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Posts Tagged ‘genetica’

Il metabolismo dell’azoto perturbato potrebbe causare il cancro.

Posted by giorgiobertin su agosto 13, 2018

L’azoto è un elemento fondamentale di tutte le proteine ​​del corpo, l’RNA e il DNA, quindi i tumori cancerosi sono avidi di questo elemento. I ricercatori del Weizmann Institute of Science, in collaborazione con i colleghi del National Cancer Institute ed altri, hanno ora dimostrato che in molti tumori, il metabolismo dell’azoto del paziente viene alterato, producendo cambiamenti rilevabili nei fluidi corporei e contribuendo all’emergere di nuove mutazioni nel tessuto canceroso. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Cell, potrebbero in futuro facilitare la diagnosi precoce del cancro e aiutare a prevedere il successo dell’immunoterapia.

pyrimidine

Quando il corpo fa uso di azoto, genera dagli avanzi una sostanza di rifiuto azotata chiamata urea in una catena di reazioni biochimiche che si verificano nel fegato, che sono conosciute come il ciclo dell’urea. Come risultato di questo ciclo, l’urea viene espulsa nel flusso sanguigno e successivamente viene espulsa dal corpo nelle urine.

Uno degli enzimi del ciclo dell’urea è stato inattivato in molti tumori cancerosi, aumentando la disponibilità di azoto per la sintesi di una sostanza organica chiamata pirimidina, che a sua volta, supporta l’RNA e la sintesi del DNA e la crescita cancerosa.
In questo studio il team del prof. Ayelet Erez ha identificato un numero di alterazioni su precisi enzimi del ciclo dell’urea, che insieme aumentano la disponibilità di composti azotati per la sintesi di pirimidina. Queste alterazioni portano ad un aumento dei livelli di pirimidina nel tumore predisponendo le mutazioni del cancro.

Leggi abstract dell’articolo:
Urea Cycle Dysregulation Generates Clinically Relevant Genomic and Biochemical Signatures
Joo Sang Lee, Lital Adler, Hiren Karathia, Narin Carmel,….. Eytan Ruppin, Ayelet Erez
Cell Published:August 09, 2018 DOI:https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.07.019

Fonte: Weizmann Institute of Science

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Identificati i geni associati al rischio di cancro al seno aggressivo.

Posted by giorgiobertin su agosto 10, 2018

Un nuovo studio pubblicato sul “Journal of National Cancer Institute” ha identificato specifici geni associati ad un aumentato rischio di carcinoma mammario triplo negativo, fornendo le basi per una migliore gestione del rischio.

Il carcinoma mammario triplo negativo è un tipo di cancro aggressivo che non può essere trattato con le terapie più comuni. Rappresenta il 15% del cancro al seno nella popolazione caucasica e il 35% nella popolazione afroamericana. È anche associato a un elevato rischio di recidiva e a un basso tasso di sopravvivenza a cinque anni.

Triple-breast-cancer

I test genetici della linea germinale possono identificare le donne ad aumentato rischio di cancro al seno valutando se ci sono cambiamenti genetici, spesso ereditati da un genitore, che aumentano il rischio di alcuni tumori.
I ricercatori hanno eseguito test genetici su 10.901 pazienti con carcinoma mammario triplo negativo da due studi. Per 8753 pazienti sono stati testati 21 geni e per i restanti 2148 pazienti sono stati testati 17 geni.

Tra i geni testati, i ricercatori hanno scoperto che le alternanze nei geni BARD1, BRCA1, BRCA2, PALB2 e RAD51D erano associate ad alto rischio di carcinoma mammario triplo negativo.
I risultati del nostro studio che dimostrano che i geni multipli causano un aumento del rischio di carcinoma mammario triplo negativo dovrebbero aiutare nella gestione clinica delle donne che hanno ereditato mutazioni in questi geni“, ha detto il prof. Fergus J. Couch.

Leggi abstract dell’articolo:
Triple-Negative Breast Cancer Risk Genes Identified by Multigene Hereditary Cancer Panel Testing
Hermela Shimelis,……..Eric C Polley, Jill S Dolinsky, Fergus J Couch.
JNCI: Journal of the National Cancer Institute (2018) Published: 07 August 2018. DOI: 10.1093/jnci/djy106

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Svelati i fattori genetici della psoriasi.

Posted by giorgiobertin su luglio 31, 2018

Uno studio effettuato dai ricercatori dell’Università di Genova e dell’Università di Verona, guidati rispettivamente da Antonio Puccetti e Claudio Lunardi hanno svelato i fattori genetici che esistono dei fattori genetici che determinano lo sviluppo della malattia psoriasica nella sua forma cutanea, osteoarticolare (artrite psoriasica) e metabolica. La pubblicazione è stata fatta sulla rivista ” pubblicato su “Frontiers in Immunology“.

psoriatic-arthritis

La malattia psoriasica è considerata una malattia immuno-metabolica in quanto si associa spesso a sindrome metabolica, caratterizzata da obesità addominale, ipertensione, dislipidemia aterogenica, diabete di tipo 2 dell’adulto, insulino-resistenza e steatosi epatica non alcolica.
L’origine è ancora ignota e dipende dalla combinazione di fattori ambientali, genetici, epigenetici (ossia caratteri ereditari non attribuibili direttamente alla sequenza del Dna).

Spiega il prof. Puccetti: “abbiamo potuto identificare 4 geni regolatori (LINC00909, LINC00657 EPB41L4A-AS1, 11-539L10.3) che sono in grado di controllare tutti i diversi aspetti della malattia: la componente cutanea, quella articolare e la sindrome metabolica che spesso vi si associa“.

Questo studio è “molto importante perché dimostra che ‘geni non codificanti’ determinano l’insorgenza della malattia psoriasica e apre interessanti prospettive per l’individuazione di nuovi bersagli terapeutici per la messa a punto di un trattamento personalizzato”, afferma il prof. Lunardi.

Leggi abstract dell’articolo:
Long Non-Coding RNAs Play a Role in the Pathogenesis of Psoriatic Arthritis by Regulating MicroRNAs and Genes Involved in Inflammation and Metabolic Syndrome
Marzia Dolcino, Andrea Pelosi, Piera Filomena Fiore, Giuseppe Patuzzo, Elisa Tinazzi, Claudio Lunardi and Antonio Puccetti
Front. Immunol., 16 July 2018 | https://doi.org/10.3389/fimmu.2018.01533

Fonte: LeScienze

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SLA: studi clinici per nuova terapia.

Posted by giorgiobertin su luglio 17, 2018

Una nuova ricerca condotta dalla Washington University School of Medicine in St. Louis indica che una terapia sperimentale per una forma ereditaria di SLA estende la sopravvivenza e inverte i segni di danno neuromuscolare nei topi e nei ratti. I risultati, pubblicati su “The Journal of Clinical Investigation“, hanno portato a due studi clinici di fase uno per indagare se il farmaco potrebbe giovare alle persone con SLA la cui malattia è causata da mutazioni in un gene chiamato SOD1.

