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Posts Tagged ‘prevenzione’

Un neo artificiale per identificare possibili tumori.

Posted by giorgiobertin su aprile 23, 2018

Un team di ricercatori del Politecnico federale di Zurigo (ETH) ha realizzato un nuovo sistema di allerta rapida dei tumori: è un “tatuaggio biomedico” – che si forma sulla pelle quando nel sangue sono presenti a lungo livelli elevati di calcio tipici delle prime fasi dei quattro tumori più frequenti.

Prodotto grazie all’ingegneria genetica e impiantato sotto cute, il sistema che genera il tatuaggio, che ha l’aspetto di un normale neo, ha infatti dimostrato nei primi test su animali di riconoscere precocemente i tumori di prostata, polmone, colon e mammella.

ETH-Zurich   Hypercalcemia
As soon as the calcium level exceeds a particular threshold over a longer period of time, an implant inserted under the skin triggers the production of melanin. This causes a mole to form. (Re-enacted montage: ETH Zurich)

Come afferma il team del prof. Martin Fussenegger, ci vorranno almeno una decina di anni affinché questo “tatuaggio biomedico” possa essere usato sull’uomo, ma le premesse sembrano incoraggianti. Il sistema si basa sull’impianto sotto cute di alcune cellule umane geneticamente modificate che agiscono come un sensore per monitorare la concentrazione di calcio nel sangue. Livelli troppo alti nel tempo (ipercalcemia), scatenano una cascata di segnali che porta alla produzione del pigmento melanina e alla comparsa del neo.

Il “tatuaggio biomedico” si colora molto prima che il tumore possa essere riconosciuto dalle tradizionali tecniche diagnostiche. “Quando appare il neo, la persona che porta l’impianto dovrebbe farsi vedere da un medico per ulteriori accertamenti“, ma senza panico, afferma il prof. Fussenegger. “Il neo non significa che la persona stia per morire”, ma soltanto che bisogna fare approfondimenti e, se necessario, delle cure.

Oltre ai tumori, il “tatuaggio biomedico” potrebbe essere usato per rilevare altre anomalie legate a malattie neurodegenerative o disordini ormonali.

Leggi abstract dell’articolo:
Synthetic biology-based cellular biomedical tattoo for detection of hypercalcemia associated with cancer.
Tastanova A, Folcher M, Müller M, Camenisch G, Ponti A, Horn T, Tikhomirova MS, Fussenegger M.
Science Translational Medicine 10, eaap8562 (2018) 18 April 2018. DOI: 10.1126/scitranslmed.aap8562

Fonte: Department of Biosystems Science and Engineering at ETH Zurich in Basel

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Aggiornate le linee guida sulla prevenzione delle cadute e fratture negli anziani.

Posted by giorgiobertin su aprile 19, 2018

La U.S. Preventive Services Task Force (Uspstf) ha provveduto ad aggiornare le linee guida sulla prevenzione delle cadute e delle fratture negli anziani tramite integrazione con vitamina D e calcio.
Il documento è stato pubblicato sulla rivista “JAMA“. Secondo i relatori le prove ad oggi sono insufficienti per valutare l’utilità dell’uso di tali integratori, da soli o in combinazione, nella cornice preventiva negli uomini e nelle donne in pre-menopausa.

Il team sottolinea che le raccomandazioni non si applicano alle persone con una storia di fratture osteoporotiche, aumento del rischio di cadute o diagnosi di osteoporosi o carenza di vitamina D.

Scarica e leggi i documenti in full text:
Interventions to Prevent Falls in Older Adults
Updated Evidence Report and Systematic Review for the US Preventive Services Task Force
Janelle M. Guirguis-Blake, MD1,2; Yvonne L. Michael, ScD, SM
JAMA. Published online April 17, 2018. doi:10.1001/jama.2017.21962

Interventions to Prevent Falls in Community-Dwelling Older AdultsUS Preventive Services Task Force Recommendation Statement
US Preventive Services Task Force
JAMA. Published online April 17, 2018. doi:10.1001/jama.2018.3097

Editorial:
New Prevention Guidelines for Falls and Fractures—Looking Beyond the Letters
David B. Reuben, MD

Preventing Fractures and FallsA Limited Role for Calcium and Vitamin D Supplements?
Heike A. Bischoff-Ferrari, MD, DrPH; Shalender Bhasin, MBBS; JoAnn E. Manson, MD, DrPH

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Una combinazione di farmaci riduce il numero di polipi colorettali.

Posted by giorgiobertin su aprile 5, 2018

Un grosso studio clinico di prevenzione ha dimostrato che una combinazione di due farmaci ha sostanzialmente ridotto il numero di polipi colorettali precancerosi in persone con un rischio ereditario molto elevato di sviluppare il cancro del colon-retto.

colon-cancer

Nello studio, le persone con questa condizione ereditaria – chiamata poliposi adenomatosa familiare (FAP) – che sono state assegnate in modo casuale a ricevere la combinazione di erlotinib (Tarceva) e sulindac (Aflodac) avevano meno di un terzo del numero di polipi dopo 6 mesi di trattamento rispetto ai pazienti che hanno ricevuto placebo. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “JAMA Oncology“.

I risultati precedenti dello stesso studio clinico randomizzato hanno dimostrato che il trattamento con questi due farmaci ha ridotto il numero di polipi nel duodeno (la prima parte dell’intestino tenue) di circa il 70%.
I risultati sono stati “notevoli, poiché nessun altro farmaco ha dimostrato efficacia nel ridurre il carico dei polipi duodenali“, ha commentato il prof. Asad Umar.

Il team di ricerca sta attualmente arruolando i pazienti in una nuova sperimentazione che sta valutando se una dose ridotta di erlotinib da solo, somministrata meno spesso, sarebbe altrettanto efficace ma meno tossica della combinazione utilizzata in questo studio.

