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Scoperta proteina che promuove la ripartizione del grasso.

Posted by giorgiobertin su agosto 25, 2016

I ricercatori della UT Southwestern Medical Center hanno scoperto che una proteina, spesso si trova sulla superficie delle goccioline di grasso all’interno delle cellule – è particolarmente abbondante nei muscoli degli atleti di resistenza – e può contribuire alla ripartizione più efficiente e salutare del grasso.
Lo studio riporta un nuovo ruolo per la proteina, perilipin 5, nel nucleo della cellula come regolatore del metabolismo dei grassi.

Perilipin

Credit image: Nature Communications

I risultati potrebbero avere implicazioni significative per lo sviluppo di nuovi modi per trattare l’obesità e il diabete di tipo 2“, ha dichiarato il Dr. Perry Bickel, Professore Associato di Medicina Interna presso UT Southwestern e autore senior dello studio pubblicato su “Nature Communications.

Leggi il full text dell’articolo:
Nuclear Perilipin 5 integrates lipid droplet lipolysis with PGC-1α/SIRT1-dependent transcriptional regulation of mitochondrial function
Violeta I. Gallardo-Montejano, Geetu Saxena, Christine M. Kusminski, Chaofeng Yang, John L. McAfee, Lisa Hahner, Kathleen Hoch, William Dubinsky, Vihang A. Narkar, Perry E. Bickel
Nature Communications 7, Article number: 12723 doi:10.1038/ncomms12723 Published 24 August 2016

Fonte: UT Southwestern Medical Center

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Scoperti biomarcatori che aiutano a predire chi avrà un ictus.

Posted by giorgiobertin su agosto 25, 2016

Le persone con alti livelli di quattro biomarcatori nel sangue possono avere più probabilità di sviluppare un ictus rispetto alle persone con bassi livelli di questi biomarcatori, secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Neurology“, la rivista medica dell’ American Academy of Neurology.

Neurology-8-16

Per lo studio, i ricercatori della Boston University Schools of Medicine and Public Health hanno misurato i livelli di 15 biomarker associati con l’infiammazione nel sangue di persone provenienti da uno studio di coorte che non avevano mai avuto un ictus. I partecipanti sono stati 3.224 un’età media di 61 all’inizio dello studio e sono stati seguiti per una media di nove anni. Durante questo periodo, 98 persone hanno avuto un ictus.
Dei 15 biomarcatori, quattro sono stati associati ad un aumentato rischio di ictus: L’omocisteina, il fattore di crescita endoteliale vascolare, LN-proteina C reattiva, LN-fattore di necrosi tumorale.
L’aggiunta di questi quattro biomarcatori permette di predire il rischio di ictus di una persona in base anche ad altri fattori quali l’età, il sesso, il colesterolo e la pressione sanguigna.

La ricerca futura potrebbe anche valutare se l’abbassamento dei livelli di questi marcatori o bloccandone la loro azione possa essere un modo per evitare l’ictus.

Leggi abstract dell’articolo:
Circulating biomarkers and incident ischemic stroke in the Framingham Offspring Study
Ashkan Shoamanesh, Sarah R. Preis, Alexa S. Beiser, Carlos S. Kase, Philip A. Wolf, Ramachandran S. Vasan, Emelia J. Benjamin, Sudha Seshadri, and Jose R. Romero
Neurology published ahead of print August 24, 2016, doi:10.1212/WNL.0000000000003115: 1526-632X

Editorial
Seeking the “holy grail” of biomarkers to improve stroke risk prediction of clinical scores
Stephen R. Williams and Svetlana Lorenzano

Fonte: American Academy of Neurology

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Scoperta composizione di farmaci contro il cancro al polmone non a piccole cellule.

Posted by giorgiobertin su agosto 24, 2016

Gli scienziati dell’Institute of Cancer Research, London e dell’Institut Gustave Roussy in France, hanno dimostrato che una combinazione di farmaci rallenta la crescita delle cellule tumorali in un tipo di tumore del polmone non a piccole cellule durante i test in laboratorio. La scoperta, pubblicata sulla rivista “British Journal of Cancer“,  dovrebbe permettere lo sviluppo di nuovi trattamenti per il futuro.

Science-8

Lo studio ha trovato che  se si bloccavano le funzioni di due proteine chiamate MEK e m-TOR si fermava o rallentava la crescita dell’adenocarcinoma polmonare non a piccole cellule. Le due proteine sono accese dal gene KRAS, che aiuta a controllare come e quando le cellule si dividono. Quando il gene è mutato le cellule si dividono in maniera incontrollata e possono sviluppare il cancro.
Usando gli inibitori MEK e m-TOR insieme si è riusciti a fermare la crescita delle cellule del cancro in modo migliore rispetto ai farmaci da soli.
Questa è un’importante ricerca, serviranno tuttavia ulteriori esperimenti per avere un controllo sicuro per i pazienti e trovare la giusta dose – prima che la combinazione possa essere utilizzata di routine nella clinica – affermano i ricercatori.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Insights into significance of combined inhibition of MEK and m-TOR signalling output in KRAS mutant non-small cell lung cancer.
S. Broutin, A. Stewart, P. Thavasu, A. Paci, J.M. Bidart, U. Banerji
British Journal of Cancer (2016) 115, 549–552. doi:10.1038/bjc.2016.220

Fonte: Institute of Cancer Research

 

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Nuovo test per distinguere tra infezioni virali e batteriche.

