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Posts Tagged ‘genetica’

Cancro ovarico: potrebbe essere ereditato da un gene mutato del padre.

Posted by giorgiobertin su febbraio 18, 2018

Gli scienziati del Roswell Park Comprehensive Cancer Center di Buffalo, a New York, USA che studiano il cancro ovarico hanno rivelato una nuova mutazione genetica che aumenta il rischio di cancro ovarico in una donna – e può essere trasmessa a lei da suo padre.

Paternal_ovarian cancers

La ricerca pubblicata sulla rivista “PLOS Genetics” identifica una nuova mutazione associata al carcinoma ovarico e alla prostata ad esordio precoce che viene trasmesso attraverso la linea paterna attraverso il cromosoma X.
Il team ha anche sequenziato porzioni del cromosoma X da 186 persone con carcinoma ovarico e ha scoperto che una mutazione precedentemente non identificata è associata ad un aumentato rischio di cancro ovarico.

I casi di carcinoma ovarico che sono collegati alla mutazione appena identificata si sviluppano più di 6 anni prima rispetto all’età media di insorgenza per il carcinoma ovarico. Questo è importante perché il tumore ovarico viene spesso diagnosticato in una fase avanzata quando è più difficile da trattare.
La ricerca ha anche scoperto un’associazione tra questa mutazione e un aumentato rischio di cancro alla prostata tra i membri della famiglia maschile.

Lo studio, che ha elaborato i dati dal Familial Ovarian Cancer Registry, non ha confermato l’identità e la funzione del gene specifico in gioco in questa associazione, quindi i ricercatori riconoscono che sono necessari ulteriori studi.

Il prof. Kevin Eng e i suoi colleghi ritengono che molti casi di cancro alle ovaie che sembrano sporadici potrebbero effettivamente essere ereditati. L’identificazione del gene responsabile contribuirà quindi a migliorare lo screening del carcinoma ovarico.

Scarica e leggi il documento in full text:
Paternal lineage early onset hereditary ovarian cancers: A Familial Ovarian Cancer Registry study
Eng KH, Szender JB, Etter JL, Kaur J, Poblete S, Huang R-Y, et al.
PLoS Genet 14(2): e1007194 Published: February 15, 2018 https://doi.org/10.1371/journal.pgen.1007194

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Il mais OGM non fa male alla salute.

Posted by giorgiobertin su febbraio 17, 2018

Uno studio pubblicato su “Scientific Reports” e condotto dalla Scuola Superiore Sant’Anna e dall’Università di Pisa, ha analizzato i dati sulle colture Ogm dal loro inizio (1996) fino al 2016, in Europa, Stati Uniti, Sud America, Asia, Africa e Australia. Dai risultati è emerso che il mais Ogm, ovvero geneticamente modificato, non è rischioso per la salute umana.

Gli autori hanno paragonato le varietà transgeniche con le non transgeniche, dimostrando che il mais Ogm è più produttivo dell’altro (tra il 5,6 e il 24,5%), non ha effetto sugli organismi “non-target” (cioè non bersagli della modificazione genetica), riduce gli insetti dannosi ai raccolti e contiene concentrazioni minori di micotossine (-28,8%) e fumonisine (-30,6%) nei chicchi.

mais_ogm

Questa analisi fornisce una sintesi efficace su un problema specifico molto discusso pubblicamente” dice la prof.ssa Laura Ercoli, coordinatrice della ricerca. “Lo studio ha riguardato esclusivamente l’elaborazione rigorosa dei dati scientifici e non l’interpretazione “politica” dei medesimi” e riteniamo che il lavoro permetta di trarre conclusioni univoche, aiutando ad aumentare la fiducia del pubblico nei confronti del cibo prodotto con piante geneticamente modificate“.

Per organismo geneticamente modificato si intende un organismo, diverso da un essere umano, in cui il materiale genetico (Dna) è stato modificato in un modo differente da quanto avviene in natura, con l’accoppiamento e la ricombinazione genetica. L’applicazione delle biotecnologie permette di trasferire tratti di geni selezionati da un organismo all’altro, anche di specie non correlate, per esempio da batteri a piante. Gli Ogm attualmente sviluppati, autorizzati e commercializzati sono piante (per es. mais, soia, colza, cotone), modificate geneticamente per conferire loro caratteristiche che non hanno, come la resistenza a certi insetti o la tolleranza ad alcuni erbicidi.

Scarica e leggi il documento in  full text:
Impact of genetically engineered maize on agronomic, environmental and toxicological traits: a meta-analysis of 21 years of field data
Elisa Pellegrino, Stefano Bedini, Marco Nuti & Laura Ercoli
Scientific Reportsvolume 8, Article number: 3113 doi:10.1038/s41598-018-21284-2 Published online: 15 February 2018

Fonte:  Scuola Superiore Sant’Anna  – Università di Pisa,

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Nuova potenziale strategia terapeutica per il cancro del pancreas

Posted by giorgiobertin su febbraio 4, 2018

Un team di ricercatori di oncologia sperimentale presso il CNIO (Centro Nacional de Investigaciones Oncológicas – Madrid) ha lavorato con un modello di cancro del pancreas nei topi simile alla patologia umana. In questi tumori, hanno isolato e caratterizzato una sotto-popolazione di fibroblasti associati al cancro (CAF), che sono associati con l’infiammazione e che promuovono la crescita del tumore. I ricercatori hanno scoperto che il gene Saa3 è almeno uno dei geni responsabili della proprietà che favorisce la crescita del tumore in queste cellule.

Saas3

Nei tumori umani, la sovraespressione della versione umana di questo gene, SAA1, è associata a prognosi significativamente peggiore. I ricercatori hanno focalizzato il loro lavoro sull’identificazione di una popolazione di cellule stromali che favorisce la crescita del tumore, per poi scoprire perché hanno questa capacità ed hanno cercato di invertirla. La strategia è innovativa, perché invece di eliminare queste cellule stromali che aiutano il tumore, l’obiettivo è stato la loro riprogrammazione selettiva.

Come spiega la dott.ssa Carmen Guerra: “Abbiamo visto che l’eliminazione delle cellule stromali può avere un effetto negativo, quindi il nostro approccio è riprogrammare lo stroma invece di eliminarlo. È una strategia innovativa“.
Gli esperimenti hanno rivelato che il gene Saa3 è responsabile dei CAF che aiutano le cellule tumorali a progredire. Quando è stata eliminata l’espressione di questo gene nei CAF, queste cellule si sono comportate come normali fibroblasti, poiché hanno perso la capacità di aiutare le cellule tumorali a progredire.

Questa scoperta può rappresentare una futura strategia terapeutica da combinare con altre strategie, come l’immunoterapia, la chemioterapia o gli inibitori contro specifiche vie di segnalazione delle cellule tumorali” . Tuttavia, “apre la porta a nuove ricerche in molti laboratori volti a riprogrammare lo stroma invece di eliminarlo” , ha aggiunto la prof.ssa Magdolna Djurec, prima autrice del lavoro.

Leggi abstract dell’articolo:
Saa3 is a key mediator of the protumorigenic properties of cancer-associated fibroblasts in pancreatic tumors
Magdolna Djurec, Osvaldo Graña, Albert Lee, Kevin Troulé, Elisa Espinet, Lavinia Cabras, Carolina Navas, María Teresa Blasco, Laura Martín-Díaz, Miranda Burdiel, Jing Li, Zhaoqi Liu, Mireia Vallespinós, Francisco Sanchez-Bueno, Martin R. Sprick, Andreas Trumpp, Bruno Sainz, Fátima Al-Shahrour, Raul Rabadan, Carmen Guerra and Mariano Barbacid
PNAS 2018; published ahead of print January 19, 2018, https://doi.org/10.1073/pnas.1717802115

Fonte: CNIO (Centro Nacional de Investigaciones Oncológicas – Madrid)

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Leucemia: La terapia genica con le cellule T CAR è sicura ed efficace.

