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Posts Tagged ‘geriatria’

Identificato un modo per arrestare la degenerazione maculare senile.

Posted by giorgiobertin su gennaio 24, 2020

La nuova scoperta collega in modo sorprendente le forme “asciutte” e “umide” della degenerazione maculare legata all’età (AMD). Il team del prof. Gelfand del Center for Advanced Vision Science si è concentrato principalmente sulla forma secca più comune e attualmente non trattabile. Ma dopo aver fatto una scoperta sull’AMD secca, ha potuto constatare che la scoperta era vera anche per l’AMD umida.

wetform

In particolare è stato scoperto che l’assenza di un particolare enzima potrebbe guidare entrambe le forme di AMD. L’enzima, chiamato Dicer, si perde con l’età e quella perdita porta a una crescita eccessiva dei vasi sanguigni nella retina provocando parecchi danni.
Gelfand e il suo team è stato in grado di ripristinare l’enzima nei topi adattando una forma di terapia genica già utilizzata per trattare altre malattie degli occhi nelle persone. Il suo lavoro suggerisce che un approccio simile potrebbe trattare entrambe le forme di AMD, ma saranno necessari molti più test per determinare la sicurezza e l’efficacia di un potenziale trattamento. In caso di successo, tuttavia, sarebbe il primo trattamento per l’AMD secca e potrebbe migliorare significativamente il trattamento dell’AMD umida.

La ricerca condotta all’University of Virginia School of Medicine è stata supportata dal National Institutes of Health.

Leggi il full text dell’articolo:
Chronic Dicer1 deficiency promotes atrophic and neovascular outer retinal pathologies in mice
Charles B. Wright, Hironori Uehara, Younghee Kim, Tetsuhiro Yasuma, Reo Yasuma, Shuichiro Hirahara, Ryan D. Makin, Ivana Apicella, Felipe Pereira, Yosuke Nagasaka, Siddharth Narendran, Shinichi Fukuda, Romulo Albuquerque, Benjamin J. Fowler, Ana Bastos-Carvalho, Philippe Georgel, Izuho Hatada, Bo Chang, Nagaraj Kerur, Balamurali K. Ambati, Jayakrishna Ambati, Bradley D. Gelfand
Proceedings of the National Academy of Sciences Jan 2020, 201909761; DOI: 10.1073/pnas.1909761117

Fonte: University of Virginia School of Medicine

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Screening per il tumore del colon negli anziani.

Posted by giorgiobertin su gennaio 21, 2020

Con l’invecchiamento della popolazione, le decisioni relative all’avvio e alla cessazione dello screening e della sorveglianza per il cancro al colon-retto (CRC) assumono un’importanza crescente. Nei pazienti anziani, i rischi di CRC e la presentazione di segni e sintomi sono simili a quelli dei pazienti più giovani. Lo screening e la sorveglianza in corso devono essere considerati in pazienti con un’aspettativa di vita di 10 anni o più.

colorectal-cancer-screening

Attualmente, sono disponibili diverse modalità di screening per CRC, incluse entrambe le modalità invasive (ad es. Colonscopia, sigmoidoscopia, colonscopia a capsula, e colonografia tomografica computerizzata) e modalità non invasive (test immunochimico fecale, test del DNA delle feci e analisi del sangue). La colonscopia e le altre opzioni di test invasivi sono considerate sicure, ma i rischi di complicanze della preparazione intestinale, della procedura e dei farmaci sedativi sono tutti aumentati nei pazienti più anziani.

In un articolo pubblicato su “Mayo Clinic Proceedings” vengono analizzati i rischi e i benefici delle diverse modalità di screening nei pazienti anziani.

Scarica e leggi il documento in full text:
Screening for Colon Cancer in Older Adults: Risks, Benefits, and When to Stop
Nee, Judy et al.
Mayo Clinic Proceedings, Volume 95, Issue 1, 184 – 196 DOI: https://doi.org/10.1016/j.mayocp.2019.02.021

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Longevità, nel sistema immunitario è nascosto il segreto dei centenari.

Posted by giorgiobertin su novembre 19, 2019

Finalmente, sono emersi dati scientifici chiari e incontrovertibili sul motivo per cui alcuni riescono a vivere molto più di altri: a quanto pare hanno un sistema immunitario perfettamente funzionale.

longevita

Lo studio condotto dagli scienziati del Riken Center for Integrative Medical Science e della Keio University School of Medicine in Giappone, pubblicata sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Science“, ha esaminato a fondo il sistema immunitario di 7 supercentenari ed è stato confrontato con quello di 5 soggetti di età compresa tra i 50 e gli 80 anni.
Dai risultati è emerso che la longevità è caratterizzata dall’eccesso di cellule CD4, un sottogruppo di Linfociti T. Queste cellule hanno proprietà citotossiche negli ultracentenari e sono in grado di uccidere altre cellule. Nei più giovani hanno solo funzioni di supporto.

Leggi abstract dell’articolo:
Single-cell transcriptomics reveals expansion of cytotoxic CD4 T cells in supercentenarians
Kosuke Hashimoto, Tsukasa Kouno, Tomokatsu Ikawa, Norihito Hayatsu, Yurina Miyajima, Haruka Yabukami, Tommy Terooatea, Takashi Sasaki, Takahiro Suzuki, Matthew Valentine, Giovanni Pascarella, Yasushi Okazaki, Harukazu Suzuki, Jay W. Shin, Aki Minoda, Ichiro Taniuchi, Hideyuki Okano, Yasumichi Arai, Nobuyoshi Hirose, and Piero Carninci
Proc Natl Acad Sci USA first published November 12, 2019. https://doi.org/10.1073/pnas.1907883116

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NICE: linee guida sulle cure fine vita.

Posted by giorgiobertin su ottobre 14, 2019

Sono state pubblicate a cura di NICE le linee guida sulle cure di fine vita. Il documento copre l’organizzazione e la fornitura di servizi di assistenza di fine vita, è orientato a coloro che forniscono assistenza e supporto nelle ultime settimane e mesi di vita. Include anche consulenza sui servizi per gli assistenti socio-sanitari.

palliative-and-end-of-life-care

Scarica e leggi il documento:
End of life care for adults: service delivery
NICE guideline [NG142]Published date: October 2019

Articoli correlati:
Clinical Practice Guidelines for Quality Palliative Care, 4th Edition – National Consensus Project’s (free)

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Terapia Genica per la degenerazione maculare legata all’età.

