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Posts Tagged ‘patologia’

Come distruggere le difese protettive del tumore.

Posted by giorgiobertin su giugno 8, 2018

I ricercatori del Babraham Institute hanno dimostrato che alcuni tumori non usano uno, ma due livelli di protezione contro il sistema immunitario. Colpire un livello ha potenziato gli effetti protettivi del secondo e viceversa. La ricerca dimostra che un duplice approccio rivolto a entrambi i tipi di cellule contemporaneamente può offrire un percorso promettente per lo sviluppo di nuove immunoterapie per il cancro.

immunoterapia

Lo sviluppo e la crescita di un tumore canceroso si verificano spesso nonostante un sistema immunitario pienamente funzionante, in grado di riconoscere e uccidere le cellule tumorali. I tumori sequestrano alcune cellule del nostro sistema immunitario per creare un ambiente permissivo alla crescita e proteggere dagli elementi antitumorali. In particolare, i tumori reclutano alleati delle cellule immunitarie, cellule chiamate macrofagi associati al tumore (TAM – tumor-associated macrophages) e cellule T regolatorie (Foxp3+ regulatory T – Treg), per eludere l’attacco immunitario.

L’inibizione specifica del reclutamento di TAM si ottiene bloccando le azioni di una proteina chiamata fattore stimolante le colonie (CSF1), riducendo la crescita del tumore nei modelli murini.
Allo stesso modo, inibendo l’azione delle cellule Treg nei topi mediante l’inattivazione di un enzima chiave chiamato PI3K delta si protegge da una gamma di tumori. Un inibitore PI3K delta è approvato per il trattamento della leucemia linfocitica cronica (CLL) e del linfoma follicolare non-Hodgkin.

Nella ricerca del team americano è stato utilizzato un modello murino di cancro del colon-retto, e si è dimostrato che inibendo congiuntamente TAM e cellule Treg sostanzialmente si inibisce la crescita del tumore.
I risultati della ricerca suggeriscono nuovi obiettivi per le immunoterapie tumorali.

Leggi il full text dell’articolo:
Compensation between CSF1R+ macrophages and Foxp3+ Treg cells drives resistance to tumor immunotherapy.
Gyori, D., Lim, E.L., Grant, F., Spensberger, D., Roychoudhuri, R., Shuttleworth, S.J., Okkenhaug, K., Stephens, L.R., Hawkins, P.T.
JCI Insight. 2018;3(11):e120631  First published June 7, 2018 10.1172/jci.insight.120631

Fonte: Babraham Institute

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Globuli del sangue trasformati in neuroni funzionali.

Posted by giorgiobertin su giugno 5, 2018

Le cellule immunitarie umane nel sangue possono essere convertite direttamente in neuroni funzionali in laboratorio in circa tre settimane con l’aggiunta di solo quattro proteine, a scoprirlo i ricercatori della Stanford University School of Medicine.
La trasformazione non richiede alle cellule di entrare per la prima volta in uno stato chiamato pluripotenza, ma avviene invece attraverso un processo più diretto chiamato transdifferenziazione.

La conversione avviene con efficienza relativamente alta – generando fino a 50.000 neuroni da 1 millilitro di sangue – e può essere ottenuta con campioni di sangue freschi o precedentemente congelati e conservati, il che aumenta enormemente le opportunità per lo studio di disturbi neurologici come la schizofrenia e l’autismo.

transdifferenziazione

Nel nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” – PNAS, il prof. Marius Wernig e il suo team si sono concentrati su cellule immunitarie altamente specializzate chiamate cellule T che circolano nel sangue. Le cellule T ci proteggono dalle malattie riconoscendo e uccidendo cellule infette o cancerose. “È piuttosto scioccante quanto sia semplice convertire le cellule T in neuroni funzionali in pochi giorni” – afferma Wernig.

I neuroni umani risultanti non sono perfetti. Non hanno la capacità di formare sinapsi mature, o connessioni, l’una con l’altra. Ma sono in grado di svolgere le principali funzioni fondamentali dei neuroni, i ricercatori sono fiduciosi che saranno in grado di ottimizzare ulteriormente la tecnica in futuro. “Ora abbiamo un modo per studiare direttamente la funzione neuronale di, in linea di principio, centinaia di persone con schizofrenia e autismo” – conclude il prof. Wernig.

Leggi abstract dell’articolo:
Transdifferentiation of human adult peripheral blood T cells into neurons
Koji Tanabe, Cheen Euong Ang, Soham Chanda, Victor Hipolito Olmos, Daniel Haag, Douglas F. Levinson, Thomas C. Südhof, and Marius Wernig
PNAS June 4, 2018. 201720273; published ahead of print June 4, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1720273115

Fonte: Stanford University School of Medicine.

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Il microbioma intestinale controlla la funzione immunitaria antitumorale del fegato.

Posted by giorgiobertin su maggio 25, 2018

Gli scienziati del Center for Cancer Research (CCR) presso il National Cancer Institute (NCI)hanno trovato una connessione tra i batteri nell’intestino e le risposte immunitarie antitumorali nel fegato. I risultati pubblicati sulla rivista “Science” hanno implicazioni per la comprensione dei meccanismi che portano al cancro del fegato e agli approcci terapeutici per curarli.

Microbioma

Quello che abbiamo trovato usando diversi modelli tumorali è che se tratti topi con antibiotici e quindi esaurisci certi batteri, puoi cambiare la composizione delle cellule immunitarie del fegato, influenzando la crescita del tumore nel fegato“, ha detto il prof. Tim Greten, che ha guidato lo studio.

Il trattamento antibiotico ha aumentato il numero di un tipo di cellula immunitaria chiamata cellule NKT nel fegato dei topi. Ulteriori esperimenti hanno dimostrato che, in tutti i modelli murini, la riduzione della crescita del tumore epatico derivante dal trattamento antibiotico dipendeva da queste cellule NKT.  Nello specifico l’accumulo delle cellule NKT nel fegato derivava da un aumento nell’espressione di una proteina chiamata CXCL16 sulle cellule che rivestono l’interno dei capillari nel fegato.

E’ stato scoperto sempre dagli stessi ricercatori che gli acidi biliari controllano anche l’espressione della proteina CXCL16 nel fegato degli umani. Sebbene questi risultati siano preliminari, il nuovo meccanismo descritto in questo studio potrebbe potenzialmente essere applicato ai pazienti oncologici.

Leggi abstract dell’articolo:
Gut microbiome-mediated bile acid metabolism regulates liver cancer via NKT cells.
Ma C, Han M, Heinrich B, et al.
Science 25 May 2018: Vol. 360, Issue 6391, eaan5931 DOI: 10.1126/science.aan5931

Fonte: Center for Cancer Research (CCR)

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Nuovo biomarcatore per la diagnosi precoce del cancro del polmone.

