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Archive for the ‘News-ricerca’ Category

La chemioterapia potrebbe favorire le staminali del cancro.

Posted by giorgiobertin su dicembre 26, 2017

Alcuni tumori sono difficili da combattere, anche con i farmaci di ultima generazione. Una nuova ricerca condotta dagli scienziati  tedeschi del Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Immunologia del tumore presso il Charité-University Medical Center e il Max-Delbrück-Center for Molecular Medicine, entrambi a Berlino, Germania, getta luce su come la chemioterapia fornisce un rifugio sicuro per le cellule tumorali, aumentando la recidiva del cancro e la crescita nel lungo periodo.

senescence

La senescenza, scoperta più di 50 anni fa, si pensa sia uno stato di arresto irreversibile della crescita cellulare. Ciò significa che le cellule rimangono dove sono ma non crescono ulteriormente. La senescenza delle cellule cancerose indotta dalla chemioterapia, le pone in uno stato assimilabile al sonno prolungato, in quanto le cellule sono vive ma non si dividono.
Le cellule senescenti hanno perso la capacità di subire la divisione cellulare in modo permanente, sebbene possano essere metabolicamente pienamente attive“, scrive il professor Schosserer coordinatore dello studio. “Questo certamente protegge le persone dalla metastasi di un cancro primario da un’ulteriore crescita cancerosa“.

Ci sono molte prove che le cellule del cancro senescente possono secernere molecole che causano l’ infiammazione e promuovere un ambiente ricco di ricrescita per il cancro. In particolare la senescenza potrebbe fornire un terreno fertile per le cellule staminali del cancro, lasciando aperta la via alla crescita e alla diffusione dei tumori.

In questo nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Nature” i ricercatori hanno ora fatto una scoperta sorprendente: la senescenza non solo aiuta le cellule tumorali a evitare la morte, ma le trasforma in cellule staminali tumorali.
Negli esperimenti, quando le cellule di linfoma sono state trattate con farmaci per indurre la senescenza, hanno smesso di dividersi, come previsto. Ma hanno anche iniziato a somigliare alle cellule staminali. Nello specifico, le cellule hanno iniziato a esprimere geni – come p21 e p53 – che sono vitali per il mantenimento delle funzioni delle cellule staminali.

La ragione per cui la staminatura è un grosso problema nel cancro è che le cellule staminali tumorali guidano la ricorrenza e la diffusione, o metastasi, dei tumori.
In un prossimo trials affronteremo il ruolo della riprogrammazione associata alla senescenza nei nostri pazienti affetti da linfoma e cercheremo di sfruttare una strategia di trattamento specifica contro di essa” afferma il Prof. Clemens A. Schmitt.

Leggi asbtract dell’articolo:
Senescence-associated reprogramming promotes cancer stemness
Maja Milanovic, Dorothy N. Y. Fan[…]Clemens A. Schmitt
Nature Published online: 20 December 2017 doi:10.1038/nature25167

Approfondimenti:
The Dual Role of Cellular Senescence in Developing Tumors and Their Response to Cancer Therapy
Markus Schosserer, Johannes Grillari and Michael Breitenbach
Front. Oncol., 23 November 2017 | https://doi.org/10.3389/fonc.2017.00278

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Aglio e fluoro contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su dicembre 24, 2017

Gli scienziati del Department of Chemistry, University at Albany, State University of New York, sono riusciti ad abbinare molecole di fluoro all’aglio rendendolo un ottimo candidato per la cura del cancro.

Garlic_380

Da sempre all’aglio viene attribuita la capacità di potenziare forza e resistenza, mentre in tempo di guerra permetteva di evitare la cancrena. Gli studiosi moderni hanno aggiunto un importante tassello: l’aglio stimola il metabolismo e svolge un’azione preventiva nei confronti del tumore, in particolar modo di quelli causati dalle nitrosamine.

Ora, lo studio pubblicato sulla rivista “Molecules” afferma che abbinando l’aglio al fluoro si possono ridurre i tumori causati da nitrosamine, una sostanza che si forma nell’intestino nutrendosi di cibi conservati e strettamente legato al tumore del colon. L’aglio legato al fluoro avrebbe la capacità di ridurre alcuni tipi di tumore e a questi risultati i ricercatori sono giunti tramite alcuni esperimenti sulle uova di gallina, scoprendo che unendo i due componenti si crea una sorta di scudo in grado di ostacolare la formazione dei vasi sanguigni nel tumore, questo accade scambiando gli atomi di idrogeno con quelli di fluoro negli estratti di aglio.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Fluorinated Analogs of Organosulfur Compounds from Garlic (Allium sativum): Synthesis, Chemistry and Anti-Angiogenesis and Antithrombotic Studies
Eric Block, Benjamin Bechand, Sivaji Gundala, Abith Vattekkatte, Kai Wang, Shaymaa S. Mousa, Kavitha Godugu, Murat Yalcin and Shaker A. Mousa.
Molecules 2017, 22(12), 2081; doi:10.3390/molecules22122081

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FDA approva la terapia genica per una forma rara di cecità.

Posted by giorgiobertin su dicembre 24, 2017

Una nuova terapia genica per il trattamento di bambini e adulti con un tipo raro di perdita della vista ereditaria è stata approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense.
È la prima terapia genica approvata negli Stati Uniti per una malattia causata da mutazioni in un gene specifico.

eye  Spark

Il farmaco – Luxturna (voretigene neparvovec – Company: Spark Therapeutics) – può essere usato per trattare le persone con una condizione chiamata distrofia retinica associata alla mutazione biallelica RPE65, che provoca la perdita della vista e, in alcune persone, può portare alla completa cecità.

Lo sviluppo del farmaco è iniziato con la ricerca iniziata circa 25 anni fa presso l’Università della Pennsylvania e l’ospedale pediatrico di Philadelphia” afferma il dott. Jean Bennett.

Il commissario della FDA, il dott. Scott Gottlieb, ha dichiarato nel comunicato stampa dell’agenzia che l’approvazione “segna un altro primato nel campo della terapia genica – sia nel modo in cui la terapia funziona sia nell’ampliare l’uso della terapia genica oltre il trattamento del cancro il trattamento della perdita della vista – e questa pietra miliare rafforza il potenziale di questo approccio rivoluzionario nel trattamento di una vasta gamma di malattie difficili“.

Comunicato stampa FDA:
FDA approves novel gene therapy to treat patients with a rare form of inherited vision loss

Comunicato stampa: Sparks Therapeutics

LUXTURNA Phase 1 clinical trial

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Lo sperma può portare farmaci chemioterapici alle cellule del cancro cervicale.

Posted by giorgiobertin su dicembre 23, 2017

C’è un nuovo uso per lo sperma: somministrare farmaci antitumorali. La chemioterapia standard è tossica sia per le cellule tumorali che per le cellule normali, portando a sintomi come la nausea e limitando la dose che una persona può ricevere.


Sperm used to deliver chemo drugs to tumours23

Ora i ricercatori del Leibniz Institute for Solid State and Materials Research Dresden in Germania, coordinati dal prof. Haifeng Xu, hanno sperimentato l’uso di cellule spermatiche per assumere farmaci per il cancro nel tratto riproduttivo femminile. Quando hanno caricato gli spermatozoi con doxorubicina, un comune agente chemio e li rilasciati in tumori del cancro cervicale, lo sperma ha nuotato verso i tumori, uccidendo l’87% delle cellule cancerogene entro tre giorni.

