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Posts Tagged ‘endocrinologia’

Diabete tipo 2: creata nuova pillola per somministrare l’insulina.

Posted by giorgiobertin su febbraio 8, 2019

I ricercatori del David H. Koch Institute in collaborazione con il MIT, hanno realizzato una capsula farmaco che potrebbe essere utilizzata per somministrare dosi orali di insulina, sostituendo potenzialmente le iniezioni che le persone con diabete di tipo 2 devono fare ogni giorno.


A self-orienting millimeter-scale applicator (SOMA) for oral delivery of insulin and other biologics

Circa la dimensione di un mirtillo, la capsula contiene un piccolo ago costituito da quasi 100% di insulina liofilizzata compressa,, che viene iniettato dopo che la capsula raggiunge lo stomaco. Nei test sugli animali, i ricercatori hanno dimostrato che potevano fornire abbastanza insulina per abbassare lo zucchero nel sangue a livelli paragonabili a quelli prodotti da iniezioni somministrate attraverso la pelle. Hanno anche dimostrato che il dispositivo può essere adattato per fornire altri farmaci proteici.

Siamo davvero fiduciosi che questo nuovo tipo di capsula possa un giorno aiutare i pazienti diabetici e forse chiunque richieda terapie che ora possono essere somministrate solo mediante iniezione o infusione“, afferma Robert Langer, professore del David H. Koch Institute.

I particolari della realizzazione del device sono stati pubblicati sulla rivista Science.

Leggi abstract degli articoli:
An ingestible self-orienting system for oral delivery of macromolecules
BY ALEX ABRAMSON, ESTER CAFFAREL-SALVADOR, …., ULRIK RAHBEK, ROBERT LANGER, GIOVANNI TRAVERSO
SCIENCE 08 FEB 2019 : 611-615

Pills give patients a shot inside the stomach
Robert F. Service
Science 08 Feb 2019: Vol. 363, Issue 6427, pp. 571 DOI: 10.1126/science.363.6427.571

Pills armed with tiny needles could inject insulin, other important meds directly into the stomach
By Robert F. Service
Science Feb. 7, 2019

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Identificato ormone del fegato per il trattamento dei disturbi metabolici.

Posted by giorgiobertin su gennaio 15, 2019

I ricercatori del Life Sciences Institute dell’Università del Michigan hanno identificato un ormone prodotto dal fegato che dice al corpo di scalare il suo metabolismo quando spende molta energia.

La ricerca, pubblicata su “Nature Metabolism“, rivela un potenziale bersaglio per il trattamento di disturbi metabolici.

liver_2

I nostri corpi usano diversi sistemi per mantenere un controllo preciso dell’omeostasi energetica – equilibrando la quantità di energia che usiamo e le calorie che consumiamo. L’ormone leptina, per esempio, segnala al cervello di sopprimere l’appetito e aumentare la combustione di calorie quando i depositi di energia sono alti.

Analizzando i dati dell’espressione genica nei tessuti del topo, il team del prof. Lin ha scoperto un ormone che era elevato quando i topi bruciavano molta energia,  per esempio quando avevano bisogno di mantenere la temperatura corporea in ambienti freddi. Questo ormone, tsukushi (o TSK), viene escreto principalmente dal fegato – un attore centrale in percorsi nutrizionali, metabolici e ormonali.

Il TSK riduce il dispendio energetico”, spiega il prof. Lin. “Quando c’è una rapida perdita di energia, mette un freno al metabolismo. Se togliamo questo freno, la nostra previsione era che i topi avrebbero accelerato il consumo di calorie; ed è proprio quello che è successo.

Per quanto riguarda le risposte metaboliche nei topi a dieta ricca di grassi: topi normali approssimativamente raddoppiavano in peso; i topi che mancavano di TSK, hanno registrato solo un aumento del peso del 30% e hanno mostrato parametri metabolici migliori rispetto ai topi normali. E’ stata notata una protezione sostanziale contro l’obesità.

Anche se sono necessarie ulteriori conferme, i risultati illustrano gli effetti benefici multiformi del blocco del TSK nella prevenzione o nel trattamento della malattia metabolica.

Leggi abstract dell’articolo:
The hepatokine Tsukushi gates energy expenditure via brown fat sympathetic innervation

Nature Metabolism. DOI: 10.1038/s42255-018-0020-9

Fonte: Life Sciences Institute University of Michigan

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Passo in avanti per la cura del diabete.

Posted by giorgiobertin su gennaio 2, 2019

I ricercatori della Icahn School of Medicine del Mount Sinai di New York City hanno creato un nuovo cocktail di farmaci che può indurre le cellule produttrici di insulina (cellule beta) a rigenerarsi a un ritmo abbastanza veloce (5-8% al giorno) da poter essere utilizzato nei trattamenti umani.

Siamo molto entusiasti di questa nuova osservazione“, afferma l’autore principale Dr. Andrew F. Stewart, che è direttore del Mount Sinai Diabetes, Obesity, and Metabotism Institute, “perché, per la prima volta, siamo in grado di vedere i tassi della replicazione delle cellule beta delle cellule umane che sono sufficienti per ricostituire la massa delle cellule beta negli esseri umani.” “Il prossimo grande ostacolo è capire come consegnarli direttamente al pancreas”.

Ricordiamo le differenze dei due tipi di diabete: Nel diabete di tipo 1, la mancanza di controllo del glucosio nel sangue si verifica perché il sistema immunitario distrugge le cellule beta produttrici di insulina nel pancreas.

Il diabete di tipo 2 di solito inizia con l’insulino-resistenza, una condizione in cui le cellule diventano meno efficaci nell’uso di insulina.

Diabetes-insulin

Attualmente nessuno dei farmaci disponibili per il trattamento del diabete è sufficientemente efficace per rigenerare le cellule beta umane.
Lo studio rivela come il blocco “DYRK1A e TGFβSF inducano tassi notevoli e precedentemente irraggiungibili di proliferazione di cellule beta umane […] e in realtà aumentano il numero di cellule beta umane e di topo“.