SLA
New research at Washington University School of Medicine in St. Louis shows the drug extends survival and reverses some neuromuscular damage in mice and rats and may help people whose disease is caused by mutations in the gene SOD1.

Questo farmaco ha avuto un effetto impressionante nei topi e nei ratti con solo una o due dosi“, ha detto Timothy Miller, Professor of Neurology presso la Washington University. “Non sappiamo ancora se questo funziona nelle persone, ma siamo molto fiduciosi. Abbiamo completato la prima fase dei test di sicurezza e ora stiamo lavorando per trovare la giusta dose“.

In collaborazione con Ionis Pharmaceuticals, Miller e colleghi hanno testato composti basati sul DNA che bloccano nel corpo la produzione della proteina SOD1.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Antisense oligonucleotides extend survival and reverse decrement in muscle response in ALS models
Alex McCampbell, … , Eric E. Swayze, Timothy M. Miller
J Clin Invest. Published July 16, 2018. https://doi.org/10.1172/JCI99081

More information about the trial (number NCT02623699) can be found at clinicaltrials.gov.

Fonte: Washington University School of Medicine

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Editing genetico per abbassare il colesterolo nelle scimmie

Posted by giorgiobertin su luglio 10, 2018

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Nature Biotechnology“, afferma che le persone ad alto rischio di malattie cardiache a causa dei loro eccessivi livelli di colesterolo potrebbero presto avere un trattamento alternativo sicuro ed efficace nell’editing genico.

ipercolesterolemia

L’ipercolesterolemia mette le persone ad un rischio estremamente elevato di malattia coronarica a causa dell’elevato accumulo di colesterolo nel sangue. Per curare questa patologia vengono usate le statine. Nei casi di ipercolesterolemia ereditaria si dovrà ricorrere a un altro tipo di farmaco chiamato inibitori PCSK9.
Questo trattamento però richiede iniezioni ripetute e alcuni pazienti non tollerano il farmaco.

Ora i ricercatori della Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania a Philadelphia,hanno dimostrato che l’editing del genoma può abbassare i livelli di colesterolo nelle scimmie rhesus. In particolare i ricercatori hanno progettato un enzima che individua e disattiva il gene PCSK9 . Hanno usato un vettore di virus adeno-associato (AAV) per trasportare questo enzima nei fegati delle scimmie. Il fegato trasporta la maggior parte della responsabilità per la rimozione del colesterolo eccessivo.

I risultati aprono le porte ad un trattamento alternativo dell’ipercolesterolemia.

Leggi abstract dell’articolo:
Meganuclease targeting of PCSK9 in macaque liver leads to stable reduction in serum cholesterol
Lili Wang, Jeff Smith[…]James M Wilson
Nature Biotechnology 09 July 2018

Fonte: Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania

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Nuovo metodo per trasformare le cellule della pelle in cellule staminali pluripotenti.

Posted by giorgiobertin su luglio 6, 2018

I ricercatori dell’Università di Helsinki, in Finlandia, e Karolinska Institutet, in Svezia, sono riusciti per la prima volta a convertire le cellule della pelle umana in cellule staminali pluripotenti attivando i geni propri della cellula.

CRISPR-Stem-Cells

Lo scienziato giapponese Shinya Yamanaka aveva fatto per primo la scoperta, guadagnandosi il premio Nobel nel 2012: le cellule della pelle adulta possono essere convertite in cellule tipiche dei primi embrioni, le cosiddette cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC). Questo processo è chiamato riprogrammazione.
Fino ad ora, la riprogrammazione è stata possibile solo introducendo i geni critici per la conversione, chiamati fattori Yamanaka, artificialmente nelle cellule della pelle dove normalmente non sono affatto attivi.

Ora i ricercatori sono riusciti per la prima volta a trasformare le cellule della pelle in cellule staminali pluripotenti attivando i geni propri della cellula. Ciò è stato ottenuto utilizzando la tecnologia di modifica dei geni, chiamata CRISPRa, che può essere diretta ad attivare i geni. Il metodo utilizza una versione smussata del “gene forbici” di Cas9 che non taglia il DNA e può quindi essere usato per attivare l’espressione genica senza mutare il genoma.

CRISPR/Cas9 può essere usato per attivare i geni. “Abbiamo dimostrato che è possibile progettare un sistema di attivatori CRISPR che consenta una solida riprogrammazione dell’iPC”, dice il professor Timo Otonkoski. “Usando questa tecnologia, sono state ottenute cellule staminali pluripotenti che somigliavano molto strettamente alle prime cellule embrionali“.

Leggi asbtract dell’articolo:
Human pluripotent reprogramming with CRISPR activators
Jere Weltner, Diego Balboa, Shintaro Katyama, Maxim Bespalov, Kaarel Krjutškov, Eeva-Mari Jouhilahti, Ras Trokovic, Juha Kere and Timo Otonkoski.
Nature Communications 6th July, 2018. DOI 10.1038/s41467-018-05067-x

Fonte: Università di Helsinki

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Scoperto un gene chiave nella regolazione della risposta immunitaria.

Posted by giorgiobertin su luglio 3, 2018

L’agenzia scientifica nazionale australiana CSIRO ha identificato un nuovo gene che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione della risposta immunitaria dell’organismo alle infezioni e alle malattie.

Il gene, chiamato C6orf106 o “C6“, controlla la produzione di proteine ​​coinvolte in malattie infettive, cancro e diabete. Il gene esiste da 500 milioni di anni, ma il suo potenziale è compreso solo ora.

C6-gene
The C6orf106 or “C6” gene.

Il nostro sistema immunitario produce proteine ​​chiamate citochine che aiutano a fortificare il sistema immunitario e lavorano per impedire che virus e altri agenti patogeni si riproducano e causino malattie”, ha detto il prof. Cameron Stewart, del CSIRO.
C6 regola questo processo disattivando la produzione di alcune citochine per impedire alla nostra risposta immunitaria di andare fuori controllo”.

Le citochine regolate da C6 sono implicate in una varietà di malattie tra cui il cancro, il diabete e i disturbi infiammatori come l’artrite reumatoide” afferma Cameron.
La scoperta, pubblicata sulla rivista “Journal of Biological Chemistry“, aiuta a migliorare la nostra comprensione del nostro sistema immunitario, e si spera che questa comprensione consentirà agli scienziati di sviluppare nuove terapie più mirate.

Leggi il full text dell’articolo:
C6orf106 is a novel inhibitor of the interferon-regulatory factor 3-dependent innate antiviral response.
Rebecca L. Ambrose, Yu Chih Liu, Timothy E. Adams, Andrew G. D. Bean, and Cameron R. Stewart
J. Biol. Chem. jbc.RA117.001491. doi:10.1074/jbc.RA117.001491

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Un nuovo legame tra cancro e invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su giugno 28, 2018

Gli scienziati dell’ Hollings Cancer Center della Medical University of South Carolina hanno scoperto che le cellule tumorali del polmone umano resistono alla morte controllando parti del processo di invecchiamento. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Journal of Biological Chemistry“.