Il team ha dotato lo sperma di minuscole imbragature magnetiche a quattro bracci che hanno permesso loro di guidarlo attraverso dei magneti. Quando lo sperma colpisce un tumore solido, le braccia si aprirono, rilasciando lo sperma e permettendo di arrivare al tumore (video).

Oltre al cancro, gli ‘spermamotori‘ potrebbero essere utili per il trattamento di altre condizioni che interessano il tratto riproduttivo femminile come l’endometriosi o le gravidanze ectopiche (condizione patologica in cui l’impianto dell’embrione avviene in sedi diverse dalla cavità uterina), afferma Xu.

Scarica e leggi il documento in full text:
Sperm-Hybrid Micromotor for Targeted Drug Delivery
Haifeng Xu, Mariana Medina-Sánchez, Veronika Magdanz, Lukas Schwarz, Franziska Hebenstreit, and Oliver G. Schmidt
ACS Nano DOI: 10.1021/acsnano.7b06398

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Prima misura in vivo del cloro nel cervello.

Posted by giorgiobertin su dicembre 22, 2017

Raggiunto un risultato che la neurobiologia inseguiva da tempo: un metodo non invasivo per misurare il cloro nelle cellule cerebrali in vivo, fondamentale poiché deficit cognitivi e malattie come epilessia e autismo sono potenzialmente legati a difetti nella regolazione del cloro.
Lo studio è stato realizzato dal Laboratorio Nest Istituto nanoscienze Cnr, Pisa, Scuola Normale Superiore, Pisa, con il supporto di un finanziamento Telethon e pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).

imaging-cloro
Morfologia fine delle cellule nervose nel cervello in vivo tramite imaging ad alta risoluzione con il sensore del cloro

La concentrazione del cloro intracellulare è un regolatore cruciale dell’equilibrio tra neuroni eccitatori, che aumentano l’attività cerebrale, e neuroni inibitori, che la riducono. L’equilibrio tra le due componenti è fondamentale per il corretto funzionamento del cervello“, spiega il prof. Gian Michele Ratto di Nano-Cnr. “Quando il livello di cloro è troppo alto i meccanismi di inibizione funzionano in misura ridotta e il cervello entra in uno stato patologico. Studi recenti suggeriscono che una regolazione difettosa del cloro giochi un ruolo nell’insorgenza di patologie complesse, come epilessia, sindrome di Down e autismo”.

Simultaneous two-photon imaging of intracellular chloride concentration and pH in mouse pyramidal neurons in vivo.
Sebastian Sulis Sato, Pietro Artoni, Silvia Landi, Olga Cozzolino, Riccardo Parra, Enrico Pracucci, Francesco Trovato, Joanna Szczurkowska, Stefano Luin, Daniele Arosio, Fabio Beltram, Laura Cancedda, Kai Kaila, and Gian Michele Ratto
PNAS October 10, 2017 vol. 114 no. 41 E8770-E8779 doi: 10.1073/pnas.1702861114

Fonte: Consiglio Nazionale delle Ricerche – Roma, Italia

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Neuroscienze: sviluppato un sistema per rilevare l’attività delle sinapsi in vivo.

Posted by giorgiobertin su dicembre 21, 2017

I ricercatori dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano hanno sviluppano un metodo rivoluzionario per osservare per la prima volta l’attività in vivo delle sinapsi.
In pratica è possibile osservare in tempo reale l’attività di un circuito sinaptico, cioè dei punti nevralgici di contatto attraverso i quali i neuroni comunicano elettrochimicamente tra di loro scambiandosi neurotrasmettitori.

SynaptoZip
La struttura di SynaptoZip, il misuratore di attività cerebrale. In arancione una molecola normalmente integrata nella membrana plasmatica delle vescicole sinaptiche; in verde GFP, una molecola fluorescente; in viola un piccolo peptide che funge da esca per il legante fluorescente Synbond (in azzurro). All’arrivo di un segnale elettrico, le vescicole sinaptiche espongono all’esterno l’esca e catturano Synbond, colorandosi.

I ricercatori hanno disegnato una molecola, chiamata SynaptoZip, ingegnerizzando una proteina normalmente integrata nella membrana delle vescicole sinaptiche, cioè delle sacche contenenti neurotrasmettitori che, unendosi alla membrana, rilasciano i messaggi di comunicazione tra le cellule nervose. Al momento del rilascio del neurotrasmettitore, un tracciante fluorescente viene catturato da SynaptoZip, che “illumina” di conseguenza la sinapsi attiva, consentendo al dispositivo di rilevarne l’attività.

Attualmente lo studio, pubblicato sulla rivista “Nature Communications” è stato condotto sui topi di laboratorio.

La mappa assomiglia ad un cielo stellato, dove ogni stella indica una sinapsi del cervello e l’intensità luminosa il livello di attività di questa sinapsi: è come se finalmente si potesse fotografare all’interno del cervello di un essere vivente l’attività dei circuiti sinaptici, e questo con una risoluzione altissima”. Afferma il professore Antonio Malgaroli, ordinario di Fisiologia e Neuroscienze all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. “A nostro avviso le applicazioni future di questa tecnologia sono molto rilevanti e porteranno ad un grosso progresso nel campo delle neuroscienze“.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Functional mapping of brain synapses by the enriching activity-marker SynaptoZip
Mattia Ferro, Jacopo Lamanna[…]Antonio Malgaroli
Nature Communications 8, Numero dell’articolo:1229 ( 2017 ) doi : 10.1038/s41467-017-01335-4

Fonte: Università Vita-Salute San Raffaele di Milano

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Nuove raccomandazioni sulle diagnosi delle malattie del fegato.

Posted by giorgiobertin su dicembre 21, 2017

Gli esperti dell’Università di Birmingham hanno pubblicato sulla rivista “Gut“, delle linee guida con lo scopo di aiutare gli operatori sanitari a diagnosticare i pazienti con malattie epatiche ed evitare test ripetuti non necessari per le persone che non hanno malattie epatiche significative.

BSG

L’autore principale Philip Newsome, direttore del Centro per la ricerca sul fegato presso l’Istituto di immunologia e immunoterapia dell’Università di Birmingham, ha dichiarato: “La malattia del fegato si sviluppa in silenzio, non ci possono essere segni o sintomi fino a quando non si sviluppano le complicazioni dell’insufficienza epatica“.

Le nuove linee guida, che riguardano sia gli adulti che i bambini, raccomandano l’analisi iniziale nei pazienti con potenziale malattia epatica includa bilirubina, albumina, ALT, fosfatasi alcalina (ALP) e gamma-glutamiltransferasi (GGT) più un esame emocromocitometrico completo.
La ricerca è necessaria per stabilire l’approccio più conveniente per identificare i pazienti con malattia epatica alcol-correlati e non alcoliche malattia del fegato grasso a rischio di avere la fibrosi epatica avanzata.

Scarica e leggi il documento in full text:
Guidelines on the management of abnormal liver blood tests
Newsome PN, Cramb R, Davison SM, et al.
Gut 2018;67:6-19.

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Identificati i geni che regolano la pressione sanguigna.

Posted by giorgiobertin su dicembre 20, 2017

I ricercatori dell’University of Georgia hanno identificato diversi nuovi geni che influenzano il modo in cui il corpo regola la pressione sanguigna. Ciò può aiutare gli scienziati a sviluppare nuovi trattamenti per la pressione sanguigna o addirittura a consentire loro di adattare strategie di prevenzione per gli individui in base ai loro geni.

blood_pressure
Using a technique known as gene-environment interaction analysis, the researchers used an environmental marker—potassium—to pinpoint previously unknown areas within the human genome associated with blood pressure.