Leggi abstract dell’articolo:
Association of Sulindac and Erlotinib vs Placebo With Colorectal Neoplasia in Familial Adenomatous Polyposis: Secondary Analysis of a Randomized Clinical Trial. 
Samadder NJ, Kuwada SK, Boucher KM, et al.
JAMA Oncol. Published online February 8, 2018. doi:10.1001/jamaoncol.2017.5431

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Cottura “al sangue” della carne rossa abbassa il rischio di tumore del colon-retto.

Posted by giorgiobertin su aprile 3, 2018

Da una ricerca condotta da diverse Università spagnole emergono nuovi tasselli a sostegno da un lato al consumo moderato di carni, secondo quanto consigliato dalle linee guida internazionali e, dall’altro, alla scelta oculata dei metodi di preparazione.

carne rossa

Lo studio spagnolo, multicentrico caso-controllo, ha approfondito alcuni aspetti ancora non del tutto chiari dell’associazione tra un alto consumo di carni e un aumento del rischio di tumore del colon-retto: il ruolo dei metodi di preparazione (cottura e/o lavorazione) e del tipo di carne
consumata (rossa, bianca, frattaglie). La ricerca ha analizzato le abitudini alimentari di uomini e donne tra i 20 e gli 85 anni, ricoverati in 23 ospedali su tutto il territorio spagnolo: 1.671 di loro per diagnosi di tumore del colon-retto e 3.095 per cause diverse e non tumorali.
L’indagine ha confermato l’associazione tra un alto consumo di carne e un aumento del rischio di tumore del colon-retto.

E’ stato confermato, per tutti i tipi di carne, che la cottura alla piastra/grill o barbecue è associata all’aumento del rischio per questo tipo di tumore. Importante, nel caso della carne rossa, è anche la durata della cottura: l’eccesso di rischio si ridurrebbe infatti, in entrambi i sessi, se la carne viene consumata poco cotta (al sangue).

Leggi abstract dell’articolo:cottura “al sangue” della carne rossa
Meat intake, cooking methods and doneness and risk of colorectal tumours in the Spanish multicase-control study (MCC-Spain).
de Batlle J, Gracia-Lavedan E, Romaguera D, Mendez M, Castaño-Vinyals G, Martín V et al.
Eur J Nutr. 2018 Mar;57(2):643-653. doi: 10.1007/s00394-016-1350-6. Epub 2016 Nov 24.x

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L’obesità aumenta il rischio di malattie cardiovascolari.

Posted by giorgiobertin su marzo 16, 2018

Il rischio cardiovascolare (CVD) aumenta con l’adiposità crescente. Ad affermarlo uno studio di coorte condotto dai ricercatori dell’Institute of Cardiovascular and Medical Sciences, University of Glasgow, su 296.535 adulti europei.
Lo studio, pubblicato sull’European Heart Journal, ha dimostrato che tra gli uomini e le donne, all’aumentare della adiposità, aumenta anche il rischio associato di CVD.

CVD-risk-obesity

È interessante notare che l’aggiustamento con un’attività fisica da moderata a vigorosa non era protettivo per il rischio di CVD in soggetti con maggiore adiposità. I risultati si aggiungono alle molte ricerche che supportano l’idea del “paradosso dell’obesità“, che suggerisce che il sovrappeso e l’obesità possano effettivamente aiutare a proteggere dalla CVD.
Qualsiasi equivoco su un potenziale effetto “protettivo” del grasso sul rischio di CVD dovrebbe essere messo in discussione” – affermano i ricercatori.

Scarica e leggi l’articolo in full text:
The impact of confounding on the associations of different adiposity measures with the incidence of cardiovascular disease: a cohort study of 296 535 adults of white European descent
Stamatina Iliodromiti Carlos A Celis-Morales Donald M Lyall Jana Anderson Stuart R Gray Daniel F Mackay Scott M Nelson Paul Welsh Jill P Pell Jason M R Gill Naveed Sattar
European Heart Journal, ehy057, https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehy057 Published: 16 March 2018

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Gene editing per ridurre trigliceridi e colesterolo.

Posted by giorgiobertin su febbraio 28, 2018

Una nuova tecnica simile al CRISP sperimentata sui topi da parte dei ricercatori della Perelman School of Medicine presso l’Università della Pennsylvania, pubblicata sulla rivista “Circulation“, ha permesso di simulare gli effetti protettivi di una mutazione genetica legata ai livelli più bassi di colesterolo e ai rischi di malattie cardiache.

Musunuru CREDIT: PEGGY PETERSON PHOTOGRAPHY

Le persone con mutazioni naturali che causano una perdita della funzione nel gene ANGPTL3 hanno ridotto i trigliceridi nel sangue, il colesterolo LDL e il rischio di malattia coronarica, senza apparenti conseguenze dannose per la loro salute. Questo rende la proteina ANGPTL3 un bersaglio attraente per i nuovi farmaci.

Questo studio sugli animali ha mostrato che l’editing di base di ANGPTL3 è un modo potenziale per trattare in modo permanente i pazienti con livelli lipidici di sangue dannosi”, ha detto il prof. Musunuru. “Sarebbe particolarmente utile in pazienti con una rara condizione chiamata ipercolesterolemia familiare omozigote, che causa alti livelli di colesterolo e un rischio aumentato di infarto, molto difficili da trattare con i farmaci odierni“.

Dagli esperimenti è emerso che dopo due settimane, i topi trattati hanno mostrato livelli significativamente ridotti di trigliceridi (56%) e colesterolo (51%) rispetto ai topi non trattati.

Il team del prof. Musunuru si sta ora preparando a testare i trattamenti basati su CRISPR contro il gene umano ANGPTL3 nelle cellule epatiche umane trapiantate nei topi. Ciò fornirà importanti informazioni sull’efficacia e sulla sicurezza; tutto ciò prima dell’avvio di sperimentazioni umane.