Posted by giorgiobertin su agosto 24, 2016

Un team internazionale di scienziati – coordinato dai ricercatori dell’Imperial College di Londra – ha scoperto due geni che vengono attivati quando un bambino ha una infezione batterica. Questo potrebbe consentire ai medici di distinguere rapidamente tra una malattia virale o batterica, e identificare i primi casi di infezioni potenzialmente mortali.

senior-researcher

Lo studio, pubblicato su “JAMA“, ha scoperto che i due geni, chiamati IFI44L e FAM89A, si attivano in posizione “on” quando una infezione batterica è presente. Questo studio, condotto su 250 bambini ha rilevato che i due geni predicono un’infezione batterica con una precisione 95-100 per cento. Lo studio potrebbe consentire ai medici di distinguere tra infezioni batteriche e virali, e individuare i primi casi di infezioni gravi che potrebbero essere mortali.

Meningite, setticemia e polmonite tutte si verificano come risultato di una infezione batterica. Riuscire a differenziare queste condizioni potenzialmente pericolose per la vita dovrebbero consentire ai sanitari di intervenire rapidamente con trattamenti accurati.
Inoltre, facendo una distinzione se un individuo ha una infezione virale o batterica può impedire la prescrizione di antibiotici per i virus. Ricordiamo che gli antibiotici sono efficaci solo contro i batteri e non combattono le infezioni causate da virus come il raffreddore, l’influenza, il mal di gola e la bronchite.

Attualmente, quando un bambino in visita dal medico o al pronto soccorso con una febbre, non esiste nessun metodo rapido per determinare se il bambino ha una malattia batterica o virale. Molti bambini sono ricoverati in ospedale e ricevono antibiotici, perché il team medico non è in grado di escludere immediatamente la possibilità di una infezione batterica – ma in realtà, sono affetti da un virus.
Tagliare il numero di antibiotici prescritti in modo inappropriato è fondamentale per fermare la diffusione della resistenza antimicrobica, che minaccia il futuro della medicina moderna.

Leggi abstracts degli articoli:
Diagnostic Test Accuracy of a 2-Transcript Host RNA Signature for Discriminating Bacterial vs Viral Infection in Febrile Children
Jethro A. Herberg, PhD; Myrsini Kaforou, PhD; Victoria J. Wright, PhD; Hannah Shailes, BSc; Hariklia Eleftherohorinou + al.
JAMA 2016;316(8):835-845. doi:10.1001/jama.2016.11236.

Association of RNA Biosignatures With Bacterial Infections in Febrile Infants Aged 60 Days or Younger
Prashant Mahajan, MD, MPH, MBA; Nathan Kuppermann, MD, MPH; Asuncion Mejias, MD, PhD; Nicolas Suarez + al.
JAMA. 2016;316(8):846-857. doi:10.1001/jama.2016.9207.

Editorial: Genetics and the Evaluation of the Febrile Child

Fonte: Imperial College London

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Scoperto come il sistema immunitario viene bloccato contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su agosto 23, 2016

Uno studio dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù condotto insieme al Dipartimento di medicina sperimentale dell’Università degli studi di Genova e pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Allergy and Clinical Immunology“, ha scoperto il meccanismo che permette alle cellule tumorali di “ingannare” il sistema immunitario impedendogli di attaccare e quindi distruggere le cellule anomale.

NK-Disattivato

Le natural killer (NK) sono cellule del sistema immunitario che svolgono un ruolo importante nel riconoscimento e nella distruzione di cellule tumorali o infette da virus. Lo studio ha dimostrato che in pazienti con tumore queste cellule esprimono sulla loro superficie un recettore inibitorio (un vero e proprio interruttore cellulare) chiamato PD-1. Quando le cellule NK attaccano quelle tumorali per ucciderle, vengono frenate perché il recettore PD-1 interagisce con molecole presenti sulla superficie esterna delle cellule tumorali (PDL-1) “spegnendo” le cellule NK. Come conseguenza, un importante meccanismo di difesa viene disattivato e il tumore può crescere liberamente.

Lo studio è stato compiuto in pazienti con carcinoma dell’ovaio, tumore frequente e molto aggressivo, ma ha una valenza più generale perché rivela come tumori controllabili prevalentemente dalle cellule NK siano possibili candidati per la terapia con anticorpi anti-PD1” afferma il professor Alessandro Moretta dell’Università di Genova.

Sono necessari ulteriori studi in laboratorio per chiarire quali tumori possano trarre beneficio da questa terapia. Ad ogni modo, si può affermare che i risultati ottenuti con anticorpi anti-PD-1 sono straordinari e hanno rivoluzionato la prognosi di tumori particolarmente aggressivi.

Leggi abstract dell’articolo:
Identification of a subset of human natural killer cells expressing high levels of programmed death 1: A phenotypic and functional characterization
Silvia Pesce, Marco Greppi, Giovanna Tabellini, Fabio Rampinelli, Silvia Parolini, Daniel Olive, Lorenzo Moretta, Alessandro Moretta, and others
Journal of Allergy and Clinical Immunology DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.jaci.2016.04.025

Fonte: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù – 23 agosto 2016

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AHA: Linee guida sull’assunzione di zuccheri nei bambini e adolescenti.

Posted by giorgiobertin su agosto 23, 2016

L’American Heart Association ha pubblicato sulla rivista “Circulation“,  le nuove raccomandazioni per l’assunzione di zuccheri aggiunti nell’alimentazione dei bambini e degli adolescenti. Ricordiamo che gli zuccheri aggiunti sono zuccheri e sciroppi – tra cui fruttosio, glucosio, e alto contenuto di fruttosio sciroppo di mais – che vengono aggiunti agli alimenti e bevande durante la lavorazione o la preparazione.

AHA-sugar-guidelines

L’assunzione di zucchero è diventata una delle principali preoccupazioni negli Stati Uniti, con numerosi studi che collegano il consumo elevato di zucchero ad un aumentato rischio di obesità e malattie correlate.
L’AHA afferma che i bambini e gli adolescenti di età compresa tra i 2 e i 18 anni dovrebbero consumare non più di 6 cucchiaini di zucchero al giorno. Inoltre, i bambini di età inferiore ai 2 non devono assumere zuccheri aggiunti, secondo le nuove linee guida. Questo perché i bambini di questa età non richiedono l’apporto calorico dei bambini più grandi e degli adulti.