Posted by giorgiobertin su febbraio 1, 2018

I risultati dello studio globale, multicentrico e di fase 2 (studio clinico ELIANA) che ha portato alla prima approvazione da parte della FDA di un approccio di terapia genica/terapia cellulare noto come terapia delle cellule T CAR, sono stati pubblicati nel New England Journal of Medicine.

La terapia, tisagenlecleucel (Kymriah), utilizza i propri globuli bianchi del paziente che sono stati geneticamente riprogettati per colpire e uccidere specificamente le cellule tumorali. È stato approvato ad agosto 2017 per il trattamento della leucemia linfoblastica acuta pediatrica (ALL – acute lymphoblastic leukemia (ALL)), il tumore infantile più comune.

ELIANA02

Il professore Pulsipher, capo sezione del Blood and Marrow Transplantation at the Children’s Center for Cancer and Blood Diseases al Children’s Hospital Los Angeles (CHLA) afferma: “Per questo studio, abbiamo lavorato insieme a molti colleghi per dimostrare che il trattamento con la terapia delle cellule T CAR non solo è fattibile in un contesto globale, multisite, ma che è anche ugualmente sicuro ed efficace“. Lo studio è stato condotto in 25 siti in 11 paesi.
L’analisi aggiornata ha mostrato un tasso di remissione globale dell’81% entro 3 mesi dal trattamento. Tutti i pazienti che hanno risposto alla terapia non hanno mostrato una minima malattia residua mediante citometria a flusso – il mezzo di analisi più sensibile.

La terapia CAR-T è davvero un punto di svolta per la leucemia pediatrica“, ha detto Alan S. Wayne coautore dello studio. “Siamo lieti di essere una delle istituzioni in grado di offrire questo nuovo trattamento ai bambini per i quali le terapie convenzionali hanno fallito“.

Leggi abstract dell’articolo:
Tisagenlecleucel in Children and Young Adults with B-Cell Lymphoblastic Leukemia
Shannon L. Maude, M.D., Ph.D., Theodore W. Laetsch, M.D……….Michael A. Pulsipher, M.D., and Stephan A. Grupp
N Engl J Med 2018; 378:439-448 February 1, 2018 DOI: 10.1056/NEJMoa1709866

(Funded by Novartis Pharmaceuticals; ClinicalTrials.gov number, NCT02435849)

Novartis announces NEJM publication of updated analysis from ELIANA trial showing longer-term durable remissions with Kymriah(TM) in children, young adults with r/r ALL

About the ELIANA Clinical Trial
About Acute Lymphoblastic Leukemia (ALL)

I medici dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma hanno applicato la nuova tecnica ad un bambino di 4 anni italiano affetto da leucemia linfoblastica acuta, di tipo B cellulare. E’ il primo paziente italiano curato con tale metodo rivoluzionario. Grazie all’infusione dei linfociti T modificati, invece, il bambino oggi sta bene ed è stato dimesso”. A spiegarlo è Franco Locatelli, direttore del dipartimento di Onco-Ematologia Pediatrica, Terapia Cellulare e Genica dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, annunciando che già altri pazienti sono in lista per il trattamento.
Una pietra miliare nel campo della medicina di precisione in ambito onco-ematologico. Le terapie cellulari con cellule geneticamente modificate ci portano infatti nel merito della medicina personalizzata, capace di rispondere con le sue tecniche alle caratteristiche biologiche specifiche dei singoli pazienti e di correggere i difetti molecolari alla base di alcune malattie.
Comunicato ANSA

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Creato un adenovirus “vettore” nella terapia contro il cancro.

Posted by giorgiobertin su febbraio 1, 2018

Scienziati dell’Università di Zurigo hanno ridisegnato un adenovirus da usare nella terapia contro il cancro. Per raggiungere questo obiettivo descritto sulla rivista “Nature Communications“, hanno sviluppato un nuovo scudo proteico che nasconde il virus e lo protegge dall’eliminazione. Gli adattatori sulla superficie del virus consentono al virus ricostruito di infettare specificamente le cellule tumorali.


L’adenovirus (a sinistra) si mimetizza dal sistema immunitario grazie al suo rivestimento protettivo (a destra). (Immagine: UZH)

I virus hanno il loro materiale genetico e possono infettare le cellule umane in un modo molto specifico. Per le loro proprietà sono delle interessanti “navette genetiche” per combattere malattie ereditarie o cancro. Esistono innumerevoli virus diversi, ma l’adenovirus umano 5, che normalmente causa i sintomi di un tipico raffreddore, presenta notevoli vantaggi: il suo genoma può essere sostituito completamente da uno artificiale che contiene solo geni “utili“.

I ricercatori guidati dal professore Andreas Plückthun del Dipartimento di Biochimica dell’Università di Zurigo, sono riusciti a ricostruire i virus in modo tale da riconoscere e infettare efficacemente solo le cellule tumorali. Sono state create delle molecole che fungono da adattatori tra il virus e la cellula tumorale. I ricercatori hanno poi nascosto il virus sotto un nuovo rivestimento proteico, che serve come mimetizzazione per il virus e che lo protegge dal sistema immunitario. Questo impedisce che il virus venga eliminato dal fegato, che normalmente rimuove rapidamente gli adenovirus.

Con questa navetta genetica, abbiamo aperto molte vie per trattare i tumori aggressivi in ​​futuro, dal momento che possiamo produrre l’organismo stesso un intero cocktail di terapie direttamente nel tumore” – conclude il professore Andreas Plückthun.

Leggi il full text dell’articolo:
Adenoviral vector with shield and adapter increases tumor specificity and escapes liver and immune control.
Markus Schmid, Patrick Ernst, Annemarie Honegger, Maarit Suomalainen, Martina Zimmermann, Lukas Braun, Sarah Stauffer, Cristian Thom, Birgit Dreier, Matthias Eibauer, Anja Kipar, Viola Vogel, Urs F. Greber, Ohad Medalia, and Andreas Plückthun.
Nature Communications. January 31, 2018. DOI: 10.1038/s41467-017-02707-6

Fonte: Università di Zurigo

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Creato dispositivo tascabile per mappare il genoma umano.

Posted by giorgiobertin su gennaio 31, 2018

Un team di scienziati delle Università di Birmingham, Nottingham, East Anglia, California, Salt Lake City, British Columbia e Toronto, oltre al National Human Genome Research Institute del NIH coordinati dal prof. Nicholas Loman, ha sviluppato un dispositivo “MinION – sequencer Minion Oxford Nanopore Technologies” per mappare il genoma umano, tanto piccolo da stare nel palmo di una mano: è stato ideato e sperimentato per sequenziare e poi ri-assemblare un intero genoma umano. (video)


Scientists have used a pocket-sized DNA-scanner to sequence the most complete human genome ever assembled with a single device.
The £700 ($1,000) portable gadget, which is no bigger than a mobile phone, could one day help us detect diseases in real-time.

Il ‘mappatore’ portatile a nanopori permette di sequenziare e assemblare un genoma umano, producendo dati che hanno consentito di analizzare regioni del Dna precedentemente non trattabili, con un’elevata accuratezza, un’eccezionale rapidità e costi molto contenuti.

Siamo passati da una situazione in cui potevi mappare il genoma solo con una grande quantità di denaro e in laboratori sofisticati, a una in cui puoi letteralmente tenere la mappatura del genoma in tasca, proprio come un telefonino“, spiega il Professor Nick Loman dell’Institute of Microbiology and Infection at the University of Birmingham. “Questo ci dà l’eccitante opportunità di iniziare a considerare la mappatura del Dna come uno strumento di routine, qualcosa che alcune persone potranno fare a casa“.

Le caratteristiche del dispositivo sono state pubblicate sulla rivista “Nature Biotechnology“.