Leggi asbtract dell’articolo:
Reduced Blood Lipid Levels With In Vivo CRISPR-Cas9 Base Editing of ANGPTL3
Alexandra C. Chadwick, Niklaus H. Evitt, Wenjian Lv, Kiran Musunuru
Circulation. 2018;137:975-977 Originally published February 26, 2018 https://doi.org/10.1161/CIRCULATIONAHA.117.031335

Fonte: Perelman School of Medicine – University of Pennsylvania

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Scoperti cambiamenti genetici legati al rischio di cancro al pancreas.

Posted by giorgiobertin su febbraio 23, 2018

I ricercatori del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center e del National Cancer Institute e collaboratori di oltre 80 altre istituzioni in tutto il mondo hanno scoperto cambiamenti in cinque nuove regioni nel genoma umano che può aumentare il rischio di cancro al pancreas.

nature_communications

Le nuove scoperte rappresentano un ulteriore passo verso la completa acquisizione di tutti i cambiamenti genetici che portano al rischio di cancro al pancreas. Questo è importante perché una migliore comprensione di come si sviluppa il cancro del pancreas potrebbe portare a trattamenti più mirati e metodi di screening per l’individuazione precoce.

Le varianti genetiche recentemente identificate – situate sui cromosomi umani 1 (posizione 1p36.33), 7 (posizione 7p12 ), 8 (posizione 8q21.11), 17 (posizione 17q12) e 18 (posizione 18q21.32) – possono aumentare il rischio di cancro del pancreas dal 15 al 25% per ogni copia presente nel genoma, afferma Alison Klein, Ph. D., responsabile dello studio e membro del Sol Goldman Pancreatic Cancer Research Center di Johns Hopkins.

I risultati, pubblicati online sulla rivista “Nature Communications“, hanno incluso informazioni genetiche da 9.040 pazienti affetti da cancro al pancreas e 12.946 individui sani.

Leggi il full text dell’articolo:
Genome-wide meta-analysis identifies five new susceptibility loci for pancreatic cancer
Alison P. Klein, Brian M. Wolpin, […]Laufey T. Amundadottir
Nature Communications volume 9, Article number: 556 (2018) doi:10.1038/s41467-018-02942-5

Fonte: Johns Hopkins Kimmel Cancer Center

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Cancro ovarico: potrebbe essere ereditato da un gene mutato del padre.

Posted by giorgiobertin su febbraio 18, 2018

Gli scienziati del Roswell Park Comprehensive Cancer Center di Buffalo, a New York, USA che studiano il cancro ovarico hanno rivelato una nuova mutazione genetica che aumenta il rischio di cancro ovarico in una donna – e può essere trasmessa a lei da suo padre.

Paternal_ovarian cancers

La ricerca pubblicata sulla rivista “PLOS Genetics” identifica una nuova mutazione associata al carcinoma ovarico e alla prostata ad esordio precoce che viene trasmesso attraverso la linea paterna attraverso il cromosoma X.
Il team ha anche sequenziato porzioni del cromosoma X da 186 persone con carcinoma ovarico e ha scoperto che una mutazione precedentemente non identificata è associata ad un aumentato rischio di cancro ovarico.

I casi di carcinoma ovarico che sono collegati alla mutazione appena identificata si sviluppano più di 6 anni prima rispetto all’età media di insorgenza per il carcinoma ovarico. Questo è importante perché il tumore ovarico viene spesso diagnosticato in una fase avanzata quando è più difficile da trattare.
La ricerca ha anche scoperto un’associazione tra questa mutazione e un aumentato rischio di cancro alla prostata tra i membri della famiglia maschile.

Lo studio, che ha elaborato i dati dal Familial Ovarian Cancer Registry, non ha confermato l’identità e la funzione del gene specifico in gioco in questa associazione, quindi i ricercatori riconoscono che sono necessari ulteriori studi.

Il prof. Kevin Eng e i suoi colleghi ritengono che molti casi di cancro alle ovaie che sembrano sporadici potrebbero effettivamente essere ereditati. L’identificazione del gene responsabile contribuirà quindi a migliorare lo screening del carcinoma ovarico.

Scarica e leggi il documento in full text:
Paternal lineage early onset hereditary ovarian cancers: A Familial Ovarian Cancer Registry study
Eng KH, Szender JB, Etter JL, Kaur J, Poblete S, Huang R-Y, et al.
PLoS Genet 14(2): e1007194 Published: February 15, 2018 https://doi.org/10.1371/journal.pgen.1007194

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Collegamento tra cibi altamente trasformati e il cancro.

Posted by giorgiobertin su febbraio 16, 2018

Uno studio pubblicato sulla rivista BMJ a cura di un team internazionale di ricercatori, riporta una possibile associazione tra l’assunzione di alimenti altamente trasformati (“ultra-elaborati”) nella dieta e nel cancro.

fastfood

Gli alimenti ultra-elaborati includono prodotti da forno confezionati e snack, bevande gassate, cereali zuccherati, piatti pronti e prodotti a base di carne ricostituiti, spesso contenenti alti livelli di zuccheri, grassi e sale, ma privi di vitamine e fibre. Si ritiene che rappresentino fino al 50% del consumo totale giornaliero di energia in diversi paesi sviluppati.
I ricercatori hanno valutato le potenziali associazioni tra l’ assunzione di cibo ultra-elaborato e il rischio di cancro in generale, così come quello dei tumori del seno, della prostata e dell’intestino (colorettale).