Leggi abstract dell’articolo:
Combined Inhibition of DYRK1A, SMAD, and Trithorax Pathways Synergizes to Induce Robust Replication in Adult Human Beta Cells
Peng Wang, Esra Karakose,….[Andrew F.Stewart]
Cell Metabolism https://doi.org/10.1016/j.cmet.2018.12.005

Fonte: Icahn School of Medicine del Mount Sinai

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Atlante di fattori genetici associati all’osteoporosi.

Posted by giorgiobertin su dicembre 31, 2018

Un nuovo e rivoluzionario studio condotto da ricercatori del Lady Davis Institute (LDI) presso l’Jewish General Hospital (JGH) è riuscito a compilare un atlante di fattori genetici associati alla densità minerale ossea stimata (BMD), uno dei più clinicamente rilevanti fattori nella diagnosi dell’osteoporosi.

osteoporosis
On the left is normal bone and on the right is osteoporotic bone. Credit: International Osteoporosis Foundation

Lo studio, pubblicato su “Nature Genetics, identifica 518 loci a livello genomico, di cui 301 sono stati scoperti di recente, che spiegano il 20% della vari”anza genetica associata all’osteoporosi. Avere identificato tanti fattori genetici offre grandi promesse per lo sviluppo di nuove terapie mirate per il trattamento della malattia e per ridurre il rischio di fratture.

Leggi abstract dell’articolo:
An atlas of genetic influences on osteoporosis in humans and mice
John A. Morris, John P. Kemp, […]J. Brent Richards
Nature Genetics (2018). DOI: 10.1038/s41588-018-0302-x

Fonte: Lady Davis Institute (LDI)

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Il diabete è legato alla disfunzione erettile.

Posted by giorgiobertin su dicembre 27, 2018

Una nuova ricerca pubblicata sulle rivista “American Journal of Human Genetics” suggerisce che una suscettibilità genetica al diabete di tipo 2 possa essere una causa di disfunzione erettile.

Il rischio di sviluppare il rischio di sviluppare Erectile dysfunction (ED) è da due a tre volte superiore nelle persone con diabete di tipo 2 rispetto a quelli senza la condizione, anche secondo il National Institutes of Health (NIH).

AJHG-cover

Il nuovo studio rafforza il legame tra le due condizioni e conferma che una predisposizione genetica al diabete di tipo 2 può portare a ED. I risultati aggiungono anche alla crescente evidenza che alcune posizioni genetiche sono associate a ED. Lo studio ha esaminato i dati di oltre 220.000 uomini ed è stato condotto da Anna Murray, professore associato presso l’Università di Exeter Medical School, e dal professor Michael Holmes, del Dipartimento di Popolazione della Nuvola di Nuffield presso l’Università di Oxford – entrambi nel Regno Unito.

Leggi abstract dell’articolo.
GWAS identifies risk locus for erectile dysfunction and implicates hypothalamic neurobiology and diabetes in etiology
Jonas Bovijn, Leigh Jackson, Jenny Censin, Chia-Yen Chen, … Michael V. Holmes
AJHG In Press, Corrected Proof, Available online 21 December 2018

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Emicrania e diabete di tipo 2.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2018

Le donne con emicrania hanno un rischio più basso di sviluppare il diabete di tipo 2, secondo un recente ampio studio osservazionale (Etude Epidémiologique Auprès des Femmes de la Mutuelle Générale de l’Education Nationale (E3N)). Per la loro indagine i ricercatori del , hanno analizzato i dati dell’indagine su 74 247 donne che vivevano in Francia. Le donne avevano compilato questionari sulla salute e sullo stile di vita ogni pochi anni tra il 1990 e il 2014. Queste includevano domande sulle emicranie.

Migraine and Type 2 Diabetes

L’analisi ha rivelato che le donne con emicrania attiva avevano una riduzione del 30% circa del rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 rispetto alle donne senza storia di cefalee emicraniche.
Questi risultati sono in linea con le osservazioni della pratica clinica” – affermano Drs. Amy A. Gelfand e Elizabeth Loder.  nella pubblicazione sulla rivista “JAMA Neurology.

Un meccanismo che suggeriscono i ricercatori è che l’attività di una molecola chiamata peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP) è comune nello sviluppo dell’emicrania ed è anche coinvolto nel metabolismo del glucosio.

È stato trovato” scrivono gli autori “che i topi con diabete indotto sperimentalmente hanno una densità ridotta delle fibre nervose sensoriali CGRP” – affermano Drs. Amy A. Gelfand e Elizabeth Loder.
Un commento allo studio è pubblicato in un editoriale di accompagnamento.

Leggi il full text dell’articolo:
Associations Between Migraine and Type 2 Diabetes in Women: Findings From the E3N Cohort Study
Guy Fagherazzi; Douae El Fatouhi; Agnès Fournier; Gaelle Gusto; Francesca Romana Mancini; Beverley Balkau; Marie-Christine Boutron-Ruault; Tobias Kurth; Fabrice Bonnet.
JAMA Neurol. Published online December 17, 2018. doi:10.1001/jamaneurol.2018.3960

Studio di coorte prospettico E3N 

Editorial comment

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Diabete tipo 2: il fruttosio non fa male.

Posted by giorgiobertin su dicembre 3, 2018

I risultati di una meta analisi (155 studi) condotta dai ricercatori del Department of Nutritional Sciences, Faculty of Medicine, University of Toronto, e del Clinical Nutrition and Risk Factor Modification Centre of St. Michael’s Hospital in Canada, mostrano che la maggior parte degli alimenti che contengono fruttosio non hanno un effetto nocivo sui livelli di glucosio nel sangue quando non forniscono calorie in eccesso, anche se in alcuni studi è stato osservato un effetto dannoso sull’insulina a digiuno.

fruttosio

L’analisi di alimenti specifici suggerisce che frutta e succhi di frutta, quando non forniscono calorie in eccesso, possono avere effetti benefici sul controllo glicemico e dell’insulina, specialmente nelle persone con diabete, mentre molti alimenti, come bevande e succhi di frutta con zuccheri aggiunti, apportano un tipo di energia “povera di nutrienti” alla dieta, e sembrano avere effetti dannosi.
Il basso indice glicemico del fruttosio rispetto ad altri carboidrati e un maggiore contenuto di fibre della frutta potrebbero concorrere a spiegare i miglioramenti rispetto ai livelli di glucosio nel sangue.