Posted by giorgiobertin su ottobre 12, 2019

La terapia genica sta mostrando risultati promettenti per una delle cause più comuni di cecità. I dati presentati al 123° Meeting annuale dell’American Academy of Ophthalmology, mostrano che sei pazienti con degenerazione maculare legata all’età umida (AMD) finora sono passati almeno sei mesi senza la necessità di iniezioni continue per controllare una malattia che in genere richiede un trattamento ogni 4-6 settimane (studio clinico di fase I). I ricercatori affermano che la speranza è che la terapia genica libererà i pazienti da iniezioni agli occhi quasi mensili offrendo un potenziale trattamento “one-and-done“. Non si tratta solo di convenienza; un trattamento più coerente può anche aiutare le persone a mantenere una maggiore visione.

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Il team del dott. Kiss ha sviluppato un vettore di prossima generazione che può inserire nelle cellule dell’occhio, materiale genetico che rende una molecola simile a un medicinale ampiamente usato chiamato aflibercept. Una volta all’interno delle cellule, la sequenza del DNA inizia a produrre la proteina aflibercept.

In-Office Gene Therapy for Wet Age-related Macular Degeneration is Coming

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Identificati i geni della perdita dell’udito legata all’età.

Posted by giorgiobertin su settembre 25, 2019

Un nuovo studio del King’s College London, pubblicato sull’American Journal of Human Genetics ha identificato 44 geni legati alla perdita dell’udito legata all’età, fornendo una comprensione molto più chiara di come si sviluppa la condizione e dei potenziali trattamenti.

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Nello studio sono stati analizzati i dati genetici di oltre 250.000 partecipanti della biobanca britannica di età compresa tra 40 e 69 anni. La dott.ssa Sally Dawson (UCL Ear Institute), co-conduttrice, ha dichiarato: “Prima del nostro studio, solo cinque geni erano stati identificati come fattori predittivi di perdita dell’udito legata all’età, quindi i nostri risultati annunciano un aumento di nove volte dei marker genetici indipendenti“.
Speriamo che i nostri risultati possano aiutare a portare avanti la ricerca di nuove terapie tanto necessarie per i milioni di persone in tutto il mondo colpite dalla perdita dell’udito con l’età“.

I prossimi passi di questa ricerca sono capire come ciascun gene identificato influenza il percorso uditivo, offrendo opportunità per sviluppare nuovi trattamenti.

Leggi abstract dell’articolo:

 

Fonte: King’s College London

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Linee guida canadesi sul Parkinson.

Posted by giorgiobertin su settembre 10, 2019

Sono state pubblicate sulla rivista “Canadian Medical Association Journal” le linee guida aggiornata sulla malattia di Parkinson. La linea guida contiene cambiamenti sostanziali provenienti dalla letteratura sulla diagnosi e trattamento della malattia di Parkinson e aggiunge informazioni sulle cure palliative.

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La linea guida contiene anche informazioni sulle terapie avanzate come la stimolazione cerebrale profonda e l’infusione di gel di levodopa-carbidopa che sono abitualmente utilizzate nella malattia di Parkinson per gestire i sintomi motori e le fluttuazioni.
Il documento aggiorna il precedente datato 2012.

Scarica e leggi il documento in full text:
Canadian guideline for Parkinson disease
David Grimes, Megan Fitzpatrick, Joyce Gordon, Janis Miyasaki, Edward A. Fon, Michael Schlossmacher, Oksana Suchowersky, Alexander Rajput, Anne Louise Lafontaine, Tiago Mestre, Silke Appel-Cresswell, Suneil K. Kalia, Kerrie Schoffer, Mateusz Zurowski, Ronald B. Postuma, Sean Udow, Susan Fox, Pauline Barbeau and Brian Hutton
CMAJ September 09, 2019 191 (36) E989-E1004; DOI: https://doi.org/10.1503/cmaj.181504

Download MP3

Linee guida correlate:
Parkinson’s disease in adults – National Institute for Health and Care Excellence (NICE) Guideline (free)

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Invertito il processo di invecchiamento delle cellule staminali.

Posted by giorgiobertin su agosto 18, 2019

Gli scienziati hanno dimostrato che le cellule staminali più vecchie possono essere ripristinate a uno stato più giovane. La scoperta ha importanti implicazioni per la ricerca sulle malattie degenerative e la comprensione fondamentale del processo di invecchiamento.

La nuova ricerca, pubblicata su “Nature“, rivela come l’aumento della rigidità del cervello mentre invecchiamo provoca disfunzione delle cellule staminali cerebrali e dimostra nuovi modi per invertire le cellule staminali più vecchie in uno stato più giovane e più sano.

Un team del Wellcome-MRC Cambridge Stem Cell Institute, ha studiato cervelli di ratto giovani e anziani per comprendere l’impatto dell’irrigidimento cerebrale correlato all’età sulla funzione delle cellule progenitrici di oligodendrociti (OPC). Queste cellule sono un tipo di cellule staminali cerebrali importanti per il mantenimento della normale funzione cerebrale e per la rigenerazione della mielina, la guaina grassa che circonda i nostri nervi, che è danneggiata nella sclerosi multipla (SM). Gli effetti dell’età su queste cellule contribuiscono alla SM, ma la loro funzione diminuisce anche con l’età nelle persone sane.

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Aged brain stem cells grown on a soft surface (right) show more healthy, vigorous growth than similar aged brain stem cells grown on a stiff surface (left). Image credit: Michael Segel

Quando le vecchie cellule cerebrali sono cresciute sul materiale morbido, hanno iniziato a funzionare come cellule giovani – in altre parole, sono state rinnovate. Ciò suggerisce un nuovo modo di superare la perdita di funzione legata all’età in questo importante sistema di cellule staminali” afferma il professor Robin Franklin.

La ricerca si è concentrata su una proteina trovata sulla superficie cellulare chiamata Piezo1. E’ stata studiata per stabilire in che modo la morbidezza del tessuto cerebrale influenza il comportamento della cellula.