Il Dott Miriam Vos, professore di pediatria presso la Emory University School of Medicine di Atlanta e colleghi hanno stilato le nuove raccomandazioni dopo aver condotto un’analisi approfondita di tutta la ricerca scientifica che ha valutato come il consumo di zuccheri aggiunti colpisce la salute dei bambini.

Un’elevata assunzione di zuccheri aggiunti durante l’infanzia può portare allo sviluppo di fattori di rischio di malattie cardiache, tra cui l’obesità e l’ipertensione. I bambini che mangiano cibi carichi di zuccheri aggiunti tendono a mangiare moli meno cibi sani, come frutta, verdura, cereali integrali e latticini a basso contenuto di grassi che fanno bene alla salute del cuore.

Scarica e leggi il documento in full text:
Added Sugars and Cardiovascular Disease Risk in Children
A Scientific Statement From the American Heart Association
Miriam B. Vos, Jill L. Kaar, Jean A. Welsh, Linda V. Van Horn, Daniel I. Feig, Cheryl A.M. Anderson, Mahesh J. Patel, Jessica Cruz Munos, Nancy F. Krebs, Stavra A. Xanthakos, Rachel K. Johnson
Circulation August 23, 2016, Volume 134, Issue 8http://dx.doi.org/10.1161/CIR.0000000000000439

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Scoperta molecola che sopprime il melanoma.

Posted by giorgiobertin su agosto 22, 2016

Una molecola, appartenente alla classe dei microRNA e chiamata miR-579-3p, svolge un ruolo importante nel melanoma maligno. A scoprirla il gruppo di ricerca dell’Istituto Pascale di Napoli, guidato dal direttore scientifico, Gennaro Ciliberto, e dal direttore della struttura complessa di Oncologia medica Melanoma, Paolo Ascierto.

PNAS-cover

La molecola funziona da soppressore della crescita tumorale. E’ presente in abbondanza nei normali nei ma la sua quantità diminuisce man mano che il tumore diventa più aggressivo.
Inoltre riduce i melanomi resistenti ai farmaci inibitori di Braf e di Mek. Il miR-579-3p controlla la produzione di due proteine “oncogeni” che facilitano la produzione tumorale. Se questa molecola viene somministrata alle cellule tumorali queste iniziano a morire.
La pubblicazione è stata fatta sulla rivista “PNAS“.

Leggi abstract dell’articolo:
miR-579-3p controls melanoma progression and resistance to target therapy
Luigi Fattore, Rita Mancini, Mario Acunzo, Giulia Romano, Alessandro Laganà, Maria Elena Pisanu, Debora Malpicci, Gabriele Madonna, Domenico Mallardo, Marilena Capone, Franco Fulciniti, Luca Mazzucchelli, Gerardo Botti, Carlo M. Croce, Paolo Antonio Ascierto, and Gennaro Ciliberto
Proc Natl Acad Sci U S A. 2016 Aug 8. pii: 201607753. [Epub ahead of print]

This article contains supporting information online www.pnas.org/lookup/suppl/doi:10.1073/pnas.1607753113/-/DCSupplemental.

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L’obesità può passare dalla madre al bambino.

Posted by giorgiobertin su agosto 21, 2016

I ricercatori del Joslin Diabetes Center hanno dimostrato che le cellule ombelicali di figli di madri obese o in sovrappeso mostrano l’espressione alterata di geni chiave che regolano l’energia delle cellule e il metabolismo, rispetto alle cellule simili di bambini di madri non-obesi.

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Tali risultati possono aiutare a spianare la strada verso una migliore assistenza sanitaria, sia prima che dopo la nascita, per i bambini a rischio elevato di obesità“, dice Elvira Isganaitis coordinatore dello studio.
Attraverso l’analisi del sangue fetale della vena del cordone ombelicale, “Abbiamo scoperto che i neonati di madri obese avevano livelli significativamente più alti di molti lipidi che sono noti per essere metabolicamente deleterei, come gli acidi grassi saturi“.

Isganaitis e il suo team sta esaminando come l’obesità della madre possa incoraggiare alcune cellule staminali che si trovano nel cordone ombelicale a differenziarsi in vari tipi di tessuti, trasformandosi preferenzialmente in cellule adipose.

Scarica e leggi l’articolo in full text:
Maternal obesity programs mitochondrial and lipid metabolism gene expression in infant umbilical vein endothelial cells
S M R Costa, E Isganaitis[…]M-E Patti
International Journal of Obesity preview 17 August 2016; doi: 10.1038/ijo.2016.142

Fonte:Joslin Diabetes Center

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Linee guida sui disturbi dell’ipertensione in gravidanza.

Posted by giorgiobertin su agosto 20, 2016

Sono state aggiornate a cura del Queensland Clinical Guidelines le linee guida sui disturbi ipertensivi in gravidanza.

QCG_Hypertension

Scarica e leggi il documento in full text:
Hypertensive disorders of pregnancy
Queensland Clinical Guidelines – August 2016

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Sviluppato un nuovo antidolorifico forte come la morfina.

Posted by giorgiobertin su agosto 19, 2016

Un team internazionale di scienziati della Stanford University, della University of North Carolina (UNC), e della Friedrich-Alexander University Erlangen-Nürnberg in Germany, coordinato da Brian K. Shoichet, professore di chimica farmaceutica presso l’Università della California di San Francisco (Usa), ha sviluppato un nuovo antidolorifico forte come la morfina, ma senza gli effetti collaterali generalmente provocati dagli oppioidi.

pills

Dopo aver analizzato gli effetti di oltre 4 miliardi d’interazioni tra sostanze chimiche, gli scienziati hanno individuato il nuovo antidolorifico, chiamato Pzm21. L’efficacia del composto è stata testata su un gruppo di topi, nel corso di uno studio pubblicato sulla rivista “Nature“.