La revisione è stata pubblicata sulla rivista “British Medical Journal“.

Leggi il full text dell’articolo:
Food sources of fructose-containing sugars and glycaemic control: systematic review and meta-analysis of controlled intervention studies
Choo Vivian L, Viguiliouk Effie, Blanco Mejia Sonia, Cozma Adrian I, Khan Tauseef A, Ha Vanessa et al.
BMJ 2018; 363 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.k4644 (Published 21 November 2018)

Clinicaltrials.gov (NCT02716870).

Fonti: Clinical Nutrition and Risk Factor Modification Centre of St. Michael’s Hospital – Canada, Doctornews33.

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Luce sul legame obesità e cancro.

Posted by giorgiobertin su novembre 13, 2018

Gli scienziati hanno fatto una scoperta importante che illumina una nuova luce esplicativa sul legame tra obesità e cancro. La loro ricerca, pubblicata sulla rivista “Nature Immunology” conferma perché i sistemi di sorveglianza immunitaria del corpo, guidati dalle cellule Natural Killer che combattono il cancro, balbettano e falliscono in presenza di grasso in eccesso. Inoltre, delinea possibili percorsi verso nuove strategie di trattamento che vedrebbero le cellule Natural Killer “intasate di grasso” riprogrammate a livello molecolare e rimesse in azione.

obesity-natural-killer-cells

Lavorando con le cellule natural killer degli esseri umani, e anche con i topi come organismi modello, gli scienziati hanno scoperto per la prima volta che il meccanismo molecolare delle cellule Natural Killer viene ostruito dal grasso in eccesso negli individui obesi. Questo intasamento non impedisce alle cellule Natural Killer di riconoscere le cellule tumorali, ma impedisce loro di ucciderle.

I nostri risultati evidenziano percorsi immuno-metabolici come un obiettivo promettente per invertire i difetti immunitari nell’obesità e suggeriscono che la riprogrammazione metabolica delle cellule Natural Killer può dare il via alla loro attività anti-cancro e migliorare i risultati del trattamento” – afferma Lydia Lynch professore di Immunology presso il Trinity College of Dublin.

Leggi il full text dell’articolo:
Metabolic reprogramming of natural killer cells in obesity limits antitumor responses
Xavier Michelet, Lydia Dyck[…]Lydia Lynch
Nature Immunology Published: 12 November 2018

Fonte: Trinity College Dublin, The University of Dublin

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Diabete tipo 2: risultati positivi per un nuovo farmaco.

Posted by giorgiobertin su novembre 12, 2018

Segnaliamo i risultati positivi del farmaco Dapagliflozin (Forxiga) nello studio di fase III DECLARE (Dapagliflozin Effect on Cardiovascular Events) – TIMI 58, presentati all’American Heart Association (AHA) a Chicago e contestualmente pubblicati sul “New England Journal of Medicine“.

dapagliflozin

Dapaglifozin ha mostrato risultati positivi sugli outcome cardiovascolari nello studio DECLARE, il più ampio studio mai condotto sugli outcome cardiovascolari (CVOT) per un inibitore di SGLT2, mostrando una riduzione significativa delle ospedalizzazioni dovute a scompenso cardiaco o morte cardiovascolare in una vasta popolazione di pazienti affetti da diabete di tipo 2.

Lo studio DECLARE-TIMI 58 ha confermato il buon profilo di sicurezza di dapagliflozin, raggiungendo l’endpoint primario di non inferiorità rispetto a placebo e dimostrando di non aumentare gli eventi MACE (major adverse cardiovascular events).

Il Prof. Stefano Del Prato, Direttore dell’Unità Operativa di Malattie del Metabolismo e Diabetologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa ha commentato: “Questi risultati sono clinicamente rilevanti per i 3 milioni di pazienti che in Italia sono affetti da diabete di tipo 2 e che hanno un rischio da 2 a 5 volte più grande di scompenso cardiaco e malattia cardiovascolare rispetto ai soggetti non diabetici. Lo scompenso cardiaco è la prima causa di ospedalizzazione in Italia e dopo 5 anni dalla diagnosi solo il 50% dei pazienti con scompenso cardiaco sopravvive. Per questo i risultati dello studio DECLARE, ottenuti in una popolazione molto vicina a quella che vediamo normalmente nei nostri ambulatori, rivestono un particolare interesse e sottolineano la necessità di andare oltre l’obiettivo del controllo glicemico per un approccio più integrato del diabete e delle sue complicanze cardiache e renali“.

Dapagliflozin and Cardiovascular Outcomes in Type 2 Diabetes
Stephen D. Wiviott, M.D., Itamar Raz, M.D., Marc P. Bonaca…. et al.
NEJM November 10, 2018 DOI: 10.1056/NEJMoa1812389

DECLARE–TIMI 58 ClinicalTrials.gov number, NCT01730534.

Dapagliflozin

 

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Una “proteina ​​naturale” potrebbero invertire il diabete.

Posted by giorgiobertin su ottobre 31, 2018

Con grande sorpresa dei ricercatori oncologici, una proteina studiata per il suo possibile ruolo nel cancro si è rivelata un potente regolatore del metabolismo. Lo studio condotto dalla Georgetown University ha scoperto che l’espressione forzata di questa proteina in un ceppo di topi obesi ha mostrato una notevole riduzione della massa grassa nonostante una predisposizione genetica a mangiare continuamente.

Natural-Protein-Georgetown-University

Nel loro lavoro pubblicato sulla rivista “Scientific Reports“, gli autori descrivono come la proteina 3 (FGFBP3, o BP3) che lega il fattore di crescita dei fibroblasti “modula il metabolismo di grassi e glucosio nei modelli murini di sindrome metabolica“.