Leggi abstract dell’articolo:
Nanopore sequencing and assembly of a human genome with ultra-long reads
Miten Jain, Sergey Koren, Karen H Miga, Josh Quick, Arthur C Rand, Thomas A Sasani, John R Tyson, Andrew D Beggs, Alexander T Dilthey, Ian T Fiddes, Sunir Malla, Hannah Marriott, Tom Nieto, Justin O’Grady, Hugh E Olsen, Brent S Pedersen, Arang Rhie, Hollian Richardson, Aaron R Quinlan, Terrance P Snutch, Louise Tee, Benedict Paten, Adam M Phillippy, Jared T Simpson, Nicholas J Loman & Matthew Loose
Nature Biotechnology Published online:29 January 2018 doi:10.1038/nbt.4060

MinION – sequencer Minion Oxford Nanopore Technologies

Fonte: University of Birmingham

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Creato il «correttore» perfetto del Dna malato.

Posted by giorgiobertin su gennaio 31, 2018

La tecnica di “taglia e cuci del Dna”, conosciuta con la sigla Cripsr-Cas9, si sta perfezionando. Al Cibio dell’Università di Trento si è trovato il modo di renderlo un’arma di precisione pressoché assoluta, che spara un solo proiettile e uccide il Dna malato. Uno strumento preciso capace di eliminare il Dna difettoso. “Un enzima di affidabilità assoluta, che effettua il cambiamento solo nel punto stabilito“, affermano i ricercatori.

Secondo lo studio, pubblicato su “Nature Biotechnology“, il genome editing sarà utilizzabile per la correzione delle alterazioni presenti, ad esempio in malattie genetiche e tumori.


Università Trento, scoperta molecola che uccide il Dna malato

La scoperta dei ricercatori trentini sta nel fatto di avere “costruito” un Cas9, chiamato evo-Cas9, capace di entrare in azione, cioè di tagliare il frammento di Dna (cioè il gene) soltanto quando l’Rna lo identifica con una precisione assoluta. “In questo momento la nostra evoCas9 è la macchina molecolare migliore al mondo per il genome editing” sottolineano i ricercatori.

evoCas9 è stata sviluppata sottoponendo Cas9 a una evoluzione darwiniana in provetta, da qui il nome evoCas9. Cas9 nasce nei batteri, dove la sua imprecisione è un vantaggio perché funziona come una sorta di sistema immunitario contro i DNA estranei che, tagliando qua e là, inattiva meglio il nemico. La nostra intuizione è stata di fare evolvere Cas9 in cellule non batteriche, i lieviti, che sebbene semplici sono molto più vicine a quelle umane. Qui l’abbiamo fatta diventare ciò che ci interessa sia: un cesello che intarsia solo dove deve, un’arma di precisione che colpisce in un punto e risparmia tutto il resto. Questo renderà il suo impiego nella clinica finalmente sicuro”. – Spiega la professoressa del CIBIO Anna Cereseto.

Gli ambiti di applicazione del “correttore perfetto” evoCas9 non si limitano alle malattie genetiche e ai tumori, ma si estendono agli altri settori non medici in cui il genome editing è ormai essenziale: il miglioramento delle piante di interesse alimentare e degli animali da allevamento.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
A highly specific SpCas9 variant is identified by in vivo screening in yeast
Antonio Casini, Michele Olivieri, Gianluca Petris, Claudia Montagna, Giordano Reginato, Giulia Maule, Francesca Lorenzin, Davide Prandi, Alessandro Romanel, Francesca Demichelis, Alberto Inga & Anna Cereseto
Nature Biotechnology Published online: 29 January 2018 doi:10.1038/nbt.4066

Fonte: CIBIO – Centro di biologia integrata dell’Università di Trento

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Una mutazione genetica innesca la malattia immunitaria.

Posted by giorgiobertin su gennaio 30, 2018

Gli scienziati del Cincinnati Children’s Hospital Medical Center – USA, hanno scoperto come una mutazione genetica influenzi la funzione delle cellule T per promuovere i disordini immunitari e quindi hanno testato un trattamento basato sulla scoperta, con successo, fissando cellule immunitarie donate da un ragazzo di 16 anni con un livello anormalmente basso di globuli bianchi chiamato linfopenia.

nature_communications

La scoperta è incentrata su mutazione del gene Gimap5, che è importante per la formazione in buona salute e la funzione di T CD4 + cellule , uno dei super soldati del sistema immunitario contro le infezioni e le malattie.
La proteina associata al gene Gimap5 (GTPase of immunity-associated protein 5), è importante perché regola una proteina che inattiva un enzima chiamato GSK3, hanno detto i ricercatori. Se GSK3 non viene disattivato, provoca danni al DNA nelle cellule T che si stanno espandendo, causando la sopravvivenza e il corretto funzionamento delle cellule.

I nostri dati suggeriscono che gli inibitori della GSK3 miglioreranno la sopravvivenza e la funzione delle cellule T e potrebbero prevenire o correggere i disturbi immuno-correlati nelle persone con mutazioni di perdita di funzione Gimap5“, ha detto il prof. Kasper Hoebe.

Ricordiamo che gli inibitori GSK3 sono già utilizzati per il trattamento di altre malattie come l’Alzheimer, i disturbi dell’umore e il diabete mellito.

Leggi il full text dell’articolo:
Gimap5-dependent inactivation of GSK3β is required for CD4+ T cell homeostasis and prevention of immune pathology,
Andrew R. Patterson, Mehari Endale, Kristin Lampe, Halil I. Aksoylar, Aron Flagg, Jim R. Woodgett, David Hildeman, Michael B. Jordan, Harinder Singh, Zeynep Kucuk, Jack Bleesing & Kasper Hoebe
Nature Communications (2018) Published online:DOI: 10.1038/s41467-018-02897-7

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Cancro al pancreas: il virus influenzale modificato distrugge i tumori.

Posted by giorgiobertin su gennaio 25, 2018

I ricercatori del Barts Cancer Institute alla Queen Mary University di Londra nel Regno Unito hanno modificato un virus dell’influenza e l’hanno usato per colpire con successo le cellule di cancro del pancreas.

Bacterial cell or virus,

Bacterial cell or virus

Al fine di evitare la resistenza ai farmaci, i ricercatori stanno studiando l’uso di virus mutati per colpire le cellule tumorali pancreatiche in modo più preciso. Con questo obiettivo un team di ricercatori guidati dal prof. Gunnel Halldén, della Queen Mary University, si è proposto di modificare geneticamente un virus influenzale.

A differenza delle cellule pancreatiche sane, le cellule del cancro del pancreas contengono una molecola chiamata αvβ6 [alfa v beta 6]. I ricercatori hanno alterato geneticamente il virus dell’influenza per contenere una proteina extra che si lega all’alfa v beta 6. Quando il virus dell’influenza accede alla cellula cancerosa, si moltiplica all’interno della cellula, facendola infine scoppiare e distruggendola.

Il team ha testato questo nuovo approccio nel modello murino con cellule tumorali umane e ha scoperto che il virus modificato ha fermato con successo la crescita del cancro.

Se riusciremo a confermare questi risultati negli studi clinici sull’uomo“, afferma la Dott.ssa  Stella Man, “allora questo potrebbe diventare un nuovo trattamento promettente per i pazienti con cancro al pancreas, [che] potrebbe essere combinato con farmaci chemioterapici esistenti per uccidere le cellule tumorali perseveranti“.  A breve partiranno gli studi clinici sull’uomo.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Molecular Cancer Therapeutics“.

Leggi abstract dell’articolo:
The Novel Oncolytic Adenoviral Mutant Ad5-3Δ-A20T Retargeted to αvβ6 Integrins Efficiently Eliminates Pancreatic Cancer Cells
Y. K. Stella Man, James A. Davies, Lynda Coughlan, Constantia Pantelidou, Alfonso Blázquez-Moreno, John F. Marshall, Alan L. Parker and Gunnel Halldén
Mol Cancer Ther January 24 2018 DOI: 10.1158/1535-7163.MCT-17-0671

Fonte: Barts Cancer Institute

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Ottenute immagini “incredibili” del DNA in azione.

Posted by giorgiobertin su gennaio 21, 2018

Grazie alla crio-microscopia elettronica , tecnica vincitrice del premio Nobel per la chimica nel 2017, un team di ricercatori dell’Institute of Cancer Research di Londra coordinati dal prof. Alessandro Vannini ha ottenuto «incredibili» immagini dell’Rna polimerasi III, che è in grado di leggere le istruzioni genetiche contenute nel Dna ed è utilizzato dalle cellule cancerogene per moltiplicarsi.


