da autismo.
Attraverso sofisticate tecniche di metagenomica e bioinformatica i ricercatori hanno caratterizzato le centinaia di batteri e – per la prima volta – anche i funghi presenti nell’intestino (questi ultimi rappresentano circa l’1-2% del microbiota intestinale).

microbiota

Nei soggetti presi in esame, il profilo di cinque generi microbici e uno fungino, inclusi i coliformi, Clostridium e Candida, appaiono aumentati al crescere della gravità dei sintomi. Riscontrata, inoltre, la presenza di Escherichia coli, un batterio rivelatore di stati infiammatori.

I risultati forniscono un set di marcatori preziosi per valutare e guidare studi di intervento sulla dieta, che è alla base della composizione del microbiota. La pubblicazione è stata fatta sulla rivista “Microbiome“.

Leggi il full text dell’articolo:
New evidences on the altered gut microbiota in autism spectrum disorders
Francesco Strati, Duccio Cavalieri, Davide Albanese, Claudio De Felice, Claudio Donati, Joussef Hayek, Olivier Jousson, Silvia Leoncini, Daniela Renzi, Antonio Calabrò and Carlotta De Filippo
Microbiome 2017 5:24 DOI: 10.1186/s40168-017-0242-1

Fonte: Università di Firenze

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Gli acidi grassi polinsaturi nel sangue collegati all’invecchiamento del cervello.

Posted by giorgiobertin su maggio 19, 2017

Due nuovi studi collegano gli acidi grassi polinsaturi nel sangue con l’integrità delle strutture cerebrali e le abilità cognitive che è noto diminuiscono nell’invecchiamento.

acidi-grassi-omega-3   Tabella-acidi-grassi

I ricercatori in questi studi affermano che l’assunzione di acidi grassi omega-3 e omega-6 acidi grassi può promuovere un invecchiamento sano.”Abbiamo studiato una rete primaria del cervello – la rete fronto-parietale – che svolge un ruolo importante nella intelligenza fluida e che declina molto presto, anche in un invecchiamento sano“, ha detto Zamroziewicz uno degli autori. “Sono state dimostrate correlazioni tra i livelli ematici di tre acidi grassi omega-3 – ALA, acido stearidonico e acido ecosatrienoico – e l’intelligenza fluida negli adulti“.

Parecchi studi affermano che è necessario mangiare pesce e olio di pesce per ottenere effetti neuroprotettivi da parte di questi acidi grassi particolari, questi nuovi studi suggeriscono che anche i grassi che otteniamo da noci, semi e oli possono fare la differenza nell’invecchiamento del cervello“, specifica Zamroziewicz.

Nel secondo studio, pubblicato sulla rivista “Nutritional Neuroscience“, il team ha trovato che un equilibrio di acidi grassi omega-3 e omega-6 nel sangue, fornice una robusta conservazione della memoria negli anziani. Anche in questo caso, i ricercatori hanno visto che la struttura del cervello ha svolto un ruolo di mediazione tra l’abbondanza e l’equilibrio dei nutrienti nel sangue e la cognizione (in questo caso, memoria).

In entrambi gli studi, i ricercatori hanno utilizzato modelli di acidi grassi polinsaturi nel sangue degli adulti età da 65 a 75 anni. Essi hanno analizzato la relazione tra questi modelli di nutrienti e la struttura del cervello dei soggetti e le prestazioni nei test cognitivi.

Questi due studi sottolineano l’importanza di indagare gli effetti dei gruppi di nutrienti insieme, piuttosto che concentrarsi su una alla volta“, ha detto Barbey altro autore. “Essi suggeriscono che diversi modelli di grassi polinsaturi promuovono aspetti specifici della cognizione rafforzando i circuiti neurali sottostanti che sono vulnerabili alle malattie e declino relativo all’età.”