Utilizzando una tecnica nota come analisi dell’interazione gene-ambiente, i ricercatori hanno utilizzato un marcatore ambientale, il potassio, per individuare aree precedentemente sconosciute all’interno del genoma umano associato alla pressione sanguigna.
Il potassio dietetico è ben noto per la sua capacità di ridurre la pressione del sangue negli studi clinici. Lo studio ha testato diversi punti del genoma umano per vedere dove la sequenza genetica interagisse con il potassio e la pressione sanguigna.

I risultati del nostro studio aiutano a identificare le persone che sono particolarmente sensibili al potassio nella dieta come un modo per ridurre la pressione sanguigna, sulla base dei loro profili genomici“, ha detto il prof. Li primo autore. “Successivamente, potremmo fornire suggerimenti personalizzati per prevenire le malattie in base ai loro genotipi“.

Leggi abstract dell’articolo:
Genome-Wide Gene-Potassium Interaction Analyses on Blood Pressure
Changwei Li, Jiang He, Jing Chen, Jinying Zhao, Dongfeng Gu, James E. Hixson, Dabeeru C. Rao, Cashell E. Jaquish, Treva K. Rice, Yun Ju Sung, Tanika N. Kelly
Circulation: Cardiovascular Genetics. 2017;10:e001811 https://doi.org/10.1161/CIRCGENETICS.117.001811

Fonte: University of Georgia

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Un farmaco in commercio contro il cancro al seno aggressivo.

Posted by giorgiobertin su dicembre 20, 2017

Il carcinoma mammario triplo negativo, che è una forma particolarmente aggressiva della malattia, ha spesso risultati molto scarsi a seguito delle terapie attualmente utilizzate. Ciò è in parte dovuto alla resistenza delle cellule tumorali simili a staminali, che promuovono la formazione di nuovi tumori.

Ora, i ricercatori del Case Comprehensive Cancer Center della Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio, hanno rivelato che le cellule del cancro al seno triple negative possono rispondere a una terapia esistente usata per trattare altre malattie, inclusa la sclerosi multipla (SM), chiamata interferone-β .

interferon-beta

Nel lavoro pubblicato sulla rivista ” PNAS, Proceedings of the National Academy of Sciences, i ricercatori hanno dimostrato che le cellule del carcinoma mammario triplo negativo sono altamente vulnerabili all’interferone β, un potente antimicrobico che attiva anche il sistema immunitario. Il nuovo studio dimostra che l’interferone-β altera la capacità delle cellule del cancro al seno di migrare e formare tumori.

Lo studio ha dimostrato che l’interferone-β si rivolge direttamente alle cellule staminali tumorali. Negli esperimenti di laboratorio, i trattamenti regolari di interferone-β hanno impedito alle cellule staminali del cancro al seno triplo negativo di migrare – il primo passo nella metastasi. I ricercatori hanno convalidato i loro risultati utilizzando un database di tessuti del cancro al seno.

Seguendo questi risultati promettenti, il team del prof. Doherty sta esaminando più da vicino il ruolo svolto dall’interferone-β nella regolazione immunitaria, mirando al suo potenziale nell’aumentare la risposta immunitaria del corpo contro il cancro. Stanno anche sperando di iniziare studi clinici per una possibile terapia con interferone-beta ed esplorare i suoi effetti da solo o come via complementare alla chemioterapia.

Una sfida che gli scienziati dovranno affrontare sarà quella di trovare un modo efficace per fornire l’interferone-β.

I nostri studi futuri esamineranno metodi migliorati di consegna di interferone-β al sito del tumore che incorpora la tecnologia delle nanoparticelle“, spiega Doherty.

Leggi abstract dell’articolo:
Interferon-beta represses cancer stem cell properties in triple-negative breast cancer.
Doherty MR, Cheon H, Junk DJ, Vinayak S, Varadan V, Telli ML, Ford JM, Stark GR, Jackson MW.
Proc Natl Acad Sci U S A. 2017 Dec 11. pii: 201713728. doi: 10.1073/pnas.1713728114.

Fonte: Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio

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Ictus: Un estratto di erbe con aspirina migliora le funzioni cerebrali.

Posted by giorgiobertin su dicembre 20, 2017

Gli scienziati del Nanjing University Medical School, Nanjing, China, hanno scoperto che una dose giornaliera di estratto di ginkgo biloba (Ginkgo biloba extract (GBE)) e aspirina può migliorare la memoria e le funzioni di “comando e controllo” nelle persone che hanno subito un ictus ischemico. Il trattamento era significativamente più efficace rispetto alla sola aspirina.

Ginko-Biloba   Ginkgo

Circa l’87% degli ictus è ischemico, in cui l’arteria che fornisce il sangue al cervello si blocca – più comunemente a causa di un coagulo di sangue. Questo blocco priva il cervello di ossigeno e nutrienti trasportati dal sangue, che possono causare danni alle cellule cerebrali. A seguito di ciò, potrebbero insorgere effetti collaterali come problemi di memoria e di pensiero e perdita della funzione motoria.
L’attivatore del plasminogeno tissutale è attualmente il trattamento standard per l’ictus ischemico. Agisce sciogliendo il coagulo di sangue che blocca il flusso di sangue al cervello, limitando così il danno cerebrale.

Il nuovo studio ha dimostrato che l’estratto di Ginkgo biloba, già utilizzato per la preparazione di cosmetici con lo scopo di proteggere la pelle dallo stress ossidativo, potrebbe essere utile per le persone che hanno avuto un ictus ischemico.

Per raggiungere i loro risultati, il prof. Fang e il team hanno arruolato 348 adulti da cinque ospedali della provincia di Jiangsu in Cina. Gli adulti avevano 64 anni, in media, e avevano tutti avuto un ictus ischemico negli ultimi 7 giorni.
Lo studio ha dimostrato che i pazienti con ictus che hanno ricevuto GBE [estratto di ginkgo biloba] e l’aspirina hanno manifestato una migliore funzione di memoria, funzioni esecutive, funzione neurologica e vita quotidiana. Inoltre, l’analisi dei dati di sicurezza ha dimostrato che GBE non ha aumentato l’incidenza di eventi avversi” – afferma il prof. Fang
Saranno necessari ulteriori studi per valutare gli effetti a lungo termine dell’estratto di ginkgo biloba tra le persone che hanno avuto un ictus.

Leggi il full text dell’articolo:
Ginkgo biloba extract improved cognitive and neurological functions of acute ischaemic stroke: a randomised controlled trial
Li S, Zhang X, Fang Q, et al
Stroke and Vascular Neurology 2017;svn-2017-000104. doi: 10.1136/svn-2017-000104

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Test del sangue per la diagnosi di linfoma e melanoma.

Posted by giorgiobertin su dicembre 20, 2017

Gli scienziati della Georgia State University di Atlanta (Usa) hanno sviluppato un test del sangue capace di diagnosticare due tipi di cancro: il linfoma non Hodgkin e il melanoma.
Attraverso una tecnica di spettroscopia infrarossa, chiamata mid-infrared spectroscopy, che viene generalmente utilizzata per caratterizzare i campioni biologici a livello molecolare, i ricercatori sono stati in grado di rilevare i cambiamenti biochimici indotti dal linfoma non Hodgkin e dal melanoma sottocutaneo.

cancersized

Gli scienziati precisano che lo sviluppo di una strategia di “pre-screening” rapida e affidabile per queste due forme di cancro potrebbe avere un’importanza fondamentale, perché la diagnosi e il trattamento precoci migliorano sensibilmente le possibilità di sopravvivenza dei pazienti.
Il nostro obiettivo finale era poter affermare che è possibile usare questa tecnica a infrarossi per identificare varie malattie” – afferma il prof. A. G. Unil Perera, che ha coordinato la ricerca. “Questo studio dimostra che la spettroscopia infrarossa è in grado d’identificare il cancro”.