Posted by giorgiobertin su maggio 8, 2018

Alti livelli di proteina associata al citoscheletro 4 (CKAP4) sono stati identificati nel sangue di pazienti con carcinoma polmonare. In un nuovo studio condotto dai ricercatori del Kitasato University School of Allied Health Sciences, Japan, pubblicato sulla rivista “The American Journal of Pathology“, è stato scoperto che i livelli di CKAP4 erano significativamente più alti nei pazienti con cancro del polmone rispetto ai soggetti sani.

biomarker-lung-cancer
Immunoblot analysis using anti-CKAP4 antibody with whole-cell lysates from A549, RERF-LC-AI, N231, and LCN1, and lung tissue samples. Credit: The American Journal of Pathology

Lo studio ha inoltre determinato che i livelli di CKAP4 sono già elevati nel sangue dei pazienti con malattia di stadio I, rendendolo un potenziale indicatore diagnostico non invasivo che potrebbe cambiare le pratiche correnti nella diagnosi e nel trattamento di alcuni tipi di cancro ai polmoni, incluso il polmone non a piccole cellule cancro e carcinoma a cellule squamose.

Gli attuali biomarcatori per il carcinoma polmonare non sono sufficientemente sensibili per rilevare precocemente i tumori, secondo i ricercatori. “I risultati dello studio forniscono la prova che la proteina CKAP4 può essere un nuovo marker di diagnosi precoce per il cancro del polmone.

Leggi abstract dell’articolo:
Cytoskeleton-Associated Protein 4 Is a Novel Serodiagnostic Marker for Lung Cancer
Kengo Yanagita, Ryo Nagashio, Shi-Xu Jiang, Yuki Kuchitsu, Kazuo Hachimura, Masaaki Ichinoe, Satoshi Igawa, Eriko Fukuda, Naoki Goshima, Yukitoshi Satoh, Yoshiki Murakumo, Makoto Saegusa, Yuichi Sato
The American Journal of Pathology Available online 8 May 2018 https://doi.org/10.1016/j.ajpath.2018.03.007

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Scoperto composto efficace contro le malattie autoimmuni.

Posted by giorgiobertin su aprile 20, 2018

I ricercatori del Department of Pathology and Immunology, Washington University School of Medicine, St. Louis, USA- guidati da Maxim Artyomov, hanno scoperto che un composto blocca un percorso infiammatorio che è coinvolto in molte altre malattie autoimmuni. In particolare gli scienziati hanno ora ricavato un composto dalle cellule immunitarie e l’hanno usato per trattare con successo la psoriasi nei topi.

La psoriasi è una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario non riconosce il proprio tessuto e inizia ad attaccarlo.

Psoriasis
A compound from the body’s own immune cells can treat psoriasis in mice and holds promise for other autoimmune diseases such as multiple sclerosis, according to a new study at Washington University School of Medicine in St. Louis. (GETTY IMAGES)

In precedenza era stato dimostrato che le cellule infiammatorie che rilevano la presenza di batteri producono un composto chiamato itaconato. ll composto riduce i livelli di una proteina chiave – nota come IkappaBzeta – nella via infiammatoria IL-17. Questo percorso è cruciale per combattere alcuni tipi di infezioni batteriche, ma è anche la via principale del corpo per iniziare la malattia autoimmune. Il nuovo prodotto utilizzato dai ricercatori negli esperimenti su topi con psoriasi è una forma modificata di itaconato: il dimetil-itaconato.
Come riportato dalla rivista “Nature“, gli animali con psoriasi alle orecchie trattati per una settimana con il dimetil-itaconato, rispetto al placebo sono tornati normali.

Ora sappiamo che i composti itaconati possono aiutare con le malattie autoimmuni, in particolare nella psoriasi e potenzialmente nella sclerosi multipla, e questa piccola molecola si sta rivelando molto potente.” afferma il prof. Maxim Artyomov.

Leggi abstract dell’articolo:
Electrophilic properties of itaconate and derivatives regulate the IκBζ–ATF3 inflammatory axis
Monika Bambouskova, Laurent Gorvel, […]Maxim N. Artyomov
Nature (2018) Published online:18 April 2018 doi:10.1038/s41586-018-0052-z

Fonte: Department of Pathology and Immunology, Washington University School of Medicine, St. Louis, USA

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Scoperto un nuovo gene per combattere l’invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su aprile 4, 2018

Un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi Tor Vergata di Roma in collaborazione con il Danish Cancer Society Research Center di Copenhagen hanno individuato un enzima «spazzino» che ripulisce le cellule dai radicali liberi frenando l’invecchiamento: si chiama GNSOR e col passare degli anni tende a scomparire, mentre negli ultracentenari, a sorpresa, è presente a livelli paragonabili a quelli di individui di giovane età.
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista PNAS.

GNSOR

L’invecchiamento viene spesso descritto con la “teoria dei radicali liberi dell’ossigeno”. Si tratterebbe di elementi tossici e altamente reattivi, prodotti durante la respirazione mitocondriale delle cellule. Tali “radicali liberi“, ma più in generale tutte le specie reattive dell’ossigeno (denominate ROS) sono in grado di danneggiare sia gli organelli che li producono – i mitocondri – sia compromettere la struttura e la funzione di tutte le componenti cellulari, tra cui anche il DNA. Secondo questa teoria, i ROS costituiscono la fonte primaria dei processi che portano al deterioramento cellulare, contribuendo con l’età all’invecchiamento dell’intero organismo. La ricerca ha rivelato il ruolo della proteina S-nitrosoglutatione reduttasi (GNSOR) nel processo. Tra i geni che si «disattivano» con l’avanzare degli anni c’è quello classificato come ADH5, responsabile della produzione di GNSOR.

Una ricerca condotta nel 2009 ha dimostrato che i topi nati senza l’enzima GNSOR sono in grado di resistere meglio a un attacco cardiaco, mantenendo una funzione quasi normale dei ventricoli del cuore e nel tessuto cardiaco

Questa scoperta porterebbero a sbocchi sanitari e farmacologici importanti sulla qualità della vita degli anziani, arrivando a rallentarne l’invecchiamento e a diminuire l’insorgenza di patologie come il cancro, che ha la vecchiaia come primo fattore di rischio.

Leggi abstract dell’articolo:
S-nitrosylation drives cell senescence and aging in mammals by controlling mitochondrial dynamics and mitophagy
Salvatore Rizza, Simone Cardaci, Costanza Montagna, Giuseppina Di Giacomo, Daniela De Zio, Matteo Bordi, Emiliano Maiani, Silvia Campello, Antonella Borreca, Annibale A. Puca, Jonathan S. Stamler, Francesco Cecconi and Giuseppe Filomeni
PNAS March 26, 2018. 201722452; published ahead of print March 26, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1722452115

Fonte: Università degli Studi Tor Vergata di Roma

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Molecular Medicine: nuova rivista open access.

Posted by giorgiobertin su aprile 3, 2018

Molecular Medicine è una rivista ad accesso aperto che pubblica recenti scoperte che chiariscono la patogenesi della malattia a livello molecolare o fisiologico, che può portare alla progettazione di strumenti specifici per la diagnosi, il trattamento o la prevenzione della malattia.

MM

Molecular Medicine è stata fondata nel 1994 e trasferita a BMC (BioMedCentral) dal Feinstein Institute Press nel 2017. Un archivio di tutti i contenuti precedentemente pubblicati in Molecular Medicine sarà presto disponibile sulla piattaforma open access BMC.

Accedi alla rivista: https://molmed.biomedcentral.com/

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Scoperto il tallone di Achille del cancro.