Man mano che le cellule normali invecchiano, le punte dei loro cromosomi, chiamate telomeri, possono iniziare a rompersi, che è un segnale per la morte della cellula. Questo sembra essere parte del processo di invecchiamento nelle cellule normali. Tuttavia, le cellule tumorali hanno sviluppato un modo per impedire che i loro telomeri cadano a pezzi, il che le aiuta a vivere molto più a lungo rispetto alle cellule normali. La lunga vita delle cellule tumorali è parte di ciò che consente loro di crescere e diffondersi in tutto il corpo.

Ogretmen
These laboratory images show induction of telomere damage induction (yellow in merged images). Photo courtesy Besim Ogretmen

Gli scienziati hanno scoperto che vari tipi di cellule tumorali hanno bassi livelli di una proteina chiamata p16. I ricercatori hanno usato un inibitore di enzimi chimici per causare danni ai telomeri in diversi tipi di cellule tumorali, comprese le cellule del cancro al polmone. L’inibitore, ABC294640, agisce in un modo che impedisce alle cellule tumorali di proteggere i loro telomeri, inibendo un enzima chiamato sfingosina chinasi 2. Questa inibizione ha dimostrato la rottura dei telomeri.

Come risultato di questa inibizione enzimatica, i telomeri sono stati danneggiati, con conseguente morte delle cellule tumorali quando i livelli di p16 erano bassi o assenti. Tuttavia, le cellule tumorali con alti livelli di p16 sono state in grado di sfuggire alla morte e sono rimaste biologicamente inattive, il che era un segno di invecchiamento.

Siamo entusiasti del fatto che esista almeno un meccanismo che può aiutarci a capire in che modo l’invecchiamento è associato a un rischio più elevato di cancro“, ha affermato il prof. Ogretmen.
L’inibitore utilizzato nello studio potrebbe aiutare a combattere il cancro a molti livelli. Il team ha già identificato la dose più sicura da utilizzare nei pazienti e sta pianificando uno studio clinico di fase 2 utilizzando ABC294640 in pazienti con un tipo di carcinoma epatico denominato carcinoma epatocellulare.

Leggi abstract dell’articolo:
Balance between senescence and apoptosis is regulated by telomere damage–induced association between p16 and caspase-3
Shanmugam Panneer Selvam, Braden M. Roth, Rose Nganga, Jisun Kim, Marion A. Cooley, Kristi Helke, Charles D. Smith, and Besim Ogretmen
J. Biol. Chem. 2018 293: 9784. doi:10.1074/jbc.RA118.003506

ClinicalTrials.gov Identifier: NCT02939807

Fonte: Hollings Cancer Center – Medical University of South Carolina

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Un enzima del corpo umano impedisce ai virus di replicarsi.

Posted by giorgiobertin su giugno 24, 2018

Un team di ricercatori ha identificato la modalità di azione della viperina, un enzima presente in natura negli esseri umani e in altri mammiferi che è noto per avere effetti antivirali su virus come il Nilo occidentale, l’epatite C, la rabbia e l’HIV. Questa scoperta, pubblicata sulla rivista “Nature“, potrebbe consentire ai ricercatori di sviluppare un farmaco che induca il corpo umano a produrre questa molecola, come terapia ad ampio spettro per una serie di virus.


Antiviral compound made inside human body could form basis for new drugs – Cameron & Jose

I ricercatori hanno rivelato che la viperina catalizza una reazione importante che porta alla creazione di una molecola chiamata ddhCTP. Il team della Pennsylvania State University e della Albert Einstein College of Medicine, ha mostrato gli effetti di ddhCTP sulla capacità del virus di replicare il suo materiale genetico. Sorprendentemente, la molecola agisce in modo simile ai farmaci che sono stati sviluppati per trattare virus come HIV ed epatite C.  con una migliore comprensione di come la viperina impedisce ai virus di replicarsi.

Per verificare l’efficacia di ddhCTP, il gruppo di ricerca ha dimostrato che la molecola inibiva le RNA polimerasi del virus della febbre Dengue (una malattia infettiva tropicale causata dal virus Dengue), del virus del Nilo occidentale, febbre gialla, encefalite giapponese ed epatite, che sono tutte di un gruppo di virus chiamati flavivirus (genere di virus a RNA a singolo filamento positivo (+)ssRNA appartenenti alla famiglia Flaviviridae).

A differenza di molti dei nostri attuali farmaci, ddhCTP è codificato dalle cellule degli umani e di altri mammiferi”, ha affermato la prof.ssa Cameron. “Abbiamo sintetizzato analoghi nucleotidici per anni, ma qui vediamo che la natura ci ha battuto e creato un analogo nucleotidico che può trattare un virus nelle cellule viventi e non mostra alcuna tossicità fino ad oggi. Se verrà confermato che funziona, probabilmente la natura ci ha pensato, ci ha dato un modello per creare un composto antivirale potente e sicuro.”

Il prossimo passo è testare il composto contro un’ampia gamma di virus.

Leggi abstract dell’articolo:
A naturally occurring antiviral ribonucleotide encoded by the human genome.
Anthony S. Gizzi, Tyler L. Grove, Jamie J. Arnold, Joyce Jose, Rohit K. Jangra, Scott J. Garforth, Quan Du, Sean M. Cahill, Natalya G. Dulyaninova, James D. Love, Kartik Chandran, Anne R. Bresnick, Craig E. Cameron & Steven C. Almo
Nature Published: 20 June 2018

Fonti: Pennsylvania State University – Albert Einstein College of Medicine

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Alzheimer: “Forte evidenza” di coinvolgimento dei virus.

Posted by giorgiobertin su giugno 22, 2018

Uno studio primo nel suo genere condotto dai ricercatori dell’Arizona State University-Banner Neurodegenerative Disease Research Center (NDRC) e i loro colleghi dell’Icahn School of Medicine del Monte Sinai chiarito i meccanismi attraverso cui gli agenti infettivi possono svolgere ruoli importanti nella malattia di Alzheimer (AD).

Per raggiungere questo obiettivo, il team ha capitalizzato i dati sul sequenziamento del DNA e dell’RNA da 622 donatori cerebrali con le caratteristiche cliniche e neuropatologiche del morbo di Alzheimer e 322 donatori cerebrali senza la malattia.
Nel presente studio, i ricercatori hanno esplorato la presenza virale in 6 regioni chiave del cervello che sono note per essere altamente vulnerabili alle devastazioni dell’AD.
Lo studio ha identificato alti livelli di herpesvirus umano (HHV) 6A e 7 in campioni di cervello che mostrano segni di neuropatologia AD, rispetto ai livelli più bassi trovati nel cervello normale.


Two strains of human herpesvirus—human herpesvirus 6A (HHV-6A) and human herpesvirus 7 (HHV-7) —are found in the brains of people with Alzheimer’s disease at levels up to twice as high as in those without Alzheimer’s, researchers from the Icahn School of Medicine at Mount Sinai report.