Leggi gli abstracts degli articoli:
Determinants of fluid intelligence in healthy aging: Omega-3 Polyunsaturated fatty acid status and frontoparietal cortex structure.
Marta K. Zamroziewicz, Erick J. Paul, Chris E. Zwilling, and Aron K. Barbey
Nutritional Neuroscience Pages 1-10 | Published online: 11 May 2017 – http://dx.doi.org/10.1080/1028415X.2017.1324357

Predictors of Memory in Healthy Aging: Polyunsaturated Fatty Acid Balance and Fornix White Matter Integrity
Marta K. Zamroziewicz, Erick J. Paul, Chris E. Zwilling, Aron K. Barbey
Aging & Disease DOI: 10.14336/AD.2017.0501

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Origine genetica per l’anoressia nervosa.

Posted by giorgiobertin su maggio 18, 2017

Lo sviluppo dell’anoressia nervosa è scritto nel Dna. Secondo uno studio condotto da un team di ricercatori padovani, in collaborazione con altri gruppi a livello internazionale (oltre 220 tra scienziati e clinici da tutto il mondo), il disturbo alimentare trova origine nei geni e più precisamente in una porzione del cromosoma 12.
La ricerca è stata pubblicata nella rivista “American Journal of Psychiatry”.

ajp-2017-174

Attraverso l’analisi del Dna di 3.495 persone affette da anoressia nervosa e di altri 10.982 individui sani provenienti da diversi Paesi è stato possibile isolare sul cromosoma 12 il primo “locus genico” (una specifica porzione legata alla malattia). Il locus genico dell’anoressia nervosa si chiama Rs4622308 e si trova in una regione che era già conosciuta per ospitare anche le sequenze genetiche legate al diabete giovanile e alle malattie autoimmuni.

L’approccio innovativo dello studio è quello di valutare quanto il rischio genetico di una determinata malattia “correli” con il rischio genetico di altre patologie. L’anoressia nervosa è risultata significativamente correlata con il nevroticismo (disturbi d’ansia, depressione) e con la schizofrenia, confermando così di essere una malattia psichiatrica a tutti gli effetti». Il riconoscimento dell’anoressia nervosa come malattia che ha sia componenti psichiatriche che metaboliche potrebbe avere implicazioni importanti nel trattamento farmacologico di questa grave patologia.

Leggi abstract dell’articolo:
Significant Locus and Metabolic Genetic Correlations Revealed in Genome-Wide Association Study of Anorexia Nervosa
Laramie Duncan, Ph.D., Zeynep Yilmaz, Ph.D., Helena Gaspar, Ph.D., Raymond Walters, Ph.D., Jackie Goldstein, Ph.D., Verneri Anttila…. et al.
American Journal of Psychiatry Published online: May 12, 2017|http://dx.doi.org/10.1176/appi.ajp.2017.16121402

Fonte: Il Mattino di Padova

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Scoperto gene associato alla demenza.

Posted by giorgiobertin su marzo 27, 2017

I ricercatori del Rush University Medical Center e del Brigham and Women Hospital di Boston hanno riportato la scoperta di un nuovo gene che è associato ad una comune forma di patologia cerebrale chiamata Tau, presente nel morbo di Alzheimer, ed in alcune forme di demenza e sindromi parkinsoniane come encefalopatia traumatica cronica che si verifica con ferite alla testa ripetuti.

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Lo studio pubblicato sulla rivista “Molecular Psychiatry“, descrive l’identificazione e la validazione di una variante genetica all’interno della proteina tirosina fosfatasi, recettore di tipo delta (PTPRD gene).
L’invecchiamento porta all’accumulo di molte diverse patologie nel cervello“, ha detto l’autore principale il prof. David Bennett. “Una delle più comuni forme di patologia sono gli ammassi neurofibrillari (NFT – neurofibrillary tangles), che sono stati al centro del nostro studio“. “NFT è strettamente legato al declino della memoria e ad altre forme di patologie legate all’invecchiamento“.