Posted by giorgiobertin su marzo 29, 2018

Un gruppo di ricerca guidato da Monica Bettencourt Dias , dell’Istituto Gulbenkian de Ciência – Oeiras, Portugal ha scoperto importanti caratteristiche delle cellule tumorali che possono aiutare i medici a combattere il cancro.

DIASNatCommun
Caption: Healthy cells (left image) display 4 centrioles, a normal number (in yellow). On the contrary, breast cancer cells (triple negative) have extra centrioles (here 16, right image).

I ricercatori hanno osservato che il numero e le dimensioni delle minuscole strutture che esistono all’interno delle cellule, chiamate centrioli, sono aumentate nei sottotipi più aggressivi del cancro. Questo studio è stato pubblicato su “Nature Communications“.

Circa 100 volte più piccoli della sezione trasversale di un capello, i centrioli sono stati definiti come il ​​’cervello‘ delle cellule, poiché svolgono ruoli cruciali nella moltiplicazione, nel movimento e nella comunicazione cellulare. Il loro numero e la loro dimensione sono sotto stretto controllo nelle cellule normali, ma dalla loro scoperta, più di un secolo fa, è stato ipotizzato che un aumento anormale del numero di queste strutture possa indurre il cancro.

I risultati rivelano che le cellule tumorali hanno spesso centrioli ‘extra‘ molto lunghi, che sono assenti nelle cellule normali. Un elemento che è risultato vero soprattutto nei tumori del seno aggressivi (come il triplo negativo) o nel cancro del colon.

Leggi abstract dell’articolo:
Over-elongation of centrioles in cancer promotes centriole amplification and chromosome missegregation
Gaëlle Marteil, Adan Guerrero, André F. Vieira, Bernardo P. de Almeida, Pedro Machado, Susana Mendonça, Marta Mesquita, Beth Villarreal, Irina Fonseca, Maria E. Francia, Katharina Dores, Nuno P. Martins, Swadhin C. Jana, Erin M. Tranfield, Nuno L. Barbosa-Morais, Joana Paredes, David Pellman, Susana A. Godinho & Mónica Bettencourt-Dias
Nature Communicationsvolume 9, Article number: 1258 (2018) Published online:28 March 2018 doi:10.1038/s41467-018-03641-x

Fonte: Istituto Gulbenkian de Ciência – Oeiras, Portugal

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I batteri intestinali provocano malattie autoimmuni.

Posted by giorgiobertin su marzo 9, 2018

Secondo un nuovo studio della Yale University, i batteri trovati nell’intestino tenue di topi e gli esseri umani possono viaggiare verso altri organi e innescare una risposta autoimmune. I ricercatori hanno anche scoperto che la reazione autoimmune può essere soppressa con un antibiotico o un vaccino progettato per colpire i batteri.

liver-fish
Orange dots represent the gut bacterium E. gallinarum in liver tissue.

I batteri intestinali sono stati collegati a una serie di malattie, tra cui le condizioni autoimmuni caratterizzate dall’attacco del sistema immunitario ai tessuti sani. Per far luce su questo collegamento, il gruppo di ricerca della Yale School of Medicine si è concentrato su Enterococcus gallinarum, un batterio scoperto che è in grado di “traslocare” spontaneamente dall’intestino ai linfonodi, al fegato e alla milza.

Il team di ricerca ha scoperto che potevano sopprimere l’autoimmunità nei topi con un antibiotico o un vaccino rivolto a E. gallinarum. Con entrambi gli approcci, i ricercatori sono stati in grado di sopprimere la crescita del batterio nei tessuti e smussarne gli effetti sul sistema immunitario.
Il vaccino contro E. gallinarum è stato un approccio specifico, in quanto le vaccinazioni contro altri batteri che abbiamo studiato non prevenivano la mortalità e l’autoimmunità“, hanno osservato i ricercatori. Il vaccino è stato somministrato tramite iniezione nel muscolo per evitare di prendere di mira altri batteri che risiedono nell’intestino.

Il trattamento con un antibiotico e altri approcci come la vaccinazione sono modi promettenti per migliorare la vita dei pazienti con malattia autoimmune“, ha detto il prof. Martin Kriegel.

Leggi abstract dell’articolo:
Translocation of a gut pathobiont drives autoimmunity in mice and humans
BY S. MANFREDO VIEIRA, M. HILTENSPERGER, V. KUMAR, D. ZEGARRA-RUIZ, C. DEHNER, N. KHAN, F. R. C. COSTA, E. TINIAKOU, T. GREILING, W. RUFF, A. BARBIERI, C. KRIEGEL, S. S. MEHTA, J. R. KNIGHT, D. JAIN, A. L. GOODMAN, M. A. KRIEGEL
Science 09 MAR 2018 Vol. 359, Issue 6380, pp. 1156-1161 DOI: 10.1126/science.aar7201

Fonte: Yale University

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I batteri svolgono un ruolo fondamentale nella guida dei tumori del colon.

Posted by giorgiobertin su febbraio 11, 2018

I pazienti con una forma ereditaria di cancro del colon ospitano due specie batteriche (Bacteroides fragilis ed Escherichia coli), una scoperta sorprendente poiché il colon contiene almeno 500 diversi tipi di batteri.) che collaborano per favorire lo sviluppo della malattia, e la stessa specie è stata trovata in persone che sviluppano una forma sporadica di cancro del colon, ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori del Bloomberg-Kimmel Institute for Cancer Immunotherapy, Johns Hopkins University, Baltimore, USA.

Queste nuove scoperte si basano su delle ricerche precedenti che hanno dimostrato come particolari ceppi di batteri possono invadere il muco del colon in almeno la metà del pazienti che ottengono il cancro al colon, ma che non hanno una predisposizione ereditaria per la malattia. A differenza della maggior parte dei batteri, che non riescono a superare lo strato protettivo del muco del colon, queste comunità di batteri che invadono il muco formano un biofilm appiccicoso proprio accanto alle cellule epiteliali che rivestono il colon, dove il cancro di solito ha origine. Queste comunità batteriche possono alla fine aiutare le cellule epiteliali a diventare cancerose.

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Bacteria play a critical role in the development of colon cancer, new research suggests. Credit: Elizabeth Cook

Un secondo studio sui topi pubblicato in concomitanza dagli stessi ricercatori mostra un possibile meccanismo che sta dietro ad uno specifico tipo di risposta immunitaria, promuovendo – invece di inibire – la formazione di tumori maligni. Insieme, queste scoperte potrebbero portare a nuovi modi per schermare più efficacemente e in definitiva prevenire il cancro del colon.

I risultati sono stati pubblicati online su: “Cell Host & Microbe” e “Science“.

Gli esperimenti condotti sugli animali riportati su “Cell Host & Microbe” dimostrano come la tossina di ETBF (ceppo di B. fragilis) induca lo sviluppo del cancro del colon. La tossina di ETBF stimola una cascata di eventi che promuovono l’infiammazione del colon che si alimenta agendo sulle cellule epiteliali del colon.