Siamo stati in grado di utilizzare una vasta gamma di approcci di biologia di rete per mettere a confronto il modo in cui questi virus potrebbero interagire con geni umani che sappiamo essere rilevanti per l’Alzheimer“, ha detto il prof. Readhead.
Non penso che possiamo rispondere se gli herpesvirus sono una causa primaria della malattia di Alzheimer, ma è chiaro che sono perturbanti e partecipano a reti che sono direttamente alla base della fisiopatologia del morbo di Alzheimer” – affermano i ricercatori.

Siamo entusiasti della possibilità di trarre vantaggio da questo approccio per aiutare nella comprensione scientifica, trattamento e prevenzione dell’Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative” – afferma Michelle Ehrlich, Professor of Neurology, Pediatrics, and Genetics and Genomics Sciences.

Leggi abstract dell’articolo:
Multiscale Analysis of Independent Alzheimer’s Cohorts Finds Disruption of Molecular, Genetic, and Clinical Networks by Human Herpesvirus
Ben Readhead, Jean-Vianney Haure-Mirande, Cory C. Funk, Matthew A. Richards, Paul Shannon, Vahram Haroutunian, Mary Sano, Winnie S. Liang, Noam D. Beckmann, Nathan D. Price, Eric M. Reiman, Eric E. Schadt, Michelle E. Ehrlich, Sam Gandy, Joel T. Dudley.
Neuron 2018 giu. 21,  DOI: https://doi.org/10.1016/j.neuron.2018.05.023

Fonte: Icahn School of Medicine del Monte Sinai

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Scoperta la molecola chiave dell’invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su giugno 21, 2018

Ogni cellula e ogni organismo invecchia prima o poi. Ma perché è così? Gli scienziati del German Cancer Research Center di Heidelberg hanno scoperto per la prima volta una proteina che rappresenta un punto di svolta nel processo di invecchiamento. Controlla la durata della vita di un individuo, dalla mosca all’essere umano. Ciò apre nuove possibilità per lo sviluppo di terapie contro le malattie legate all’età.

Invecchiamento

Lo stress ossidativo causa l’invecchiamento delle cellule e di interi organismi. I ricercatori hanno scoperto il regolatore chiave responsabile della quantità di molecole reattive dell’ossigeno, nocive che accelerano il processo di invecchiamento: si tratta di una molecola proteica chiamata TXNIP (thioredoxin-interacting protein).
Il TRX-1 ha dimostrato di svolgere un ruolo nella protezione del DNA dallo stress ossidativo e nel rallentamento dei processi di invecchiamento. Il suo antagonista TXNIP inibisce la thioredoxin-1 e quindi assicura che le molecole di ossigeno reattive vengano mantenute.

Il prof. Krammer e il suo team sono convinti che TXNIP sia un regolatore chiave per l’invecchiamento. “Gli scienziati hanno scoperto centinaia di geni che sono in qualche modo legati al processo di invecchiamento”. “Ma è sufficiente spegnere TXNIP per ritardare l’invecchiamento, allo stesso modo, l’invecchiamento può essere accelerato se le cellule producono TXNIP.” Questo rende la molecola interessante per intervenire nel processo di invecchiamento in futuro.

Leggi abstract dell’articolo:
Enhanced expression of thioredoxin-interacting-protein regulates oxidative DNA damage and aging,
Tina Oberacker Jörg Bajorat Sabine Ziola Anne Schroeder Daniel Röth Lena Kastl Bruce A. Edgar Wolfgang Wagner Karsten Gülow Peter H. Krammer
FEBS Letters (2018). DOI: 10.1002/1873-3468.13156

Fonte: German Cancer Research Center di Heidelberg

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Le mutazioni genetiche associate al cancro al pancreas.

Posted by giorgiobertin su giugno 20, 2018

I ricercatori della Mayo Clinic in una ricerca pubblicata sulla rivista Jama, hanno scoperto sei geni contenenti mutazioni che possono essere tramandate nelle famiglie, aumentando sostanzialmente il rischio di una persona di avere il cancro del pancreas.

Attualmente, gli operatori sanitari offrono test genetici solo a pazienti affetti da cancro al pancreas con una storia familiare di malattia. “Questo studio fornisce i dati più completi fino ad oggi supportando i test genetici per tutti i pazienti affetti da cancro al pancreas“, afferma il prof. Fergus Couch. “Questo è il primo studio che fornisce stime sull’entità del rischio di cancro associato a ciascun gene e indica che la storia familiare da sola non può predire chi ha queste mutazioni”.

DNA-test

I test genetici sono stati condotti su 3.030 pazienti pancreatici, i risultati del test di 21 geni del cancro sono stati confrontati con risultati simili da più di 123.000 pazienti senza carcinoma pancreatico. Lo studio ha individuato sei geni chiaramente collegati ad un aumentato rischio di cancro al pancreas: BRCA1, BRCA2, CDKN2A, TP53, MLH1 e ATM.

La conclusione di questo studio è che ora abbiamo una migliore comprensione molecolare delle cause genetiche del cancro del pancreas” – afferma il prof. Raed Samara.

Leggi abstract dell’articolo:
Association Between Inherited Germline Mutations in Cancer Predisposition Genes and Risk of Pancreatic Cancer.
Hu C, Hart SN, Polley EC, et al.
JAMA. 2018;319(23):2401–2409. doi:10.1001/jama.2018.6228

Editorial
Germline Genetic Testing for Pancreatic Ductal Adenocarcinoma at Time of Diagnosis
Sapna Syngal, MD, MPH; C. Sloane Furniss, PhD

Fonte: Mayo Clinic

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Cancro alla prostata: scoperti nuovi marcatori genetici.

Posted by giorgiobertin su giugno 17, 2018

Un team internazionali di ricercatori coordinati dal professore Frederick R. Schumacher del Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio, ha identificato 63 nuove varianti genetiche che potrebbe indicare un rischio maggiore di cancro alla prostata negli uomini.

Lo studio e i risultati sono stati pubblicati su “Nature Genetics”.

prostate cancer loci

I marcatori genetici – noti anche come polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) – sono rilevati a livello del DNA. Schumacher e colleghi hanno esaminato le sequenze di DNA di circa 140.000 uomini di discendenza europea, compresi i dati di precedenti studi. Circa 80.000 di questi uomini avevano il cancro alla prostata, mentre gli altri 60.000 non avevano alcuna evidenza della malattia.

Con questi dati, sono stati in grado di identificare 63 nuovi marcatori genetici in quelli con carcinoma della prostata – marcatori che non compaiono nel DNA degli uomini senza la malattia.
I nostri risultati ci permetteranno di identificare quali uomini dovrebbero sottoporsi a screening PSA precoci e regolari e questi risultati potrebbero eventualmente influenzare le decisioni di trattamento“, afferma il professore Schumacher.

i ricercatori stanno anche esaminando i cambiamenti genetici negli uomini di diverse razze, compresi gli afroamericani e quelli di origine asiatica.

Leggi abstract dell’articolo:
Association analyses of more than 140,000 men identify 63 new prostate cancer susceptibility loci
Fredrick R. Schumacher, Ali Amin Al Olama, […] Rosalind A. Eeles
Nature Genetics Published: 11 June 2018 doi:10.1038/s41588-018-0142-8

Fonte: Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio

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Identificati i marcatori genetici per il cancro alla prostata.