Utilizzando le autopsie di 909 individui che hanno partecipano allo studio sull’invecchiamento, il team di ricercatori ha valutato il genoma umano per scoprire la variante genetica che potrebbe influenzare NFT. “La variante che abbiamo scoperto è comune: La maggior parte delle persone che hanno patologie legate all’invecchiamento, hanno una o due copie della versione del gene. Stiamo cercando di far luce sul meccanismo attraverso cui il gene PTPRD e la sua variante contribuiscono all’accumulo di NFT” – conclude il prof. Bennet. “Questo studio è un primo passo importante“.

Leggi abstract dell’articolo:
Susceptibility to neurofibrillary tangles: role of the PTPRD locus and limited pleiotropy with other neuropathologies
L B Chibnik, C C White, S Mukherjee5, T Raj, L Yu, E B Larson, T J Montine, C D Keene, J Sonnen, J A Schneider, P K Crane, J M Shulman, D A Bennett and P L De Jager.
Molecular Psychiatry advance online publication 21 March 2017; doi: 10.1038/mp.2017.20

Fonte: Rush University Medical Center

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Linee guida sul trattamento dell’epilessia in età pediatrica.

Posted by giorgiobertin su febbraio 17, 2017

Sono state pubblicate a cura della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia) le prime linee guida nazionali sul trattamento dell’epilessia in età pediatrica.

Linee guida epilessia_cover

“Il trattamento delle epilessie in età pediatrica – spiega Antonella Costantino, presidente Sinpia – ha implicazioni particolarmente complesse ed è gravato da un ampio margine di arbitrarietà dovuto alla eterogeneità delle epilessie in questo periodo della vita, alle difficoltà da parte di chi deve studiare il bambino con epilessia nel disporre di tutti i mezzi necessari per approfondire e concentrare in breve tempo gli elementi su cui si fonda il processo decisionale terapeutico e dalla bassa specificità dei trattamenti disponibili“. Il documento è un riferimento di facile consultazione che vuole contribuire a ridurre il margine di arbitrarietà che, in assenza di informazione sistematizzata, può condizionare le scelte in questo ambito così delicato.

Scarica e leggi il documento in full text.
Il trattamento dell’epilessia in età pediatrica

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Psicobiotica: Flora intestinale collegata al cervello.

Posted by giorgiobertin su ottobre 27, 2016

Una flora intestinale in buona salute è particolarmente utile anche al cervello e può essere in grado addirittura di curare la depressione. Sperimentazioni effettuate su topi hanno dimostrato che inserendo nell’intestino il giusto ceppo batterico è possibile migliorare la funzione immunitaria, la reazione allo stress e anche le funzioni cognitive, per esempio la memoria.
Sarà possibile trattare, in un prossimo futuro, i disturbi cerebrali e mentali modificando la flora batterica intestinale.

intestino_cervello

Sono questi gli obiettivi di una nuova disciplina, la psicobiotica che si propone di studiare la correlazione tra microbiota intestinale e problemi mentali. Lo stato dell’arte di questa nuovo filone della psichiatria è descritto in un articolo pubblicato sul “Trends in Neurosciences” dal professore Philip Burnet, dell’Università di Oxford, nel Regno Unito.

E’ molto importante favorire il più possibile il parto naturale e stare attenti che la flora vaginale delle mamme sia in buona salute per evitare che uno squilibrio nei batteri possa portare conseguenze negative sul cervello e la psiche del neonato. Inoltre bisogna stare molto attenti anche ad utilizzare gli antibiotici dato che, come si sa, distruggono la flora intestinale.

Secondo l’American Psychological Association (APA) i batteri intestinali producono una vasta gamma di sostanze neurochimiche che il cervello utilizza per la regolazione dei processi fisiologici e mentali, compresa la memoria, l’apprendimento e l’umore. Infatti il 95% della fornitura al corpo di serotonina è prodotto dai batteri intestinali.
Per ora cerchiamo di tenere cara la nostra flora batterica mangiando bene e assumendo quando necessario probiotici utili a riequilibrarla.