“Quando abbiamo rimosso Piezo1 dalle cellule staminali cerebrali invecchiate, siamo stati in grado di indurre le cellule a percepire un ambiente circostante morbido, anche quando crescevano sul materiale rigido“, ha spiegato il professor Robin Franklin. “Inoltre, siamo riusciti a eliminare Piezo1 negli OPC all’interno del cervello di ratto invecchiato, il che ha portato al rinnovamento delle cellule e alla capacità di assumere nuovamente la loro normale funzione rigenerativa”.

Leggi il full text dell’articolo:
Niche stiffness underlies the ageing of central nervous system progenitor cells.
M Segel, B Neumann, M Hill, I Weber, C Viscomi, C Zhao, A Young, C Agley, A Thompson, G Gonzalez, A Sharma, S Holmqvist, D Rowitch, K Franze, R Franklin and K Chalut
Nature. Doi: https://www.nature.com/articles/s41586-019-1484-9.

Fonte: Wellcome-MRC Cambridge Stem Cell Institute

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Scoperta una nuova forma di demenza.

Posted by giorgiobertin su maggio 3, 2019

Circa il 20 per cento dei malati del morbo di Alzheimer sarebbero affetti in realtà da un’altra forma di demenza, un disturbo del cervello noto come LATE (limbic-predominant age-related TDP-43 encephalopathy) e causato da una diversa proteina del cervello finora sconosciuta, la TDP-43.

La scoperta, pubblicata sulla rivista scientifica “Brain“, è stata compiuta da un team di ricercatori di oltre 20 istituzioni di sei diversi Paesi.
Recenti ricerche e studi clinici sul morbo di Alzheimer ci hanno confermato che non tutte le persone che pensavamo fossero affette da questa malattia lo sono davvero” – afferma la prof.ssa Nina Silverberg, direttrice dell’Istituto nazionale americano sull’invecchiamento (NIA).

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A newly defined neurodegenerative disease called LATE is characterized by entirely different protein aggregations in the brain than seen in Alzheimer’s(Credit: aa-w/Depositphotos)

Mentre il morbo di Alzheimer è dovuto all’accumulo nel cervello di placche amiloidi e ammassi neurofibrillari che portano alla morte dei neuroni e quindi a un danno cerebrale irreversibile, la LATE pare essere dovuta a una proteina diversa, chiamata TDP-43. Si tratta di una scoperta rivoluzionaria che da un lato non darà risultati immediati nella lotta alla demenza senile, ancora senza cura, ma dall’altro potrebbe aiutare a spiegare perché la ricerca di una cura contro l’Alzheimer si sia rivelata inutile.

Le prove di trattamento di farmaci che sono progettati per funzionare contro l’Alzheimer non avranno alcuna efficacia contro LATE e questo ha importanti implicazioni per la scelta dei partecipanti in studi futuri“, ha detto il prof. Howard.

Le implicazioni di questa nuova ricerca sono potenzialmente abbastanza profonde. Questo studio “eccellente” farà sì che molti scienziati rivalutino i risultati di precedenti studi clinici falliti. La grande sfida che i ricercatori ora devono affrontare è quella di sviluppare rapidamente biomarcatori specifici e sensibili in grado di identificare i pazienti affetti da LATE.

Scarica e leggi il documento in full text:
Limbic-predominant age-related TDP-43 encephalopathy (LATE): consensus working group report
Nelson, Peter T; Dickson, Dennis W….. et al.
Brain, awz099, https://doi.org/10.1093/brain/awz099

Fonte:  Rush University Medical Center

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Alzheimer, apnee del sonno aumentano accumuli di proteina Tau.

Posted by giorgiobertin su marzo 6, 2019

Le persone che soffrono di apnee notturne potrebbero avere accumuli più elevati di un biomarcatore del morbo di Alzheimer chiamato tau in un’area del cervello che aiuta la memoria, secondo uno studio che verrà presentato in occasione della 71a riunione annuale dell’American Academy of Neurology a Philadelphia, dal 4 al 10 maggio 2019.
L’apnea ostruttiva del sonno è una condizione che comporta frequenti episodi di interruzione della respirazione notturna. Tau, una proteina che forma grovigli nel cervello, si trova nelle persone con Alzheimer.

Sleep Apnea

Lo studio ha coinvolto 288 persone di età pari o superiore a 65 anni che non presentavano disturbi cognitivi. Ai partner è stato chiesto se fossero stati testimoni di episodi di respirazione interrotta durante il sonno.

I partecipanti hanno effettuato scansioni di tomografia a emissione di positroni (PET) per cercare l’accumulo di grovigli di tau nell’area della corteccia entorinale del cervello, un’area del cervello nel lobo temporale che è più probabile accumulare tau. Questa zona del cervello aiuta a gestire la memoria, la navigazione e la percezione del tempo.

I ricercatori hanno identificato 43 partecipanti, pari al 15%, che soffrivano di apnee del sonno e proprio loro avevano in media il 4,5% in più di tau nella corteccia entorinale rispetto agli altri.
I nostri risultati aumentano la possibilità che l’apnea notturna sia legata all’accumulo di tau“, ha affermato il prof. Diego Carvalho del Mayo Clinic in Rochester, Minn., e membro dell’American Academy of Neurology..

Leggi abstract dell’articolo:
Witnessed Apneas During Sleep are Associated with Elevated Tau-PET Signal in the Entorhinal Cortex in Cognitively Unimpaired Elderly
Diego Carvalho, Erik St. Louis, Bradley Boeve, Christopher Schwarz, Scott Przybelski, DavidKnopman, Val Lowe, Michelle Mielke, Ashritha Reddy, Ronald Petersen, Clifford Jack, Prashanthi Vemuri
71st AAN ANNUAL MEETING ABSTRACT

Fonti: American Academy of Neurology Mayo Clinic

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Promettente un nuovo trattamento per il Parkinson.

Posted by giorgiobertin su febbraio 27, 2019

Un pioneristico programma di studi clinici che ha fornito un trattamento sperimentale direttamente al cervello, offre la speranza che sia possibile ripristinare le cellule danneggiate nella malattia di Parkinson.
Lo studio ha valutato se aumentare i livelli di un fattore di crescita presente in natura, il fattore neurotrofico derivato dalla linea cellulare gliale (GDNF), può rigenerare le cellule cerebrali della dopamina morente in pazienti con Parkinson e invertire la loro condizione, cosa che nessun trattamento esistente può fare.