Posted by giorgiobertin su giugno 12, 2018

Un team internazionale di ricercatori esperti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Svezia, Canada, Germania, Cina, Finlandia, Belgio, Spagna, Polonia, Malesia e Croazia, coordinati dagli scienziati dell’University of Southern California – USC ha trovato decine di nuovi marcatori genetici nel codice del DNA che aumentano il rischio di cancro alla prostata – una conoscenza potente che probabilmente si rivelerà utile per rilevare e prevenire la malattia.
Concentrandosi sul DNA di oltre 140.000 uomini in tutto il mondo, i ricercatori sono stati in grado di identificare 63 nuovi marcatori genetici associati al rischio di cancro alla prostata.

Genetic-markers-prostate-cancer
Cancer in the prostate gland, seen here in yellow, is common for older men. A team including USC scientists found telltale genetic traits to predict men who are most at risk. (Photo/Science Source)

Questa non è una cura, ma le informazioni possono aiutare a identificare gli uomini ad alto rischio di sviluppare il cancro alla prostata che possono beneficiare di uno screening avanzato e di una prevenzione futura mirata“, ha detto il prof. Christopher A. Haiman.
Per identificare i marcatori genetici associati al rischio di cancro alla prostata, i ricercatori hanno usato “OncoArray“, una nuova analisi del DNA, per confrontare più di mezzo milione di cambiamenti a singola lettera nel codice del DNA di quasi 80.000 uomini con cancro alla prostata e più di 61.000 uomini senza la malattia.

Abbiamo la capacità di identificare gli uomini a maggior rischio di cancro alla prostata”, ha detto Haiman. “Ora abbiamo bisogno di capire come usare questa informazione genetica per prevenire la malattia“.
Molte delle nuove varianti genetiche sono state trovate nella regione dei geni coinvolti nella comunicazione tra le cellule del sistema immunitario e altre cellule del corpo. Ciò implica che gli errori genetici nei percorsi immunitari possono influenzare il rischio di cancro alla prostata, che potrebbe avere importanti implicazioni per il potenziale trattamento futuro del cancro alla prostata con le immunoterapie.

Leggi abstract dell’articolo:
Association analyses of more than 140,000 men identify 63 new prostate cancer susceptibility loci
Fredrick R. Schumacher, Ali Amin Al Olama, […]Rosalind A. Eeles
Nature Genetics Published: 11 June 2018

Fonte: University of Southern California – USC

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Scoperte le armi segrete di un gene chiave per combattere il cancro.

Posted by giorgiobertin su giugno 12, 2018

Il professore Marco Herold e il professor Andreas Strasser del Walter and Eliza Hall Institute hanno condotto uno studio, pubblicato su “Nature Medicine“, dove spiegano come il gene P53 è in grado di prevenire la crescita del cancro.

I risultati hanno rivelato che un gruppo speciale di geni che funzionano all’interno del normale processo di riparazione del DNA del corpo erano vitali per l’efficacia di p53. Queste nuove informazioni potrebbero aiutare i medici a identificare meglio i pazienti con un aumentato rischio di sviluppare determinati tumori. Potrebbe anche aiutare a sviluppare trattamenti più sicuri e più efficaci per i pazienti.

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Professor Andreas Strasser, associate professor Marco Herold and Dr. Ana Janic from the Walter and Eliza Hall Institute. Credit: The Walter and Eliza Hall Institute

E’ una scoperta eccitante e senza precedenti, abbiamo trovato che il gene di riparazione del DNA MLH1 e altri geni di riparazione del DNA, sono fondamentali per la capacità di p53 di prevenire lo sviluppo di linfomi a cellule B”, ha detto il Dr. Janic.

E’ stato sorprendente scoprire che la perdita del gene di riparazione del DNA MLH1 ha impedito al p53 di funzionare correttamente, causando lo sviluppo del linfoma e, quando l’MLH1 è stata riposizionato, lo sviluppo del tumore si è bloccato.

Ad esempio, se un paziente ha un linfoma con una mutazione che disabilita il meccanismo di riparazione del DNA, i medici ora sapranno di evitare alcuni trattamenti dannosi per il DNA, come la chemioterapia, che potrebbe solo rendere il cancro più aggressivo” – concludono i ricercatori.
Ricordiamo che il 50% di tutti i tumori nel mondo si verificano a causa del fatto che p53 non funziona come dovrebbe.

Leggi abstract dell’articolo:
DNA repair processes are critical mediators of p53-dependent tumor suppression
Ana Janic, Liz J. Valente, Matthew J. Wakefield, Leon Di Stefano, Liz Milla, Stephen Wilcox, Haoyu Yang, Lin Tai, Cassandra J. Vandenberg, Andrew J. Kueh, Shinsuke Mizutani, Margs S. Brennan, Robyn L. Schenk, Lisa M. Lindqvist, Anthony T. Papenfuss, Liam O’Connor, Andreas Strasser & Marco J. Herold
Nature Medicine, Published:11 June 2018. DOI: 10.1038/s41591-018-0043-5

Fonte: Walter and Eliza Hall Institute

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Realizzato l’atlante delle proteine del sangue.

Posted by giorgiobertin su giugno 7, 2018

È stato realizzato il primo “atlante genetico” delle proteine umane del sangue, che dovrebbe aiutare a comprendere meglio una vasta gamma di malattie e a sviluppare nuovi farmaci più efficaci. La creazione è stata fatta da un gruppo internazionale di ricercatori guidati dall’Università di Cambridge, in collaborazione con l’azienda farmaceutica Msd.

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I ricercatori guidati dal prof. Benjamin Sun, infatti, hanno utilizzato una nuova tecnologia chiamata SOMAscan per analizzare più di 3.600 proteine in campioni di sangue di circa 3.300 persone, delle quali hanno anche esaminato il Dna: come risultato hanno scoperto quasi 2.000 associazioni genetiche con circa 1.500 proteine.

“Grazie alla rivoluzione genomica negli ultimi dieci anni, siamo stati bravi a trovare associazioni statistiche tra genoma e malattia, ma la difficoltà è stata quella di identificare i geni e le vie che causano la malattia” – afferma il prof. Benjamin Sun

I dati genetici proteomici contenuti nel database potrebbero essere utilizzati per la scoperta di nuovi farmaci attraverso nuovi approfondimenti sugli obiettivi proteici di farmaci già esistenti. Collegando farmaci, proteine, variazioni genetiche e malattie, il team ha suggerito farmaci esistenti che potrebbero essere utilizzati anche per trattare una malattia diversa e una maggiore fiducia che alcuni farmaci attualmente in fase di sviluppo potrebbero avere successo in studi clinici.

“Forse in futuro questa potrà diventare un’analisi di routine: con un semplice check-up permetterebbe di scoprire subito le malattie alle quali siamo suscettibili e i farmaci ai quali l’organismo risponde meglio”. “Sarebbe un importantissimo strumento di analisi per capire in modo più completo lo stato di salute di una persona”.