Abbiamo trovato“, dice Anton Wellstein, che è un professore di oncologia e farmacologia al Georgetown Lombardi Comprehensive Cancer Center, “che otto trattamenti BP3 in 18 giorni [erano] sufficienti a ridurre il grasso nei topi obesi di oltre un terzo“.

BP3 appartiene alla famiglia delle proteine ​​leganti il ​​fattore di crescita dei fibroblasti (FGF) (BP). Le FGF si trovano in organismi che vanno dai vermi agli esseri umani e sono coinvolti in una vasta gamma di processi biologici, come la regolazione della crescita cellulare, la guarigione delle ferite e la risposta alle ferite.

La proteina BP3 può essere studiata come terapia umana per le sindromi metaboliche” – afferma il prof. Anton Wellstein.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Fibroblast Growth Factor Binding Protein 3 (FGFBP3) impacts carbohydrate and lipid metabolism
Elena Tassi, Khalid A. Garman, Marcel O. Schmidt, Xiaoting Ma, Khaled W. Kabbara, Aykut Uren, York Tomita, Regina Goetz, Moosa Mohammadi, Christopher S. Wilcox, Anna T. Riegel, Mattias Carlstrom & Anton Wellstein
Scientific Reports volume 8, Article number: 15973 (2018) Published: 29 October 2018

Fonte: Georgetown Lombardi Comprehensive Cancer Center

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Nuove linee guida per l’iperplasia surrenale congenita.

Posted by giorgiobertin su ottobre 22, 2018

La Endocrine Society ha aggiornato le proprie linee guida di pratica clinica per la diagnosi, il trattamento e la gestione dei pazienti con iperplasia surrenale congenita. Le raccomandazioni, pubblicate sul “Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism“, aggiornano il precedente documento pubblicato nel 2010.

JCEM

Tra gli aggiornamenti più importanti della linea guida si trova l’indicazione della necessità per i programmi di screening neonatale di includere per tutti i bambini lo screening per l’iperplasia surrenale congenita causata dal deficit di 21-idrossilasi.

Leggi il documento in full text:
Congenital Adrenal Hyperplasia Due to Steroid 21-Hydroxylase Deficiency: An Endocrine Society* Clinical Practice Guideline
Phyllis W Speiser Wiebke Arlt Richard J Auchus Laurence S Baskin Gerard S Conway Deborah P Merke Heino F L Meyer-Bahlburg Walter L Miller M Hassan Murad Sharon E Oberfield… et al.
The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, Volume 103, Issue 11, 1 November 2018, Pages 4043–4088, https://doi.org/10.1210/jc.2018-01865

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Un farmaco riduce il rischio cardiovascolare nei pazienti con diabete tipo 2.

Posted by giorgiobertin su ottobre 11, 2018

Un team di ricercatori ha individuato un nuovo farmaco capace di ridurre del 22 per cento il rischio di infarto del miocardio, di ictus o mortalità cardiovascolare nei pazienti affetti da diabete di tipo 2 con pregressa malattia cardiovascolare.

Lo studio denominato Harmony-Outcomes è stato coordinato dai professori Stefano Del Prato del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa e John McMurray del British Heart Foundation Cardiovascular Research Centre dell’Università di Glasgow.

Albiglutide-HARMONY

Complessivamente la ricerca, che ha coinvolto 9463 pazienti di 28 paesi diversi, ha mostrato le capacità cardioprotettive di albiglutide, un farmaco della classe degli agonisti del recettore del GLP1. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista “The Lancet“.

Siamo veramente contenti di questi risultati che forniscono un’ulteriore, solida evidenza dell’effetto cardioprotettivo di alcuni agonisti del recettore del GLP1, farmaci già impiegati per il controllo della glicemia nei pazienti con diabete tipo 2“. – afferma il prof. Stefano Del Prato.

Leggi abstract dell’articolo:
Albiglutide and cardiovascular outcomes in patients with type 2 diabetes and cardiovascular disease (Harmony Outcomes): a double-blind, randomised placebo-controlled trial
The Lancet Published:October 02, 2018DOI: https://doi.org/10.1016/S0140-6736(18)32261-X

This study is registered with ClinicalTrials.gov, number NCT02465515.

Fonte: Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa

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Diabete tipo 2: Linee guida sulla gestione dell’iperglicemia.

Posted by giorgiobertin su ottobre 5, 2018

A seguito di una revisione delle ultime prove – tra cui una serie di recenti studi sugli interventi farmacologici e sullo stile di vita – l’ European Association for the Study of Diabetes (EASD) e l’American Diabetes Association (ADA) hanno prodotto una dichiarazione di consenso aggiornata su come gestire l’iperglicemia (alto livello di zucchero nel sangue) nei pazienti con diabete di tipo 2. Il documento di consenso è stato pubblicato sulla rivista “Diabetologia“.

Diabetologia11

La gestione dell’iperglicemia nel diabete di tipo 2 è diventata straordinariamente complessa con il numero di farmaci ipoglicemizzanti ora disponibili. Il processo decisionale e il supporto centrati sul paziente e gli sforzi coerenti per migliorare la dieta e l’esercizio fisico restano il fondamento di tutta la gestione glicemica” – affermano i ricercatori.

Le nuove raccomandazioni del gruppo di esperti di entrambe le società aggiornano le precedenti indicazioni del 2015.

Per rendere la guida più utile possibile per i medici e gli operatori sanitari, il rapporto di consenso ADA-EASD presenta sette nuove figure grafiche che forniscono dettagliate tabelle di marcia dell’assistenza sanitaria (algoritmi) e due nuove tabelle che elencano le molteplici opzioni terapeutiche per la cura di adulti con diabete di tipo 2. Il rapporto di consenso ADA-EASD raccomanda l’assistenza centrata sul paziente che tiene conto della storia e dello stato di salute di ciascun individuo, del peso, dei costi di cura e delle preferenze. Mentre gli algoritmi si concentrano sulla scelta dei farmaci per il diabete, il rapporto evidenzia anche l’importanza cruciale della gestione completa dello stile di vita e dell’educazione all’autogestione del diabete e del supporto nella salute generale delle persone con diabete di tipo 2.