Scarica e leggi il documento in full text:
ATR-FTIR spectral discrimination between normal and tumorous mouse models of lymphoma and melanoma from serum samples
Hemendra Ghimire, Mahathi Venkataramani, Zhen Bian, Yuan Liu & A. G. Unil Perera
Scientific Reports 7, Article number: 16993 Published online: 05 December 2017 doi:10.1038/s41598-017-17027-4

Fonte:  Georgia State University di Atlanta (Usa)

 

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Creato muscolo scheletrico da cellule staminali.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2017

Gli scienziati dell’Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research at UCLA, hanno sviluppato una nuova strategia per isolare, maturare e trapiantare efficientemente le cellule muscolari scheletriche create da cellule staminali pluripotenti umane (Human pluripotent stem cells (hPSCs)), che possono produrre tutti i tipi di cellule del corpo.
I risultati pubblicati sulla rivista “Nature Cell Biology a cura del team del prof. April Pyle, sono un passo importante verso lo sviluppo di una terapia sostitutiva delle cellule staminali per le patologie muscolari inclusa la distrofia muscolare di Duchenne, malattia genetica infantile mortale più comune.

ERBB3-NGFR
Skeletal muscle cells isolated using the ERBB3 and NGFR surface markers (right) restore human dystrophin (green) after transplantation significantly greater than previous methods (left). Credit UCLA

Utilizzando il processo naturale di sviluppo umano come guida, i ricercatori hanno sviluppato metodi per maturare le cellule muscolari in laboratorio per creare fibre muscolari che ripristinano la distrofina, la proteina che manca nei muscoli dei ragazzi con Duchenne. Senza distrofina, i muscoli degenerano e diventano progressivamente più deboli. I sintomi di Duchenne di solito iniziano nella prima infanzia; i pazienti perdono gradualmente mobilità e tipicamente muoiono a causa di insufficienza cardiaca o respiratoria intorno ai 20 anni. Attualmente non esiste alcun modo per invertire o curare la malattia.

Dopo attente analisi delle cellule muscolari fetali sono stati scoperti due nuovi marcatori di superficie cellulare denominati ERBB3 e NGFR; questo ha permesso ai ricercatori di isolare con precisione le cellule muscolari dal tessuto umano e separarle da vari tipi di cellule create utilizzando cellule staminali pluripotenti umane.
In particolare le cellule dei pazienti di Duchenne sono state riprogrammate per diventare cellule staminali pluripotenti. Quindi è stata rimossa la mutazione genetica che causa Duchenne utilizzando la tecnologia di modifica dei geni CRISPR-Cas9. Usando i marcatori di superficie ERBB3 e NGFR, le cellule del muscolo scheletrico sono state isolate e poi iniettate nei topi nello stesso momento in cui è stato somministrato un inibitore del TGF Beta. I risultati sono molto entusiasmanti.

Leggi abstract dell’articolo:
ERBB3 and NGFR mark a distinct skeletal muscle progenitor cell in human development and hPSCs
Michael R. Hicks, Julia Hiserodt, Katrina Paras, Wakana Fujiwara, Ascia Eskin, Majib Jan, Haibin Xi, Courtney S. Young, Denis Evseenko, Stanley F. Nelson, Melissa J. Spencer, Ben Van Handel & April D. Pyle
Nature Cell Biology (2017) Published online: 18 December 2017 doi:10.1038/s41556-017-0010-2

Fonte: Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research at UCLA

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Il ruolo della proteina p53 mutata nei tumori.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2017

Uno studio, pubblicato online dalla rivista scientifica internazionale “Nature Cell Biology” a firma dei ricercatori dell’Università di Trieste, ha permesso di svelare un aspetto cruciale e inedito della proteina  p53 e dei tumori: particolari condizioni fisiche del tessuto tumorale, come la durezza, la rigidità e la forte tensione che spesso caratterizzano i tumori più aggressivi, stabilizzano e stimolano l’attività della p53 mutata all’interno delle cellule maligne.
Le cellule tumorali, infatti, reagiscono a questo genere di anomalie meccaniche attivando una catena di segnali biochimici all’interno della cellula che potenziano la p53 mutata, bloccando il sistema responsabile della sua distruzione. La cellula tumorale, così, non riesce più a tenere sotto controllo questa pericolosa proteina che, quindi, si accumula e attiva un programma genetico in grado di stimolare la proliferazione, la resistenza alle terapie e l’invasione di altri tessuti.

P53_pathways

Aspetto importante del nuovo meccanismo tumorale che abbiamo messo in luce” precisa il prof. Giannino Del Sal “è che la proteina p53 mutata dà origine a un circuito che si auto-rinforza. Infatti, se da un lato i segnali meccanici dell’ambiente tumorale stimolano l’accumulo di p53 mutata, questa a sua volta è in grado di rafforzare la risposta della cellula agli stessi segnali attraverso la riprogrammazione del metabolismo cellulare del colesterolo“.

Lo scenario è complesso, e siamo riusciti a metterlo a fuoco solo grazie all’integrazione di diverse analisi: dalle vie molecolari attive all’interno della cellula maligna, allo stato fisico dei tessuti tumorali; inoltre abbiamo misurato l’espressione dei geni, la rigidità e la composizione della cellula tumorale e dell’ambiente circostante“.
“Ci siamo concentrati sulla via di sintesi del colesterolo, la stessa via metabolica che la proteina p53 mutata è in grado di attivare. Abbiamo dimostrato in cellule isolate e in animali di laboratorio che, agendo su questo aspetto del metabolismo della cellula tumorale, si riesce a colpire e destabilizzare la p53 mutata, a ristabilire le proprietà meccaniche del tessuto e a fermare il tumore“.

Abbiamo avviato anche delle sperimentazioni cliniche, in corso, che hanno l’obiettivo di studiare nelle pazienti con tumore al seno triplo negativo l’effetto anti-tumorale di farmaci che colpiscono la via metabolica del colesterolo”. conclude il prof. De Sal.

Leggi abstract dell’articolo:
Mechanical cues control mutant p53 stability through a mevalonate–RhoA axis
Eleonora Ingallina, Giovanni Sorrentino, Rebecca Bertolio, Kamil Lisek, Alessandro Zannini, Luca Azzolin, Luisa Ulloa Severino, Denis Scaini, Miguel Mano, Fiamma Mantovani, Antonio Rosato, Silvio Bicciato, Stefano Piccolo e Giannino Del Sal.
Nature Cell Biology 18 dicembre 2017, http://dx.doi.org/10.1038/s41556-017-0009-8.

Fonte: Università di Trieste

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Ripristinati i geni della memoria nei ratti anziani.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2017

La sovraespressione di una proteina che regola l’omeostasi del calcio nei neuroni dell’ippocampo può invertire in modo sicuro ed efficace prevenendo le compromissioni della memoria legate all’età nei ratti. Ad affermarlo una nuova ricerca pubblicata su “Journal of Neuroscience” da parte dei ricercatori dell’Università del Kentucky, viene cioè ripristinata l’espressione genica alterata dall’invecchiamento.