I risultati dello studio sono riportati sulla rivista “Journal of Parkinson’s Disease“.


The pioneering GDNF clinical trials programme delivered an experimental treatment directly to the brain.

Sei pazienti hanno preso parte allo studio pilota iniziale per valutare la sicurezza dell’approccio terapeutico. Altre 35 persone hanno poi partecipato al trial in doppio cieco di nove mesi, nel quale la metà è stata assegnata a caso a ricevere infusioni mensili di GDNF e altre metà di infusioni di placebo.

Dopo nove mesi, non vi è stato alcun cambiamento nelle scansioni PET di coloro che hanno ricevuto il placebo, mentre il gruppo che ha ricevuto GDNF ha mostrato un miglioramento del 100% in un’area chiave del cervello affetto dalla malattia, offrendo speranza per un trattamento che inizia a risvegliare e ripristinare le cellule cerebrali danneggiate – video.

Sono necessari ulteriori test del GDNF in uno studio su larga scala e l’uso di dosi più elevate per determinare definitivamente se il GDNF abbia un ruolo futuro come trattamento neurorestorativo per il Parkinson.

Leggi il full text dell’articolo:
“Extended Treatment with Glial Cell Line-Derived Neurotrophic Factor in Parkinson’s Disease
Alan L. Whone, Mihaela Boca, Matthias Luz, Max Woolley, Lucy Mooney, Sonali Dharia, Jack Broadfoot, David Cronin, Christian Schroers, Neil U. Barua, Lara Longpre, C. Lynn Barclay, Chris Boiko, Greg A. Johnson, H. Christian Fibiger, Rob Harrison, Owen Lewis, Gemma Pritchard, Mike Howell, Charlie Irving, David Johnson, Suk Kinch, Christopher Marshall, Andrew D. Lawrence, Stephan Blinder, Vesna Sossi, A. Jon Stoessl, Paul Skinner, Erich Mohr, and Steven S. Gill (DOI: 10.3233/JPD-191576) published online in the Journal of Parkinson’s Disease, in advance of Volume 9, Issue 2 (April 2019) vol. Pre-press, no. Pre-press, pp. 1-13, 2019 by IOS Press

Fonte: Parkinson.org.uk

GDNF trial — results explained

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Prima terapia genica contro la degenerazione maculare senile.

Posted by giorgiobertin su febbraio 21, 2019

I ricercatori dell’Oxford Eye Hospital hanno effettuato la prima operazione di terapia genica al mondo per affrontare la causa principale della degenerazione maculare legata all’età (AMD).

Un trattamento genetico somministrato precocemente per preservare la vista in pazienti che altrimenti perderebbero la vista sarebbe un enorme passo avanti nell’oftalmologia e certamente qualcosa che spero di realizzare nel prossimo futuro” – afferma il Robert MacLaren Professore di Oftalmologia presso l’University of Oxford.

oxford-AMD A-schematic-showing-how-gene-tTherapy-virus-retina
Prof Robert MacLaren, right, injects the virus into the eye of Janet Osborne

Nell’AMD, i geni coinvolti nel sistema di difesa naturale dell’occhio (il sistema del complemento) iniziano a funzionare male. Ciò causa la morte delle cellule nella parte centrale della retina (la macula) e non vengono mai rinnovate. Alla fine, una persona inizia a perdere la visione centrale e la capacità di vedere i dettagli.

Il team del prof. MacLaren ha iniettato un virus che trasportava un gene sintetico nella parte posteriore dell’occhio del paziente. Il virus è entrato nelle cellule della retina e ha rilasciato il gene, aiutando l’occhio a creare una proteina che previene la morte delle cellule della retina. Questo processo mantiene la macula sana.
L’operazione è stata parte dello studio FOCUS, sponsorizzato da Gyroscope Therapeutics, un’azienda britannica di biotecnologie che ha sviluppato prodotti di terapia genica per malattie oculari quali AMD secca.

“Stiamo sfruttando la potenza del virus, un organismo presente in natura, per trasportare il DNA nelle cellule del paziente”, afferma il prof. MacLaren.

In caso di successo, l’operazione potrebbe avere un impatto significativo sulla qualità della vita e l’indipendenza di coloro che soffrono di AMD.

GYROSCOPE THERAPEUTICS ANNOUNCES FIRST PATIENT DOSED IN PHASE I/II FOCUS STUDY IN DRY AMD

Oxford Eye Hospital

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Una nuova terapia CRISPR/Cas9 può sopprimere l’invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su febbraio 19, 2019

I ricercatori del Salk Institute hanno sviluppato una nuova terapia genica per aiutare a decelerare il processo di invecchiamento.

I risultati, pubblicati sulla rivista “Nature Medicine“, evidenziano una nuova terapia di genoma-editing CRISPR / Cas9 che può sopprimere l’invecchiamento accelerato osservato nei topi con la sindrome della progeria di Hutchinson-Gilford, una rara malattia genetica che affligge anche l’uomo. Questo trattamento fornisce importanti informazioni sui percorsi molecolari coinvolti nell’invecchiamento accelerato e su come ridurre le proteine ​​tossiche attraverso la terapia genica.


Putting the brakes on aging

L’invecchiamento è un processo complesso in cui le cellule iniziano a perdere la loro funzionalità, quindi è fondamentale per noi trovare modi efficaci per studiare i fattori molecolari dell’invecchiamento“, afferma il professore Juan Carlos Izpisua Belmonte. (video)

Il nostro obiettivo era quello di diminuire la tossicità della mutazione del gene LMNA che porta all’accumulo di progerina all’interno della cellula” – affermano i ricercatori. “Abbiamo ragionato che la progeria potrebbe essere trattata con la rottura di CRISPR/Cas9-target sia della lamina A che della progerina”.

Dopo terapia, i topi erano più forti e più attivi, con una migliore salute cardiovascolare. Hanno mostrato una diminuzione della degenerazione di un importante vaso sanguigno arterioso e un inizio ritardato della bradicardia (una frequenza cardiaca anormalmente lenta) -due problemi comunemente osservati nella progeria e nella vecchiaia.