Scarica e leggi il documento in full text:
Management of hyperglycaemia in type 2 diabetes, 2018. A consensus report by the American Diabetes Association (ADA) and the European Association for the Study of Diabetes (EASD)
Melanie J. DaviesEmail authorDavid A. D’AlessioJudith FradkinWalter N. KernanChantal MathieuGeltrude MingronePeter RossingApostolos TsapasDeborah J. WexlerJohn B. Buse
Diabetologia First Online: 05 October 2018

The 2018 Standards of Medical Care in Diabetes

Fonte: Diabetologia news – American Diabetes Association (ADA)

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L’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di Diabete.

Posted by giorgiobertin su agosto 31, 2018

Respirare aria inquinata comporta un rischio significativo di sviluppare diabete, esso aumenta i livelli di infiammazione e riduce la produzione di insulina. Lo studio è il primo a quantificare i danni delle polveri sottili sulla capacità dell’organismo umano di regolare gli zuccheri nel sangue.

I ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis e del Veterans Affairs (VA) del St. Louis Health Care System hanno calcolato che globalmente, e soltanto nel 2016, l’inquinamento dell’aria ha contribuito ad almeno 3,2 milioni di nuovi casi di diabete, che rappresentano il 14% del totale delle nuove diagnosi per quell’anno.

Il team ha analizzato la relazione tra particolato atmosferico e rischio di diabete in 1,7 milioni di persone, veterani dell’Esercito degli Stati Uniti, seguiti per un periodo di 8 anni e mezzo.
La nostra ricerca mostra un legame significativo tra inquinamento atmosferico e diabete a livello globale“, ha dichiarato Ziyad Al-Aly, autore senior dello studio. “Abbiamo riscontrato un aumento del rischio, anche a bassi livelli di inquinamento atmosferico attualmente considerati sicuri dall’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS)“. “Le evidenze scientifiche dimostrano invece che i livelli attuali non sono ancora sufficientemente sicuri e che devono essere rafforzati”.

Scarica e leggi il documento in full text:
The 2016 global and national burden of diabetes mellitus attributable to PM2·5 air pollution
Benjamin Bowe, Yan Xie, Tingting Li, Prof Yan Yan, Prof Hong Xian, Ziyad Al-Aly,
The Lancet Planetary Health VOLUME 2, ISSUE 7, PE301-E312, JULY 01, 2018 DOI:https://doi.org/10.1016/S2542-5196(18)30140-2

Fonte: Washington University School of Medicine di St. Louis

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SIEDP: gestione e trattamento del Diabete in età pediatrica.

Posted by giorgiobertin su agosto 9, 2018

La  Societa’ Italiana Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP),  ha realizzato un documento sulla Gestione e trattamento del paziente con Diabete in eta’ pediatrica – Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) ospedale-territorio.

La realizzazione di un Percorso diagnostico-terapeutico assistenziale (PDTA) ospedale-territorio per i pazienti con diabete mellito di età 0-18 anni è una priorità, in quanto il diabete in età pediatrica è tra le patologie croniche più frequenti, richiede un importante impiego di risorse e di presidi per la gestione della patologia e una gestione multi-professionale per la presa in carico globale del paziente.

diabetes-pediatric

Scarica e leggi il documento in full text:
SIEDP: PERCORSO DIAGNOSTICO TERAPEUTICO ASSISTENZIALE OSPEDALE TERRITORIO PER LA GESTIONE ED IL TRATTAMENTO DEL PAZIENTE CON DIABETE IN ETÀ PEDIATRICA

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La FDA approva il primo trattamento per i tumori surrenali rari.

Posted by giorgiobertin su agosto 1, 2018

La Food and Drug Administration ha approvato iobenguane I 131 (Azedra, Progenics Pharmaceuticals) per il trattamento del feocromocitoma o del paraganglioma, che sono rari tumori neuroendocrini della ghiandola surrenale e di altre aree tissutali.

L’approvazione è per tumori localmente avanzati, non resecabili e per malattia metastatica, negli adulti e negli adolescenti (età 12 anni) che necessitano di terapia sistemica.
L’agente sistemico radioattivo o radiofarmaco viene somministrato per iniezione endovenosa ed è il primo farmaco approvato dalla FDA in questo contesto.

Azedra

L’efficacia di iobenguane I 131 è stata dimostrata in uno studio clinico di fase 2 in aperto, a gruppo singolo, con 68 pazienti che non erano eleggibili per la chirurgia curativa, avevano fallito una precedente terapia o non erano candidati per la chemioterapia.

Comunicato stampa:
FDA approves first treatment for rare adrenal tumors

Clinical Trials Using Iobenguane I-131

Jimenez C, Chin BB, Noto RB, et al. AZEDRA (iobenguane I 131) in patients with malignant and/or recurrent pheochromocytoma/paraganglioma (PPGL): Final results of a multi-center, open-label, pivotal phase 2b study. Presented at: NANETS 2017 Symposium; October 19-21, 2017, Philadelphia, PA. Abstract C-28.

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Nuova tecnica per la somministrazione di insulina per via orale.

Posted by giorgiobertin su giugno 26, 2018

I ricercatori della Harvard John A. Paulson School of Engineering e Applied Sciences (SEAS) hanno sviluppato un metodo di somministrazione orale che potrebbe trasformare radicalmente il modo in cui i diabetici mantengono sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue.

deliveringin
Oral delivery method could dramatically transform the way in which diabetics keep their blood sugar levels in check. Credit: Harvard SEAS

Gli scienziati non sono fino ad ora riusciti a trovare un modo per somministrare insulina per via orale, la proteina non resiste quando incontra l’ambiente acido dello stomaco e così viene scarsamente assorbita dall’intestino. La chiave del nuovo approccio è dunque trasportare l’insulina in un liquido ionico costituito da colina e acido geranico, che viene inserito in una capsula con rivestimento resistente agli acidi.
Il rivestimento polimerico si dissolve quando raggiunge un ambiente più alcalino nell’intestino tenue, dove viene rilasciato il liquido ionico contenente l’insulina.