Scarica e leggi il documento in full text:
Patients with familial adenomatous polyposis harbor colonic biofilms containing tumorigenic bacteria
BY CHRISTINE M. DEJEA, PAYAM FATHI,………..CYNTHIA L. SEARS
SCIENCE 02 FEB 2018 : 592-597 DOI: 10.1126/science.aah3648

Bacteroides fragilis Toxin Coordinates a Pro-carcinogenic Inflammatory Cascade via Targeting of Colonic Epithelial Cells.
Liam Chung, Erik Thiele Orberg, Abby L. Geis, June L. Chan.. et al.
Cell Host & Microbe, 2018; DOI: 10.1016/j.chom.2018.01.007

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Una mutazione genetica innesca la malattia immunitaria.

Posted by giorgiobertin su gennaio 30, 2018

Gli scienziati del Cincinnati Children’s Hospital Medical Center – USA, hanno scoperto come una mutazione genetica influenzi la funzione delle cellule T per promuovere i disordini immunitari e quindi hanno testato un trattamento basato sulla scoperta, con successo, fissando cellule immunitarie donate da un ragazzo di 16 anni con un livello anormalmente basso di globuli bianchi chiamato linfopenia.

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La scoperta è incentrata su mutazione del gene Gimap5, che è importante per la formazione in buona salute e la funzione di T CD4 + cellule , uno dei super soldati del sistema immunitario contro le infezioni e le malattie.
La proteina associata al gene Gimap5 (GTPase of immunity-associated protein 5), è importante perché regola una proteina che inattiva un enzima chiamato GSK3, hanno detto i ricercatori. Se GSK3 non viene disattivato, provoca danni al DNA nelle cellule T che si stanno espandendo, causando la sopravvivenza e il corretto funzionamento delle cellule.

I nostri dati suggeriscono che gli inibitori della GSK3 miglioreranno la sopravvivenza e la funzione delle cellule T e potrebbero prevenire o correggere i disturbi immuno-correlati nelle persone con mutazioni di perdita di funzione Gimap5“, ha detto il prof. Kasper Hoebe.

Ricordiamo che gli inibitori GSK3 sono già utilizzati per il trattamento di altre malattie come l’Alzheimer, i disturbi dell’umore e il diabete mellito.

Leggi il full text dell’articolo:
Gimap5-dependent inactivation of GSK3β is required for CD4+ T cell homeostasis and prevention of immune pathology,
Andrew R. Patterson, Mehari Endale, Kristin Lampe, Halil I. Aksoylar, Aron Flagg, Jim R. Woodgett, David Hildeman, Michael B. Jordan, Harinder Singh, Zeynep Kucuk, Jack Bleesing & Kasper Hoebe
Nature Communications (2018) Published online:DOI: 10.1038/s41467-018-02897-7

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Virus immunostimolante potrebbe trattare i tumori cerebrali.

Posted by giorgiobertin su gennaio 7, 2018

Una sperimentazione di un potenziale nuovo trattamento per il cancro al cervello ha dimostrato che un virus iniettato direttamente nel sangue può raggiungere i tumori nel profondo del cervello e attivare il sistema di difesa del corpo per attaccarli.

Il processo ha coinvolto solo nove pazienti, ma gli scienziati hanno affermato che se i risultati potrebbero essere replicati in studi più ampi, il “reovirus” naturale potrebbe essere sviluppato in un’efficace immunoterapia per le persone con tumori cerebrali aggressivi.

Brain_cancer_stem_cell

Questa è la prima volta che viene dimostrato che un virus terapeutico è in grado di attraversare la barriera cervello-sangue“, ha detto Adel Samson, medico oncologo presso l’Institute of Cancer and Pathology dell’University of Leeds, che ha co-diretto il lavoro.
Abbiamo dimostrato non solo che un virus poteva essere trasmesso a un tumore in profondità nel cervello, ma che quando ha raggiunto il suo obiettivo “stimolava le difese immunitarie del corpo per attaccare il cancro“.

Nei nove pazienti, una volta che i tumori sono stati rimossi, i campioni sono stati prelevati e analizzati confermando che il virus era stato in grado di raggiungere il cancro, a volte in profondità nel cervello. In tutti i pazienti, c’erano prove che il virus aveva raggiunto il suo obiettivo.

I ricercatori hanno anche scoperto che la presenza di reovirus stimolava il sistema immunitario del corpo, i globuli bianchi o le cellule T “assassine” che venivano attratte dal sito del tumore per attaccare il cancro.

Gli autori dello studio ritengono che la terapia con reovirus possa essere utilizzata in combinazione con altre terapie antitumorali per renderle più potenti – e attualmente è in corso una sperimentazione clinica.
La ricerca, pubblicata sulla rivista “Science Translational Medicine“, ha dimostrato che il virus poteva essere somministrato attraverso una flebo endovenosa monodose.

Leggi abstract dell’articolo:
Intravenous delivery of oncolytic reovirus to brain tumor patients immunologically primes for subsequent checkpoint blockade
BY ADEL SAMSON, KAREN J. SCOTT, DAVID TAGGART, EMMA J. WEST, ERICA WILSON, GERARD J. …… ALAN A. MELCHER
Science Translational Medicine 03 Jan 2018: Vol. 10, Issue 422, eaam7577 DOI: 10.1126/scitranslmed.aam7577

Fonte: Institute of Cancer and Pathology dell’University of Leeds

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Un farmaco in commercio contro il cancro al seno aggressivo.

Posted by giorgiobertin su dicembre 20, 2017

Il carcinoma mammario triplo negativo, che è una forma particolarmente aggressiva della malattia, ha spesso risultati molto scarsi a seguito delle terapie attualmente utilizzate. Ciò è in parte dovuto alla resistenza delle cellule tumorali simili a staminali, che promuovono la formazione di nuovi tumori.

Ora, i ricercatori del Case Comprehensive Cancer Center della Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio, hanno rivelato che le cellule del cancro al seno triple negative possono rispondere a una terapia esistente usata per trattare altre malattie, inclusa la sclerosi multipla (SM), chiamata interferone-β .

interferon-beta

Nel lavoro pubblicato sulla rivista ” PNAS, Proceedings of the National Academy of Sciences, i ricercatori hanno dimostrato che le cellule del carcinoma mammario triplo negativo sono altamente vulnerabili all’interferone β, un potente antimicrobico che attiva anche il sistema immunitario. Il nuovo studio dimostra che l’interferone-β altera la capacità delle cellule del cancro al seno di migrare e formare tumori.

Lo studio ha dimostrato che l’interferone-β si rivolge direttamente alle cellule staminali tumorali. Negli esperimenti di laboratorio, i trattamenti regolari di interferone-β hanno impedito alle cellule staminali del cancro al seno triplo negativo di migrare – il primo passo nella metastasi. I ricercatori hanno convalidato i loro risultati utilizzando un database di tessuti del cancro al seno.

Seguendo questi risultati promettenti, il team del prof. Doherty sta esaminando più da vicino il ruolo svolto dall’interferone-β nella regolazione immunitaria, mirando al suo potenziale nell’aumentare la risposta immunitaria del corpo contro il cancro. Stanno anche sperando di iniziare studi clinici per una possibile terapia con interferone-beta ed esplorare i suoi effetti da solo o come via complementare alla chemioterapia.

Una sfida che gli scienziati dovranno affrontare sarà quella di trovare un modo efficace per fornire l’interferone-β.

I nostri studi futuri esamineranno metodi migliorati di consegna di interferone-β al sito del tumore che incorpora la tecnologia delle nanoparticelle“, spiega Doherty.