Gant
Representative photomicrographs from (A) young control, (B) aged control, (C) aged short-term FKBP1b and (D) aged long-term FKBP1b. Note the substantial increase in FKBP1b expression at both the mRNA and protein levels, particularly in the LT-FKBP1b group. (sp- stratum pyramidale; DG- dentate gyrus; calbar- 500 uM) CREDIT Gant et al., JNeurosci (2017)

Il team del Prof. Philip W. Landfield ha scoperto che il trattamento a lungo termine e a breve termine dei ratti anziani che induce la sovraespressione di FK506-Binding Protein 12.6/1b (FKBP1b) ha ristabilito l’espressione di oltre 800 geni affetti da invecchiamento a livelli paragonabile a quelli dei giovani ratti non trattati.

I geni restaurati rappresentano una nuova rete genomica che regola l’integrità della struttura neuronale nell’ippocampo ed è interessata dall’invecchiamento. Questi risultati suggeriscono che affrontare il deficit di FKBP1b potrebbe rappresentare una nuova strada per contrastare la perdita di memoria legata all’età.

Leggi abstract dell’articolo:
FK506-Binding Protein 12.6/1b, a negative regulator of [Ca2+], rescues memory and restores genomic regulation in the hippocampus of aging rats
John C. Gant, Eric M. Blalock, Kuey-Chu Chen, Inga Kadish, Olivier Thibault, Nada M. Porter and Philip W. Landfield
Journal of Neuroscience 18 December 2017, 2234-17; DOI: https://doi.org/10.1523/JNEUROSCI.2234-17.2017

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Create nanoparticelle d’oro per distruggere i virus.

Posted by giorgiobertin su dicembre 18, 2017

I ricercatori dell’Institute of Materials, Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL), Lausanne, Switzerland, hanno creato nanoparticelle che attirano i virus e, usando la pressione risultante dal processo di legame, le distruggono. Questo approccio rivoluzionario potrebbe portare allo sviluppo di farmaci antivirali ad ampio spettro.

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HIV, dengue, papillomavirus, herpes ed Ebola – questi sono solo alcuni dei molti virus che uccidono milioni di persone ogni anno. Ora i ricercatori hanno creato nanoparticelle d’oro che potrebbero portare ad un trattamento ad ampio spettro, nello stesso modo con cui gli antibiotici ad ampio spettro combattono una serie di batteri. Una volta iniettate nel corpo, queste nanoparticelle imitano le cellule umane e “ingannano” i virus. Quando i virus si legano a loro – al fine di infettarli – le nanoparticelle usano la pressione prodotta localmente da questo collegamento per “rompere” i virus, rendendoli innocui. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati su “Nature Materials“.

Fortunatamente, abbiamo farmaci efficaci contro alcuni virus, come l’HIV e l’epatite C“, afferma il prof. Francesco Stellacci. “Ma questi farmaci funzionano solo su un virus specifico.” Di qui la necessità di farmaci antivirali ad ampio spettro.
A differenza di altri trattamenti, l’uso della pressione non è tossico. “le nanoparticelle d’oro potrebbero esser una soluzione al problema“.
Gli esperimenti in vitro condotti su colture cellulari infettate dal virus dell’herpes simplex, papillomavirus (che può portare al cancro dell’utero), virus respiratorio sinciziale (RSV, che può causare polmonite), virus della dengue e HIV (lentivirus), sono stati un successo. Anche i test sugli animali sono molto incoraggianti.

Leggi abstract dell’articolo:
Broad-spectrum non-toxic antiviral nanoparticles with a virucidal inhibition mechanism
Valeria Cagno, Patrizia Andreozzi[…]Francesco Stellacci
Nature Materials Published online: http://dx.doi.org/10.1038/nmat5053

Fonte: Institute of Materials, Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL)

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Create proteine che combattono i batteri patogeni.

Posted by giorgiobertin su dicembre 17, 2017

Poiché aumenta la resistenza agli antibiotici esistenti, sono necessari nuovi approcci alle infezioni batteriche gravi. Ora i ricercatori della Lund University in Svezia, insieme ai colleghi della University of Massachusetts Medical School negli Stati Uniti, hanno studiato una di queste alternative.

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In precedenza i ricercatori avevano dimostrato che una proteina appositamente progettata, sviluppata e brevettata e nota come proteina di fusione, può essere utilizzata efficacemente come trattamento nei topi affetti da batteri Gram-negativi, che possono causare la gonorrea, meningite e infezioni respiratorie.
Ora siamo stati in grado di dimostrare che una proteina creata su misura, che in precedenza ha funzionato contro vari tipi di batteri Gram-negativi ha anche avuto risultati promettenti nei modelli murini contro un patogeno Gram-positivo“, afferma il professore David Ermert.

La proteina di fusione nello studio pubblicato sulla rivista “Journal of Immunology“, funziona anche contro i batteri Gram-positivi, in particolare gli streptococchi di gruppo A. Negli esperimenti i ricercatori hanno aggiunto streptococchi di gruppo A – che possono causare qualsiasi cosa, dalla tonsillite comune alla sepsi potenzialmente letale – ai campioni di sangue umano. Hanno poi analizzato cosa è successo quando hanno aggiunto la proteina di fusione al sangue infetto.

Siamo stati quindi in grado di osservare che la proteina di fusione ha ridotto drasticamente la quantità di batteri nel sangue. La proteina rimuove il fattore H dalla superficie dei batteri e attiva il sistema immunitario in modo che uccida i batteri. Abbiamo anche studiato come la proteina ha funzionato nell’infezione da sepsi acuta nei topi e siamo stati in grado di dimostrare una riduzione della mortalità“, afferma David Ermert.

Il prossimo passo sarà vedere se la proteina di fusione funziona contro quei batteri resistenti, che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) costituiscono la più grande minaccia per l’umanità.

Leggi abstract dell’articolo:
Factor H–IgG Chimeric Proteins as a Therapeutic Approach against the Gram-Positive Bacterial Pathogen Streptococcus pyogenes
Anna M. Blom, Michal Magda, Lisa Kohl, Jutamas Shaughnessy, John D. Lambris, Sanjay Ram and David Ermert
J Immunol December 1, 2017, 199 (11) 3828-3839; DOI: https://doi.org/10.4049/jimmunol.1700426

Fonte: Lund University

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Terapia genica per curare l’emofilia.

Posted by giorgiobertin su dicembre 17, 2017

Una “cura” per l’emofilia ha fatto un grosso passo in avanti. A convalidare questa affermazione sono i risultati pubblicati sulla rivista “New England Journal of Medicine” di un rivoluzionario processo di terapia genica condotto dai ricercatori clinici del Barts Health NHS Trust e della Queen Mary University di Londra.

emofilia

I ricercatori hanno scoperto che oltre un anno dopo un singolo trattamento con un farmaco per la terapia genica, i partecipanti con emofilia A (la forma più comune di emofilia, caratterizzata da emorragie spontanee o prolungate) al trials clinico mostrano livelli normali della proteina precedentemente mancante, e la cura è risultata efficace.

Una singola infusione del farmaco di terapia genica ha mostrato livelli migliorati del fattore VIII della proteina di coagulazione del sangue essenziale, con l’85% dei pazienti che raggiungono livelli di Fattore VIII normali o quasi normali, anche molti mesi dopo il trattamento.
I risultati hanno un significato particolare essendo il primo trial genetico riuscito per l’emofilia A.