Lo studio è stato condotto su 104.980 adulti francesi sani (22% uomini, 78% donne) con un’età media di 43 anni. Dai risultati è emerso che un aumento del 10% nella proporzione di alimenti ultra-elaborati nella dieta era associato ad aumenti del 12% nel rischio di cancro globale e dell’11% nel rischio di cancro al seno. Non è stata rilevata un’associazione significativa tra alimenti meno elaborati (come verdure in scatola, formaggi e pane sfuso appena confezionato) e rischio di cancro, mentre il consumo di alimenti freschi o minimamente lavorati (frutta, verdura, legumi, riso, pasta, uova, carne , pesce e latte) era associato a minori rischi di cancro e carcinoma mammario in generale.

Leggi il full text dell’articolo:
Consumption of ultra-processed foods and cancer risk: results from NutriNet-Santé prospective cohort
Fiolet Thibault, Srour Bernard, Sellem Laury, Kesse-Guyot Emmanuelle, Allès Benjamin, Méjean Caroline et al.
BMJ 2018; 360 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.k322 (Published 14 February 2018)

Ultraprocessed food and increased cancer risk

Study registration Clinicaltrials.gov NCT03335644.

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USPSTF: Linee guida sullo screening per il cancro ovarico.

Posted by giorgiobertin su febbraio 14, 2018

La US Preventive Services Task Force (USPSTF) raccomanda di non sottoporre a screening per il carcinoma ovarico le donne asintomatiche che non sono ad alto rischio di cancro ovarico. Questi risultati costituiscono la base di una dichiarazione di raccomandazione finale pubblicata sulla rivista “Journal of American Medical Association” DA PARTE DELLA SOCIETà.

uspstf

Per aggiornare la raccomandazione USPST del 2012, i ricercatori hanno esaminato le prove sui benefici e sui rischi dello screening per il carcinoma ovarico tra le donne asintomatiche che non sono ad alto rischio di cancro ovarico.

I ricercatori hanno scoperto che c’erano prove sufficienti per affermare che lo screening del cancro ovarico non riduce la mortalità per cancro ovarico. “Le prove dimostrano che gli attuali metodi di screening non impediscono alle donne di morire di cancro ovarico e che lo screening può portare a interventi chirurgici non necessari nelle donne senza cancro” – afferma il prof. Michael J. Barry.

Scarica e leggi il full text:
Screening for Ovarian Cancer US Preventive Services Task Force Recommendation Statement
US Preventive Services Task Force
JAMA. 2018;319(6):624. doi:10.1001/jama.2017.22136

Editorial: Screening for Ovarian Cancer in Asymptomatic Women

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Inquinamento atmosferico possibile causa della fibrosi polmonare idiopatica.

Posted by giorgiobertin su febbraio 12, 2018

L’inquinamento atmosferico potrebbe favorire l’insorgenza di fibrosi polmonare idiopatica. Ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori del Centro Studi Sanità Pubblica dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, Gruppo MultiMedica in collaborazione con l’Università di Harvard.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “European Respiratory Journal“.

   

I ricercatori hanno valutato l’associazione tra esposizione cronica a biossido di azoto, ozono e PM10 e l’incidenza di fibrosi polmonare idiopatica nel Nord Italia tra il 2005 e il 2010. I risultati hanno mostrato che i soggetti esposti a una concentrazione più alta di biossido di azoto avevano un rischio maggiore di sviluppare fibrosi polmonare idiopatica. Un incremento di 10 microgrammi per metro cubo nella concentrazione di biossido di azoto, infatti, è stato associato a un aumento tra il 7,93% e l’8,41% nel tasso di incidenza della malattia a seconda della stagione, tasso che è risultato ancora più elevata dove i livelli del gas hanno superato i 40 microgrammi per metro cubo.

Questo lavoro è la prosecuzione di un primo studio epidemiologico, attuato dallo stesso gruppo di ricercatori, che aveva mappato i casi di IPF in Lombardia, pubblicato l’anno scorso su PLOS ONE (DOI:10.1371/journal.pone.0147072) .

Leggi abstract dell’articolo:
The association between air pollution and the incidence of idiopathic pulmonary fibrosis in Northern Italy
Sara Conti, Sergio Harari, Antonella Caminati, Antonella Zanobetti, Joel D. Schwartz, Pietro A. Bertazzi, Giancarlo Cesana, Fabiana Madotto
European Respiratory Journal Jan 2018, 51 (1) 1700397; DOI: 10.1183/13993003.00397-2017

Epidemiology of Idiopathic Pulmonary Fibrosis in Northern Italy
Harari S, Madotto F, Caminati A, Conti S, Cesana G.
PLOS ONE February 3, 2016. DOI:10.1371/journal.pone.0147072

Fonte: Università di Milano-Bicocca

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AHA: Malattie cardiovascolari e cancro al seno.

Posted by giorgiobertin su febbraio 8, 2018

Una dichiarazione scientifica della American Heart Association, pubblicata su “Circulation“, si è occupata per la prima volta delle interazioni tra malattie cardiovascolari e cancro al seno.

CVD-breast-cancer

Durante il trattamento del cancro al seno, la sorveglianza, la prevenzione e la gestione secondaria della cardiotossicità sono fondamentali. Le terapie per il cancro al seno alcune in particolare aumentano il rischio di disfunzione cardiaca, come le antracicline ad alta dose, la radioterapia ad alta dose.

Il documento è importante perchè sottolinea come il cancro al seno e le malattie cardiovascolari condividono molti fattori di rischio comuni, e che aderire a comportamenti di vita sana è associato a una tendenza verso una minore incidenza di cancro al seno e a un rischio significativamente più basso di malattia cardiovascolare.

Leggi abstract dell’articolo:
Cardiovascular Disease and Breast Cancer: Where These Entities Intersect: A Scientific Statement From the American Heart Association
Laxmi S. Mehta, Karol E. Watson, Ana Barac, Theresa M. Beckie, Vera Bittner, Salvador Cruz-Flores, Susan Dent, Lavanya Kondapalli, Bonnie Ky, Tochukwu Okwuosa, Ileana L. Piña, Annabelle Santos Volgman,
Circulation. 2018; CIR.0000000000000556 Originally published February 1, 2018 https://doi.org/10.1161/CIR.0000000000000556

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Scoperto un nuovo grave fattore di rischio per infarto e ictus.