Leggi abstract dell’articolo:
Genomic atlas of the human plasma proteome
Benjamin B. Sun, Joseph C. Maranville, […]Adam S. Butterworth
Naturevolume 558, pages73–79 (2018) Published: 06 June 2018 doi:10.1038/s41586-018-0175-2

Fonte: University of Cambridge,

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Cancro al seno: bene una nuova immunoterapia sperimentale.

Posted by giorgiobertin su giugno 6, 2018

L’immunoterapia è una forma di terapia del cancro che aumenta il sistema immunitario del corpo nella lotta contro i tumori. Il trasferimento cellulare adottivo (ACT – Adoptive cell transfer), in particolare, è un tipo di immunoterapia che rafforza uno specifico tipo di cellula immunitaria: le cellule T.

Nella ACT, gli operatori sanitari raccolgono cellule T dal tumore maligno e isolano le cellule immunitarie che sono le più aggressive contro il cancro. Successivamente, coltivano queste cellule T in gran numero in laboratorio e quindi le reintroducono nel corpo del paziente per via endovenosa. Questa tecnica si è dimostrata essere efficace nel trattamento di diversi tumori, come il melanoma, il cancro del polmone e i tumori della vescica. Questi cancri sono tutti caratterizzati da un alto livello di mutazioni. Non è particolarmente efficace contro i tumori che hanno meno mutazioni, come il cancro allo stomaco, il cancro dell’esofago, il cancro alle ovaie e il cancro al seno.

MRI-scan-breast-cancer
Left: CT scans of a woman with breast cancer before TIL therapy show a lesion invading the chest wall (top) and metastatic lesions in the liver (bottom). Right: Scans 14 months after treatment show all lesions have disappeared. Credit: National Cancer Institute

Ora una nuova e migliorata forma di ACT, descritta su “Nature Medicine“, ha portato a una regressione completa del cancro al seno in un paziente che in precedenza non aveva risposto a tutti gli altri trattamenti, compresa la chemioterapia e la terapia ormonale. Questa nuova forma sperimentale di immunoterapia consiste nell’utilizzare cellule chiamate linfociti infiltranti il ​​tumore (tumor-infiltrating lymphocytes – TILS).

I ricercatori del National Cancer Institute (NCI), hanno rivelato 62 diverse mutazioni e testato quale TILS aveva la capacità di riconoscere queste mutazioni. “Abbiamo sviluppato un metodo ad alto rendimento“, afferma il prof. Steven Rosenberg, “per identificare le mutazioni presenti in un cancro che sono riconosciute dal sistema immunitario“.
Poiché questo nuovo approccio all’immunoterapia dipende dalle mutazioni, non dal tipo di cancro, è in un certo senso un progetto che possiamo usare per il trattamento di molti tipi di cancro” – conclude il prof. Rosemberg.

Leggi abstract dell’articolo:
Immune recognition of somatic mutations leading to complete durable regression in metastatic breast cancer
Nikolaos Zacharakis, Harshini Chinnasamy, Mary Black, Hui Xu, Yong-Chen Lu, Zhili Zheng, Anna Pasetto, Michelle Langhan, Thomas Shelton, Todd Prickett, Jared Gartner, Li Jia, Katarzyna Trebska-McGowan, Robert P. Somerville, Paul F. Robbins, Steven A. Rosenberg, Stephanie L. Goff & Steven A. Feldman
Nature Medicine (2018) Published: 04 June 2018 doi:10.1038/s41591-018-0040-8

Clinical trial, see: https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT01174121

Fonte: Surgery Branch, National Cancer Institute, National Institutes of Health, Bethesda,, USA

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Un test del sangue per la diagnosi precoce di cancro.

Posted by giorgiobertin su giugno 4, 2018

La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori del Taussig Cancer Center della Stanford University: un esame del sangue che identifica i frammenti di DNA rilasciati da alcuni tipi di cancro e che quindi permetterebbe di individuare la malattia ancor prima del suo manifestarsi.

ovarian cancer
Ovarian cancer cells. Researchers hope the tests for cancer cells will become part of a ‘universal screening’ tool. Photograph: Media for Medical/UIG via Getty Images

Nello studio sono state coinvolte 1.600 persone, 749 sane e 878 a cui da poco era stato diagnosticato un tumore. Le rilevazioni più accurate sono state quelle del carcinoma delle ovaie e del pancreas, a seguire del fegato e della cistifellea, e ancora di linfoma e mieloma, cancro intestinale e infine cancro a polmone, testa e collo, prostata, stomaco e utero.

I risultati dello studio sono stati presentati alla conferenza annuale dell’American Society of Clinical Oncologists a Chicago. L’esame è risultato attendibile nel 90% dei casi analizzati, tanto che il National Health Service (NHS), il servizio sanitario inglese, lo adotterà per ottenere diagnosi precise e tempestive.

La maggior parte dei tumori viene rilevata in una fase avanzata, ma questa ‘biopsia liquida’ ci dà l’opportunità di trovarli mesi o anni prima che qualcuno sviluppi sintomi e venga diagnosticata”– ha dichiarato il dottor Eric Klein del centro di Cleveland.
Il test potrebbe arrivare in Italia entro cinque anni.

Leggi abstract presentato:
Development of a comprehensive cell-free DNA (cfDNA) assay for early detection of multiple tumor types: The Circulating Cell-free Genome Atlas (CCGA) study.
Eric A. Klein, Earl Hubbell, Tara Maddala, Alex Aravanis, John F. Beausang, Darya Filippova, Samuel Gross, Arash Jamshidi, Kathryn Kurtzman, Ling Shen, Anton Valouev,……..
J Clin Oncol 36, 2018 (suppl; abstr 12021)

Clinical trial information: NCT02889978

Liquid biopsy

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Scoperta la proteina che rallenta l’invecchiamento.

Posted by giorgiobertin su giugno 1, 2018

I ricercatori dell’University of Texas Southwestern Medical Center hanno scoperto che una mutazione della proteina denominata Beclin-1 sembrerebbe essere in grado non solo di allungare la vita, ritardando la vecchiaia, ma perfino di preservare la salute dalle malattie, più o meno gravi, a cui si va incontro in età avanzata.

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The UTSW research team that reported on autophagy in Nature includes, from left: (front) Drs. Ming Chang Hu, Beth Levine, and Orson Moe, and (back) Salwa Sebti and Álvaro Fernández.

Il meccanismo in cui questa proteina è coinvolta è quello dell’autofagia, il processo che una cellula usa per smaltire sostanze indesiderate o tossiche che possono danneggiare la salute cellulare. Più le cellule si ‘puliscono‘ più la vita sembra allungarsi e la salute migliorare. Quando si invecchia, questo processo si riduce. Una mutazione della beclin-1, allora, eviterebbe la riduzione di questo meccanismo.

In particolare la mutazione nella proteina autofagica Beclin 1, diminuisce il suo legame con un’altra proteina, Bcl-2, che normalmente inibisce la funzione di Beclin 1 nell’autofagia.
Gli esperimenti, come pubblicato sulla rivista “Nature“, hanno evidenziato che i topi con livelli persistentemente aumentati di autofagia vivono più a lungo e sono più sani.