Abbiamo visto risultati strabilianti che hanno di gran lunga superato le nostre aspettative. Un risultato enorme, vedere i livelli normali o quasi normali con una drastica riduzione dell’emorragia è semplicemente stupefacente. Ora abbiamo davvero il potenziale per trasformare la cura per le persone con emofilia usando un singolo trattamento per le persone che al momento devono farsi l’iniezione tutte le volte che ne hanno bisogno a giorni alterni. È così eccitante“. – afferma il prof. John Pasi, direttore del centro di emofilia presso l’NHS Trust di Barts Health.
Incredibilmente eccitante è il potenziale per un cambiamento significativo nel modo in cui l’emofilia viene curata a livello globale: una singola dose di farmaci che può così migliorare drasticamente la vita dei pazienti in tutto il mondo è una prospettiva sorprendente.” sottolinea il prof. Pasi.

I cinque siti di sperimentazione del Regno Unito includevano: gli ospedali Royal London, Guys e St Thomas, Birmingham, Cambridge e Hampshire.
Il team ora terrà ulteriori test allargando i partecipanti a livello globale per includere persone negli Stati Uniti, Europa, Africa e Sud America.

Leggi asbtract dell’articolo:
AAV5–Factor VIII Gene Transfer in Severe Hemophilia A
Savita Rangarajan, M.B., B.S., Liron Walsh, M.D., Will Lester, M.B., Ch.B., Ph.D., David Perry, M.D., Ph.D., Bella Madan, M.D., Michael Laffan, D.M., Hua Yu, Ph.D., Christian Vettermann, Ph.D., Glenn F. Pierce, M.D., Ph.D., Wing Y. Wong, M.D., and K. John Pasi, M.B., Ch.B., Ph.D.
New England Journal of Medicine December 9, 2017 DOI: 10.1056/NEJMoa1708483

ClinicalTrials.gov number, NCT02576795; EudraCT number, 2014-003880-38

Fonte:  Barts Health NHS Trust – London

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‘Naso’ elettronico offre diagnosi rapida di epilessia.

Posted by giorgiobertin su dicembre 16, 2017

Ricercatori dal Canada e dai Paesi Bassi hanno recentemente presentato al 71mo meeting annuale 2017 della American Epilepsy Society (Aes) i risultati che suggeriscono che un “naso elettronico” ( (eNose) è in grado di diagnosticare l’epilessia, rapidamente, a basso costo e in modo non invasivo. Le loro scoperte mostrano che un dispositivo, simile a un “etilometro”, può analizzare i composti nel respiro espirato e diagnosticare in modo affidabile l’epilessia.

electronic-nose e-nose

Sebbene questa tecnologia sia stata utilizzata in altri campi, non è mai stata utilizzata per rilevare un disturbo neurologico. Attualmente il metodo più utilizzato per la diagnosi è l’elettroencefalogramma (EEG) che monitora l’attività elettrica nel cervello, alla ricerca di eventuali modelli anormali. Una diagnosi rapida ed accurata dell’epilessia è di vitale importanza affinché il piano di trattamento corretto possa iniziare il prima possibile.

Aeonose (eNose Company) utilizza matrici di sensori e algoritmi di apprendimento per riconoscere le miscele di esalazioni complesse da pazienti con epilessia. Tali pazienti hanno una “impronta” unica, ha detto la prof. De Vos. La ricerca mostra, per esempio, che rilasciano citochine infiammatorie, così come alcune molecole che potrebbe essere “segnali di pericolo”.
I pazienti devono semplicemente inserire un piccolo dispositivo a mano nella loro bocca e respirare per 5 minuti.
È super veloce, è super economico ed è super facile da usare“, afferma Cecile C. de Vos, del Montreal Neurological Institute, McGill University, Quebec, Canada.

DETECTING EPILEPSY WITH AN ELECTRONIC NOSE
Dieuwke van Dartel, Medisch Spectrum Twente, Netherlands; Helenius J. Schelhaas, Academic Centre for Epileptology Kempenhaeghe, Netherlands; Kuan H. Kho, Medisch Spectrum Twente, Netherlands; Albert Colon, Academic Centre for Epileptology Kempenhaeghe, Netherlands; Michel J.A.M. van Putten, Medisch Spectrum Twente, Netherlands; and Cecile C. de Vos, Montreal Neurological Institute, McGill University, Canada
ANNUAL MEETING ABSTRACTS (Abst. 2.164), 2017

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Tumore alla prostata: Indice di salute prostatica evita le biopsie.

Posted by giorgiobertin su dicembre 16, 2017

Da poco tempo è disponibile un nuovo esame per la valutazione delle condizioni della prostata. L’esame è denominato PHI, (acronimo dall’inglese Prostate Health Index – Indice di salute prostatica) e deriva dall’elaborazione dei dati relativi a tre valori ematochimici:
PSA totale, PSA libero e [-2] proPSA  (p2PSA) – in un singolo punteggio numerico.

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La sola valutazione del PSA totale è associata con le dimensioni della prostata, ma non è sempre in grado di distinguere se un aumento del PSA nel sangue è secondario a iperplasia benigna o alla presenza di un tumore. Una frazione del PSA libero, il [-2]proPSA ed i suoi derivati %[-2]proPSA e il phi (prostate health index) risultano invece meglio correlati alla presenza di una neoplasia prostatica.
In particolare nei pazienti con PSA totale compreso fra 2.5 e 10 ng/mL i valori di %[-2]proPSA e phi superiori all’intervallo di riferimento sono spesso associati alla presenza di una malattia clinicamente significativa. La misura del phi è particolarmente indicata in pazienti con valori di PSA totale superiori all’intervallo di riferimento per decidere se procedere o meno ad una biopsia prostatica.

In uno studio osservazionale pubblicato sulla rivista “Prostate Cancer Prostatic Diseases“, i ricercatori del Carolina Urology Partners di Huntersville, North Carolina hanno confrontato 506 uomini che sono stati arruolati in modo prospettico e che hanno effettuato il test phi con 683 pazienti di controllo che non hanno effettuato il test phi.
Dai risultati è emerso che conoscere l’indice di salute prostatica (phi) modifica in modo significativo la scelta dell’urologo sul fatto di sottoporre o meno a biopsia i pazienti con determinati valori di Antigene prostatico specifico (PSA). Questo permette di evitare biopsie non necessarie, esponendo i pazienti  a complicanze, tra cui dolore e infezione, senza contare i costi aggiuntivi.
Il Prostate Health Index è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) nel 2012.

Leggi abstract dell’articolo:
Clinical utility of the Prostate Health Index (phi) for biopsy decision management in a large group urology practice setting
White J, Shenoy BV, Tutrone RF, Karsh LI, Saltzstein DR, Harmon WJ, Broyles DL, Roddy TE, Lofaro LR, Paoli CJ, Denham D, Reynolds MA.
Prostate Cancer Prostatic Dis. 2017. Doi: 10.1038/s41391-017-0008-7

Approfondimenti:
Lazzeri M, Lughezzani G, Haese A, McNicholas T, de la Taille A, Buffi NM, et al. Clinical performance of prostate health index in men with tPSA>10 ng/ml: results from a multi-centric European study. Urol Oncol. 2016;34:415e13–415e19.

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FDA: Linee guida per Farmaci e Dispositivi stampati in 3D.

Posted by giorgiobertin su dicembre 16, 2017

La Food and drug administration (FDA) ha prodotto la prima guida tecnica in assoluto per le aziende che sviluppano prodotti, dalle protesi ai farmaci, interamente o parzialmente stampati in 3D.