Posted by giorgiobertin su febbraio 3, 2018

Si chiama in sigla CHIP (Clonal Hematopoiesis of indeterminate potential – ematopoiesi clonale dal potenziale indeterminato) ed è un nuovo fattore di rischio, una delle principali cause di infarto e ictus fulminanti e mortali. Si tratta in sostanza di una mutazione di alcune cellule staminali che andrebbe ad aumentare il rischio di trovarsi in queste spiacevoli circostanze addirittura del 40-50%.

30Heart
A colored scanning electron micrograph of a bone marrow stem cell. Scientists have learned that an accumulation of mutated stem cells in bone marrow dramatically increases a person’s risk of dying from a heart attack or stroke. Credit SPL/Science Source

Secondo gli esperti che hanno individuato la mutazione (più gruppi di ricerca indipendenti), infatti, il CHIP sarebbe addirittura un fattore di rischio più pericoloso del colesterolo alto. Secondo gli esperti si tratta di una scoperta di fondamentale importanza in campo cardiologico addirittura al pari di quella delle statine utili proprio ad abbassare il colesterolo.

Come ha dichiarato il professore Kenneth Walsh, University of Virginia School of Medicine, che dirige il centro di biologia ematovascolare:
Sembra che ci siano solo due tipi di persone nel mondo: quelle che presentano emopoiesi clonale e quelle che stanno per sviluppare l’emopoiesi clonale“.

Gli esperti come riportato sulla rivista “N Engl J Med“, ritengono infatti che le mutazioni siano acquisite, non ereditate e ciò probabilmente a causa dell’esposizione a tossine come il fumo di sigaretta e altri inquinanti. I pazienti hanno dunque poche possibilità di difendersi. Per ora i medici sconsigliano i test per valutare la presenza di CHIP, dal momento che non c’è nulla di specifico da fare per poter ridurre l’aumento dei rischi di malattie cardiache.
Il dottor Ebert, tra l’altro, ritiene plausibile che il CHIP possa essere coinvolto in altre malattie infiammatorie come ad esempio l’artrite.

Leggi abstracts degli articoli:
Clonal Hematopoiesis and Risk of Atherosclerotic Cardiovascular Disease
Siddhartha Jaiswal, M.D., Ph.D., Pradeep Natarajan….. Sekar Kathiresan, M.D., and Benjamin L. Ebert
N Engl J Med 2017; 377:111-121 DOI: 10.1056/NEJMoa1701719

Age-Related Clonal Hematopoiesis Associated with Adverse Outcomes
Siddhartha Jaiswal, M.D., Ph.D., Pierre Fontanillas, Ph.D………….David Altshuler, M.D., Ph.D., and Benjamin L. Ebert
N Engl J Med 2014; 371:2488-2498 DOI: 10.1056/NEJMoa1408617

EDITORIAL
CHIP-ping Away at Atherosclerosis
John F. Keaney, Jr., M.D.
N Engl J Med 2017; 377:184-185 DOI: 10.1056/NEJMe1706173

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Esame del sangue per la diagnosi precoce dell’Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su febbraio 1, 2018

Scienziati giapponesi del Japanese National Center for Geriatrics and Gerontology e australiani del Florey Institute of Neuroscience & Mental Health – The University of Melbourne, si sono uniti per sviluppare e convalidare un esame del sangue per la malattia di Alzheimer, con il potenziale di accelerare massicciamente il ritmo degli studi sui farmaci per la malattia di Alzheimer.

Il professor Katsuhiko Yanagisawa, direttore generale del Japanese National Center for Geriatrics and Gerontology (NCGG), afferma: “Il nostro studio dimostra l’elevata accuratezza, affidabilità e riproducibilità di questo esame del sangue, poiché è stato validato con successo in due grandi set di dati indipendenti provenienti dal Giappone e dall’Australia.

ABTEST

Uno dei tratti distintivi essenziali della malattia di Alzheimer è l’accumulo di peptidi anormali nel cervello, chiamati beta-amiloide. Il processo inizia silenziosamente circa 30 anni prima che i segni di demenza, come la perdita di memoria o il declino cognitivo, abbiano inizio.

Il professor Tanaka che ha vinto il premio Nobel per la chimica nel 2002 per questa sofisticata tecnica afferma: “Da un piccolo campione di sangue, il nostro metodo è in grado di misurare diverse proteine ​​correlate all’amiloide, anche se la loro concentrazione è estremamente bassa. Abbiamo scoperto che il rapporto di queste proteine ​​era un surrogato preciso per il carico di amiloide cerebrale.

Ricordiamo che gli attuali test per la beta-amiloide includono scansioni cerebrali con costosi traccianti radioattivi o analisi del liquido spinale prelevato tramite una puntura lombare.

Leggi abstract dell’articolo:
High performance plasma amyloid-β biomarkers for Alzheimer’s disease
Akinori Nakamura, Naoki Kaneko, Victor L. Villemagne, Takashi Kato, James Doecke, Vincent Doré, Chris Fowler, Qiao-Xin Li, Ralph Martins, Christopher Rowe, Taisuke Tomita, Katsumi Matsuzaki, Kenji Ishii, Kazunari Ishii, Yutaka Arahata, Shinichi Iwamoto, Kengo Ito, Koichi Tanaka, Colin L. Masters & Katsuhiko Yanagisawa
Nature Published online: 31 January 2018 doi:10.1038/nature25456

Fonte:  Florey Institute of Neuroscience & Mental Health

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Dislipidemia: linee guida a confronto sull’uso delle statine.