Il composto è in grado di attivare, nel cervello, un processo molecolare che determina la soppressione del dolore. Pzm21 non ha provocato gli effetti collaterali degli oppiodi o dei farmaci come l’ossicodone e il naloxone, attualmente utilizzati contro il dolore.

A breve partiranno gli esperimenti sull’uomo per valutarne la sicurezza.

Leggi abstract dell’articolo:
Structure-based discovery of opioid analgesics with reduced side effects
Aashish Manglik,Henry Lin,Dipendra K. Aryal,John D. McCorvy,Daniela Dengler,…., Peter Gmeiner, Bryan L. Roth & Brian K. Shoichet
Nature 1–6 (2016) Published online 17 August 2016 doi:10.1038/nature19112

Fonte: University of California

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Mortalità inferiore con grassi polinsaturi.

Posted by giorgiobertin su agosto 18, 2016

Uno studio dell’Università di Uppsala, in Svezia, pubblicato sulla rivista americana “JAMA Cardiology“, ha collegato il grasso linoleico (omega-6) presente nel grasso sottocutaneo del corpo ad una più bassa mortalità negli uomini più anziani (853 pazienti inseriti nello studio) seguiti per 15 anni.

acido-linoleico

Lo studio è il più grande studio prospettico che ha esaminato le relazioni tra diversi acidi grassi nel tessuto adiposo, le malattie cardiovascolari e la mortalità per tutte le cause. Questi dati sono di grande importanza nella ricerca sulla nutrizione in quanto possono facilitare l’interpretazione di altri studi che hanno indagato l’associazione tra acidi grassi e il rischio di malattia. Complessivamente, si è trovato che la percentuale di acidi grassi polinsaturi nel tessuto adiposo riflette quanti di questi acidi grassi si sono assunti nel lungo termine, e ciò sembra applicarsi in particolare all’acido linoleico, che è l’acido grasso polinsaturo più comune.

Dai risultati è emersa una connessione, in cui una proporzione elevata di acido linoleico nel tessuto adiposo è stato collegato a un rischio 10 per cento più basso di morire. L’acido linoleico da oli vegetali riduce la quantità di grasso nel fegato e migliora nettamente il profilo lipidico nel sangue rispetto ai grassi saturi.
L’acido linoleico si trova negli oli vegetali come il girasole e la colza, nelle noci e semi.

Leggi abstract dell’articolo:
Association of Adipose Tissue Fatty Acids With Cardiovascular and All-Cause Mortality in Elderly Men
David Iggman; Johan Ärnlöv; Tommy Cederholm; Ulf Risérus
JAMA Cardiol. Published online August 17, 2016. doi:10.1001/jamacardio.2016.2259

Fonte: Università di Uppsala

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Farmaco antinfiammatorio contro l’Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su agosto 17, 2016

Un farmaco antinfiammatorio generalmente usato contro il dolore potrebbe rivelarsi utile nel trattamento dell’Alzheimer. Ad affermarlo uno studio condotto sui topi fatti ammalare di Alzheimer dove il farmaco è riuscito a cancellare la perdita di memoria e l’infiammazione cerebrale. I risultati sono stati sorprendenti.


Research into potential treatment option for Alzheimer’s disease at The University of Manchester

La scoperta è stata fatta dagli scienziati dell’Università di Manchester (Regno Unito) durante un esperimento condotto sui topi, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Nature Communications“. Secondo gli esperti, un farmaco antinfiammatorio non steroideo (Fans), chiamato acido mefenamico, potrebbe combattere l’infiammazione cerebrale e ripristinare i ricordi perduti a causa della demenza.

Questa è la prima volta che un farmaco si è dimostrato attivo su questo percorso infiammatorio, mettendo in evidenza la sua importanza nel modello di malattia.
La nostra ricerca mostra per la prima volta che l’acido Mefenamico, un semplice farmaco non-steroideo anti-infiammatori può avere come bersaglio un importante percorso infiammatorio chiamato inflammasome NLRP3, che danneggia le cellule cerebrali“. afferma il dr. David Brough (video).
Poichè questo farmaco è già disponibile e la tossicità e la farmacocinetica del farmaco sono note, il tempo per raggiungere i pazienti dovrebbe, in teoria, essere inferiore allo sviluppo di farmaci completamente nuovi“.

Leggi il full text dell’articolo:
Fenamate NSAIDs inhibit the NLRP3 inflammasome and 2 protect against Alzheimer’s disease in rodent models.
James Galea,Michael K. Harte,Claudia Eder,Catherine B. Lawrence & David Brough
Nature Communications 7, Article number: 12504 doi:10.1038/ncomms12504

Fonte: Università di Manchester

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Linee guida sul trattamento preventivo delle emorragie.

Posted by giorgiobertin su agosto 16, 2016

L’acido tranexamico (TXA) è attualmente somministrato a pazienti feriti per prevenire le emorragie. Nonostante la mancanza di prove a sostegno dell’efficacia nel prevenire emorragie il documento è il primo per gli operatori sanitari che somministrano TXA a pazienti in fase preospedaliera.

Il farmaco è una molecola usata in medicina per l’inibizione del sistema della fibrinolisi. Il meccanismo d’azione si basa su un blocco della formazione di plasmina, attraverso l’inibizione dell’attività proteolitica degli attivatori del plasminogeno, risultandone alla fine un’inibizione della lisi del coagulo di sangue (fibrinolisi).

tranex

Il documento redatto dall’American College of Surgeons–Committee on Trauma, dal American College of Emergency Physicians, e dal National Association of EMS Physicians è stato pubblicato sulla rivista “Prehospital Emergency Care“.