La guida vuole offrire supporto e consiglio alle aziende sugli aspetti tecnici della stampa in 3D degli apparecchi medici, dal design alle prove di funzionalità, durata e qualità, fino all’arrivo sul mercato. Si tratta di raccomandazioni da usare su una tecnologia emergente che evolverà in modi inaspettati, all’interno di un quadro di regole e leggi attuali che, riconosce l’FDA, vanno riviste e adattate.

FDA-3D-printing
3D printed (left to right, top) models of a brain, blood vessel, surgical guide, and (bottom) medallion printed on FDA 3D printers.

L’FDA infatti ha rivisto più di 100 apparecchi, attualmente sul mercato, prodotti con le stampanti 3D, come protesi del ginocchio o impianti usati per la ricostruzione del viso. L’agenzia ha approvato anche il primo farmaco stampato in 3D, usato per trattare le crisi epilettiche, che si dissolve in bocca più velocemente.

Scarica e leggi il comunicato stampa FDA:
Statement by FDA Commissioner Scott Gottlieb, M.D., on FDA ushering in new era of 3D printing of medical products; provides guidance to manufacturers of medical devices

Leggi i documenti in full text:
Guidance: Technical Considerations for Additive Manufactured Medical Devices (PDF – 619KB)

3D Printing of Medical Devices

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Scoperto un gene con un ruolo chiave nello sviluppo del cancro.

Posted by giorgiobertin su dicembre 15, 2017

I ricercatori del Comprehensive Cancer Center dell’Università del Michigan hanno scoperto un nuovo gene che hanno battezzato THOR (dio norvegese del tuono) mentre studiavano delle regioni inesplorate del genoma umano. Questo nuovo gene, caratterizzato da un RNA non codificante a catena lunga (long noncoding RNA (lncRNA)) è espresso negli umani, nei topi e zebrafish. È insolito che questo tipo di RNA venga conservato in tutte le specie.
I ricercatori hanno scoperto che questo particolare lncRNA gioca un ruolo nello sviluppo del cancro, e che silenziare questo gene può fermare la crescita dei tumori.

Thor

Oltre a trovare l’espressione di THOR nel normale tessuto del testicolo, i ricercatori hanno anche scoperto che era altamente espresso in alcuni sottogruppi di tumori, in particolare il cancro del polmone e il melanoma. Abbattendo THOR nelle linee cellulari che lo esprimevano, la crescita tumorale è stata rallentata. Se THOR veniva sovraespresso le cellule tumorali crescevano molto più velocemente. Quando THOR è stato eliminato dalle cellule normali, le cellule hanno continuato a svilupparsi normalmente, suggerendo che ha un impatto solo sulle cellule tumorali.

I ricercatori hanno anche scoperto che le proteine ​​colpite da THOR chiamate IGFBP sono coinvolte nella stabilizzazione degli RNA. Abbattere THOR ha inibito l’attività dell’IGFBP. “Se perturbiamo la funzione THOR, disturbiamo la capacità di stabilizzare l’RNA, che inibisce la proliferazione cellulare“, afferma il prof. Arul M. Chinnaiyan.

THOR potrebbe essere un buon bersaglio per lo sviluppo di farmaci perché bloccarlo non ha impatto sulle cellule normali. Ciò probabilmente significherebbe meno effetti collaterali tossici. In studi futuri, i ricercatori studieranno come creare un composto che si lega con THOR in una sequenza complementare progettata per abbatterlo.

Leggi abstract dell’articolo:
Oncogenic Role of THOR , a Conserved Cancer/Testis Long Non-coding RNA.
Yasuyuki Hosono, Yashar S. Niknafs, John R. Prensner, Matthew K. Iyer, Saravana M. Dhanasekaran, Rohit Mehra, Sethuramasundaram Pitchiaya, Jean Tien, June Escara-Wilke, Anton Poliakov, Shih-Chun Chu, Sahal Saleh, Keerthana Sankar, Fengyun Su, Shuling Guo, Yuanyuan Qiao, Susan M. Freier, Huynh-Hoa Bui, Xuhong Cao, Rohit Malik, Timothy M. Johnson, David G. Beer, Felix Y. Feng, Weibin Zhou, Arul M. Chinnaiyan.
Cell, 2017; 171 (7): 1559 DOI: 10.1016/j.cell.2017.11.040

Fonte: Comprehensive Cancer Center University of Michigan

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Esame delle urine per la diagnosi di Tubercolosi.

Posted by giorgiobertin su dicembre 15, 2017

Identificare e misurare i componenti del batterio responsabile della tubercolosi direttamente dalle urine dei pazienti malati. Sono queste le conclusioni di un lavoro pubblicato sulla rivista “Science Translational Medicine” condotto dai ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, della George Mason University e altre istituzioni in USA, Australia, Perù e UK.

Pulmonary-tuberculosis

Il lavoro dimostra che è possibile misurare nelle urine dei pazienti affetti da Tubercolosi (TBC) alcuni dei componenti strutturali o secretori del Mycobacterium tuberculosis (Mtb), il batterio responsabile della TBC, con elevata sensibilità e specificità grazie a delle innovative nanoparticelle. Un risultato che riduce i tempi di diagnosi, migliora la precisione, riduce l’invasività delle analisi.

Gli attuali metodi diagnostici per lo screening della TBC (test di Mantoux o il test IGRA), sono basati sulla valutazione della risposta immunitaria del paziente e hanno delle grosse limitazioni. Il nuovo test si basa sull’utilizzo di nanoparticelle capaci di catturare con alta efficienza costituenti microbici con diverse strutture chimiche, fra cui i glicani e le proteine. Con l’utilizzo di queste nanoparticelle è stato possibile concentrare e proteggere dalla degradazione alcuni costituenti strutturali del Mtb, come il lipoarabinomannano, o secreti, come la proteina ESAT-6, che sono rilasciati nei liquidi biologici e (nelle urine in particolare) di tutti i soggetti con TBC, indipendentemente da un’eventuale co-infezione con HIV.

Sono già stati prodotti dei test simili a quelli di gravidanza che saranno disponibili molto rapidamente.

Leggi il full text dell’articolo:
Urine lipoarabinomannan glycan in HIV-negative patients with pulmonary tuberculosis correlates with disease severity
Luisa Paris, Ruben Magni, Fatima Zaidi, Robyn Araujo, Neal Saini, Michael Harpole, Jorge Coronel, Daniela E. Kirwan, Ha…..
Science Translational Medicine 13 Dec 2017: Vol. 9, Issue 420, eaal2807 DOI: 10.1126/scitranslmed.aal2807

Fonte: Istituto Superiore di Sanità

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Un farmaco potrebbe arrestare la progressione del Parkinson.

Posted by giorgiobertin su dicembre 15, 2017

Gli scienziati della Cardiff University, in collaborazione con i colleghi dell’University of Dundee si sono concentrati su una proteina chiave chiamata PINK1, che si ritiene abbia un ruolo protettivo contro la neurodegenerazione (vedi lavoro pubblicato su elife). Lo stesso team di ricercatori ora ha identificato una molecola di un farmaco usato per trattare le infezioni da tenia che potrebbe, agendo su PINK1, portare a nuovi trattamenti per i pazienti con malattia di Parkinson.