Posted by giorgiobertin su gennaio 22, 2018

E’ stato pubblicato sulla rivista “Annals of Internal medicine” uno studio osservazionale sul confronto delle diverse linee guida sull’uso delle statine nella gestione della dislipidemia.

statin-guidelines

I ricercatori hanno evidenziato che la percentuale di eventi cardiovascolari aterosclerotici potenzialmente evitabili con l’uso di statine su 10 anni, assumendo una riduzione del 50% del colesterolo LDL, fosse del 34% con le linee guida canadesi e statunitensi, del 32% con quelle di NICE, del 27% con le indicazioni USPSTF e solo del 13% con le raccomandazioni ESC/EAS.

Scarica e leggi il documento in full text:
Comparison of Five Major Guidelines for Statin Use in Primary Prevention in a Contemporary General Population
Martin Bødtker Mortensen, MD, PhD; Børge Grønne Nordestgaard, MD, DMSc
Ann Intern Med. 2018 Jan 16;168(2):85-92. doi: 10.7326/M17-0681. Epub 2018 Jan 2.

Fonte: Doctor33.it

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Un test del sangue per la diagnosi otto tipi diversi di cancro.

Posted by giorgiobertin su gennaio 20, 2018

I ricercatori della John Hopkins University di Baltimora hanno realizzato un test del sangue capace di rilevare otto tipi diversi di cancro, quelli tra i più comuni, molto prima che insorgano i sintomi.

cancer-cell

Il nuovo test combina l’analisi del Dna e delle proteine tumorali ed ha un’affidabilità che varia dal 69 al 98% dei casi a seconda del tipo di cancro. Il metodo, testato su oltre mille malati, è stato chiamato CancerSEEK e ha dato un risultato positivo in circa il 70% delle volte.

Il team guidato dal prof. Joshua Cohen, che ha pubblicato i risultati sulla rivista “Science“, è riuscito a valutare le mutazioni di 16 geni tumorali, insieme ai livelli di 10 proteine circolanti nel sangue, per il cancro del seno, fegato, ovaie, polmone, stomaco, pancreas, esofago e colon retto.

“Questo test rappresenta il prossimo passo nel cambiare il focus della ricerca sul cancro dalla malattia in stadio avanzato alla malattia precoce, che credo sarà fondamentale per ridurre le morti per cancro a lungo termine”, dice il prof. Vogelstein. Al momento sono in corso studi più ampi del test.

Leggi abstract dell’articolo:
Detection and localization of surgically resectable cancers with a multi-analyte blood test
BY JOSHUA D. COHEN, LU LI, YUXUAN WANG, CHRISTOPHER THOBURN, BAHMAN AFSARI, LUDMILA DANILOVA, CHRISTOPHER DOUVILLE, AMMAR A. JAVED, FAY WONG, AUSTIN MATTOX, RALPH. H. HRUBA………
Science 18 Jan 2018:eaar3247 DOI: 10.1126/science.aar3247

Fonte:  John Hopkins University di Baltimora

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Creati batteri che combattono il tumore al colon-retto.

Posted by giorgiobertin su gennaio 15, 2018

I ricercatori del Yong Loo Lin School of Medicine, National University of Singapore sono riusciti a creare dei batteri intestinali anti-cancro. Il è stato eseguito sui topi e sulle cellule umane e pubblicato sulla rivista “Nature Biomedical Engineering“.

broccoli

La ricerca si è svolta in due fasi, prima gli scienziati hanno creato una versione geneticamente modificata del batterio intestinale Escherichia coli (specificamente al proteoglicano  sulforafano), rendendolo capace di trasformare una molecola dei broccoli in un’arma anti-cancro.
Poi hanno testato i batteri così creati su cellule tumorali umane e su topolini malati di cancro del colon-retto vedendo così che i batteri rilasciano un enzima che attiva la molecola anti-cancro dei broccoli e il tumore regredisce quasi del tutto, in più la crescita di nuove cellule tumorali è bloccata. Ai topolini è bastato mangiare un mix di batteri e broccoli per vedere regredire la propria malattia.

I risultati sono molto promettenti sulla cura di uno dei tumori più aggressivi. Ora si passa alla sperimentazione clinica sull’uomo.

Leggi abstract dell’articolo:
Engineered commensal microbes for diet-mediated colorectal-cancer chemoprevention.
Chun Loong Ho, Hui Qing Tan, Koon Jiew Chua, Aram Kang, Kiat Hon Lim, Khoon Lin Ling, Wen Shan Yew, Yung Seng Lee, Jean Paul Thiery, Matthew Wook Chang.
Nature Biomedical Engineering, 2018; 2 (1): 27 DOI: 10.1038/s41551-017-0181-y

Fonte: Yong Loo Lin School of Medicine, National University of Singapore

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La soia potrebbe aumentare il rischio di cancro alla prostata.

Posted by giorgiobertin su novembre 28, 2017

In uno studio pubblicato sulla rivista “International Journal of Cancer” i ricercatori del Fairbanks School of Public Health dell’Università dell’Indiana, hanno trovato che alcuni elementi presenti nella soia, aumentano il rischio di cancro alla prostata.

soia

In particolare alimenti ricchi di fitoestrogeni e isoflavoni, appunto come la soia, possano aumentare il rischio di cancro in alcuni organi per la loro somiglianza strutturale al 17 β-estradiolo.

Il presente studio indaga se l’assunzione di questi composti può influenzare il rischio di cancro alla prostata nelle popolazioni umane. Durante un follow-up mediano di 11,5 anni, sono stati identificati 2.598 casi di cancro alla prostata (inclusi 287 casi avanzati) tra i 27.004 uomini inseriti in un test di screening del cancro della prostata, del polmone e del colon-retto. Valutando gli stili di vita e le abitudini alimentari attraverso i dati statistici è risultato che il cancro della prostata, soprattutto le sue forme avanzate ed aggressive, era più frequente in coloro che assumevano alimenti ricchi di isoflavoni.