Scarica e leggi il full text:
Guidance Document for the Prehospital Use of Tranexamic Acid in Injured Patients
Peter E. Fischer, Eileen M. Bulger, Debra G. Perina, Theodore R. Delbridge, Mark L. Gestring, Mary E. Fallat, David V. Shatz, Jay Doucet, Michael Levy, Lance Stuke, Scott P. Zietlow, Jeffrey M. Goodloe, Wayne E. VanderKolk, Adam D. Fox, and Nels D. Sanddal
Prehospital Emergency Care

Approfondimenti:
Development of a Prehospital Tranexamic Acid Administration Protocol
David S. Strosberg et al.

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Mutazione genetica legata ai disordini psichiatrici.

Posted by giorgiobertin su agosto 15, 2016

I ricercatori della University of Edimburg hanno confermato, in uno studio pubblicato sulla rivista “Journal of Schizophrenia“, che una mutazione genetica è legata ai principali disturbi psichiatrici.
Lo studio delle scansioni ha rivelato come la mutazione di un gene chiamato DISC1 influenza la struttura, la funzione e la chimica del cervello, aumentando il rischio di schizofrenia, disturbi bipolari e depressione.

Disc1

Il Professor Stephen Lawrie dell’Head of the Division of Psychiatry, University of Edinburgh afferma: “Questo studio conferma ed estende la genetica del DISC1, e mostra come questo ed altri effetti genetici simili possono aumentare il rischio di gravi malattie mentali“.

Leggi il full text dell’articolo:
Balanced translocation linked to psychiatric disorder, glutamate, and cortical structure/function
Pippa A Thomson, Barbara Duff, Douglas H R Blackwood, Liana Romaniuk, Andrew Watson, Heather C Whalley,…….Andrew McIntosh & Stephen M Lawrie
npj Schizophrenia 2, Article number: 16024 doi:10.1038/npjschz.2016.24

DISC1 disrupted in schizophrenia 1 [ Homo sapiens (human) ]Gene ID: 27185, updated on 13-Aug-2016

Fonte: University of Edimburg

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WHO: Linee guida sull’HIV.

Posted by giorgiobertin su agosto 14, 2016

Sono state aggiornate a cura del WHO (World Health Organization) le linee guida sulla prevenzione, diagnosi e trattamento dell’HIV.

WHO-guidelines-HIV

Scarica e leggi i documenti in full text:
Consolidated guidelines on HIV prevention, diagnosis, treatment and care for key populations – 2016 update – Number of pages: 180 Publication date: July 2016 Languages: English pdf:6,2 MB.

Altri documenti:

Consolidated guidelines on the use of antiretroviral drugs for treating and preventing HIV infection – Recommendations for a public health approach – Second edition

Guidelines for conducting HIV surveillance among pregnant women attending antenatal clinics based on routine programme data
UNAIDS/WHO working group on global HIV/AIDS and STI surveillance

Consolidated guidelines on HIV testing services

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Paraplegici riacquistano movimento con allenamento robotico del cervello.

Posted by giorgiobertin su agosto 13, 2016

Otto persone paralizzate da anni per lesioni del midollo spinale hanno riacquistato la sensazione parziale e il controllo muscolare a carico degli arti inferiori dopo un allenamento robotico controllato del cervello, secondo uno studio pubblicato su “Scientific Reports“.

I pazienti hanno utilizzato un’interfaccia cervello-macchina, tra cui un sistema di realtà virtuale per simulare il pieno controllo delle gambe attraverso l’attività cerebrale. (Video)


Walk Again Project reports first clinical results

La ricerca condotta dalla Duke University e coordinata dal neuroscienziato Miguel Nicolelis, offre una promessa per le persone con lesioni del midollo spinale, ictus e altre condizioni per recuperare le forze, la mobilità e l’indipendenza.
Quello che abbiamo dimostrato in questo lavoro è che i pazienti che hanno utilizzato una interfaccia cervello-macchina per un lungo periodo di tempo hanno sperimentato miglioramenti nel comportamento motorio, sensazioni tattili e funzioni viscerali di sotto del livello della lesione del midollo spinale,” spiega il prof. Nicolelis. “Fino ad ora, nessuno ha visto il recupero di queste funzioni in un paziente così dopo tanti anni dalla diagnosi di paralisi completa.

Non avremmo potuto prevedere questo risultato clinico sorprendente quando abbiamo iniziato il progetto“, ha detto Nicolelis, co-direttore del Duke Center per Neuroengineering. “Il feedback tattile è sincronizzato ed il cervello del paziente crea una sensazione come stesse camminando da solo, non con l’ausilio di dispositivi. “Questo induce un’illusione e i pazienti tendono a muovere le gambe. La nostra teoria è che, così facendo, abbiamo indotto plasticità non solo a livello corticale, ma anche a livello di midollo spinale.

Leggi abstract dell’articolo:
Long-Term Training with a Brain-Machine Interface-Based Gait Protocol Induces Partial Neurological Recovery in Paraplegic Patients
Ana R. C. Donati, Solaiman Shokur, Edgard Morya, Debora S. F. Campos, Renan C. Moioli, Claudia M. Gitti, Patricia B. Augusto, Sandra Tripodi, Cristhiane G. Pires, Gislaine A. Pereira, Fabricio L. Brasil, Simone Gallo, Anthony A. Lin, Angelo K. Takigami, Maria A. Aratanha, Sanjay Joshi, Hannes Bleuler, Gordon Cheng, Alan Rudolph & Miguel A. L. Nicolelis
Scientific Reports 6, Article number: 30383 (2016) doi:10.1038/srep30383

Fonte: Duke University

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Ipertiroidismo: svelata una mutazione genetica nei tumori benigni.