ICR Researchers use Cryo-Electron Microscopy to zoom in on DNA code being read in cells

Nel corso della ricerca, pubblicata su “Nature, i ricercatori hanno purificato l’Rna polimerasi III e dopo averlo immesso in acqua lo hanno velocemente congelato, per preservarne la struttura microscopica. Al termine di questo procedimento l’Rna è stato colpito da un fascio di elettroni al fine di ottenerne immagini da diverse angolazioni che sono state in seguito utilizzate per creare una fotografia tridimensionale molto dettagliata.

Si tratta di un nuovo modo di pensare e di mirare a un meccanismo molto importante – ha dichiarato il prof. Alessandro Vannini – poiché se noi bloccassimo completamente l’Rna polimerasi III tutte le cellule morirebbero, ma se riusciremo a bloccarne solo una parte potremmo riuscire a fermare lo sviluppo del cancro”  (video).

Leggi abstract dell’articolo:
Structural basis of RNA polymerase III transcription initiation

Guillermo Abascal-Palacios, Ewan Phillip Ramsay, Fabienne Beuron, Edward Morris & Alessandro Vannini
Nature 553, 301–306 (18 January 2018) doi:10.1038/nature25441

Fonte: Institute of Cancer Research

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Sviluppato test per rivelare l’esofago di Barrett.

Posted by giorgiobertin su gennaio 18, 2018

I ricercatori del Case Western Reserve University School of Medicine e degli ospedali universitari Cleveland Medical Center hanno sviluppato un test semplice e deglutibile per la diagnosi precoce dell’esofago di Barrett. Una promessa per prevenire la morte da adenocarcinoma esofageo.


5-Minute Test for Barrett’s esophagus

L’esofago di Barrett (BE) è la lesione precursore dell’adenocarcinoma esofageo (EAC), un tumore altamente letale con più dell’80% di mortalità a cinque anni. Il team ha sviluppato un semplice test ambulatoriale di cinque minuti che è più sensibile del 90% per rilevare individui con BE. I pazienti semplicemente ingoiano un palloncino di dimensioni di una pillola di vitamine che tampona l’esofago e che, dopo il recupero attraverso la bocca, viene testato per le anormalità del DNA. I due geni, VIM e CCNA1, ognuno viene chimicamente modificato dalla metilazione del DNA nell’esofago di Barrett (video).

Il test di metilazione del DNA del Dr. Moinova è risultato accurato oltre il 90% nel rilevamento di BE o nel riconoscimento di un esofago come normale.
Lo studio che descrive lo sviluppo del test e i risultati della sua sperimentazione clinica sui pazienti è stato pubblicato su “Science Translational Medicine“.

Leggi abstract dell’articolo:
Identifying DNA methylation biomarkers for non-endoscopic detection of Barrett’s esophagus
BY HELEN R. MOINOVA, THOMAS LAFRAMBOISE, JAMES D. LUTTERBAUGH,……JOSEPH E. WILLIS, AMITABH CHAK, SANFORD D. MARKOWITZ
Science Translational Medicine 17 Jan 2018: Vol. 10, Issue 424, eaao5848 DOI: 10.1126/scitranslmed.aao5848

Fonte; Case Western Reserve University School of Medicine

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Il fast food rende il sistema immunitario più aggressivo.

Posted by giorgiobertin su gennaio 18, 2018

Uno studio dell’Università di Bonn dimostra che il cibo non salutare sembra rendere le difese del corpo più aggressive a lungo termine. Anche molto tempo dopo il passaggio a una dieta sana, l’infiammazione verso la stimolazione immunitaria innata è molto più pronunciata. Questi cambiamenti a lungo termine possono essere coinvolti nello sviluppo di arteriosclerosi e diabete, malattie legate al consumo di dieta occidentale ricca di grassi. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Cell“.

Hamburger

Gli scienziati hanno nutrito i topi per un mese con una cosiddetta “dieta occidentale“: ricca di grassi, ricca di zuccheri e povera di fibre. Gli animali hanno quindi sviluppato una forte risposta infiammatoria in tutto il corpo, quasi come dopo un’infezione da batteri pericolosi. “La dieta malsana ha portato ad un inaspettato aumento del numero di alcune cellule immunitarie nel sangue dei topi, in particolare granulociti e monociti. Questa era un’indicazione per un coinvolgimento dei progenitori delle cellule immunitarie nel midollo osseo“, spiega la prof.ssa Anette Christ.
Quando i ricercatori hanno offerto ai roditori la loro tipica dieta a base di cereali per altre quattro settimane, l’infiammazione acuta è scomparsa. Ciò che non è scomparso è stata la riprogrammazione genetica delle cellule immunitarie e dei loro precursori: anche dopo queste quattro settimane, molti dei geni che erano stati attivati ​​durante la fase di fast food erano ancora attivi.

Le risposte infiammatorie possono accelerare lo sviluppo di malattie vascolari o diabete di tipo 2. Nell’arteriosclerosi, ad esempio, i tipici depositi vascolari, le placche, consistono in gran parte di lipidi e cellule immunitarie. La reazione infiammatoria contribuisce direttamente alla loro crescita, poiché le cellule immunitarie appena attivate migrano costantemente nelle pareti dei vasi alterati.

Molta attenzioni quindi: la nutrizione sbagliata può avere conseguenze drammatiche.

Leggi abstract dell’articolo:
Western diet triggers NLRP3-dependent innate immune reprograming
Anette Christ, Patrick Günther, Mario A.R. Lauterbach , Peter Duewell,…., Mihai G. Netea, Joachim L. Schultze und Eicke Latz
Cell Volume 172, Issues 1-2, p162–175.e14, 11 January 2018 DOI: 10.1016/j.cell.2017.12.013

Fonte: Università di Bonn

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Il grasso alimentare aiuta a diffondere il cancro alla prostata.

Posted by giorgiobertin su gennaio 17, 2018

Una nuova ricerca dimostra come il grasso contenuto nella dieta occidentale, in combinazione con fattori genetici, può causare la diffusione dei tumori del cancro alla prostata.

I risultati dei ricercatori del Cancer Center and Cancer Research Institute at the Beth Israel Deaconess Medical Center in Boston gettano nuova luce sulla complessa interazione tra i nostri geni e il grasso della dieta, nonché sul ruolo di questa dinamica nel promuovere la diffusione, o le metastasi del cancro alla prostata.
Gli studi affermano i ricercatori aprono la strada per il nuovo uso di farmaci esistenti nella lotta contro il cancro alla prostata.

Hamburger

Sebbene sia ampiamente ipotizzato che una dieta occidentale possa promuovere la progressione del cancro alla prostata, mancano prove dirette a supporto di una forte associazione tra lipidi e cancro alla prostata.” afferma il prof. Pandolfi.
Gli scienziati sapevano che il gene PTEN svolge un ruolo chiave, perché è un gene che sopprime il tumore e studi sugli animali hanno dimostrato che è assente quando il cancro si diffonde.
Tuttavia, i ricercatori spiegano che gli studi hanno anche dimostrato che la perdita di questo gene non è sufficiente per innescare la metastasi da sola.

Analizzando i tumori metastatizzanti, i ricercatori hanno anche scoperto che le loro cellule producevano quantità eccessivamente elevate di grassi. “L’implicazione è, se c’è un interruttore, forse c’è un farmaco con il quale possiamo bloccare questo interruttore e forse possiamo prevenire la metastasi o anche curare il cancro alla prostata metastatico”. “Il farmaco per l’obesità ha bloccato la lipogenesi in modo fantastico e i tumori sono regrediti e non si sono metastatizzati”, riferisce il prof. Pandolfi.
In particolare aumentando la quantità di grasso nella dieta dei topi – in modo tale da imitare la dieta occidentale – i roditori hanno sviluppato tumori metastatici.