Leggi abstract dell’articolo:
Dietary intake of isoflavones and coumestrol and the risk of prostate cancer in the Prostate, Lung, Colorectal and Ovarian Cancer Screening Trial
Reger, M. K., Zollinger, T. W., Liu, Z., Jones, J. F. and Zhang, J.
Int. J. Cancer. doi:10.1002/ijc.31095

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Epatite B: linee guida di pratica clinica.

Posted by giorgiobertin su novembre 28, 2017

E’ stata pubblicata a cura dell’American College of Physicians (ACP) e dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), sulla rivista “Annals of Internal Medicine“, una linea guida di pratica clinica congiunta sull’epatite B.

Hepatitis_B

Scarica e leggi il documento in full text:
Hepatitis B Vaccination, Screening, and Linkage to Care: Best Practice Advice From the American College of Physicians and the Centers for Disease Control and Prevention
Winston E. Abara, MD, PhD; Amir Qaseem, MD, PhD, MHA; Sarah Schillie, MD, MPH, MBA; Brian J. McMahon, MD; Aaron M. Harris, MD, MPH (*); for the High Value Care Task Force of the American College of Physicians and the Centers for Disease Control and Prevention
Ann Intern Med [Epub ahead of print 21 November 2017] doi: 10.7326/M17-1106

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Linee guida canadesi sulla prevenzione dell’HIV.

Posted by giorgiobertin su novembre 27, 2017

Una nuova linea guida canadese sottolinea come le nuove strategie biomediche per prevenire l’infezione da HIV possano essere utilizzate al meglio nelle popolazioni ad alto rischio sia prima che dopo l’esposizione al virus. Il documento si applica agli adulti a rischio di infezione da HIV attraverso l’attività sessuale o l’uso di droghe iniettabili.

cmaj

La linea guida, di facile consultazione delinea i consigli pratici per la prevenzione, e si rivolge a: medici di cure primarie, malattie infettive, medicina d’urgenza, infermieristica, farmacia ed altre discipline.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Canadian guideline on HIV pre-exposure prophylaxis and nonoccupational postexposure prophylaxis
Darrell H. S. Tan, Mark W. Hull,….Tim Rogers and Stephen Shafran; for the Biomedical HIV Prevention Working Group of the CIHR Canadian HIV Trials Network
CMAJ November 27, 2017 189 (47) E1448-E1458; DOI: https://doi.org/10.1503/cmaj.170494

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ASCO: Linee guida su alcol e rischio di cancro.

Posted by giorgiobertin su novembre 15, 2017

Sono state pubblicate sulla rivista “Journal of Clinical Oncology“, a cura dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) gli orientamenti sul consumo di alcol e lo sviluppo del cancro.
Secondo l’ASCO le probabilità di sviluppare il cancro aumentano con l’aumentare del consumo di alcol. Il fattore di rischio oncologico legato al consumo di alcol è spesso sottovalutato.

Alcohol-and-cancer

Scarica e leggi il documento in full text:
Alcohol and Cancer: A Statement of the American Society of Clinical Oncology
Noelle K. LoConte, Abenaa M. Brewster, Judith S. Kaur, Janette K. Merrill, and Anthony J. Alberg
Journal of Clinical Oncology 0 0:0

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Inibitori della pompa protonica e rischio malattie renali e cancro allo stomaco.

Posted by giorgiobertin su novembre 10, 2017

Una recente meta analisi ha collegato inibitori della pompa protonica (PPI) con lo sviluppo di malattie renali croniche (CKD). I risultati sono stati presentati al Kidney Week 2017, the Annual Meeting of the American Society of Nephrology (ASN). La metanalisi ha incluso un totale di 5 studi con 536.902 partecipanti.
I risultati hanno mostrato che gli individui che hanno utilizzato PPI hanno avuto un aumento del 33% del rischio relativo di malattie renali croniche o insufficienza renale rispetto ai non utilizzatori.

PPI05

In un secondo studio pubblicato sulla rivista “Gut” gli inibitori di pompa protonica: se presi a lungo raddoppiano il rischio di cancro dello stomaco nei soggetti eradicati per Helicobacter pylori. E’ noto da tempo che l’impiego di questi farmaci per lunghi periodi determina un peggioramento dell’atrofia gastrica, soprattutto tra i pazienti con infezione da Helicobacter pylori (HP).

Gli autori dello studio sono arrivati a queste conclusioni dopo aver seguito 63397 adulti, fra il 2003 e il 2012 in terapia per l’eradicazione dell’Helicobacter. Un trattamento prolungato con PPI, si associa ad un aumentato rischio di sviluppare un tumore dello stomaco. Il loro consiglio dunque è di essere cauti nel prescrivere per lunghi periodi i PPI, anche nei pazienti eradicati con successo.

I PPI che vengono comunemente utilizzati per vari disturbi acido-correlati sono: Omeprazolo, Esomeprazolo, Lansoprazolo, Rabeprazolo, Pantoprazolo.

Leggi abstract dell’articolo:
Proton Pump Inhibitors and Risk of CKD: A Meta-analysis
Charat Thongprayoon,…. et al.

Kidney Week 2017

Long-term proton pump inhibitors and risk of gastric cancer development after treatment for Helicobacter pylori: a population-based study
Ka Shing Cheung, Esther W Chan, Angel Y S Wong, Lijia Chen, Ian C K Wong, Wai Keung Leung
Gut Published Online First: 31 October 2017. doi: 10.1136/gutjnl-2017-314605

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Cancro alla prostata: livelli bassi di testosterone riducono il rischio.

Posted by giorgiobertin su novembre 6, 2017

Gli uomini con quantità basse di testosterone nel loro sangue hanno circa il 20% in meno di probabilità di sviluppare il cancro alla prostata. Ad affermarlo uno studio presentato alla National Cancer Research Institute (NCRI) Cancer Conference a Liverpool.