Posted by giorgiobertin su agosto 12, 2016

Uno studio nato dalla collaborazione fra il gruppo di ricerca coordinato da Luca Persani, endocrinologo al dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell’Università Statale di Milano, l’IRCCS Istituto Auxologico Italiano, e gruppi di ricerca in Germania (Università di Wurzburg e Monaco di Baviera), Turchia (Università Marmara di Istanbul), Polonia (Università di Poznan) e Canada (Università di Calgary), ha identificato un nuovo meccanismo genetico alla base dei tumori tiroidei benigni iperfunzionanti.

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Utilizzando una tecnica di screening genetico chiamata “Whole Exome Sequencing“, il gruppo di ricerca ha scoperto che nei tumori tiroidei benigni associati a ipertiroidismo – chiamati anche noduli tiroidei autonomi – la mutazione del gene EZH1 ricorre con una frequenza del 27%. La pubblicazione è stata fatta sulla rivista “Journal of Clinical Investigation“.

Leggi il full text dell’articolo:
Recurrent EZH1 mutations are a second hit in autonomous thyroid adenomas
Davide Calebiro … Luca Persani, Ralf Paschke
J Clin Invest. 2016. Published August 8, 2016 doi:10.1172/JCI84894.

Fonte: Università degli Studi di Milano – Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità

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Cancro alla prostata: Analisi computazionale per possibili trattamenti.

Posted by giorgiobertin su agosto 12, 2016

I ricercatori dell’UC Santa Cruz e UCLA hanno applicato una serie completa di strumenti di analisi di casi letali di cancro alla prostata metastatico [castration-resistant prostate cancer (CRPC)], producendo una mappa dettagliata delle complesse reti di interazioni tra geni e proteine che consentono alle cellule tumorali della prostata a proliferare e di eludere il trattamento.

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Sono stati analizzati campioni di tessuto ottenuti durante l’autopsia da pazienti con carcinoma della prostata metastatico letale; le analisi sofisticate hanno permesso di caratterizzare le cellule tumorali di ciascun paziente in dettagli senza precedenti. L’analisi computazionale dei set di dati risultanti ha prodotto schemi personalizzati delle vie di segnalazione delle cellule tumorali con dettagli che suggeriscono potenziali bersagli per la terapia.

Un passaggio chiave in molte delle vie di segnalazione è la “fosforilazione“, l’attivazione o la disattivazione di una proteina aggiungendo un gruppo fosfato in certi siti della proteina. Gli enzimi che fosforilano le proteine sono chiamati chinasi, e molti nuovi farmaci contro il cancro sono inibitori proprio della chinasi. Una componente importante di questo studio è un’analisi completa della “fosfoproteoma” dei tumori e delle cellule tumorali della prostata, che permettono di rivelare i cambiamenti negli stati di fosforilazione di proteine cellulari. E’ stata prodotta una nuova enciclopedia di fosforilazione delle proteine nelle cellule tumorali della prostata e dei tessuti.

I profili individuali basati sull’analisi di cellule tumorali di ogni paziente hanno rivelato informazioni clinicamente rilevanti. Lo strumento utilizzato per generare questi profili individuali va sotto l’acronimo pChips (phosphorylation-based cancer hallmarks using integrated personalized signatures).

Phosphoproteome Integration Reveals Patient-Specific Networks in Prostate Cancer
Drake, Justin M. … James A. Wohlschlegel, Thomas G. Graeber, Owen N. Witte
Cell – DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.cell.2016.07.007

Fonte: UNIVERSITY OF CALIFORNIA Santa Cruz

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Riprogrammate cellule staminali per il trattamento delle ulcere del piede diabetico.

Posted by giorgiobertin su agosto 11, 2016

La possibilità di usare le cellule del paziente per il trattamento delle ulcere croniche – una grave complicanza del diabete – ha compiuto un importante passo in avanti. I ricercatori hanno riprogrammato con successo le cellule della pelle prelevate dalle ulcere del piede diabetico per acquisire le proprietà delle cellule staminali pluripotenti (iPSCs). Queste cellule staminali pluripotenti indotte potrebbero un giorno essere usati per curare le ferite croniche. Lo studio condotto dai ricercatori della School of Dental Medicine and the Sackler School of Graduate Biomedical Sciences, Tufts University (Boston, MA), e Beth Israel Deaconess Medical Center e School of Engineering and Applied Sciences, Harvard University (Boston and Cambridge, MA), è stato pubblicato sulla rivista “Cellular Reprogramming“.

piede diabetico

La tecnica di riprogrammazione era simile in termini di efficienza ai risultati raggiunti con la pelle del piede sano in pazienti non diabetici. Il team di ricerca ha riprogrammato con successo le cellule da ferite diabetiche ad uno stato embrionale-like e li ha trasformati in tipi di cellule che sono importanti per la guarigione delle ferite.

Un secondo studio dello stesso team di ricercatori pubblicato su “Wound Repair and Regeneration” ha scoperto che una proteina chiamata fibronectina è legata al processo di guarigione delle ferite nelle ulcere del piede diabetico.

Leggi abstracts degli articoli:
Generation of Induced Pluripotent Stem Cells from Diabetic Foot Ulcer Fibroblasts Using a Nonintegrative Sendai Virus
Gerami-Naini Behzad, Smith Avi, Maione Anna G., Kashpur Olga, Carpinito Gianpaolo, Veves Aristides, Mooney David J., and Garlick Jonathan A. Cellular Reprogramming. July 2016, 18(4): 214-223. doi:10.1089/cell.2015.0087.