I risultati pubblicati sulla rivista “Nature Genetics” e “Nature Communications“, aprono anche la strada a nuove terapie, spiegano i ricercatori, poiché i pazienti che hanno tumori metastatici possono essere aiutati privando questi tumori di grasso. Questo potrebbe essere fatto usando la fatostatina o altri farmaci anti-grasso, o attraverso interventi dietetici.

Leggi abstracts degli articoli:
An aberrant SREBP-dependent lipogenic program promotes metastatic prostate cancer
Ming Chen, Jiangwen Zhang, Katia Sampieri, John G. Clohessy, Lourdes Mendez, Enrique Gonzalez-Billalabeitia, Xue-Song Liu, Yu-Ru Lee, Jacqueline Fung, Jesse M. Katon, Archita Venugopal Menon, Kaitlyn A. Webster, Christopher Ng, Maria Dilia Palumbieri, Moussa S. Diolombi, Susanne B. Breitkopf, Julie Teruya-Feldstein, Sabina Signoretti, Roderick T. Bronson, John M. Asara, Mireia Castillo-Martin, Carlos Cordon-Cardo & Pier Paolo Pandolfi
Nature Genetics (2018) Published online: 15 January 2018,  doi:10.1038/s41588-017-0027-2

Deregulated PP1α phosphatase activity towards MAPK activation is antagonized by a tumor suppressive failsafe mechanism
Ming Chen, Lixin Wan, Jiangwen Zhang, Jinfang Zhang, Lourdes Mendez, John G. Clohessy, Kelsey Berry, Joshua Victor, Qing Yin, Yuan Zhu, Wenyi Wei & Pier Paolo Pandolfi
Nature Communications 9, Article number: 159 (2018) Published online: 15 January 2018 doi:10.1038/s41467-017-02272-y

Fonte: Cancer Center and Cancer Research Institute at the Beth Israel Deaconess Medical Center

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Scoperta mutazione genetica causa del diabete.

Posted by giorgiobertin su gennaio 17, 2018

Studiando una famiglia con rari disordini glicemici, gli scienziati hanno identificato una mutazione del gene che può dare origine sia ad alti che a bassi livelli di zucchero nel sangue. Questa scoperta potrebbe portare a nuovi trattamenti per il diabete.

Ricordiamo che il diabete è una condizione in cui il corpo non è in grado di produrre una quantità sufficiente di insulina ormonale o non può utilizzarla in modo efficace; di conseguenza, i livelli di zucchero nel sangue diventano troppo alti.
Ci sono alcune forme come il diabete monogenico che derivano da una mutazione in un singolo gene che viene trasmessa da uno o entrambi i genitori. Questa mutazione compromette la funzione delle cellule beta, che sono cellule del pancreas che secernono insulina.

Gene

La ricerca condotta presso la Queen Mary University di Londra, l’Università di Exeter e la Vanderbilt University e pubblicata sulla rivista “PNAS“, potrebbe portare allo sviluppo di nuovi trattamenti per entrambe le forme rare e comuni di diabete. I ricercatori hanno infatti identificato una mutazione genetica in un gene chiamato MAFA, che controlla la produzione di insulina nelle cellule beta. Inaspettatamente, questo difetto genetico era presente in entrambi i membri della famiglia con diabete.

Il primo autore, il dott. Donato Iacovazzo dell’Istituto di ricerca William Harvey, spiega: “Riteniamo che questo difetto genetico sia fondamentale nello sviluppo della malattia e stiamo ora effettuando ulteriori studi per determinare come questo difetto possa compromettere la produzione di insulina e causare il diabete“.

Leggi abstract dell’articolo:
MAFA missense mutation causes familial insulinomatosis and diabetes mellitus.
Donato Iacovazzoa, Sarah E. Flanaganb, Emily Walkerc, Rosana Quezadod, Fernando Antonio de Sousa Barros, Richard Caswell, Matthew B. Johnson, Matthew Wakeling, Michael Brändle, Min Guo, Mary N. Dang, Plamena Gabrovska, Bruno Niederle, Emanuel Christ, Stefan Jenni, Bence Sipos, Maike Nieser, Andrea Frilling, Ketan Dhatariya, Philippe Chanson, Wouter W. de Herder, Björn Konukiewitz, Günter Klöppel, Roland Stein, Márta Korbonits, and Sian Ellard.
PNAS Published online before print January 16, 2018, doi: 10.1073/pnas.1712262115

Fonte: William Harvey Research Institute, Queen Mary University of London

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I batteri dell’intestino possono proteggerci dal cancro al colon-retto.

Posted by giorgiobertin su gennaio 13, 2018

Gli scienziati del Babraham Institute di Cambridge in collaborazione con colleghi brasiliani ed italiani hanno scoperto un modo attraverso cui i batteri buoni nell’intestino possono controllare i geni nelle nostre cellule. Il lavoro, pubblicato sulla rivista “Nature Communications“, mostra che i messaggi chimici da batteri possono modificare la posizione dei marcatori chimici chiave in tutto il genoma umano. Comunicando in questo modo, i batteri possono aiutare a combattere le infezioni e a prevenire il cancro.

microbiota

Il prof. Varga-Weisz e il team hanno condotto esperimenti con topi e cellule di coltura umana, concentrandosi sul ruolo delle molecole chiamate acidi grassi a catena corta – short-chain fatty acids (SCFAs) nella prevenzione delle malattie.
Gli SCFA sono prodotti da batteri intestinali durante la digestione di frutta e verdura. Possono spostarsi dai batteri dell’intestino alle nostre cellule di rivestimento dell’intestino, influenzando i nostri geni e il comportamento delle nostre cellule.

Il nostro lavoro spiega come gli acidi grassi a catena corta contribuiscano alla regolazione delle proteine ​​che impacchettano il genoma e, quindi, influenzano l’attività dei geni” – spiega il prof. Varga-Weisz.
I risultati, affermano i ricercatori, suggeriscono che la regolazione del genoma delle cellule intestinali può prevenire il cancro e che una dieta sana di frutta e verdura è fondamentale per questa prevenzione.

Scarica e leggi il full text del’articolo:
Microbiota derived short chain fatty acids promote histone crotonylation in the colon through histone deacetylases
Rachel Fellows, Jérémy Denizot, Claudia Stellato, Alessandro Cuomo, Payal Jain, Elena Stoyanova, Szabina Balázsi, Zoltán Hajnády, Anke Liebert, Juri Kazakevych, Hector Blackburn, Renan Oliveira Corrêa, José Luís Fachi, Fabio Takeo Sato, Willian R. Ribeiro, Caroline Marcantonio Ferreira, Hélène Perée, Mariangela Spagnuolo, Raphaël Mattiuz, Csaba Matolcsi, Joana Guedes, Jonathan Clark, Marc Veldhoen, Tiziana Bonaldi, Marco Aurélio Ramirez Vinolo, and Patrick Varga-Weisz
Nature Communications (2018) DOI: 10.1038/s41467-017-02651-5

Fonte: Babraham Institute – Cambridge

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Possibile terapia genica contro la sordità.

Posted by giorgiobertin su gennaio 10, 2018

Una forma di terapia genica mirata, basata sulla tecnica Crispr/Cas9, è stata usata con successo per restituire l’udito ad alcuni topolini sordi. I risultati dell’esperimento pubblicati sulla rivista “Nature“, aprono la strada a prospettive inedite per la cura di varie forme di sordità, in particolare di quelle ereditarie per cui ad oggi non esistono terapie.

Gao-Nature
Treatment with a genome editing agent can preserve sound-detecting bristles in the inner ear of mice with genetic deafness (white box, left). Without the treatment, these bristles disappear (white box, right).
Credit: Gao et al. /Nature 2017

I ricercatori del Howard Hughes Medical Institute (HHMI), USA, coordinati dal prof. David Liu, hanno utilizzato topi geneticamente modificati del ceppo Beethoven, chiamati così perché affetti da una mutazione che li rende progressivamente sordi, come accadde al grande compositore. La differenza di una sola lettera, vale a dire una base del Dna, nel gene TMC1, è sufficiente a provocare alterazioni che portano, col tempo, alla perdita dell’udito.