Questo è un entusiasmante progresso per il trattamento della progeria.

Leggi abstract dell’articolo:
Single-dose CRISPR–Cas9 therapy extends lifespan of mice with Hutchinson–Gilford progeria syndrome
Ergin Beyret et al.
Nature Medicine (2019). DOI: 10.1038/s41591-019-0343-4

Fonte: Salk Institute

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Test della saliva per la diagnosi della malattia di Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su dicembre 13, 2018

Gli scienziati dell’University of Alberta hanno identificato tre biomarkers per la rilevazione di un danno cognitivo lieve e della malattia di Alzheimer nei campioni di saliva.

Il team di scienziati coordinati dai prof.i Liang Li e Roger Dixon ha esaminato campioni di saliva da tre gruppi di pazienti: quelli con Alzheimer, quelli con decadimento cognitivo lieve e quelli con cognizione normale. Usando un potente spettrometro di massa, la coppia ha esaminato più di 6.000 metaboliti – composti che fanno parte dei processi metabolici del nostro corpo per identificare eventuali cambiamenti o firme tra i gruppi.

alzheimers-biomarkers
Roger Dixon (left) and Liang Li are working together to develop a saliva test for Alzheimer’s disease. (Photo: John Ulan)

Abbiamo trovato tre metaboliti che possono essere utilizzati per differenziare tra questi tre gruppi“, ha detto il prof. Li, aggiungendo che “mentre i risultati sono molto promettenti, la dimensione del campione era piccola“.
Utilizzando i biomarker, possiamo anche fare dei test per vedere quali tipi di trattamenti sono più efficaci nel trattamento del morbo di Alzheimer – dalla dieta all’attività fisica ai farmaci“, ha aggiunto Li.
La ricerca è stata pubblicata in due documenti. Il primo su: “Journal of Alzheimer’s Disease“, il secondo sulla rivista: “Frontiers in Aging Neuroscience”.

Leggi abstract dell’articolo:
Metabolomics Analyses of Saliva Detect Novel Biomarkers of Alzheimer’s Disease
Huan, Taoa;| Tran, Trana; | Zheng, Jiamina | Sapkota, Shraddhab | MacDonald, Stuart W.c | Camicioli, Richardb; | Dixon, Roger | Li, Lianga;
Journal of Alzheimer’s Disease, vol. 65, no. 4, pp. 1401-1416, 2018 DOI: 10.3233/JAD-180711

Alzheimer’s Biomarkers From Multiple Modalities Selectively Discriminate Clinical Status: Relative Importance of Salivary Metabolomics Panels, Genetic, Lifestyle, Cognitive, Functional Health and Demographic Risk Markers
Shraddha Sapkota, Tao Huan, Tran Tran, Jiamin Zheng, Richard Camicioli, Liang Li and Roger A. Dixon
Front. Aging Neurosci., 02 October 2018 | https://doi.org/10.3389/fnagi.2018.00296

Fonte University of Alberta

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Identificato potenziale strumento diagnostico per la malattia di Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su dicembre 12, 2018

I ricercatori della Johns Hopkins Medicine hanno identificato in cervelli umani vivi nuove molecole “traccianti” radioattive che legano e “accendono” i grovigli tau, una proteina associata a un numero di malattie neurodegenerative tra cui il morbo di Alzheimer e altre demenze correlate. Due studi sono stati pubblicati su “Journal of Nuclear Medicine“.
Il primo studio descrive i test di tre molecole candidate in pazienti con malattia di Alzheimer, nonché l’uso di una molecola su misura l’accumulo di proteine ​​tau. Sono stati testati una raccolta di circa 550 potenziali molecole traccianti e identificati tre molto promettenti su primati non umani e i risultati sembravano abbastanza buoni da essere testati nelle persone.

Abbiamo lavorato duramente per identificare nuovi radiofarmaci che possano aiutare ad accelerare le scoperte di diagnostica e trattamenti per questi devastanti disordini neurodegenerativi” – afferma il prof. Dean Wong. Il tracciante ottimale, sperimentato con con imaging cerebrale su cinque pazienti con Alzheimer è stato chiamato F-18 RO948.

Raigan Wong

Nel secondo documento, lo stesso team ha esaminato la quantificazione dettagliata dell’associazione tau tramite F-18 RO948 in 11 pazienti con malattia di Alzheimer. Il nuovo tracciante, F-18 RO948, non si lega in modo casuale ad altri tessuti, offrendo una maggiore chiarezza nella quantificazione del potenziale tau carico all’interno del cervello umano.

Leggi abstracts degli articoli:
Characterization of 3 Novel Tau Radiopharmaceuticals, 11C-RO-963, 11C-RO-643, and 18F-RO-948, in Healthy Controls and in Alzheimer Subjects
Dean F. Wong, Robert A. Comley, Hiroto Kuwabara, Paul B. Rosenberg, Susan M. Resnick, Susanne Ostrowitzki,… et al.
J Nucl Med 2018 59:1869-1876 (10.2967/jnumed.118.209916).

Evaluation of 18F-RO-948 PET for Quantitative Assessment of Tau Accumulation in the Human Brain
Hiroto Kuwabara, Robert A. Comley, Edilio Borroni, Michael Honer, Kelly Kitmiller, Joshua Roberts, Lorena Gapasin, Anil Mathur, Gregory Klein, and Dean F. Wong
J Nucl Med 2018 59:1877-1884 (10.2967/jnumed.118.214437)

Fonte: Johns Hopkins Medicine

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Revisione sui nuovi farmaci contro l’Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su dicembre 9, 2018

Il più grande fattore di rischio per la malattia di Alzheimer è l’invecchiamento, e le persone con più di 65 anni sono le più vulnerabili.
I trattamenti attuali per questa malattia affrontano i suoi sintomi, come perdita di memoria e cambiamenti comportamentali. Tuttavia, sempre più ricerche mirano a trovare una terapia per affrontare i cambiamenti biologici che caratterizzano la malattia di Alzheimer. Una recensione completa pubblicata sulla rivista “Neurology” fa il punto sui nuovi approcci terapeutici disponibili e sugli studi clinici in corso.

clinical_trials_Alzheimer

Decenni di ricerche hanno rivelato processi comuni rilevanti per capire perché l’invecchiamento del cervello è vulnerabile alla malattia di Alzheimer. Nuove terapie per il morbo di Alzheimer verranno dalla comprensione degli effetti dell’invecchiamento sul cervello” afferma il prof. Howard Fillit.