Leggi abstract dell’articolo:
Interferon-beta represses cancer stem cell properties in triple-negative breast cancer.
Doherty MR, Cheon H, Junk DJ, Vinayak S, Varadan V, Telli ML, Ford JM, Stark GR, Jackson MW.
Proc Natl Acad Sci U S A. 2017 Dec 11. pii: 201713728. doi: 10.1073/pnas.1713728114.

Fonte: Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio

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Creato muscolo scheletrico da cellule staminali.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2017

Gli scienziati dell’Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research at UCLA, hanno sviluppato una nuova strategia per isolare, maturare e trapiantare efficientemente le cellule muscolari scheletriche create da cellule staminali pluripotenti umane (Human pluripotent stem cells (hPSCs)), che possono produrre tutti i tipi di cellule del corpo.
I risultati pubblicati sulla rivista “Nature Cell Biology a cura del team del prof. April Pyle, sono un passo importante verso lo sviluppo di una terapia sostitutiva delle cellule staminali per le patologie muscolari inclusa la distrofia muscolare di Duchenne, malattia genetica infantile mortale più comune.

ERBB3-NGFR
Skeletal muscle cells isolated using the ERBB3 and NGFR surface markers (right) restore human dystrophin (green) after transplantation significantly greater than previous methods (left). Credit UCLA

Utilizzando il processo naturale di sviluppo umano come guida, i ricercatori hanno sviluppato metodi per maturare le cellule muscolari in laboratorio per creare fibre muscolari che ripristinano la distrofina, la proteina che manca nei muscoli dei ragazzi con Duchenne. Senza distrofina, i muscoli degenerano e diventano progressivamente più deboli. I sintomi di Duchenne di solito iniziano nella prima infanzia; i pazienti perdono gradualmente mobilità e tipicamente muoiono a causa di insufficienza cardiaca o respiratoria intorno ai 20 anni. Attualmente non esiste alcun modo per invertire o curare la malattia.

Dopo attente analisi delle cellule muscolari fetali sono stati scoperti due nuovi marcatori di superficie cellulare denominati ERBB3 e NGFR; questo ha permesso ai ricercatori di isolare con precisione le cellule muscolari dal tessuto umano e separarle da vari tipi di cellule create utilizzando cellule staminali pluripotenti umane.
In particolare le cellule dei pazienti di Duchenne sono state riprogrammate per diventare cellule staminali pluripotenti. Quindi è stata rimossa la mutazione genetica che causa Duchenne utilizzando la tecnologia di modifica dei geni CRISPR-Cas9. Usando i marcatori di superficie ERBB3 e NGFR, le cellule del muscolo scheletrico sono state isolate e poi iniettate nei topi nello stesso momento in cui è stato somministrato un inibitore del TGF Beta. I risultati sono molto entusiasmanti.

Leggi abstract dell’articolo:
ERBB3 and NGFR mark a distinct skeletal muscle progenitor cell in human development and hPSCs
Michael R. Hicks, Julia Hiserodt, Katrina Paras, Wakana Fujiwara, Ascia Eskin, Majib Jan, Haibin Xi, Courtney S. Young, Denis Evseenko, Stanley F. Nelson, Melissa J. Spencer, Ben Van Handel & April D. Pyle
Nature Cell Biology (2017) Published online: 18 December 2017 doi:10.1038/s41556-017-0010-2

Fonte: Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research at UCLA

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Create proteine che combattono i batteri patogeni.

Posted by giorgiobertin su dicembre 17, 2017

Poiché aumenta la resistenza agli antibiotici esistenti, sono necessari nuovi approcci alle infezioni batteriche gravi. Ora i ricercatori della Lund University in Svezia, insieme ai colleghi della University of Massachusetts Medical School negli Stati Uniti, hanno studiato una di queste alternative.

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In precedenza i ricercatori avevano dimostrato che una proteina appositamente progettata, sviluppata e brevettata e nota come proteina di fusione, può essere utilizzata efficacemente come trattamento nei topi affetti da batteri Gram-negativi, che possono causare la gonorrea, meningite e infezioni respiratorie.
Ora siamo stati in grado di dimostrare che una proteina creata su misura, che in precedenza ha funzionato contro vari tipi di batteri Gram-negativi ha anche avuto risultati promettenti nei modelli murini contro un patogeno Gram-positivo“, afferma il professore David Ermert.

La proteina di fusione nello studio pubblicato sulla rivista “Journal of Immunology“, funziona anche contro i batteri Gram-positivi, in particolare gli streptococchi di gruppo A. Negli esperimenti i ricercatori hanno aggiunto streptococchi di gruppo A – che possono causare qualsiasi cosa, dalla tonsillite comune alla sepsi potenzialmente letale – ai campioni di sangue umano. Hanno poi analizzato cosa è successo quando hanno aggiunto la proteina di fusione al sangue infetto.

Siamo stati quindi in grado di osservare che la proteina di fusione ha ridotto drasticamente la quantità di batteri nel sangue. La proteina rimuove il fattore H dalla superficie dei batteri e attiva il sistema immunitario in modo che uccida i batteri. Abbiamo anche studiato come la proteina ha funzionato nell’infezione da sepsi acuta nei topi e siamo stati in grado di dimostrare una riduzione della mortalità“, afferma David Ermert.

Il prossimo passo sarà vedere se la proteina di fusione funziona contro quei batteri resistenti, che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) costituiscono la più grande minaccia per l’umanità.

Leggi abstract dell’articolo:
Factor H–IgG Chimeric Proteins as a Therapeutic Approach against the Gram-Positive Bacterial Pathogen Streptococcus pyogenes
Anna M. Blom, Michal Magda, Lisa Kohl, Jutamas Shaughnessy, John D. Lambris, Sanjay Ram and David Ermert
J Immunol December 1, 2017, 199 (11) 3828-3839; DOI: https://doi.org/10.4049/jimmunol.1700426

Fonte: Lund University

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Scoperto un gene con un ruolo chiave nello sviluppo del cancro.

Posted by giorgiobertin su dicembre 15, 2017

I ricercatori del Comprehensive Cancer Center dell’Università del Michigan hanno scoperto un nuovo gene che hanno battezzato THOR (dio norvegese del tuono) mentre studiavano delle regioni inesplorate del genoma umano. Questo nuovo gene, caratterizzato da un RNA non codificante a catena lunga (long noncoding RNA (lncRNA)) è espresso negli umani, nei topi e zebrafish. È insolito che questo tipo di RNA venga conservato in tutte le specie.
I ricercatori hanno scoperto che questo particolare lncRNA gioca un ruolo nello sviluppo del cancro, e che silenziare questo gene può fermare la crescita dei tumori.

Thor

Oltre a trovare l’espressione di THOR nel normale tessuto del testicolo, i ricercatori hanno anche scoperto che era altamente espresso in alcuni sottogruppi di tumori, in particolare il cancro del polmone e il melanoma. Abbattendo THOR nelle linee cellulari che lo esprimevano, la crescita tumorale è stata rallentata. Se THOR veniva sovraespresso le cellule tumorali crescevano molto più velocemente. Quando THOR è stato eliminato dalle cellule normali, le cellule hanno continuato a svilupparsi normalmente, suggerendo che ha un impatto solo sulle cellule tumorali.