Gli scienziati hanno iniettato nelle orecchie dei topi appena nati, veicolandoli all’interno di goccioline lipidiche adatte a penetrare nelle cellule della coclea, i componenti del sistema di editing del genoma: l’enzima Cas9 addetto a tagliare l’elica del Dna, e la guida a base di Rna per indirizzare le forbici molecolari proprio nel punto preciso su cui intervenire.
In questo modo, il gene mutato contenente la lettera “sbagliata”, il nucleotide adenina (A), è stato disattivato, e si è lasciata agire la sola versione sana contenuta nelle cellule.

Dai risultati è emerso che l’udito dei topolini era notevolmente migliore rispetto a quello degli altri animali non trattati. Ci vorranno ancora tempo e ricerche prima che si possa pensare a test clinici di questa terapia sull’uomo, ma la strada sembra essere quella giusta.

Leggi abstract dell’articolo:
Treatment of autosomal dominant hearing loss by in vivo delivery of genome editing agents
Xue Gao, Yong Tao, Veronica Lamas, Mingqian Huang, Wei-Hsi Yeh, Bifeng Pan, Yu-Juan Hu, Johnny H. Hu, David B. Thompson, Yilai Shu, Yamin Li, Hongyang Wang, Shiming Yang, Qiaobing Xu, Daniel B. Polley, M. Charles Liberman, Wei-Jia Kong, Jeffrey R. Holt, Zheng-Yi Chen & David R. Liu
Nature Published online:20 December 2017 doi:10.1038/nature25164

Fonte: Howard Hughes Medical Institute (HHMI), USA

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Diabete tipo 1: la terapia genica ripristina i valori normali di glucosio.

Posted by giorgiobertin su gennaio 5, 2018

Il diabete di tipo 1 è una malattia cronica in cui il sistema immunitario attacca e distrugge le cellule beta produttrici di insulina nel pancreas, causando alti livelli ematici di glucosio. Uno studio condotto dai ricercatori del Children’s Hospital di Pittsburgh di UPMC e della University of Pittsburgh School of Medicine, pubblicato sulla rivista “Cell Stem Cell, dimostra che un approccio di terapia genica può portare alla sopravvivenza a lungo termine delle cellule beta funzionali e ai normali livelli di glucosio nel sangue per un lungo periodo di tempo nei topi con diabete di tipo 1. I ricercatori hanno utilizzato un vettore virale adeno-associato (AAV) per portare al pancreas dei topi due proteine, Pdx1 e MafA, che hanno riprogrammato abbondanti cellule alfa in cellule beta funzionali che producono insulina.

cell_stem_cell

Questo studio è essenzialmente ed è il primo intervento clinicamente traducibile e semplice nel diabete autoimmune che porta a normali valori di zuccheri nel sangue e, soprattutto, senza immunosoppressione”, dice l’autore il prof. George Gittes.Una sperimentazione clinica in entrambi i diabetici di tipo 1 e di tipo 2 nell’immediato futuro è prevedibile e abbastanza realistica, data l’impressionante natura dell’inversione del diabete, insieme alla fattibilità nei pazienti attraverso terapia genica AAV“.

I vettori di AAV come quelli utilizzati in questo studio sono attualmente sottoposti a vari studi di terapia genica negli esseri umani. Inoltre, i vettori virali possono essere inviati direttamente al pancreas umano attraverso una procedura endoscopica non chirurgica eseguita di routine. Inoltre, non è richiesta alcuna immunosoppressione, quindi i pazienti eviterebbero effetti collaterali correlati come un aumento del rischio di infezione.

Se siamo in grado di mostrare l’efficacia in primati non umani, inizieremo a lavorare con la FDA per ottenere l’approvazione per l’uso di questa terapia genica virale nei pazienti diabetici, sia di tipo 1 che di tipo 2“, dice il porf. Gittes.

Leggi il full text dell’articolo:
Endogenous Reprogramming of Alpha Cells into Beta Cells, Induced by Viral Gene Therapy, Reverses Autoimmune Diabetes
Xiangwei Xiao, Ping Guo, Chiyo Shiota, Ting Zhang, Gina M. Coudriet, Shane Fischbach, Krishna Prasadan, Joseph Fusco, Sabarinathan Ramachandran, Piotr Witkowski, Jon D. Piganelli, George K. Gittes.
Volume 22, Issue 1, p78–90.e4, 4 January 2018 DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.stem.2017.11.020

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L’alcol danneggia il DNA e aumenta il rischio di cancro.

Posted by giorgiobertin su gennaio 3, 2018

Un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatori del MRC Laboratory of Molecular Biology di Cambridge ha rivelato il ruolo significativo dell’alcol nel causare danni al DNA nelle cellule staminali e quindi aumentare i rischi di cancro. Lo studio è stato finanziato da Cancer Research UK e i risultati sono stati pubblicati su Nature.

KJ Patel

Dai risultati dello studio, gli scienziati hanno osservato che l’acetaldeide, una sostanza chimica dannosa prodotta quando l’organismo tratta l’alcol, potrebbe rompere e danneggiare il DNA presente nelle cellule staminali del sangue, con conseguente riarrangiamento dei cromosomi e sequenze di DNA permanentemente alterate all’interno di queste cellule.
Gli scienziati hanno dimostrato che le nostre cellule sono protette contro queste aldeidi tossiche utilizzando un sistema di protezione a due livelli: gli enzimi che rimuovono queste aldeidi (tier-1) e la riparazione del DNA che corregge il danno che causano (tier-2).

Il professor Ketan  Patel ha dichiarato: “Il nostro studio evidenzia che non essere in grado di processare l’alcol in modo efficace può portare a un rischio ancora maggiore di danni al DNA correlati all’alcol e quindi a certi tumori. Ma è importante ricordare che l’alcol e i sistemi di riparazione del DNA non sono perfetti e l’alcol può ancora causare il cancro in modi diversi, anche nelle persone i cui meccanismi di difesa sono intatti“.

Leggi abstract dell’articolo:
Alcohol and endogenous aldehydes damage chromosomes and mutate stem cells
Juan I. Garaycoechea, Gerry P. Crossan[…]Ketan J. Patel
Nature Published online:03 January 2018 doi:10.1038/nature25154

Fonte: MRC Laboratory of Molecular Biology di Cambridge

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FDA approva la terapia genica per una forma rara di cecità.

Posted by giorgiobertin su dicembre 24, 2017

Una nuova terapia genica per il trattamento di bambini e adulti con un tipo raro di perdita della vista ereditaria è stata approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense.
È la prima terapia genica approvata negli Stati Uniti per una malattia causata da mutazioni in un gene specifico.

eye  Spark

Il farmaco – Luxturna (voretigene neparvovec – Company: Spark Therapeutics) – può essere usato per trattare le persone con una condizione chiamata distrofia retinica associata alla mutazione biallelica RPE65, che provoca la perdita della vista e, in alcune persone, può portare alla completa cecità.

Lo sviluppo del farmaco è iniziato con la ricerca iniziata circa 25 anni fa presso l’Università della Pennsylvania e l’ospedale pediatrico di Philadelphia” afferma il dott. Jean Bennett.

Il commissario della FDA, il dott. Scott Gottlieb, ha dichiarato nel comunicato stampa dell’agenzia che l’approvazione “segna un altro primato nel campo della terapia genica – sia nel modo in cui la terapia funziona sia nell’ampliare l’uso della terapia genica oltre il trattamento del cancro il trattamento della perdita della vista – e questa pietra miliare rafforza il potenziale di questo approccio rivoluzionario nel trattamento di una vasta gamma di malattie difficili“.

Comunicato stampa FDA:
FDA approves novel gene therapy to treat patients with a rare form of inherited vision loss

Comunicato stampa: Sparks Therapeutics

LUXTURNA Phase 1 clinical trial

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Identificati i geni che regolano la pressione sanguigna.