Una caratteristica chiave di questa malattia è l’accumulo di proteine ​​tossiche, come beta-amiloide e tau, che formano placche che interferiscono con la comunicazione tra le cellule cerebrali. La nuova recensione si sofferma sullo sviluppo di farmaci che agiscono efficacemente su beta-amiloide e tau.

Terapie combinate sono lo standard di cura per le principali malattie dell’invecchiamento, come malattie cardiache, cancro e ipertensione, e saranno probabilmente necessarie anche per il trattamento del morbo di Alzheimer e di altre forme di demenza“, aggiunge il prof. Fillit.

Scarica e leggi il documento in full text:
Translating the biology of aging into novel therapeutics for Alzheimer disease
Yuko Hara, Nicholas McKeehan, Howard M. Fillit
Neurology First published December 7, 2018, DOI: https://doi.org/10.1212/WNL.0000000000006745

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Scoperti i geni legati alla demenza.

Posted by giorgiobertin su dicembre 4, 2018

I ricercatori dell’University of California – Los Angeles (UCLA) hanno identificato i processi genetici coinvolti nella neurodegenerazione che si verifica nella demenza – un passo importante sulla strada verso lo sviluppo di terapie che potrebbero rallentare o arrestare il decorso della malattia. I risultati appaiono sulla rivista “Nature Medicine“.

I ricercatori hanno scoperto due gruppi principali di geni coinvolti in mutazioni che si traducono in una sovrapproduzione di una proteina chiamata tau, un segno distintivo della progressiva perdita di neuroni osservata nelle principali forme di demenza. Lo studio è stato condotto in gran parte su modelli murini di demenza, anche se i ricercatori hanno eseguito ulteriori esperimenti che hanno indicato che lo stesso processo genetico si verifica nel cervello umano.

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Brain scan of dementia patient shows neurons with Tau protein (in green) and reactive astrocyte cells (in red). Credit: UCLA/Geschwind lab

Il nostro studio è il più completo sforzo pubblicato fino ad oggi per identificare la fonte di neurodegenerazione attraverso le specie e fornisce un’importante tabella di marcia per lo sviluppo di nuovi farmaci potenzialmente efficaci per la malattia di Alzheimer e altre forme di demenza”. afferma il dott. Daniel Geschwind.
“C’è ancora molto lavoro da fare per sviluppare farmaci che potrebbero essere efficacemente utilizzati nell’uomo contro questi obiettivi, ma questo è un passo incoraggiante”, ha affermato Geschwind.

Leggi abstract dell’articolo:
Identification of evolutionarily conserved gene networks mediating neurodegenerative dementia
Vivek Swarup, Flora I. Hinz, Jessica E. Rexach, Ken-ichi Noguchi, Hiroyoshi Toyoshiba, Akira Oda, Keisuke Hirai, Arjun Sarkar,…., Shinichi Kondou & Daniel H. Geschwind.
Nature Medicine (2018). Published:  DOI:10.1038/s41591-018-0223-3

Fonte: University of California – Los Angeles (UCLA)

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Collegamento sistema immunitario, batteri intestinali e invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su novembre 16, 2018

Gli scienziati dell’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna (EPFL) in Svizzera hanno scoperto come una disfunzione nel sistema immunitario possa causare un sovraccarico di un batterio intestinale. Il batterio produce acido lattico in eccesso, che a sua volta innesca la produzione di specie reattive dell’ossigeno che causano danni alle cellule e molte patologie legate all’età.

Microbioma-intestinale

Lo studio pubblicato sulla rivista “Immunity” spiega in che modo gli scienziati hanno utilizzato moscerini della frutta geneticamente modificati per raggiungere le loro conclusioni.
L’eccesso di acido lattico ha prodotto sostanze chimiche chiamate specie reattive dell’ossigeno che possono danneggiare le cellule e avere legami con i cambiamenti legati all’invecchiamento di organi e tessuti.

Il nostro studio“, dice il prof. Igor Iatsenko, “identifica uno specifico membro del microbiota e il suo metabolita che possono influenzare l’invecchiamento nell’organismo ospite“.

Leggi abstract dell’articolo:
Microbiota-derived lactate activates production of reactive oxygen species by the intestinal NADPH oxidase Nox and shortens Drosophila lifespan.
Igor Iatsenko, Jean-Philippe Boquete, Bruno Lemaitre.
Immunity 13 November 2018. DOI: 10.1016/j.immuni.2018.09.017

Fonte: Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna (EPFL)

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Klotho: nuove funzioni della molecola anti-invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su novembre 13, 2018

La proteina klotho, chiamata per la dea greca che gira il filo della vita, ha dimostrato di promuovere la longevità e contrastare le menomazioni legate all’invecchiamento. Avere più klotho sembra consentire vite più lunghe e più sane, mentre un esaurimento di questa molecola accelera l’invecchiamento e può contribuire alle malattie legate all’età. All’interno del cervello, una struttura denominata plesso coroideo, che comprende un complesso di cellule che producono il liquido cerebrospinale e formano un’importante barriera tra il sistema nervoso centrale e il sangue, contiene livelli molto più elevati di klotho.

I ricercatori nello studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS , hanno dimostrato che il klotho funziona come un guardiano che protegge il cervello dal sistema immunitario periferico.
Abbiamo scoperto, nei modelli murini, che i livelli di klotho nel plesso coroideo diminuiscono naturalmente con l’età“, ha detto il prof. Mucke direttore del Gladstone Institute of Neurological Disease, Gladstone Institutes, San Francisco, CA. “Abbiamo poi imitato questo processo di invecchiamento riducendo i livelli di klotho in questa struttura sperimentalmente, e abbiamo scoperto che l’esaurimento di questa molecola aumenta l’infiammazione del cervello“.
I cambiamenti molecolari che abbiamo osservato nel nostro studio suggeriscono che l’esaurimento di klotho dal plesso coroideo potrebbe contribuire al declino cognitivo nelle persone anziane attraverso l’inflammaging cerebrale”, ha aggiunto il prof. Mucke.