La formulazione è biocompatibile, facile da produrre e può essere conservata fino a due mesi a temperatura ambiente senza degradazione, un tempo più lungo rispetto a molti altri prodotti iniettabili attualmente sul mercato.

L’insulina oralmente ingerita imiterebbe più fedelmente il modo in cui il pancreas di un individuo sano produce e distribuisce insulina al fegato, dove viene estratto fino all’80% e il resto viene fatto circolare attraverso il flusso sanguigno. Potrebbe anche mitigare gli effetti avversi di prendere iniezioni per un lungo periodo di tempo.

È il sacro graal del rilascio di farmaci per sviluppare modi per somministrare proteine ​​e peptidi come l’insulina per via orale, invece dell’iniezione“, ha dichiarato il prof. Mark Prausnitz.

Una rivoluzione per tutte le persone che vivono con il diabete che devono farsi una dolorosa puntura, una o due volte al giorno, essendo l’unica opzione per somministrare l’insulina.
I ricercatori sono ottimisti sul fatto che se tutto andrà bene, ottenere l’approvazione per eventuali studi clinici sugli esseri umani sarà reso più facile dal fatto che gli ingredienti chiave – colina e acido geranico – sono già considerati sicuri dall’FDA.

Leggi abstract dell’articolo:
Ionic liquids for oral insulin delivery
Ionic liquids for oral insulin delivery
Amrita Banerjee, Kelly Ibsen, Tyler Brown, Renwei Chen, Christian Agatemor, and Samir Mitragotri
PNAS June 25, 2018. 201722338; published ahead of print June 25, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1722338115

Fonte: Harvard John A. Paulson School of Engineering e Applied Sciences (SEAS)

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Linee guida sull’autogestione dei pazienti diabetici ospedalizzati.

Posted by giorgiobertin su giugno 24, 2018

È importante che i pazienti con diabete siano coinvolti nelle decisioni relative alla gestione della loro condizione mentre sono ospedalizzati. Le nuove linee guida pubblicate su “Diabetic Medicine” hanno lo scopo di migliorare l’esperienza ospedaliera e la sicurezza per le persone con diabete attraverso un’efficace autogestione.

Le linee guida suggeriscono un approccio per fornire informazioni sui pazienti, le circostanze in cui l’autogestione è appropriata, lo sviluppo di piani di assistenza e gli elementi necessari per un’efficace autogestione.

Il personale clinico ospedaliero dovrebbe essere consapevole del fatto che molte persone con diabete in ospedale desiderano autogestirsi e dovrebbero garantire che tale necessità sia soddisfatta il più possibile“, hanno scritto gli autori.

Leggi abstrcat dell’articolo:
Self‐management of diabetes in hospital: a guideline from the Joint British Diabetes Societies (JBDS) for Inpatient Care group
D. Flanagan K. Dhatariya A. Kilvert on behalf of the Joint British Diabetes Societies (JBDS) for Inpatient Care group and Guidelines writing group
Diabetic Medicine First published: 19 June 2018 https://doi.org/10.1111/dme.13677

Articoli correlati:
The Hospital Management of Hypoglycaemia in Adults with Diabetes Mellitus 3rd edition Revised April 2018

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Standard italiani per la cura del Diabete mellito 2.

Posted by giorgiobertin su giugno 23, 2018

Sono stati pubblicati a cura della Società Italiana di Diabetologia e dell’Associazione Medici Diabetologi gli standard per la cura del Diabete mellito 2.

Standard di Cura AMD - SID 2018

Gli Standard nell’edizione 2018 contengono vari elementi di novità. Tra le principali: rimodulazione degli obiettivi glicemici, benefici derivanti dall’impiego dei device, nuovo algoritmo di terapia farmacologica del diabete tipo 2 che retrocede i farmaci “non innovativi”, focus su vaccinazioni e terapia ipocolesterolemizzante con inibitori di PCSK9.

Il documento analizza tutti gli aspetti relativi alla gestione del diabete, dalla prevenzione alla diagnosi, dai farmaci all’innovazione tecnologica, rappresentando ormai da più di 10 anni lo strumento di riferimento per i clinici e l’intera comunità diabetologica italiana, ma anche per le istituzioni nazionali e regionali, nonché per le agenzie regolatorie.

Scarica e leggi il documento in full text:
Standard italiani per la cura del diabete mellito 2018

Fonte: Società Italiana di Diabetologia

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Obesità e diabete: scoperta proteina chiave.

Posted by giorgiobertin su giugno 16, 2018

Uno studio internazionale a cui ha partecipato il Deutsches Zentrum fuer Diabetesforschung (Dzd), ha individuato una nuova adipochina, molecola prodotta dal tessuto adiposo, che favorisce l’insorgere dell’insulino-resistenza e dell’infiammazione sistemica. In presenza di grave obesità questa molecola viene secreta dagli adipociti, cellule del tessuto adiposo, e rilasciata nel sangue.

Gli scienziati hanno identificato una particolare proteina, chiamata Wisp1 (Wingless-type signaling), come una adipochina pro-infiammatoria e ne hanno osservato gli effetti sull’organismo, verificando se i suoi livelli nel sangue fossero anomali nelle persone con diabete 2.
Dall’analisi è emerso per la prima volta che Wisp 1 altera in modo diretto l’azione dell’insulina nelle cellule dei muscoli e nel fegato provocando la riduzione di sensibilità all’insulina e aprendo così le porte al diabete.

diabetes-obesity

Abbiamo il sospetto che un aumento della produzione di Wisp 1 dal grasso addominale – ha dichiarato la prof.ssa Tina Hörbelt del German Diabetes Center Düsseldorf partnre del Dzd, – potrebbe essere una delle ragioni per cui spesso le persone in sovrappeso hanno un metabolismo del glucosio alterato. Una delle possibili cause dell’aumento della produzione di Wisp 1 e della secrezione dalle cellule del grasso addominale potrebbe essere un scarso apporto di ossigeno (ipossia) ai tessuti. E ciò potrebbe provocare una risposta infiammatoria sistemica“.