“I risultati suggeriscono che è importante aumentare l’autofagia su base cronica per trattare malattie come la neurodegenerazione. Inoltre, rivelano un obiettivo specifico per lo sviluppo di farmaci che aumentano l’autofagia – vale a dire l’interruzione del legame di Beclin 1 con Bcl-2. Questi studi hanno importanti implicazioni per la salute umana e per lo sviluppo di farmaci per migliorarla“, afferma il dott. Beth Levine.

Leggi abstract dell’articolo:
Disruption of the beclin 1–BCL2 autophagy regulatory complex promotes longevity in mice
Álvaro F. Fernández, Salwa Sebti[…]Beth Levine
Nature Published: 30 May 2018 doi:10.1038/s41586-018-0162-7

Fonte: University of Texas Southwestern Medical Center

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Nuova classe di farmaci contro i tumori aggressivi.

Posted by giorgiobertin su maggio 30, 2018

Un team di ricercatori della Technical University of Munich (TUM) ha dimostrato che una nuova classe di farmaci noti come inibitori di SHP2 è anche efficace contro i tumori aggressivi e difficili da trattare come i polmoni e tumori pancreatici. Gli studi clinici attualmente in corso avevano precedentemente escluso i pazienti con questi tumori.

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Kathrin Ciecielski e la prof.ssa Hana Algül (a destra) discutono i risultati dello studio. (Immagine: A. Heddergott/TUM)

Il tumore polmonare e pancreatico vengono definiti collettivamente come tumori KRAS, poiché condividono lo stesso errore genetico. Questo errore significa che la proteina KRAS, coinvolta, tra le altre cose, nella divisione cellulare, non funziona più correttamente ed è sempre attiva. Di conseguenza, le cellule si dividono fuori controllo, portando alla formazione di tumori.
Il problema, tuttavia, è che la proteina KRAS è anche attiva e svolge un ruolo cruciale nelle cellule sane, quindi la semplice disattivazione con farmaci non è un’opzione.

Nei loro esperimenti sui topi con proteina KRAS difettosa, quando è stata rimossa la proteina SHP2, gli animali non hanno più sviluppato tumori. Con questi risultati, il gruppo di ricerca è stato in grado di dimostrare che l’SHP2 è essenziale per la formazione del tumore e che l’SHP2 potrebbe essere anche un bersaglio farmacologico chiave nei tumori KRAS aggressivi.
Il team ha confermato i risultati usando degli inibitori SHP2. Quando ai topi è stato somministrato un inibitore SHP2, i tumori esistenti sono cresciuti più lentamente ed erano più facili da controllare.

Leggi abstract dell’articolo:
Mutant KRAS-driven cancers depend on PTPN11/SHP2 phosphatase
Ruess, D. A., G. J. Heynen, K. J. Ciecielski, J. Ai, A. Berninger, D. Kabacaoglu, K. Görgülü, Z. Dantes, S. M. Wörmann, K. N. Diakopoulos, A. F. Karpathaki, M. Kowalska, E. Kaya-Aksoy, L. Song, E. A. Zeeuw van der Laan, M. P. López-Alberca, M. Nazaré, M. Reichert, D. Saur, M. Erkan, U. T. Hopt, B. Sainz Jr., W. Birchmeier, R. M. Schmid, M. Lesina and H. Algül
Nature Medicine, 2018, DOI: 10.1038/s41591-018-0024-8

Fonte: Technical University of Munich (TUM)

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Le cellule tumorali evadono la morte attraverso la riparazione del DNA.

Posted by giorgiobertin su maggio 30, 2018

Uno studio sul carcinoma mammario condotto presso l‘Institute for Research in Biomedicine (IRB Barcelona) identifica il ruolo chiave di p38 nel salvaguardare le cellule tumorali dall’eccessivo accumulo di danni al DNA, che altrimenti causerebbe la morte cellulare.

È stato dimostrato che il blocco di p38 aumenta la morte delle cellule tumorali, causando la contrazione dei tumori. La combinazione di inibitori della p38 con farmaci chemioterapici (taxani) rafforza, accelera o prolunga l’effetto antitumorale nei tumori derivati ​​dai pazienti cresciuti nei topi.

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Image of breast cancer cells derived from a mouse mammary tumour (in blue: nucleus, in green: tubulin) Author: Begoña Cánovas, IRB Barcelona

I ricercatori hanno usato inibitori della p38 per bloccare l’azione di questa proteina nelle cellule tumorali. Questi inibitori sono già utilizzati in analisi cliniche che coinvolgono pazienti, ma per altre malattie.
In particolare sono stati utilizzati nove tumori da pazienti, coltivati ​​nei topi da esperimento. In sette di questi tumori, tra cui ER e triplo negativo, l’inibitore p38 ha rafforzato, accelerato o prolungato l’effetto antitumorale dei taxani.

I risultati, pubblicati sulla rivista “Cancer Cell“, dimostrano che la proteina p38alpha protegge le cellule tumorali attivando un meccanismo di riparazione del DNA. A questo proposito, p38 salvaguarda le cellule tumorali dall’eccessivo accumulo di errori o mutazioni del DNA. “Le cellule tumorali tendono intrinsecamente ad accumulare danni al DNA, ma in alcuni questo accumulo è maggiore, e abbiamo osservato che queste cellule sono più dipendenti dall’attività di p38“, spiega il prof. Angel Nebreda.

I taxani prevengono la divisione cellulare danneggiando i cromosomi e causando instabilità cromosomica. Come sospettato, dato che p38 ostacola questa azione, se disattiviamo la funzione di questa proteina nelle cellule, perdono la loro protezione e i taxani possono essere più efficaci” affermano i ricercatori. “I nostri risultati dovranno essere confermati in un numero maggiore di tumori da pazienti“.

Leggi abstract dell’articolo:
Targeting p38α Increases DNA Damage, Chromosome Instability, and the Anti-tumoral Response to Taxanes in Breast Cancer Cells
Begoña Cánovas, Ana Igea, Alessandro A. Sartori, Roger R. Gomis, Tanya T. Paull, Michitaka Isoda, Héctor Pérez-Montoyo, Violeta Serra, Eva González-Suárez, Travis H. Stracker, Angel R. Nebreda
Cancer Cell Published: May 24, 2018 DOI: https://doi.org/10.1016/j.ccell.2018.04.010

Fonte: Institute for Research in Biomedicine (IRB Barcelona) 

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Virus riprogrammati per attaccare il cancro.

Posted by giorgiobertin su maggio 29, 2018

I virus sono agenti infettivi di piccole dimensioni, in rapida replicazione, che possono sopravvivere solo all’interno delle cellule di altri organismi. Sono noti per causare malattie e sofferenze, gli scienziati della School of Medicine, Cardiff University, hanno progettato un modo per usarli come una forza positiva nella lotta contro il cancro.