I ricercatori hanno anche scoperto che le proteine ​​colpite da THOR chiamate IGFBP sono coinvolte nella stabilizzazione degli RNA. Abbattere THOR ha inibito l’attività dell’IGFBP. “Se perturbiamo la funzione THOR, disturbiamo la capacità di stabilizzare l’RNA, che inibisce la proliferazione cellulare“, afferma il prof. Arul M. Chinnaiyan.

THOR potrebbe essere un buon bersaglio per lo sviluppo di farmaci perché bloccarlo non ha impatto sulle cellule normali. Ciò probabilmente significherebbe meno effetti collaterali tossici. In studi futuri, i ricercatori studieranno come creare un composto che si lega con THOR in una sequenza complementare progettata per abbatterlo.

Leggi abstract dell’articolo:
Oncogenic Role of THOR , a Conserved Cancer/Testis Long Non-coding RNA.
Yasuyuki Hosono, Yashar S. Niknafs, John R. Prensner, Matthew K. Iyer, Saravana M. Dhanasekaran, Rohit Mehra, Sethuramasundaram Pitchiaya, Jean Tien, June Escara-Wilke, Anton Poliakov, Shih-Chun Chu, Sahal Saleh, Keerthana Sankar, Fengyun Su, Shuling Guo, Yuanyuan Qiao, Susan M. Freier, Huynh-Hoa Bui, Xuhong Cao, Rohit Malik, Timothy M. Johnson, David G. Beer, Felix Y. Feng, Weibin Zhou, Arul M. Chinnaiyan.
Cell, 2017; 171 (7): 1559 DOI: 10.1016/j.cell.2017.11.040

Fonte: Comprehensive Cancer Center University of Michigan

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Il processo di auto-digestione cellulare scatena la malattia autoimmune.

Posted by giorgiobertin su dicembre 14, 2017

L’autofagia si riferisce ad un fondamentale processo di riciclaggio delle cellule che avviene nel lievito, nei funghi, nelle piante, così come negli animali e negli esseri umani. Questo processo consente alle cellule di degradare i propri componenti e quindi attivare risorse energetiche per essere in grado di adattarsi ai bisogni nutrizionali. Inoltre, l’autofagia svolge un ruolo centrale nella guida della risposta immunitaria di un organismo. Le malattie autoimmuni derivano da una risposta immunitaria anormale a una parte del corpo normale come il sistema nervoso centrale nei pazienti con sclerosi multipla. E’ stato dimostrato che nessuna reazione autoimmune si presenta senza le proteine ​​autofagiche.

Sclerosi-mulitpla

Un team di ricercatori dell’Institute of Experimental Immunology presso l’University of Zurich ha dimostrato che la proteina autofagica ATG5 ha una funzione essenziale quando gli antigeni della mielina vengono presentati alle cellule immunitarie durante i processi infiammatori nel sistema nervoso centrale. “Questo processo di riattivazione si pensa svolga un ruolo decisivo nello sviluppo della neuroinfiammazione autoimmune“, afferma il prof. Christian Keller.

Negli esperimenti dopo aver geneticamente spento la proteina ATG5 dell’autofagia in alcune cellule immunitarie, i ricercatori hanno osservato livelli significativamente inferiori di cellule T patologiche nel sistema nervoso centrale dei topi. Di conseguenza, gli animali non sono riusciti a sviluppare un’infiammazione nel cervello e nel midollo spinale paragonabile a quella della sclerosi multipla.

“A lungo termine, vogliamo vedere se queste nuove scoperte immunopatologiche possono essere utilizzate per sviluppare nuovi trattamenti per la sclerosi multipla“, dice il prof. Jan Lünemann.

Leggi abstract dell’articolo:
ATG-dependent phagocytosis in dendritic cells drives myelin-specific CD4+ T cell pathogenicity during CNS inflammation.
Christian W. Keller, Christina Sina, Monika B. Kotur, Giulia Ramelli, Sarah Mundt, Isaak Quast, Laure-Anne Ligeon, Patrick Weber, Burkhard Becher, Christian Münz, and Jan D. Lünemann.
PNAS. December 11, 2017. DOI: 10.1073/pnas.1713664114

Fonte: Università di Zurigo

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Nuovo approccio blocca la crescita del tumore.

Posted by giorgiobertin su dicembre 1, 2017

Il paradosso della crescita del tumore è quello che uccidere le cellule tumorali a volte può causare la diffusione di più cellule tumorali. Questo si verifica perché i detriti cellulari lasciati dalla morte delle cellule tumorali scatenano una risposta infiammatoria da parte del nostro sistema immunitario (citochine pro-tumorigeniche pro-infiammatorie), che a sua volta stimola la produzione di più cellule cancerose.
Un nuovo studio condotto da un team internazionali di ricercatori coordinati dal Brigham and Women’s Hospital e dalla Harvard Medical School ha scoperto che i resolvins – composti naturalmente secreti dal nostro corpo per fermare la risposta infiammatoria – possono impedire ai tumori di crescere quando tale crescita è indotta dai rifiuti cellulari.

Resolvins

Negli esperimenti, dei detriti cellulari provenienti da trattamenti citotossici con farmaci sono stati iniettati nei topi. I roditori contenevano già alcune cellule tumorali, ma queste non erano sufficienti a promuovere la crescita del tumore da sole. L’iniezione dei detriti cellulari ha stimolato la diffusione delle cellule tumorali e aumentato la loro capacità di far crescere i tumori. La crescita tumorale indotta da detriti è stata vista sia in vivo che nelle cellule in coltura.
I detriti sono interpretati dal tessuto come segnale di lesioni e il sistema immunitario stimola guarigione e la rigenerazione.

I nostri studi“, spiega il prof. Sui Huang, “insieme ad altri, mostrano che la terapia tradizionale del cancro può essere una” lama a doppio taglio “, in cui lo stesso trattamento usato per curare il cancro sta anche aiutandolo a sopravvivere e crescere“. “E’ questa la principale ragione del fallimento delle terapie antitumorali“.

Il trattamento con resolvin ha fermato la crescita tumorale indotta da detriti ed ha bloccato la diffusione delle cellule tumorali. Inoltre, i resolvins hanno potenziato l’attività di vari farmaci anti-cancro, rendendoli più efficaci nella loro lotta contro i tumori. I resolvins sono “un prodotto naturale del tessuto che funge da segnale di arresto per il termine del processo infiammatorio“, hanno detto gli autori.

Questi composti chimici sono stati, infatti, scoperti in uno studio condotto da uno degli autori dello studio il prof. Charles N. Serhan alcuni anni fa. Gli autori rilevano che i resolvin sono già stati testati clinicamente per le loro proprietà terapeutiche anche in altre malattie.

Il prof. Sui Huang afferma: “Mirare ai percorsi resolvin fornisce un approccio completamente nuovo, non tossico e non immunosoppressivo alla terapia del cancro“.

Leggi abstract dell’articolo:
Resolvins mediate clearance of tumor cell debris
Megan L. Sulcine, Charles N. Serhan,…..Mark W. Kieran, Sui Huang, Dipak Panigrahy
Journal of Experimental Medicine DOI: 10.1084/jem.20170681 | Published November 30, 2017

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I batteri intestinali possono influenzare la risposta alle terapie sul cancro.