Lo studio, pubblicato su “Diabetologia“,  apre possibilità alla ricerca di nuove soluzioni per il trattamento del diabete. Wisp 1 potrebbe infatti diventare un nuovo target terapeutico nel tentativo di prevenirne gli effetti nocivi sulle cellule del fegato e dei muscoli.

Leggi asbtract dell’articolo:
The novel adipokine WISP1 associates with insulin resistance and impairs insulin action in human myotubes and mouse hepatocytes
Tina Hörbelt, Christopher Tacke, Mariya Markova, Daniella Herzfeld de Wiza, ………., Olga Pivovarova, D. Margriet Ouwens
Diabetologia (2018) https://doi.org/10.1007/s00125-018-4636-9

Fonte: Deutsches Zentrum fuer Diabetesforschung (Dzd)

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Creata pillola anticoncezionale senza ormoni.

Posted by giorgiobertin su marzo 30, 2018

I ricercatori del Kungliga Tekniska Högskolan di Stoccolma hanno creato un nuovo contraccettivo femminile che non usa gli ormoni ma una sostanza naturale che viene dai crostacei. E’ infatti sul chitosano, una sostanza prodotta dai gusci esterni dei granchi, dei gamberi e delle aragoste, che si potrà concentrare una nuova tecnica anticoncezionale.


The distribution of chitosan over a mucin drop is shown in flourescence. (Image: Thomas Crouzier)

I ricercatori hanno scelto il chitosano, un polisaccaride derivato dalla chitina. La quale è una sostanza che si sviluppa nei gusci esterni dei crostacei, come i gamberi che per i paesi nordici è facile procurarsi in quantità industriali a prezzo modico, e la sostanza agisce a livello della cervice. Dove la mucosa solitamente impervia all’ingresso dell’utero si allenta naturalmente durante l’ovulazione, permettendo al liquido seminale maschile di fecondare gli ovuli. Ma il polimero potrebbe impedire la fecondazione senza appunto indurre disturbi, dolori o altri effetti collaterali.

L’idea infatti è quella di sviluppare un prodotto composto da una capsula vaginale che si dissolve rapidamente e che va a modificare lo strato di muco superficiale, creando una sorta di barriera. I ricercatori hanno anche lavorato per migliorare le altre proprietà delle mucose, come la lubrificazione e l’idratazione.
Il nuovo preparato non interviene sul processo ormonale e dunque non causa effetti collaterali.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “Biomacromolecules” dell’American Chemical Society.

Scarica e leggi il full text:
Reinforcing Mucus Barrier Properties with Low Molar Mass Chitosans
Sujit Kootala, Luimar Filho, Vaibhav Srivastava, Victoria Linderberg, Amani Moussa, Laurent David, Stéphane Trombotto, and Thomas Crouzier
Biomacromolecules 2018 19 (3), 872-882 DOI: 10.1021/acs.biomac.7b01670

Fonte: Kungliga Tekniska Högskolan in Stockholm.

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Ipogonadismo maschile: le nuove linee guida per trattarlo.

Posted by giorgiobertin su marzo 29, 2018

Per trattare l’ipogonadismo maschile, ok alla terapia con testosterone, ma solo negli uomini che hanno un deficit di questo ormone. Invece, tra coloro che hanno bassi livelli di testosterone dovuti all’età o ad altre condizioni, lo stesso trattamento non dovrebbe essere consigliato. Sono alcuni dei punti trattati nelle linee guida aggiornate della Endocrine Society, pubblicati su “JAMA” da Robert Sargis, dell’Università dell’Illinois di Chicago, e Andrew Davis, dell’Università di Chicago.

Hypogonadism

Le linee guida sottolineano come la terapia con testosterone non sia raccomandata tra gli uomini che desiderano rimanere fertili a breve termine o che hanno un tumore a seno o prostata, infezioni al tratto urinario o malattie cardiache. Inoltre, la terapia ormonale non dovrebbe essere prescritta in modo ordinario agli uomini di 65 anni di età o più anziani, con basse concentrazioni di testosterone. E dal momento che i livelli di testosterone possono variare nel tempo, la diagnosi di ipogonadismo dovrebbe essere formulata dopo due misurazioni di testosterone inequivocabilmente basse.

Scarica e leggi il documento in full text:
Evaluation and Treatment of Male Hypogonadism
Robert M. Sargis; Andrew M. Davis
JAMA. Published online March 17, 2018. doi:10.1001/jama.2018.3182

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Il grasso dell’addome promuove il diabete di tipo 2.

Posted by giorgiobertin su marzo 23, 2018

Il grasso che si accumula nell’addome, più di qualsiasi altro tipo di grasso corporeo, aumenta il rischio di insulino-resistenza e diabete di tipo 2. I ricercatori hanno determinato che il grasso addominale diventa pericoloso quando diventa infiammato ma hanno avuto molte difficoltà a stabilire che cosa causa l’infiammazione. La pubblicazione è stata fatta sulla rivista “Nature“.

Tabas
Left image: In obese mice, a liver enzyme, DPP4, travels to abdominal fat and increases inflammation (inflammatory cells labeled red), thereby promoting diabetes. Right: When the production of the liver enzyme is blocked, inflammation and insulin resistance lessens. Images: Ira Tabas / Columbia University Irving Medical Center (image hue of the above images has been altered from the originals to improve clarity).

I ricercatori del Columbia University Irving Medical Center (CUIMC) hanno scoperto che, nei topi obesi, il fegato aumenta la produzione di un enzima chiamato DPP4. Questo enzima viaggia attraverso il flusso sanguigno verso il grasso addominale. Una volta all’interno del tessuto grasso, DPP4 aiuta ad attivare le cellule infiammatorie.
Questa infiammazione può essere risolta spegnendo la produzione di DPP4 nel fegato, come dimostrato dai ricercatori nei topi.