Adenovirus

I ricercatori hanno “addestrato” con successo i virus per riconoscere il cancro ovarico e ucciderlo senza danneggiare alcun tessuto sano. “I virus riprogrammati sono già stati utilizzati nelle procedure di terapia genica per trattare una serie di malattie, dimostrando che possono essere addestrati dall’essere in pericolo di vita in agenti potenzialmente salvavita” – afferma il prof. Alan Parker.
Abbiamo preso un virus comune e ben studiato e l’abbiamo completamente ridisegnato in modo che non possa legarsi a cellule sane, ma cerchi invece una specifica proteina marcatore chiamata alfa-v-beta-6 (αvβ6) integrina, che è unica per alcune cellule tumorali, permettendole di invaderle”.

In particolare, abbiamo introdotto il virus riprogrammato sul cancro ovarico, che ha identificato e distrutto con successo, un progresso entusiasmante che offre un potenziale reale per i pazienti con una varietà di tumori” – afferma il prof. Parker.

In futuro, i ricercatori sperano di perfezionare ulteriormente la loro arma virale. Vogliono addestrare il virus a riconoscere una componente proteica che è condivisa da tumori ovarici, mammari, pancreatici, polmonari e orali. Nei prossimi anni, sperano che i virus riprogrammati raggiungano la fase di sperimentazione clinica.

Leggi abstract dell’articolo:
Ad5NULL-A20 – a tropism-modified, αvβ6 integrin-selective oncolytic adenovirus for epithelial ovarian cancer therapies
Hanni Uusi-Kerttula, James A Davies, Jill Thompson, Phonphimon Wongthida, Laura Evgin, Kevin G. Shim, Angela Bradshaw, Alexander T Baker, Pierre J Rizkallah, Rachel Jones, Louise Hanna, Emma Hudson, Richard Vile, John D Chester and Alan L Parker
Clinical Cancer Research May 24, 2018, doi: 10.1158/1078-0432.CCR-18-1089

Fonte: School of Medicine, Cardiff University

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Microbioma intestinale e cancro del colon.

Posted by giorgiobertin su maggio 16, 2018

I ricercatori del Departments of Genetics, Cell Biology and Development, and Ecology, Evolution, and Behavior, at the University of Minnesota, USA, hanno identificato una correlazione tra la composizione microbica intestinale e l’espressione di microRNA nel cancro del colon-retto umano.

Microbioma

I ricercatori hanno sequenziato il microRNA di campioni raccolti da 44 pazienti ed hanno correlato i livelli di espressione del microRNA nel tessuto del cancro del colon con la composizione del microbioma. In questo modo hanno scoperto che i microbi che sono stati precedentemente associati al tumore del colon-retto sono correlati ai microRNA (microRNA-182, microRNA-503, microRNA17-92) che regolano i geni correlati all’interazione con i microbi e che probabilmente regolano la produzione di glicani, che sono importanti per la patologia del tumore.

Lo studio è il primo a dimostrare che l’interazione tra microRNA e microbioma intestinale può avere un ruolo nel cancro del colon-retto.

Gli sforzi futuri mireranno a rilevare se esistono possibilità di manipolare il microbioma per regolare l’espressione dei microRNA nel tumore, con un potenziale impatto sulla progressione del tumore.

Leggi il full text dell’articolo:
Interaction between Host MicroRNAs and the Gut Microbiota in Colorectal Cancer
Ce Yuan, Michael B. Burns, Subbaya Subramanian, Ran Blekhman
mSystems May 2018, 3 (3) e00205-17; DOI: 10.1128/mSystems.00205-17

Fonte: American Society For Microbiology

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Tumore al seno: Test multigene in sostituzione dei test BRCA.

Posted by giorgiobertin su maggio 15, 2018

I ricercatori della Stanford University School of Medicine ed altri centri medici statunitensi in uno studio pubblicato su “JAMA Oncology” stanno sostituendo le analisi di sola BRCA in donne con carcinoma mammario, con test per rilevare le mutazioni in più geni.

Il cambiamento riflette un crescente riconoscimento da parte dei medici che i test panel multigene possono fornire informazioni clinicamente più utili per i pazienti e i loro parenti.

Breast-Cancer-Gene-Test

In generale, i test multigene danno risultati clinicamente più utili e stanno rapidamente diventando la norma“, ha detto il prof. Allison Kurian. “Le donne con nuova diagnosi dovrebbero chiedere ai loro medici se possono essere candidate idonee per i test genetici. Dovrebbero inoltre sostenere l’opportunità di discutere i test genetici e le sue implicazioni con un clinico esperto, come un consulente genetico, in modo tempestivo“.

I test multigenici hanno mostrato il doppio delle probabilità dei test BRCA di identificare mutazioni associate alla malattia, ma anche più probabilità di rivelare mutazioni di significato clinico incerto, in particolare nelle minoranze etniche o razziali.

Leggi abstract dell’articolo:
Uptake, Results, and Outcomes of Germline Multiple-Gene Sequencing After Diagnosis of Breast Cancer
Kurian AW, Ward KC, Hamilton AS, et al.
JAMA Oncol. Published online May 10, 2018. doi:10.1001/jamaoncol.2018.0644

Fonte: Stanford University School of Medicine

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Staminali: Muscoli rigenerati grazie a cellule riprogrammate.

Posted by giorgiobertin su maggio 10, 2018

Gli scienziati dell’Harvard Stem Cell Institute coordinati dal prof. Konrad Hochedlinger, hanno sviluppato un approccio semplice e robusto per riprogrammare direttamente le cellule mature della pelle in cellule muscolari immature. Combinando l’espressione transitoria di una proteina chiamata MyoD e il trattamento con tre piccole molecole, i ricercatori hanno trasformato le cellule della pelle del topo in cellule progenitrici miogeniche indotte (iMPC). Queste cellule si sono propagate estensivamente e hanno condiviso proprietà molecolari e funzionali chiave con le cellule staminali del muscolo scheletrico.

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This image shows iMPCs stained for markers of muscle stem, progenitor and differentiated cells. iMPCs recapitulate muscle differentiation in a dish. CREDIT Ori Bar-Nur and Mattia Gerli

Come descritto sulla rivista “Stem Cell Reports”, una volta trapiantate in topi con ferite alle zampe, le iMPC si sono inserite correttamente nel tessuto danneggiato, contribuendo a sostenere la rigenerazione muscolare.

Ora il progetto dei ricercatori è studiare più approfonditamente il processo di riprogrammazione cellulare a livello molecolare e di raffinare il protocollo sperimentale per generare più popolazioni omogenee di cellule staminali e progenitrici muscolari, invece di miscele contenenti cellule muscolari mature, come fatto finora. In caso di successo, la riprogrammazione cellulare potrebbe essere usata per studiare malattie gravemente invalidanti come la distrofia muscolare.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Direct Reprogramming of Mouse Fibroblasts into Functional Skeletal Muscle Progenitors
Bar-Nur and Gerli ……… Konrad Hochedlinger.
Stem Cell Reports Volume 10, Issue 5, p1505–1521, 8 May 2018 DOI: https://doi.org/10.1016/j.stemcr.2018.04.009

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