Posted by giorgiobertin su novembre 3, 2017

Uno studio condotto dai ricercatori dell’University of Texas MD Anderson Cancer Center in collaborazione con l’Università di Rochester Medical Center e il Wilmot Cancer Institute ha scoperto che i pazienti con melanoma avanzato o cancro della pelle che avevano un batterio specifico nel loro intestino avevano una risposta più favorevole al trattamento del cancro con l’immunoterapia.

Un microbioma intestinale con molti batteri buoni, è stato associato a risultati migliori tra i 112 pazienti con melanoma metastatico che sono stati osservati per sei mesi durante la terapia anti-PD1. (I farmaci anti-PD1 sono noti per essere utilizzati per controllare il tumore cutaneo metastatico). Il farmaco funziona aumentando le difese immunitarie naturali del corpo contro le cellule tumorali – in particolare blocca la proteina PD1 sulle cellule T, che funge da freno al sistema immunitario.

microbioma

I risultati dello studio – pubblicato sulla rivista “Science” – sono emozionanti perché sono stati in grado di correlare, a un microbiota specifico, la capacità del sistema immunitario del paziente di combattere il cancro” afferma il prof. Peter Prieto. “Questo porterà a nuove strategie, come la sperimentazione di probiotici potenziali negli studi clinici per aumentare la risposta dei trattamenti standard contro il melanoma“.
L’analisi dei campioni dei microbiomi fecali dei pazienti ha dimostrato una significativamente differenza e una relativa abbondanza di batteri del genere Faecalibacterium (della famiglia Ruminococcaceae e l’ordine di Clostridiales) nei pazienti rispondenti alle terapie anti-PD1.

Ulteriori analisi hanno dimostrato che i pazienti rispondenti con alti livelli di Clostridiales/Ruminococcaceae, avevano una maggiore penetrazione delle cellule T nei tumori e livelli superiori di cellule T circolanti che uccidono le cellule tumorali.

E’ possibile cambiare il proprio microbioma, non è poi così difficile; quindi pensiamo che questi risultati aprano enormi nuove opportunità“. “I nostri studi sui pazienti e le successive ricerche sugli animali ci permettono di dire che i nostri microbiomi intestinali modulano sia l’immunità sistemica che anti-tumorale” – conclude la prof.ssa Jennifer Wargo uno degli autori.

Leggi abstract dell’articolo:
Gut microbiome modulates response to anti–PD-1 immunotherapy in melanoma patients
V. Gopalakrishnan, C. N. Spencer, L. Nezi, A. Reuben, M. C. Andrews, T. V. Karpinets, P. A. Prieto, D. Vicente, K. Hoffman, S. C. Wei, A. P. Cogdill,…et al.
Science 02 Nov 2017: eaan4236 DOI: 10.1126/science.aan4236

Fonti: University of Texas MD Anderson Cancer Center – Università di Rochester Medical Center

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Identificata la proteina chiave nella retinopatia diabetica.

Posted by giorgiobertin su ottobre 24, 2017

I ricercatori della University of Utah Health hanno identificato una proteina (ARF6) che, quando inibita, riduce la retinopatia diabetica, una condizione che si traduce quando i vasi sanguigni sul retro dell’occhio perdono fluido negli occhi, compromettendo la visione.
Questi risultati pubblicati sulla rivista “Journal of Clinical Investigation“, offrono l’opportunità di sviluppare nuovi trattamenti per questo disturbo dell’occhio.

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Image of left retina with spots from hemorrhages and scar tissue from diabetic retinopathy. Credit: M. Elizabeth Hartnett

Quello che è interessante in questo studio è che siamo riusciti ad identificare un composto (NAV-2729) che inibisce l’ARF6, cruciale per lo sviluppo della retinopatia diabetica“, ha spiegato il professore Weiquan Zhu, primo autore dello studio.
La retinopatia diabetica può svilupparsi nel corso del tempo, portando a una perdita drammatica della vista che non può essere migliorata con gli occhiali. “Nuovi trattamenti sono necessari, perché la retinopatia diabetica è in aumento in tutto il mondo e si prevede possa aumentare ulteriormente nei prossimi decenni” afferma il prof. Weiquan.

Pensiamo che questi risultati siano importanti perché identificano il meccanismo con il quale ARF6 controlla il segnale del recettore VEGF (fattore di crescita endoteliale – (VEGF)) e quindi può avere implicazioni molto più ampie” – conclude il prof. Weiquan.

Il team dei ricercatori prevede di continuare a esplorare il ruolo di ARF6 anche in altre malattie infiammatorie.

Leggi abstract dell’articolo:
Small GTPase ARF6 controls VEGFR2 trafficking and signaling in diabetic retinopathy
Weiquan Zhu, Dallas S. Shi, Jacob M. Winter, Bianca E. Rich, Zongzhong Tong, Lise K. Sorensen, Helong Zhao, Yi Huang, Zhengfu Tai, Tara M. Mleynek, Jae Hyuk Yoo, Christine Dunn, Jing Ling, Jake A. Bergquist, Jackson R. Richards, Amanda Jiang, Lisa A. Lesniewski, M. Elizabeth Hartnett, Diane M. Ward, Alan L. Mueller, Kirill Ostanin, Kirk R. Thomas, Shannon J. Odelberg, Dean Y. Li
J Clin Invest. Published October 23, 2017 doi:10.1172/JCI91770.

Fonte: University of Utah Health

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Nuovo possibile trattamento per la malattia di Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su ottobre 19, 2017

Gli scienziati del Massachusetts General Hospital (MGH), in collaborazione con i colleghi della University California, San Diego (UCSD), hanno caratterizzato una nuova classe di farmaci come potenziali terapeutici per la malattia di Alzheimer. Il loro studio – sono stati utilizzati modelli animali e cellulari correlati alla malattia – mostra che il trattamento con un composto rappresentativo di questa classe di modulatori di gamma-secretasi SGSM-36, conduce ad una riduzione e ad un blocco nella produzione di forme tossiche di beta-amiloide.
Lo studio è stato pubblicato online sulla rivista “EBioMedicine“.

EBiomedicine

Il nostro studio esplora il meccanismo attraverso il quale i modulatori di gamma-secretasi riducono i livelli di beta-amiloide beta 42, il principale artefice patologico della malattia di Alzheimer“, afferma il professore Can (Martin) Zhang. “Questi risultati saranno utili per lo sviluppo di molecole che possono essere efficaci per il trattamento e la prevenzione della malattia di Alzheimer“.

Nello studi in corso, i ricercatori hanno dimostrato che tre giorni di trattamento con il composto SGSM-36 hanno ridotto i livelli di beta-amiloide beta 42 nel cervello e nel plasma di un modello di topo validato per l’Alzheimer. Il team ha utilizzato la microscopia di imaging a fluorescenza per esaminare la molecola, identificando il sito dove agisce SGSM-36.

Nei nostri studi futuri, testeremo SGSM-36 contro molecole analoghe che possono avere potenza uguale o superiore nella riduzione dell’amiloide beta 42 e approfondiremo i suoi meccanismi molecolari nei modelli animali, con l’obiettivo finale di sperimentare il suo potenziale nelle sperimentazioni cliniche“. Conclude il professore Zhang.