Posted by giorgiobertin su dicembre 20, 2017

I ricercatori dell’University of Georgia hanno identificato diversi nuovi geni che influenzano il modo in cui il corpo regola la pressione sanguigna. Ciò può aiutare gli scienziati a sviluppare nuovi trattamenti per la pressione sanguigna o addirittura a consentire loro di adattare strategie di prevenzione per gli individui in base ai loro geni.

blood_pressure
Using a technique known as gene-environment interaction analysis, the researchers used an environmental marker—potassium—to pinpoint previously unknown areas within the human genome associated with blood pressure.

Utilizzando una tecnica nota come analisi dell’interazione gene-ambiente, i ricercatori hanno utilizzato un marcatore ambientale, il potassio, per individuare aree precedentemente sconosciute all’interno del genoma umano associato alla pressione sanguigna.
Il potassio dietetico è ben noto per la sua capacità di ridurre la pressione del sangue negli studi clinici. Lo studio ha testato diversi punti del genoma umano per vedere dove la sequenza genetica interagisse con il potassio e la pressione sanguigna.

I risultati del nostro studio aiutano a identificare le persone che sono particolarmente sensibili al potassio nella dieta come un modo per ridurre la pressione sanguigna, sulla base dei loro profili genomici“, ha detto il prof. Li primo autore. “Successivamente, potremmo fornire suggerimenti personalizzati per prevenire le malattie in base ai loro genotipi“.

Leggi abstract dell’articolo:
Genome-Wide Gene-Potassium Interaction Analyses on Blood Pressure
Changwei Li, Jiang He, Jing Chen, Jinying Zhao, Dongfeng Gu, James E. Hixson, Dabeeru C. Rao, Cashell E. Jaquish, Treva K. Rice, Yun Ju Sung, Tanika N. Kelly
Circulation: Cardiovascular Genetics. 2017;10:e001811 https://doi.org/10.1161/CIRCGENETICS.117.001811

Fonte: University of Georgia

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Creato muscolo scheletrico da cellule staminali.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2017

Gli scienziati dell’Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research at UCLA, hanno sviluppato una nuova strategia per isolare, maturare e trapiantare efficientemente le cellule muscolari scheletriche create da cellule staminali pluripotenti umane (Human pluripotent stem cells (hPSCs)), che possono produrre tutti i tipi di cellule del corpo.
I risultati pubblicati sulla rivista “Nature Cell Biology a cura del team del prof. April Pyle, sono un passo importante verso lo sviluppo di una terapia sostitutiva delle cellule staminali per le patologie muscolari inclusa la distrofia muscolare di Duchenne, malattia genetica infantile mortale più comune.

ERBB3-NGFR
Skeletal muscle cells isolated using the ERBB3 and NGFR surface markers (right) restore human dystrophin (green) after transplantation significantly greater than previous methods (left). Credit UCLA

Utilizzando il processo naturale di sviluppo umano come guida, i ricercatori hanno sviluppato metodi per maturare le cellule muscolari in laboratorio per creare fibre muscolari che ripristinano la distrofina, la proteina che manca nei muscoli dei ragazzi con Duchenne. Senza distrofina, i muscoli degenerano e diventano progressivamente più deboli. I sintomi di Duchenne di solito iniziano nella prima infanzia; i pazienti perdono gradualmente mobilità e tipicamente muoiono a causa di insufficienza cardiaca o respiratoria intorno ai 20 anni. Attualmente non esiste alcun modo per invertire o curare la malattia.

Dopo attente analisi delle cellule muscolari fetali sono stati scoperti due nuovi marcatori di superficie cellulare denominati ERBB3 e NGFR; questo ha permesso ai ricercatori di isolare con precisione le cellule muscolari dal tessuto umano e separarle da vari tipi di cellule create utilizzando cellule staminali pluripotenti umane.
In particolare le cellule dei pazienti di Duchenne sono state riprogrammate per diventare cellule staminali pluripotenti. Quindi è stata rimossa la mutazione genetica che causa Duchenne utilizzando la tecnologia di modifica dei geni CRISPR-Cas9. Usando i marcatori di superficie ERBB3 e NGFR, le cellule del muscolo scheletrico sono state isolate e poi iniettate nei topi nello stesso momento in cui è stato somministrato un inibitore del TGF Beta. I risultati sono molto entusiasmanti.

Leggi abstract dell’articolo:
ERBB3 and NGFR mark a distinct skeletal muscle progenitor cell in human development and hPSCs
Michael R. Hicks, Julia Hiserodt, Katrina Paras, Wakana Fujiwara, Ascia Eskin, Majib Jan, Haibin Xi, Courtney S. Young, Denis Evseenko, Stanley F. Nelson, Melissa J. Spencer, Ben Van Handel & April D. Pyle
Nature Cell Biology (2017) Published online: 18 December 2017 doi:10.1038/s41556-017-0010-2

Fonte: Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research at UCLA

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Il ruolo della proteina p53 mutata nei tumori.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2017

Uno studio, pubblicato online dalla rivista scientifica internazionale “Nature Cell Biology” a firma dei ricercatori dell’Università di Trieste, ha permesso di svelare un aspetto cruciale e inedito della proteina  p53 e dei tumori: particolari condizioni fisiche del tessuto tumorale, come la durezza, la rigidità e la forte tensione che spesso caratterizzano i tumori più aggressivi, stabilizzano e stimolano l’attività della p53 mutata all’interno delle cellule maligne.
Le cellule tumorali, infatti, reagiscono a questo genere di anomalie meccaniche attivando una catena di segnali biochimici all’interno della cellula che potenziano la p53 mutata, bloccando il sistema responsabile della sua distruzione. La cellula tumorale, così, non riesce più a tenere sotto controllo questa pericolosa proteina che, quindi, si accumula e attiva un programma genetico in grado di stimolare la proliferazione, la resistenza alle terapie e l’invasione di altri tessuti.

P53_pathways

Aspetto importante del nuovo meccanismo tumorale che abbiamo messo in luce” precisa il prof. Giannino Del Sal “è che la proteina p53 mutata dà origine a un circuito che si auto-rinforza. Infatti, se da un lato i segnali meccanici dell’ambiente tumorale stimolano l’accumulo di p53 mutata, questa a sua volta è in grado di rafforzare la risposta della cellula agli stessi segnali attraverso la riprogrammazione del metabolismo cellulare del colesterolo“.

Lo scenario è complesso, e siamo riusciti a metterlo a fuoco solo grazie all’integrazione di diverse analisi: dalle vie molecolari attive all’interno della cellula maligna, allo stato fisico dei tessuti tumorali; inoltre abbiamo misurato l’espressione dei geni, la rigidità e la composizione della cellula tumorale e dell’ambiente circostante“.
“Ci siamo concentrati sulla via di sintesi del colesterolo, la stessa via metabolica che la proteina p53 mutata è in grado di attivare. Abbiamo dimostrato in cellule isolate e in animali di laboratorio che, agendo su questo aspetto del metabolismo della cellula tumorale, si riesce a colpire e destabilizzare la p53 mutata, a ristabilire le proprietà meccaniche del tessuto e a fermare il tumore“.

Abbiamo avviato anche delle sperimentazioni cliniche, in corso, che hanno l’obiettivo di studiare nelle pazienti con tumore al seno triplo negativo l’effetto anti-tumorale di farmaci che colpiscono la via metabolica del colesterolo”. conclude il prof. De Sal.

Leggi abstract dell’articolo:
Mechanical cues control mutant p53 stability through a mevalonate–RhoA axis
Eleonora Ingallina, Giovanni Sorrentino, Rebecca Bertolio, Kamil Lisek, Alessandro Zannini, Luca Azzolin, Luisa Ulloa Severino, Denis Scaini, Miguel Mano, Fiamma Mantovani, Antonio Rosato, Silvio Bicciato, Stefano Piccolo e Giannino Del Sal.
Nature Cell Biology 18 dicembre 2017, http://dx.doi.org/10.1038/s41556-017-0009-8.

Fonte: Università di Trieste

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Ripristinati i geni della memoria nei ratti anziani.