Scarica e leggi l’articolo in full text:
Psychobiotics and the Manipulation of Bacteria–Gut–Brain Signals
Sarkar, Amar et al.
Trends in Neurosciences, Volume 0 , Issue 0 ,

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I meccanismi genetici della schizofrenia.

Posted by giorgiobertin su ottobre 20, 2016

Uno studio del David Geffen School of Medicine dell’UCLA, pubblicato sulla rivista “Nature“, fornisce nuove importanti informazioni su come la schizofrenia nasce e indica la strada per studi più dettagliati – e possibili migliori trattamenti in futuro.

test-dna

Utilizzando una tecnologia sviluppata di recente per l’analisi del DNA, gli scienziati hanno trovato decine di geni e due principali vie biologiche che sono probabilmente coinvolte nello sviluppo della malattia.

Questi geni sono attivati dall’acetilcolina, un neurotrasmettitore che è, almeno parzialmente coinvolto nello sviluppo della schizofrenia.

Questo lavoro fornisce una road map per capire come la variazione genetica comunemente associata ad una malattia complessa colpisce geni e percorsi specifici“, ha detto il prof. Daniel Geschwind, coordinatore della ricerca.

Leggi abstract dell’articolo:
Chromosome conformation elucidates regulatory relationships in developing human brain
Hyejung Won,Luis de la Torre-Ubieta,Jason L. Stein,Neelroop N. Parikshak,Jerry Huang, Carli K. Opland,Michael J. Gandal,Gavin J. Sutton, Farhad Hormozdiari,Daning Lu, Changhoon Lee,Eleazar Eskin,Irina Voineagu, Jason Ernst & Daniel H. Geschwind
Nature Published online 19 October 2016 doi:10.1038/nature19847

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I cervelli femminili cambiano in sincronia con gli ormoni.

Posted by giorgiobertin su ottobre 12, 2016

Anche se è già noto da tempo che il cervello non rimane rigido nella sua struttura anche in età adulta, gli scienziati del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences hanno fatto una scoperta sorprendente: il cervello non solo è in grado di adattarsi alle mutevoli condizioni dei processi a lungo termine, ma può farlo ogni mese. I ricercatori hanno osservato che nelle donne, in parallelo al ritmo del livello di estrogeni attraverso il loro ciclo mestruale, le strutture dell’ippocampo variano proprio in un’area del cervello che è cruciale per memorie, umore e emozioni.

estrogeni-ippocampo
Estrogen-modulated FA differences and time course across the menstrual cycle in the bilateral hippocampus. Credit image Nature.com

Abbiamo scoperto che in parallelo ai crescenti livelli di estrogeni che portano all’ovulazione mensile nelle donne, l’ippocampo aumenta anche nel volume della materia grigia così come quella della sostanza bianca“, spiega Claudia Barth, primo autore dello studio pubblicato sulla rivista “Nature Scientific Reports“. Come queste fluttuazioni delle strutture cerebrali influenzano precisione il comportamento e le abilità cognitive specifiche rimane ancora un mistero. “L’ippocampo gioca un ruolo cruciale nella nostra memoria, il nostro umore e le nostre emozioni“.
Questo è il primo studio pilota condotto in un ampio gruppo di partecipanti sulle connessioni tra il livello di estrogeni, l’ippocampo  e gli effetti sul comportamento.

Leggi il full text  dell’articolo:
In-vivo Dynamics of the Human Hippocampus across the Menstrual Cycle
Claudia Barth, Christopher J Steele, Karsten Mueller, Vivien P. Rekkas, Katrin Arélin, Andre Pampel, Inga Burmann, Jürgen Kratzsch, Arno Villringer & Julia Sacher
Scientific Reports 6, Article number: 32833 Published online: 07 October 2016

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