Klotho controls the brain–immune system interface in the choroid plexus
Lei Zhu, Liana R. Stein, Daniel Kim, Kaitlyn Ho, Gui-Qiu Yu, Lihong Zhan, Tobias E. Larsson, and Lennart Mucke
PNAS published ahead of print November 9, 2018 https://doi.org/10.1073/pnas.1808609115

Fonte: Gladstone Institute of Neurological Disease, Gladstone Institutes, San Francisco, CA

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La cannabis e alcune condizioni accelerano l’invecchiamento cerebrale.

Posted by giorgiobertin su agosto 23, 2018

In uno studio pubblicato sul “Journal of Alzheimer’s Disease“, i ricercatori dell’Amen Clinics a Costa Mesa, in California, e della Johns Hopkins University, Baltimor, USA descrivono come hanno identificato i “modelli di invecchiamento” dalle scansioni cerebrali.


How Your Brain Ages

Sulla base di uno dei più grandi studi di imaging cerebrale mai effettuati“, afferma l’autore dello studio principale Dr. Daniel G. Amen, “ora possiamo tenere traccia dei disturbi e comportamenti comuni che invecchiano prematuramente il cervello.” (video)

Il dott. Amen e i suoi colleghi hanno analizzato i modelli di circolazione del sangue in 128 regioni del cervello durante le scansioni SPECT su 31.227 persone di età compresa tra 9 mesi e 105 anni.
Gli scienziati hanno scoperto che potevano predire l’età di una persona dal modello del flusso di sangue nel loro cervello.

Non c’era associazione tra depressione e invecchiamento precoce del cervello. L’invecchiamento del cervello era anche più fortemente associato all’uso di cannabis e alcol.

I ricercatori suggeriscono che le loro scoperte aiuteranno a studiare ulteriormente come i disturbi psichiatrici alterano i pattern del flusso sanguigno nel cervello.

La scoperta dell’abuso di cannabis è stata particolarmente importante, poiché la nostra cultura sta iniziando a vedere la marijuana come una sostanza innocua” – afferma il Dr. Daniel G. Amen.

Leggi abstract dell’articolo:
Patterns of Regional Cerebral Blood Flow as a Function of Age Throughout the Lifespan
Amen, Daniel | Egan, Sachit | Meysami, Somayeh| Raji, Cyrus| George, Noble
Journal of Alzheimer’s Disease, no. Pre-press, pp. 1-7, 2018  DOI: 10.3233/JAD-180598

Fonte:  Journal of Alzheimer’s Disease news

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Linee guida per la diagnosi e il trattamento della malattia di Parkinson.

Posted by giorgiobertin su agosto 20, 2018

Sono state pubblicate a cura del GIMBE, sulla rivista “Evidence” le linee guida sulla diagnosi e gestione del Parkinson.
Questo articolo, sintetizza l’aggiornamento più recente delle linee guida (LG) del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) per la diagnosi e il trattamento della malattia di Parkinson nell’adulto, che sostituiscono quelle del 2006.

parkinson-s-disease

La LG aggiorna la maggior parte delle raccomandazioni sul trattamento della malattia di Parkinson, includendo dati provenienti da recenti trial randomizzati sulla terapia del Parkinson, finanziati in modo indipendente e che hanno arruolato un elevato numero di soggetti.

Scarica e leggi il documento in full text:
Linee guida per la diagnosi e il trattamento della malattia di Parkinson.
Antonino Cartabellotta, Franco Berti, Anna Linda Patti, Simone Quintana, Roberto Eleopra
Evidence 2018;10(4): e1000181 doi: 10.4470/E1000181

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Nuovi composti modificano i meccanismi dell’invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su agosto 7, 2018

Alcuni aspetti chiave dell’invecchiamento delle cellule umane sono stati invertiti da nuovi composti sviluppati presso l’University of Exeter Medical School, UK.

In uno studio di laboratorio sulle cellule endoteliali – che rivestono l’interno dei vasi sanguigni – i ricercatori hanno testato composti progettati per colpire i mitocondri (le “centrali elettriche” delle cellule).

Cellular_senescence
Cellular senescence in human cells (photo credit: Dr Eva Latorre)

Nei campioni utilizzati nello studio, il numero di cellule senescenti (cellule più vecchie che si sono deteriorate e hanno smesso di dividersi) è stato ridotto fino al 50%. “Man mano che i corpi umani invecchiano, accumulano vecchie cellule (senescenti) che non funzionano altrettanto bene quanto le cellule più giovani“, ha affermato la professoressa Lorna Harries dell’Università di Exeter Medical School. “Questo non è solo un effetto dell’invecchiamento, è una delle ragioni per cui invecchiamo”.

Questa ricerca si concentra sullo studio di questi meccanismi e sullo sviluppo di nuovi composti per modificare i meccanismi con cui avviene questo invecchiamento delle cellule.

Utilizzando questi nuovi prodotti chimici, i ricercatori sono stati in grado di individuare in modo specifico due fattori di splicing (SRSF2 o HNRNPD) che svolgono un ruolo chiave nel determinare come e perché le nostre cellule cambiano con l’avanzare dell’età. In particolare i composti in questione – AP39, AP123 e RT01 – sono stati progettati per fornire selettivamente quantità minuscole di idrogeno solforato ai mitocondri nelle cellule e aiutare le cellule vecchie o danneggiate a generare “l’energia” necessaria per la sopravvivenza e ridurre la senescenza.

Leggi abstract dell’articolo:
Mitochondria-targeted hydrogen sulfide attenuates endothelial senescence by selective induction of splicing factors HNRNPD and SRSF2.
Latorre E, Torregrossa R, Wood ME, Whiteman M, Harries LW
Aging (Albany NY). 2018; 10:1666-1681. https://doi.org/10.18632/aging.101500

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Il microbioma intestinale collegato alla malattia di Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su luglio 29, 2018

Una nuova ricerca condotta dal Department of Radiology and Imaging Sciences, Center for Computational Biology and Bioinformatics, and the Indiana Alzheimer Disease Center, Indiana University School of Medicine, Indianapolis, fornisce ulteriori prove sul fatto che il microbioma intestinale possa giocare un ruolo nell’eziologia della malattia di Alzheimer (AD).