Mehellou_niclosamide

Secondo i ricercatori la scoperta di un farmaco in grado di potenziare la funzione di PINK1 potrebbe essere un passo significativo nell’arrestare la neurodegenerazione e quindi rallentare o persino curare la malattia di Parkinson. Ora lo studio dimostra che il farmaco e i suoi analoghi possono aumentare le prestazioni del PINK1 nelle cellule e nei neuroni del cervello. “In particolare,” scrivono gli autori, “abbiamo rilevato per la prima volta l’attivazione del pathway di PINK1-Parkin nei neuroni e abbiamo dimostrato che può essere attivato da piccole molecole“.

La ricerca, finanziata dal Wellcome Trust, ha rivelato che Niclosamide e alcuni dei suoi derivati migliorano le prestazioni di PINK1 all’interno di cellule e neuroni. Ciò ha dato ragione ai ricercatori nel credere che questo farmaco può fornire nuove speranze per i pazienti che vivono con la malattia di Parkinson. Sono però necessari ulteriori studi in vivo su modelli animali di Parkinson per convalidare ulteriormente questa ipotesi.

Questa è una fase entusiasmante della nostra ricerca e siamo ottimisti riguardo l’impatto a lungo termine che potrebbe avere sulla vita dei pazienti” – afferma il prof. Youcef Mehellou.

La Niclosamide è stata approvata ed è stata utilizzata in modo sicuro negli esseri umani per trattare le infezioni da elminti o tenia da circa 50 anni. Il farmaco è attualmente in fase di sperimentazione per il trattamento di vari tumori umani e per l’artrite reumatoide.

Leggi abstract dell’articolo:
The Anthelmintic Drug Niclosamide and its Analogues Activate the Parkinson’s Disease Associated Protein Kinase PINK1
Barini, E., Miccoli, A., Tinarelli, F., Mulholand, K., Kadri, H., Khanim, F., Stojanovski, L., Read, K. D., Burness, K., Blow, J. J., Mehellou, Y. and Muqit, M.
ChemBioChem Accepted manuscript online: 10 December 2017 doi:10.1002/cbic.201700500

Structure of PINK1 and mechanisms of Parkinson’s disease-associated mutations
Atul Kumar Jevgenia Tamjar Andrew D Waddell Helen I Woodroof Olawale G Raimi Andrew M Shaw Mark Peggie Miratul MK Muqit Is a corresponding author Daan MF van Aalten
eLife 2017;6:e29985 DOI: 10.7554/eLife.29985

Fonte: Cardiff University

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Obesità e disfunzioni metaboliche modificano il funzionamento del cervello.

Posted by giorgiobertin su dicembre 14, 2017

Quello che mangiamo e quanto mangiamo può ripercuotersi anche sul funzionamento del cervello. Ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori dell’Università Cattolica di Roma pubblicato sulla rivista “Nature Communications“.

diabete-obesi-salute  demenza

Lo studio, condotto sugli animali, mostra come una dieta ricca di grassi sia associata a un declino delle funzioni cognitive. I responsabili sarebbero i grassi stessi che modificano uno dei meccanismi con cui i neuroni comunicano tra loro. In particolare L’obesità e il diabete di tipo 2 alterano il funzionamento di un ‘interruttore’ chiave per apprendimento e memoria, il recettore per il glutammato “GluA1” che, esposto sui neuroni, serve loro per comunicare.

Finora, la ricerca nel settore delle malattie metaboliche si è concentrata prevalentemente sugli effetti dell’insulino-resistenza sugli organi periferici quali muscoli e fegato. “Il nostro studio sottolinea l’importanza di rivolgere una maggiore attenzione agli effetti dell’insulino-resistenza sulle funzioni del cervello” sottolinea il professor Grassi. “Riteniamo che i risultati delle nostre ricerche abbiano una grande rilevanza clinica in quanto mettono in luce un meccanismo responsabile degli effetti negativi esercitati da una alimentazione squilibrata sulle funzioni cerebrali e, più in generale, consentono di comprendere meglio il rapporto tra nutrizione e funzioni cognitive“.

Abbiamo dimostrato – afferma il dott. Marco Spinelli – che bloccando geneticamente o farmacologicamente la palmitoilazione del recettore GluA1 siamo in grado di annullare gli effetti dannosi dell’insulino-resistenza sulle funzioni cognitive“.  E’ stato dimostrato (in modelli sperimentali animali) che un trattamento assolutamente non invasivo, quale la somministrazione tramite spray nasale di un farmaco che blocca la palmitoilazione, è in grado di contrastare le alterazioni di apprendimento e memoria che si osservano negli animali sottoposti a dieta grassa.

Leggi abstract dell’articolo:
Brain insulin resistance impairs hippocampal synaptic plasticity and memory by increasing GluA1 palmitoylation through FoxO3a
Matteo Spinelli, Salvatore Fusco, Marco Mainardi, Federico Scala, Francesca Natale, Rosita Lapenta, Andrea Mattera, Marco Rinaudo, Domenica Donatella Li Puma, Cristian Ripoli, Alfonso Grassi, Marcello D’Ascenzo & Claudio Grassi
Nature Communications 8, Article number: 2009 (2017) Published online: 08 December 2017 doi:10.1038/s41467-017-02221-9

Fonte: Università Cattolica di Roma

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Il processo di auto-digestione cellulare scatena la malattia autoimmune.

Posted by giorgiobertin su dicembre 14, 2017

L’autofagia si riferisce ad un fondamentale processo di riciclaggio delle cellule che avviene nel lievito, nei funghi, nelle piante, così come negli animali e negli esseri umani. Questo processo consente alle cellule di degradare i propri componenti e quindi attivare risorse energetiche per essere in grado di adattarsi ai bisogni nutrizionali. Inoltre, l’autofagia svolge un ruolo centrale nella guida della risposta immunitaria di un organismo. Le malattie autoimmuni derivano da una risposta immunitaria anormale a una parte del corpo normale come il sistema nervoso centrale nei pazienti con sclerosi multipla. E’ stato dimostrato che nessuna reazione autoimmune si presenta senza le proteine ​​autofagiche.

Sclerosi-mulitpla

Un team di ricercatori dell’Institute of Experimental Immunology presso l’University of Zurich ha dimostrato che la proteina autofagica ATG5 ha una funzione essenziale quando gli antigeni della mielina vengono presentati alle cellule immunitarie durante i processi infiammatori nel sistema nervoso centrale. “Questo processo di riattivazione si pensa svolga un ruolo decisivo nello sviluppo della neuroinfiammazione autoimmune“, afferma il prof. Christian Keller.

Negli esperimenti dopo aver geneticamente spento la proteina ATG5 dell’autofagia in alcune cellule immunitarie, i ricercatori hanno osservato livelli significativamente inferiori di cellule T patologiche nel sistema nervoso centrale dei topi. Di conseguenza, gli animali non sono riusciti a sviluppare un’infiammazione nel cervello e nel midollo spinale paragonabile a quella della sclerosi multipla.

“A lungo termine, vogliamo vedere se queste nuove scoperte immunopatologiche possono essere utilizzate per sviluppare nuovi trattamenti per la sclerosi multipla“, dice il prof. Jan Lünemann.

Leggi abstract dell’articolo:
ATG-dependent phagocytosis in dendritic cells drives myelin-specific CD4+ T cell pathogenicity during CNS inflammation.
Christian W. Keller, Christina Sina, Monika B. Kotur, Giulia Ramelli, Sarah Mundt, Isaak Quast, Laure-Anne Ligeon, Patrick Weber, Burkhard Becher, Christian Münz, and Jan D. Lünemann.
PNAS. December 11, 2017. DOI: 10.1073/pnas.1713664114

Fonte: Università di Zurigo

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