Altered ECM deposition by diabetic foot ulcer-derived fibroblasts implicates fibronectin in chronic wound repair.
Maione, A.G.; Smith, A.; Kashpur, O.; Yanez, V.; Knight, E.; Mooney, D.J.; Veves, A.; Tomic-Canic, M.; and Garlick, J.A. (2016).
Wound Repair and Regeneration. Accepted manuscript published online, DOI: 10.1111/wrr.12437. First published: 8 June 2016.

Fonte: Sackler School of Graduate Biomedical Sciences, Tufts University (Boston, MA)

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AUA: Linee guida sul trattamento dei calcoli renali.

Posted by giorgiobertin su agosto 11, 2016

Sono state pubblicate dall’American Urological Association (AUA) le linee guida sulla gestione chirurgica dei pazienti con calcoli renali. Le linee guida forniscono istruzioni sulla valutazione dei pazienti con calcoli renali e/o ureterali ed evidenziano gli studi di laboratorio e per immagini che dovrebbero essere usati prima di un intervento per tali pazienti.


New guidelines published for physicians treating patients with kidney stones – University of Alabama at Birmingham

Le linee guida delineano raccomandazioni per gli esperti in materia di trattamento dei calcoli renali, piccoli depositi minerali duri formati all’interno dei reni e calcoli ureterali.
Le linee guida precedenti contenevano informazioni sulla terapia espulsiva medica mediante l’utilizzo di alfa-bloccanti per facilitare il passaggio dei calcoli in tutti i segmenti dell’uretere. I precedenti documenti erano stati pubblicati sulla rivista “Journal of Urology” nel 2005 e nel 2007.

Scarica e leggi il documento in full text:
SURGICAL MANAGEMENT OF STONES: AMERICAN UROLOGICAL ASSOCIATION/ENDOUROLOGICAL SOCIETY GUIDELINE
Dean Assimos, Amy Krambeck, Nicole L. Miller, Manoj Monga, Hassan Murad, Caleb P. Nelson, Kenneth T. Pace, Vernon M. Pais Jr., Margaret S. Pearle, Glenn M. Preminger, Hassan Razvi, Ojas Shah, Brian R. Matlaga

AUA guideline on management of staghorn calculi: diagnosis and treatment recommendations.
Preminger GM, Assimos DG, Lingeman JE et al.
J Urol 2005; 173: 1991

2007 guideline for the management of ureteral calculi.
Preminger GM, Tiselius HG, Assimos DG et al
J Urol 2007; 178: 2418.

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Tracciata la ‘firma genetica’ che individua le origini della malattia di Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su agosto 11, 2016

I ricercatori dell’Università di Cambridge hanno identificato una firma specifica di un gruppo di geni nelle regioni del cervello che sono più vulnerabili alla malattia di Alzheimer, decenni prima della comparsa dei sintomi, e aiuta a definire le origini molecolari della malattia.

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È stata tracciata nel cervello quella che può essere considerata la ‘firma genetica‘ dell’Alzheimer: una sorta di mappa delle aree neurali più ‘deboli‘, meno protette dall’accumulo di proteine tossiche, che spiega perché la malattia inizia e si diffonde nel cervello sempre allo stesso modo. La ricerca, pubblicata su “Science Advances“, porta la firma dell’italiano Michele Vendruscolo e potrebbe permettere in futuro di capire se una persona è a rischio di ammalarsi e magari agire tempestivamente con farmaci preventivi.

Gli individui sani con questa firma genetica specifica hanno una probabilità molto alta di sviluppare la malattia di Alzheimer in età avanzata, e sarebbe massimo beneficio da trattamenti preventivi
L’autore senior il professor Michele Vendruscolo del Centre for Misfolding Diseases at Cambridge’s Department of Chemistry afferma: “Se siamo in grado di prevedere dove e quando si verificherà il danno neuronale, quindi capire perché alcuni tessuti cerebrali sono più vulnerabili, ci permette di far luce sulle origini molecolari della malattia di Alzheimer.

I risultati di questo studio forniscono un chiaro legame tra i fattori chiave che abbiamo individuato sono alla base del fenomeno di aggregazione e l’ordine con cui gli effetti della malattia di Alzheimer si diffondono attraverso le diverse regioni del cervello“, ha detto il co -Autore professor Christopher Dobson. “Collegare le proprietà delle specifiche molecole proteiche per l’insorgenza e la diffusione del danno neuronale è un passo cruciale nella ricerca per trovare farmaci efficaci per combattere questa condizione neurodegenerativa terribile.”

Leggi abstract dell’articolo:
A protein homeostasis signature in healthy brains recapitulates tissue vulnerability to Alzheimer’s disease
Rosie Freer, Pietro Sormanni, Giulia Vecchi, Prajwal Ciryam, Christopher M. Dobson and Michele Vendruscolo
Science Advances 10 Aug 2016: Vol. 2, no. 8, e1600947 DOI: 10.1126/sciadv.1600947

Fonte: University of Cambridge

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Una pillola per il trattamento dell’asma.

Posted by giorgiobertin su agosto 10, 2016

I ricercatori della Leicester University coordinati dal prof. Chris Brightling, hanno sviluppato una nuova pillola che potrebbe ridurre la gravità dell’asma negli adulti. Lo studio è stato pubblicato su “Lancet Respiratory Medicine“.

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La nuova pillola contro l’asma si chiama “Fevipiprant (QAW039), ed è stata testata su 60 pazienti con una forma molto grave della malattia, ricorrevano costantemente all’inalatore di steroidi. Il gruppo di persone che si è sottoposto al test, della durata di 3 mesi, è stato suddiviso ancora in 2 sottogruppi, quello a cui è stato dato il farmaco sperimentale e il gruppo di controllo, ovvero quello che ha ricevuto un placebo.
I pazienti che hanno assunto la nuova pillola anti-asma hanno dimostrato un netto miglioramento dell’infiammazione che affliggeva le loro vie aeree. L’asma infatti è una patologia infiammatoria cronica delle vie aeree che porta all’ostruzione dei bronchi.