Lo studio, presentato il 24 luglio all’Alzheimer’s Association International Conference (AAIC) 2018 in Chicago – abstract 26438, ha trovato un’associazione tra i cambiamenti negli acidi biliari prodotti dal microbioma intestinale e i biomarcatori neuroimaging strutturali e funzionali correlati all’AD, così come i biomarcatori del liquido cerebrospinale (CSF) dell’amiloide-β e del tau.

In particolare, gli acidi biliari prodotti dal microbioma sono aumentati nelle persone con Alzheimer e sono associati a cambiamenti cerebrali funzionali e strutturali, tra cui il declino cognitivo, il metabolismo del glucosio cerebrale ridotto e una maggiore atrofia cerebrale. Inoltre, questi stessi acidi biliari erano associati ad un aumento dell’accumulo di amiloide e tau.

Bile Acid AD    

I risultati forniscono “ulteriore supporto per un ruolo delle vie di acido biliare nella malattia di Alzheimer“, ha detto il prof. Kwangsik Nho, PhD, del Center for Neuroimaging della Indiana University School of Medicine di Indianapolis. “Riteniamo che questo sia il primo studio a dimostrare che i profili di acidi biliari alterati (superiori o inferiori) basati sul siero sono associati a biomarcatori di amiloide, tau e neurodegenerazione della malattia di Alzheimer“.“Nuove terapie basate sulla modulazione del microbioma intestinale con farmaci o probiotici potrebbero emergere come nuovi approcci al trattamento dell’AD” – conclude Nho.

Gli ultimi 15 anni di ricerca hanno stabilito che la dieta è un importante fattore di rischio nello sviluppo della malattia di Alzheimer.Questo nuovo campo di ricerca sta scoprendo come i modelli alimentari possono essere legati alla salute del cervello e alla demenza“, ha detto Martha Clare Morris, della Rush University, Chicago, Illinois.

Scarica e leggi l’articolo in full text:
Altered Bile Acid Profile in Mild Cognitive Impairment and Alzheimer’s Disease: Relationship to Neuroimaging and CSF Biomarkers
Kwangsik Nho, et al.
bioRxiv preprint first posted online Mar. 18, 2018; doi: http://dx.doi.org/10.1101/284141

Fonte: Alzheimer’s Association AAIC Press Office

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Terapia con gli ultrasuoni contro le demenze.

Posted by giorgiobertin su luglio 25, 2018

Uno studio pubblicato su “Brain Stimulation” condotto dai ricercatori della Tohoku University di Sendai (Giappone), la tecnica sarebbe in grado di potenziare la formazione dei vasi sanguigni e la rigenerazione delle cellule nervose. Gli ultrasuoni potrebbero migliorare le condizioni di chi soffre di demenza vascolare e Alzheimer, le due forme più comuni di demenza.

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La sperimentazione condotta sugli animali ha mostrato miglioramenti significativi nella funzione cognitiva. Inoltre, il trattamento ha determinato l’aumento dell’espressione di un enzima coinvolto nella formazione dei vasi sanguigni, e l’incremento di una proteina che svolge un ruolo chiave nella sopravvivenza e nella crescita delle cellule nervose. Oltretutto, gli autori sottolineano che durante la terapia LIPUS (ultrasuono pulsato a bassa intensità) non sono stati riscontrati effetti collaterali.

Leggi abstract dell’articolo:
Whole-brain low-intensity pulsed ultrasound therapy markedly improves cognitive dysfunctions in mouse models of dementia – Crucial roles of endothelial nitric oxide synthase.
Kumiko Eguchi, Tomohiko Shindo, Kenta Ito, Tsuyoshi Ogata, Ryo Kurosawa, Yuta Kagaya, Yuto Monma, Sadamitsu Ichijo, Sachie Kasukabe, Satoshi Miyata, Takeo Yoshikawa, Kazuhiko Yanai, Hirofumi Taki, Hiroshi Kanai, Noriko Osumi, Hiroaki Shimokawa
Brain Stimul. 2018 May 22. pii: S1935-861X(18)30159-1. doi: 10.1016/j.brs.2018.05.012. [Epub ahead of print]

Fonte: Tohoku University di Sendai (Giappone)

 

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Linee guida per la valutazione clinica della malattia di Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su luglio 24, 2018

Nonostante più di due decenni di progressi nei criteri diagnostici e nella tecnologia, i sintomi del morbo di Alzheimer e delle relative demenze (ADRD) spesso non vengono riconosciuti o vengono male attribuiti, causando ritardi nelle diagnosi e cure appropriate. Ora un gruppo di lavoro dell’Alzheimer’s Association ha sviluppato 20 raccomandazioni per medici e infermieri. I dettagli di queste linee guida di consenso basato su evidenze, presentate all’Alzheimer’s Association International Conference (AAIC) 2018, saranno oggetto di una pubblicazione alla fine del 2018.

aaic-2018

Tra le raccomandazioni una afferma che la risonanza magnetica o la tomografia computerizzata dovrebbero essere fatte per aiutare a stabilire l’eziologia di un paziente che viene valutato per una sindrome cognitivo-comportamentale. Un’altra sostiene l’imaging molecolare con tomografia ad emissione di positroni (PET) di fluorodeoxyglucose (FDG) quando c’è un’incertezza diagnostica continuata riguardo all’eziologia dopo che l’imaging strutturale è stato interpretato.

Queste nuove linee guida forniranno un nuovo strumento importante per i professionisti medici per diagnosticare in modo più accurato l’Alzheimer e altre demenze. Di conseguenza, le persone riceveranno le giuste cure e trattamenti appropriati; le famiglie avranno un giusto supporto e saranno in grado di pianificare il futuro“, ha detto James Hendrix, PhD, Alzheimer’s Association Director of Global Science Initiatives.

FIRST PRACTICE GUIDELINES FOR CLINICAL EVALUATION OF ALZHEIMER’S DISEASE AND OTHER DEMENTIAS FOR PRIMARY AND SPECIALTY CARE

Fonte: Alzheimer’s Association International Conference (AAIC) 2018: Abstract O1-07-02. Presented July 22, 2018.

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