Gli scienziati dell’Università di Oxford hanno condotto il più grande studio fino ad oggi sull’analisi degli ormoni e il rischio di cancro alla prostata. Lo studio – finanziato da Cancer Research UK – ha esaminato campioni di sangue da circa 19.000 uomini di età compresa tra i 34-76 anni, raccolti tra il 1959 e il 2004. Di questi uomini, 6.900 hanno sviluppato il cancro alla prostata.
Hanno trovato che gli uomini con i livelli più bassi di testosterone avevano significativamente meno probabilità di sviluppare il cancro della prostata rispetto a tutti gli altri uomini di controllo.

prostate cancer  2017Conference

Il cancro alla prostata ha bisogno del testosterone per crescere. Quasi tutti i tumori della prostata che si diffondono hanno recettori iperattivi del testosterone. La terapia ormonale – la cura standard per il trattamento del cancro della prostata – blocca o abbassa la quantità di testosterone nel corpo.
In futuro, questi risultati potrebbero essere importanti per aiutare a sviluppare un approccio per ridurre il rischio di sviluppare la malattia da parte degli uomini“. – afferma il professor Matt Seymour.

Leggi abstract:
Low circulating free testosterone is associated with reduced incidence of prostate cancer: A pooled analysis of individual participant data from 20 prospective studies

Fonte: Nuffield Department of Population Health – University of Oxford

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I batteri intestinali possono influenzare la risposta alle terapie sul cancro.

Posted by giorgiobertin su novembre 3, 2017

Uno studio condotto dai ricercatori dell’University of Texas MD Anderson Cancer Center in collaborazione con l’Università di Rochester Medical Center e il Wilmot Cancer Institute ha scoperto che i pazienti con melanoma avanzato o cancro della pelle che avevano un batterio specifico nel loro intestino avevano una risposta più favorevole al trattamento del cancro con l’immunoterapia.

Un microbioma intestinale con molti batteri buoni, è stato associato a risultati migliori tra i 112 pazienti con melanoma metastatico che sono stati osservati per sei mesi durante la terapia anti-PD1. (I farmaci anti-PD1 sono noti per essere utilizzati per controllare il tumore cutaneo metastatico). Il farmaco funziona aumentando le difese immunitarie naturali del corpo contro le cellule tumorali – in particolare blocca la proteina PD1 sulle cellule T, che funge da freno al sistema immunitario.

microbioma

I risultati dello studio – pubblicato sulla rivista “Science” – sono emozionanti perché sono stati in grado di correlare, a un microbiota specifico, la capacità del sistema immunitario del paziente di combattere il cancro” afferma il prof. Peter Prieto. “Questo porterà a nuove strategie, come la sperimentazione di probiotici potenziali negli studi clinici per aumentare la risposta dei trattamenti standard contro il melanoma“.
L’analisi dei campioni dei microbiomi fecali dei pazienti ha dimostrato una significativamente differenza e una relativa abbondanza di batteri del genere Faecalibacterium (della famiglia Ruminococcaceae e l’ordine di Clostridiales) nei pazienti rispondenti alle terapie anti-PD1.

Ulteriori analisi hanno dimostrato che i pazienti rispondenti con alti livelli di Clostridiales/Ruminococcaceae, avevano una maggiore penetrazione delle cellule T nei tumori e livelli superiori di cellule T circolanti che uccidono le cellule tumorali.

E’ possibile cambiare il proprio microbioma, non è poi così difficile; quindi pensiamo che questi risultati aprano enormi nuove opportunità“. “I nostri studi sui pazienti e le successive ricerche sugli animali ci permettono di dire che i nostri microbiomi intestinali modulano sia l’immunità sistemica che anti-tumorale” – conclude la prof.ssa Jennifer Wargo uno degli autori.

Leggi abstract dell’articolo:
Gut microbiome modulates response to anti–PD-1 immunotherapy in melanoma patients
V. Gopalakrishnan, C. N. Spencer, L. Nezi, A. Reuben, M. C. Andrews, T. V. Karpinets, P. A. Prieto, D. Vicente, K. Hoffman, S. C. Wei, A. P. Cogdill,…et al.
Science 02 Nov 2017: eaan4236 DOI: 10.1126/science.aan4236

Fonti: University of Texas MD Anderson Cancer Center – Università di Rochester Medical Center

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Calcio nella prevenzione dell’osteoporosi in postmenopausa – linea guida.

Posted by giorgiobertin su ottobre 14, 2017

Il calcio è vitale per la fortificazione delle ossa sane e le società scientifiche di tutto il mondo hanno fornito indicazioni sui fabbisogni quotidiani dall’infanzia alla vecchiaia. L’European Menopause and Andropause Society (EMAS) ha rilasciato una nuova guida clinica che riassume le prove sugli effetti del calcio nella riduzione del rischio di osteoporosi dopo la menopausa.

Maturitas

L’assunzione giornaliera di calcio dopo la menopausa varia da 700 a 1.200 mg. È incerto se l’assunzione eccessiva può causare danni. Alcuni studi epidemiologici hanno sollevato preoccupazioni per il rischio cardiovascolare, la demenza o, paradossalmente, la frattura.

Leggi il documento:
Calcium in the prevention of postmenopausal osteoporosis: EMAS clinical guide
Antonio Cano, Peter Chedraui, Dimitrios G. Goulis, Patrice Lopes, Gita Mishra, Alfred Mueck, Levent M. Senturk, Tommaso Simoncini, John C. Stevenson, Petra Stute, Pauliina Tuomikoski, Margaret Rees, Irene Lambrinoudaki
Maturitas Volume 107, January 2018, Pages 7-12 https://doi.org/10.1016/j.maturitas.2017.10.004

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