Il farmaco è attualmente in corso di valutazione in studi clinici fase avanzata di efficacia nei pazienti con asma grave. Saranno necessari trial più vasti e a lungo termine prima che la pillola possa arrivare sul mercato.

Leggi abstract dell’articolo:
Fevipiprant, a prostaglandin D2 receptor 2 antagonist, in patients with persistent eosinophilic asthma: a single-centre, randomised, double-blind, parallel-group, placebo-controlled trial
Gonem, Sherif et al.
The Lancet Respiratory Medicine, Published Online: 05 August 2016, DOI: http://dx.doi.org/10.1016/S2213-2600(16)30179-5

This trial is registered with ClinicalTrials.gov, number NCT01545726, and with EudraCT, number 2011-004966-13

An audio interview with Professor Chris Brightling about the research and images are available here: https://www.dropbox.com/sh/02pxh4awi5di10s/AAAwqaU8pEnSDpNtqhkdk2B1a?dl=0

Fonti: pharmatimes.com   –  Leicester University

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L’obesità invecchia il cervello di 10 anni.

Posted by giorgiobertin su agosto 9, 2016

Il cervello delle persone obese o sovrappeso appare invecchiato di 10 anni rispetto a quello dei coetanei normopeso. Lo rivela uno studio in risonanza magnetica delle Università di Cambridge (Regno Unito) e Yale pubblicato sulla rivista scientifica “Neurobiology of Aging“.

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Comparison of grey matter (brown) and white matter (yellow) in sex-matched subjects A (56 years, BMI 19.5) and B (50 years, BMI 43.4). Credit: Lisa Ronan

Per arrivare al risultato gli autori dello studio hanno esaminato l’impatto dell’obesità sulla struttura del cervello di 527 individui di età compresa tra 20 e 90 anni dividendoli ulteriormente tra quelli con un peso adatto alla loro struttura fisica e quelli in sovrappeso, notando una differenza significativa nella quantità di materia bianca tra i primi e i secondi.

I ricercatori hanno anche messo in correlazione l’età dei partecipanti scoprendo che una persona in sovrappeso a 50 anni possiede un volume di materia bianca paragonabile a una persona magra di 60 anni, una differenza di età cerebrale di 10 anni. Differenze importanti che si osservano però dalla mezza età in poi.

Il nostro cervello si riduce naturalmente con l’età, tuttavia mancano studi diretti del collegamento obesità – già legat a condizioni come il diabete, il cancro e le malattie cardiache – e l’insorgenza e la progressione dell’invecchiamento cerebrale. Ricordiamo che malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer sono caratterizzata dalla progressiva perdita di volume cerebrale.

Leggi il full text dell’articolo:
Obesity associated with increased brain-age from mid-life
Ronan, Lisa et al.
Neurobiology of Aging, article in press, DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.neurobiolaging.2016.07.010

Fonte: University of Cambridge

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Nuovo sito per l’incontinenza urinaria.

Posted by giorgiobertin su agosto 9, 2016

Curaincontinenza.it è il portale realizzato dalla Società Italiana di Urodinamica per fornire informazioni sull’incontinenza urinaria ed aiutare le persone che ne soffrono a cercare, in modo semplice, centri specializzati ai quali rivolgersi per risolvere il problema.

Incontinenza Urinaria

All’interno del portale sono riportate molte informazioni sulla patologia: la sua diffusione nella popolazione, le possibili cause e complicanze e, soprattutto, il modo con cui si manifesta e le diverse opzioni di trattamento oggi disponibili, da quelle conservative, adatte ai casi più semplici, a quelle avanzate per i casi più complessi.

Accedi al sito web: Curaincontinenza.it

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Possibile nuovo trattamento per i calcoli renali.

Posted by giorgiobertin su agosto 8, 2016

I ricercatori dell’University of Houston hanno scoperto che un derivato del citrato (CA) è in grado di sciogliere i cristalli di ossalato di calcio, la componente più comune dei calcoli renali umani.

Kidney stone
Engineer Jeffrey Rimer and collaborators have discovered a new molecule that has the potential to be a more effective inhibitor of kidney stone formation. Credit: University of Houston

Lo studio, pubblicato sulla rivista “Nature” evidenza che il composto idrossicitrato (HCA) è un efficace inibitore della crescita di cristalli di ossalato di calcio e che, in determinate condizioni, è effettivamente in grado di sciogliere questi cristalli.
I medici dicono ai pazienti che sono a rischio di sviluppare calcoli di bere molta acqua ed evitare cibi ricchi di ossalati, come il rabarbaro, okra, spinaci e mandorle. Spesso raccomandano di prendere citrato (CA), sotto forma di citrato di potassio, un integratore che può rallentare la crescita dei cristalli, ma alcune persone non lo tollerano per gli effetti collaterali.

I nostri risultati iniziali sono molto promettenti“, ha detto il prof. Jeffrey D. Rimer, “Se funziona in vivo, in modo simile alle nostre prove in laboratorio, HCA ha il potenziale di ridurre il tasso di incidenza dei calcoli nelle persone con malattia renale cronica.”

HCA è stato testato anche in soggetti umani; sette persone hanno preso il composto per tre giorni, consentendo ai ricercatori di stabilire che HCA viene eliminato nelle urine, un requisito per l’utilizzo del composto come trattamento.

Leggi abstract dell’articolo:
Molecular modifiers reveal a mechanism of pathological crystal growth inhibition
Jihae Chung,Ignacio Granja,Michael G. Taylor,Giannis Mpourmpakis,John R. Asplin & Jeffrey D. Rimer
Nature 1–5 (2016) Published online 08 August 2016 – doi:10.1038/nature19062

Fonte: University of Houston

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