Se possiamo sviluppare dei metodi per indirizzare l’enzima DPP4 nelle persone, questo potrebbe essere un nuovo modo potente per trattare il diabete di tipo 2 indotto dall’obesità”, ha detto il prof. Ira Tabas. “L’inibizione del DPP4 in particolare nelle cellule del fegato attacca la resistenza all’insulina – il problema principale del diabete di tipo 2 – almeno nei nostri modelli preclinici“.

Quando i ricercatori hanno bloccato selettivamente la produzione di DPP4 all’interno delle cellule del fegato, sono stati in grado di ridurre l’infiammazione del grasso e migliorare la resistenza all’insulina, riducendo allo stesso tempo la glicemia. Bisognerebbe consegnare gli inibitori DPP4 direttamente al fegato, confezionando il farmaco con delle nanoparticelle.

Un altro percorso potrebbe essere quello di bloccare l’attività di DPP4 nei macrofagi del grasso addominale. “Dai nostri studi, sappiamo che DPP4 interagisce con una molecola su queste cellule per aumentare l’infiammazione. Se potessimo bloccare questa interazione, potremmo essere in grado di fermare l’enzima che causa infiammazione e resistenza all’insulina“, conclude il prof. Tabas.

Leggi abstract dell’articolo:
Hepatocyte-Secreted DPP4 in Obesity Promotes Adipose Inflammation and Insulin Resistance
Devram S. Ghorpade, Lale Ozcan, Ze Zheng, Sarah M. Nicoloro, Yuefei Shen, Emily Chen, Matthias Blüher, Michael P. Czech & Ira Tabas
Nature Published:21 March 2018 doi:10.1038/nature26138

Fonte: Columbia University Irving Medical Center (CUIMC)

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Carenza di vitamina D legata all’autismo.

Posted by giorgiobertin su marzo 22, 2018

I ricercatori della University of Western Australia e del Telethon Kids Institute hanno scoperto che la vitamina D svolge un ruolo importante nello sviluppo cerebrale dei bambini.

La vitamina D non è facilmente disponibile nella dieta e proviene principalmente dall’esposizione della pelle alla luce solare e dagli effetti della radiazione ultravioletta B.

Sunshine

Lo studio, pubblicato oggi sul “Journal of Endocrinology“, ha scoperto che femmine di ratti con bassi livelli di vitamina D durante la gravidanza e l’allattamento avevano più probabilità di avere una prole che mostrava un insolito sviluppo cerebrale. Si ritiene che questo possa portare a comportamenti di tipo autistico più tardi nella vita, incluse caratteristiche come una ridotta interazione sociale e problemi di memoria e apprendimento.

Le differenze nel comportamento sociale sono un segno distintivo di numerose condizioni umane, come il disturbo dello spettro autistico (ASD), e questi risultati forniscono ulteriori prove dell’importanza dei livelli di vitamina D materna durante la gravidanza nello sviluppo cerebrale della prole“, ha detto il dott. Wyrwoll.

Lo studio attuale rivela, per la prima volta, l’esistenza di una stretta relazione tra i bassi livelli ematici di vitamina D e l’alterata espressione di specifici geni coinvolti nella fisiologica attività neurotrofica della dopamina e dei glucocorticoidi.

Studi epidemiologici precedenti hanno rilevato che livelli più bassi di vitamina D materna durante la gravidanza sono associati ad un aumentato rischio di ASD. Tuttavia, i meccanismi biologici alla base di questa relazione rimangono ancora poco chiari.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Vitamin D is crucial for maternal care and offspring social behaviour in rats
Nathanael J Yates, Dijana Tesic, Kirk W Feindel, Jeremy T Smith, Michael W Clarke, Celeste Wale, Rachael C Crew, Michaela D Wharfe, Andrew J O Whitehouse, and Caitlin S Wyrwoll
J Endocrinol 237 (2) 73-85, doi: 10.1530/JOE-18-0008

Fonte: University of Western Australia

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Menopausa precoce: staminali ringiovaniscono le ovaie.

Posted by giorgiobertin su marzo 18, 2018

I ricercatori dell’Università dell’Illinois Chicago, grazie ad una terapia a base di cellule staminali sono riusciti a ringiovanire le ovaie di due donne che soffrivano di menopausa precoce (premature ovarian insufficiency (POI)).
Le cellule sono state prelevate dalle stesse donne per essere poi iniettate per la prima volta direttamente nelle ovaie delle pazienti con una tecnica innovativa. Grazie a tale terapia a base di staminali, i sintomi della menopausa nelle due donne sono stati alleviati e a sei mesi dall’iniezione le donne hanno avuto di nuovo il ciclo mestruale (ROSE clinical trial).

Le cellule staminali mesenchimali impiegate sono state ricavate dal midollo osseo delle stesse pazienti e poi iniettate direttamente dentro solo una delle due ovaie, mentre l’altra è stata usata come test di controllo. E’ la prima volta che le staminali vengono iniettate direttamente nelle ovaie.
Nelle due pazienti il livello di estrogeni è aumentato tre mesi dopo le iniezioni e l’effetto è durato per almeno un anno“, afferma Ayman Al-Hendy,  Professore di Ginecologia e Director of Translational Research presso l’University of Illinois a Chicago.
Le immagini a ultrasuoni delle ovaie trattate hanno mostrato un aumento significativo delle loro dimensioni, rispetto a quelle non trattate. Le due pazienti hanno finora tollerato la terapia molto bene, senza complicazioni o effetti collaterali“.

E’ indubbio che nonostante i risultati siano stati più che positivi c’è bisogno di ulteriori studi a conferma della sperimentazione. A breve partirà una sperimentazione su 33 donne.

Approfondimenti:
Human Mesenchymal Stem Cells Partially Reverse Infertility in Chemotherapy-Induced Ovarian Failure.
Mohamed SA, Shalaby SM, Abdelaziz M, Brakta S, Hill WD, Ismail N, Al-Hendy A.
Reprod Sci. 2018 Jan;25(1):51-63. doi: 10.1177/1933719117699705. Epub 2017 May 1.

ROSE clinical trial

Fonte: Endocrine Society

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