Posted by giorgiobertin su dicembre 19, 2017

La sovraespressione di una proteina che regola l’omeostasi del calcio nei neuroni dell’ippocampo può invertire in modo sicuro ed efficace prevenendo le compromissioni della memoria legate all’età nei ratti. Ad affermarlo una nuova ricerca pubblicata su “Journal of Neuroscience” da parte dei ricercatori dell’Università del Kentucky, viene cioè ripristinata l’espressione genica alterata dall’invecchiamento.

Gant
Representative photomicrographs from (A) young control, (B) aged control, (C) aged short-term FKBP1b and (D) aged long-term FKBP1b. Note the substantial increase in FKBP1b expression at both the mRNA and protein levels, particularly in the LT-FKBP1b group. (sp- stratum pyramidale; DG- dentate gyrus; calbar- 500 uM) CREDIT Gant et al., JNeurosci (2017)

Il team del Prof. Philip W. Landfield ha scoperto che il trattamento a lungo termine e a breve termine dei ratti anziani che induce la sovraespressione di FK506-Binding Protein 12.6/1b (FKBP1b) ha ristabilito l’espressione di oltre 800 geni affetti da invecchiamento a livelli paragonabile a quelli dei giovani ratti non trattati.

I geni restaurati rappresentano una nuova rete genomica che regola l’integrità della struttura neuronale nell’ippocampo ed è interessata dall’invecchiamento. Questi risultati suggeriscono che affrontare il deficit di FKBP1b potrebbe rappresentare una nuova strada per contrastare la perdita di memoria legata all’età.

Leggi abstract dell’articolo:
FK506-Binding Protein 12.6/1b, a negative regulator of [Ca2+], rescues memory and restores genomic regulation in the hippocampus of aging rats
John C. Gant, Eric M. Blalock, Kuey-Chu Chen, Inga Kadish, Olivier Thibault, Nada M. Porter and Philip W. Landfield
Journal of Neuroscience 18 December 2017, 2234-17; DOI: https://doi.org/10.1523/JNEUROSCI.2234-17.2017

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Terapia genica per curare l’emofilia.

Posted by giorgiobertin su dicembre 17, 2017

Una “cura” per l’emofilia ha fatto un grosso passo in avanti. A convalidare questa affermazione sono i risultati pubblicati sulla rivista “New England Journal of Medicine” di un rivoluzionario processo di terapia genica condotto dai ricercatori clinici del Barts Health NHS Trust e della Queen Mary University di Londra.

emofilia

I ricercatori hanno scoperto che oltre un anno dopo un singolo trattamento con un farmaco per la terapia genica, i partecipanti con emofilia A (la forma più comune di emofilia, caratterizzata da emorragie spontanee o prolungate) al trials clinico mostrano livelli normali della proteina precedentemente mancante, e la cura è risultata efficace.

Una singola infusione del farmaco di terapia genica ha mostrato livelli migliorati del fattore VIII della proteina di coagulazione del sangue essenziale, con l’85% dei pazienti che raggiungono livelli di Fattore VIII normali o quasi normali, anche molti mesi dopo il trattamento.
I risultati hanno un significato particolare essendo il primo trial genetico riuscito per l’emofilia A.

Abbiamo visto risultati strabilianti che hanno di gran lunga superato le nostre aspettative. Un risultato enorme, vedere i livelli normali o quasi normali con una drastica riduzione dell’emorragia è semplicemente stupefacente. Ora abbiamo davvero il potenziale per trasformare la cura per le persone con emofilia usando un singolo trattamento per le persone che al momento devono farsi l’iniezione tutte le volte che ne hanno bisogno a giorni alterni. È così eccitante“. – afferma il prof. John Pasi, direttore del centro di emofilia presso l’NHS Trust di Barts Health.
Incredibilmente eccitante è il potenziale per un cambiamento significativo nel modo in cui l’emofilia viene curata a livello globale: una singola dose di farmaci che può così migliorare drasticamente la vita dei pazienti in tutto il mondo è una prospettiva sorprendente.” sottolinea il prof. Pasi.

I cinque siti di sperimentazione del Regno Unito includevano: gli ospedali Royal London, Guys e St Thomas, Birmingham, Cambridge e Hampshire.
Il team ora terrà ulteriori test allargando i partecipanti a livello globale per includere persone negli Stati Uniti, Europa, Africa e Sud America.

Leggi asbtract dell’articolo:
AAV5–Factor VIII Gene Transfer in Severe Hemophilia A
Savita Rangarajan, M.B., B.S., Liron Walsh, M.D., Will Lester, M.B., Ch.B., Ph.D., David Perry, M.D., Ph.D., Bella Madan, M.D., Michael Laffan, D.M., Hua Yu, Ph.D., Christian Vettermann, Ph.D., Glenn F. Pierce, M.D., Ph.D., Wing Y. Wong, M.D., and K. John Pasi, M.B., Ch.B., Ph.D.
New England Journal of Medicine December 9, 2017 DOI: 10.1056/NEJMoa1708483

ClinicalTrials.gov number, NCT02576795; EudraCT number, 2014-003880-38

Fonte:  Barts Health NHS Trust – London

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Scoperto un gene con un ruolo chiave nello sviluppo del cancro.

Posted by giorgiobertin su dicembre 15, 2017

I ricercatori del Comprehensive Cancer Center dell’Università del Michigan hanno scoperto un nuovo gene che hanno battezzato THOR (dio norvegese del tuono) mentre studiavano delle regioni inesplorate del genoma umano. Questo nuovo gene, caratterizzato da un RNA non codificante a catena lunga (long noncoding RNA (lncRNA)) è espresso negli umani, nei topi e zebrafish. È insolito che questo tipo di RNA venga conservato in tutte le specie.
I ricercatori hanno scoperto che questo particolare lncRNA gioca un ruolo nello sviluppo del cancro, e che silenziare questo gene può fermare la crescita dei tumori.

Thor

Oltre a trovare l’espressione di THOR nel normale tessuto del testicolo, i ricercatori hanno anche scoperto che era altamente espresso in alcuni sottogruppi di tumori, in particolare il cancro del polmone e il melanoma. Abbattendo THOR nelle linee cellulari che lo esprimevano, la crescita tumorale è stata rallentata. Se THOR veniva sovraespresso le cellule tumorali crescevano molto più velocemente. Quando THOR è stato eliminato dalle cellule normali, le cellule hanno continuato a svilupparsi normalmente, suggerendo che ha un impatto solo sulle cellule tumorali.

I ricercatori hanno anche scoperto che le proteine ​​colpite da THOR chiamate IGFBP sono coinvolte nella stabilizzazione degli RNA. Abbattere THOR ha inibito l’attività dell’IGFBP. “Se perturbiamo la funzione THOR, disturbiamo la capacità di stabilizzare l’RNA, che inibisce la proliferazione cellulare“, afferma il prof. Arul M. Chinnaiyan.

THOR potrebbe essere un buon bersaglio per lo sviluppo di farmaci perché bloccarlo non ha impatto sulle cellule normali. Ciò probabilmente significherebbe meno effetti collaterali tossici. In studi futuri, i ricercatori studieranno come creare un composto che si lega con THOR in una sequenza complementare progettata per abbatterlo.

Leggi abstract dell’articolo:
Oncogenic Role of THOR , a Conserved Cancer/Testis Long Non-coding RNA.
Yasuyuki Hosono, Yashar S. Niknafs, John R. Prensner, Matthew K. Iyer, Saravana M. Dhanasekaran, Rohit Mehra, Sethuramasundaram Pitchiaya, Jean Tien, June Escara-Wilke, Anton Poliakov, Shih-Chun Chu, Sahal Saleh, Keerthana Sankar, Fengyun Su, Shuling Guo, Yuanyuan Qiao, Susan M. Freier, Huynh-Hoa Bui, Xuhong Cao, Rohit Malik, Timothy M. Johnson, David G. Beer, Felix Y. Feng, Weibin Zhou, Arul M. Chinnaiyan.
Cell, 2017; 171 (7): 1559 DOI: 10.1016/j.cell.2017.11.040

Fonte: Comprehensive Cancer Center University of Michigan

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