Scarica e leggi il documento in full text:
Soluble Gamma-secretase Modulators Attenuate Alzheimer’s β-amyloid Pathology and Induce Conformational Changes in Presenilin 1
Frank Raven, Joseph F. Ward, Katarzyna M. Zoltowska, Yu Wan, Can Zhang
EBioMedicine Available online 4 September 2017 https://doi.org/10.1016/j.ebiom.2017.08.028

Fonte: Massachusetts General Hospital (MGH) – 10/18/2017

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Identificata una mutazione genetica che provoca il cancro al fegato.

Posted by giorgiobertin su ottobre 13, 2017

I ricercatori dell’University of Copenaghen hanno scoperto che la fusione di due geni (DNAJB1–PRKACA) porta allo sviluppo del cancro al fegato chiamato Carcinoma epatocellulare fibrolamellare (Fibrolamellar hepatocellular carcinoma (FL-HCC)).

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I ricercatori hanno utilizzato la tecnologia rivoluzionaria CRISPR/Cas9 che consente di “modificare” il materiale genetico. Hanno prodotto reagenti CRISPR/Cas9, che provocano esattamente la fusione desiderata dei due geni. Gli esperimenti sono stati condotti sui topi.

Siamo ora in grado di documentare che questa mutazione è la causa di questa forma di cancro. Sospettavamo la mutazione, ma è la prima volta che dimostriamo che è causa della malattia. Questo permette di avere un obiettivo per un futuro trattamento“, afferma l’autore dello studio, il professore Morten Frödin del Biotech Research & Innovation Centre, BRIC.

I risultati sono pubblicati sulla rivista “Gastroenterology“.

I ricercatori hanno anche una strategia chiara su come realizzare e utilizzare un farmaco per questa mutazione genetica. Hanno già iniziato a collaborare con una grande azienda farmaceutica.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
CRISPR/Cas9 Engineering of Adult Mouse Liver Demonstrates That the Dnajb1–Prkaca Gene Fusion is Sufficient to Induce Tumors Resembling Fibrolamellar Hepatocellular Carcinoma
Lars H. Engelholm, Anjum Riaz, Denise Serra, Frederik Dagnæs-Hansen, Jens V. Johansen, Eric Santoni-Rugiu, Steen H. Hansen, Francesco Niola, and others
Gastroenterology Published online: September 15, 2017 DOI: http://dx.doi.org/10.1053/j.gastro.2017.09.008

Fonte: University of Copenaghen

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Nuova ricerca per combattere il cancro al pancreas.

Posted by giorgiobertin su ottobre 7, 2017

Un team di ricercatori del Data Center presso la Columbia University coordinati dal prof. Danino, ha dimostrato che i batteri nei tumori del pancreas degradano un farmaco usato come chemioterapico per curare i pazienti che hanno il cancro al pancreas, la Gemcitabina.

Tal_Danino Prof. Tal Danino

I risultati dello studio sono stati pubblicati nella rivista “Science“. Lo studio può portare a sperimentazioni cliniche negli esseri umani. E se si trovano antibiotici per uccidere i batteri nei pazienti pancreatici, la chemioterapia può diventare più efficace, dando a questi pazienti più speranza e più vita.

La comprensione della microbiologia tumorale ci aiuterà a migliorare i nostri trattamenti chemioterapici esistenti per i pazienti affetti da tumore“, afferma Danino.

Leggi abstract dell’articolo:
Potential role of intratumor bacteria in mediating tumor resistance to the chemotherapeutic drug gemcitabine
BY LEORE T. GELLER, MICHAL BARZILY-ROKNI, TAL DANINO,…….TODD R. GOLUB, RAVID STRAUSSMAN
Science 15 SEP 2017 : 1156-1160

Fonte:  Data Center – Columbia University

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Un test rivela i batteri antibiotico resistenti.

Posted by giorgiobertin su ottobre 5, 2017

A causa di un uso eccessivo e di un uso improprio, gli antibiotici stanno perdendo la loro efficacia. Molte specie di batteri si sono evolute creando una resistenza agli antibiotici comunemente usati e ai multifarmaci. Un grosso problema del nostro tempo che affligge ospedali e centri di cura. Il mese scorso, l’Organizzazione mondiale della sanità ha emesso un avviso terribile: il mondo sta esaurendo gli antibiotici.

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A visualization of how the antibiotic resistance test works. Credit: Caltech

Un nuovo test sviluppato presso il Caltech (California Institute of Technology) che identifica batteri resistenti agli antibiotici in ben 30 minuti, potrebbe aiutare i medici professionisti nella scelta di quali antibiotici utilizzare per trattare per esempio un’infezione. La nuova procedura  è stata pubblicata su “Science Translational Medicine“.

Il test si basa sul principio che i batteri tipici replicano il loro DNA (in preparazione per la divisione cellulare) meno bene in una soluzione antibiotica, con conseguente presenza di meno marcatori del DNA. Tuttavia, se i batteri sono resistenti all’antibiotico, la loro replicazione del DNA non è ostacolata e il test rivelerà i numeri di marcatori del DNA sia nelle soluzioni trattate che non trattate.

Il test è stato sperimentato su 54 campioni di urina di pazienti affetti da infezioni delle vie urinarie (urinary tract infections – UTIs) causate da batteri Escherischia coli, i risultati delle prove avevano una corrispondenza del 95 per cento rispetto a quelli ottenuti utilizzando il test standard di due giorni, che è considerato il gold standard per l’accuratezza.

Leggi abstract dell’articolo:
Rapid pathogen-specific phenotypic antibiotic susceptibility testing using digital LAMP quantification in clinical samples
N.G. Schoepp el al.
Science Translational Medicine 04 Oct 2017: Vol. 9, Issue 410, eaal3693. http://stm.sciencemag.org/content/9/410/eaal3693

Fonte: Caltech (California Institute of Technology)

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NIH: Disponibile online il più grande set di dati di scansioni del torace.

Posted by giorgiobertin su settembre 27, 2017

L’NIH Clinical Center ha reso disponibile gratuitamente alla comunità scientifica mondiale un set di dati di scansioni è di oltre 30.000 pazienti, tra cui molti con malattia polmonare avanzata. Si tratta di oltre 100.000 immagini di radiografie a raggi X. Con la massima privacy dei pazienti, il set di dati è stato rigorosamente sottoposto a screening per rimuovere tutte le informazioni personali identificabili prima del rilascio.

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La lettura e la diagnosi delle immagini radiografiche del torace possono essere relativamente semplici per i radiologi, richiedono una attenta analisi e osservazione, un ragionamento complesso oltre che una conoscenza dei principi anatomici, della fisiologia e della patologia.

L’NIH Clinical Center integrerà mensilmente il database con ulteriori immagini di scansioni complesse come CT e MRI.

Le immagini sono disponibili via Box: https://nihcc.app.box.com/v/ChestXray-NIHCC

ChestX-ray8: Hospital-scale Chest X-ray Database and Benchmarks on Weakly-Supervised Classification and Localization of Common Thorax Diseases.
Wang X, Peng Y, Lu L, Lu Z, Bagheri M, Summers RM
IEEE CVPR 2017,

Fonte: NIH Clinical Center

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