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Posts Tagged ‘neurologia’

Sclerosi Multipla: è possibile riparare la mielina danneggiata.

Posted by giorgiobertin su aprile 19, 2019

Nella Sclerosi Multipla (SM), la guaina che copre le fibre nervose nel cervello e nel midollo spinale viene danneggiata, rallentando o bloccando i segnali elettrici dal raggiungere gli occhi, i muscoli e altre parti del corpo. Ora i ricercatori dell’Oregon Health & Science University (OHSU), hanno sviluppato un composto che stimola la riparazione di questa guaina protettiva.

La scoperta, che coinvolge topi geneticamente modificati per imitare la sclerosi multipla, è stata pubblicata sulla rivista “JCI Insight“.
Sebbene diversi trattamenti e farmaci alleviano i sintomi della SM, non esiste una cura.

JCI-4-8-cover

Stiamo sfruttando la capacità endogena dell’ormone tiroideo di riparare la mielina senza gli effetti collaterali“, ha detto l’autore principale Meredith Hartley. “Siamo riusciti ad aumentare la quantità di sobetirome (una molecola sintetica destinata ad abbassare il colesterolo,) che penetra nel sistema nervoso centrale e promuove la remielizazzione senza i gravi effetti collaterali della terapia ormonale tiroidea.“. In particolare gli scienziati hanno aggiunto un’etichetta chimica alla molecola del sobetirome originale, creando un composto inerte chiamato Sob-AM2. Lo scopo principale del tag è di eliminare una carica negativa che impedisce al sobetirome di penetrare efficacemente nella barriera emato-encefalica. Una volta che Sob-AM2 scivola oltre la barriera e raggiunge il cervello, incontra un particolare tipo di enzima cerebrale che converte Sob-AM2 in sobetirome.

I ricercatori hanno dimostrato che il trattamento nei topi non solo ha innescato la riparazione della mielina, ma sono riusciti a misurare sostanziali miglioramenti motori nei topi trattati con il composto.

Leggi il full text dell’articolo:
Myelin repair stimulated by CNS-selective thyroid hormone action
Meredith D. Hartley, … , Dennis Bourdette, Thomas S. Scanlan
JCI Insight. 2019;4(8):e126329. https://doi.org/10.1172/jci.insight.126329.

Fonte: Oregon Health & Science University (OHSU)

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Cervelli di maiale parzialmente rianimati dopo la morte.

Posted by giorgiobertin su aprile 19, 2019

Gli scienziati statunitensi del Department of Neuroscience, Yale School of Medicine, hanno parzialmente rianimato cervelli di maiale quattro ore dopo la macellazione degli animali.
Lo studio pubblicato sulla rivista “Nature“, ha dimostrato che la morte delle cellule cerebrali potrebbe essere interrotta e che alcune connessioni nel cervello possono essere ripristinate.

pig-brain
Immunofluorescent stains for neurons (NeuN; green), astrocytes (GFAP; red), and cell nuclei (DAPI, blue) in the hippocampal CA3 region of brains either unperfused for 10 hours after death (left) or subjected to perfusion with the BrainEx technology (right). After 10 hours postmortem, neurons and astrocytes normally undergo cellular disintegration unless salvaged by the BrainEx system.
Photo credit: Stefano G. Daniele & Zvonimir Vrselja; Sestan Laboratory; Yale School of Medicine

In particolare le cellule del cervello sono rimaste attive fino a dieci ore dopo il decesso, grazie a una macchina che pompava un liquido nutriente nelle arterie. “Ma non possiamo parlare di percezione o di coscienza” precisano i neuroscienziati.
L’elettroencefalogramma era completamente piatto. Ma per dieci ore i neuroni e gli astrociti sono rimasti attivi. Invece di disgregarsi nel giro di pochi minuti, come avviene normalmente alla morte, sono apparsi agli occhi dei ricercatori di un colore verde fosforescente: vivo (vedi foto). Quattro ore dopo l’uccisione, le due carotidi sono state collegate a una macchina che pompava sangue artificiale. E che ha mantenuto in attività i neuroni per altre sei ore. In tutto, per dieci ore dopo la morte.
Definito clinicamente, questo non è un cervello vivente, ma è un cervello cellulare attivo.“- afferma il co-autore Zvonimir Vrselja.

Capire quali sono le capacità di sopravvivenza dei neuroni in assenza di nutrimento – come avviene durante infarti e ictus – aiuterebbe i medici ad affrontare meglio i postumi di queste malattie.

Leggi abstract dell’articolo:
Restoration of brain circulation and cellular functions hours post-mortem
Zvonimir Vrselja, Stefano G. Daniele, John Silbereis, Francesca Talpo, Yury M. Morozov, André M. M. Sousa, Brian S. Tanaka, Mario Skarica, Mihovil Pletikos, Navjot Kaur, Zhen W. Zhuang, Zhao Liu, Rafeed Alkawadri, Albert J. Sinusas, Stephen R. Latham, Stephen G. Waxman & Nenad Sestan
Nature volume 568, pages 336–343 (2019)

Fonte; Department of Neuroscience, Yale School of Medicine

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Nuove linee guida sulla SLA.

Posted by giorgiobertin su aprile 8, 2019

Un comitato di consenso composto da 140 membri chiave della comunità internazionale della SLA (ricercatori ALS, medici, rappresentanti dei pazienti, rappresentanti dei finanziamenti alla ricerca, industria e agenzie regolatorie) ha affrontato 9 aree di necessità nell’ambito della ricerca sulla SLA:
(1) studi preclinici;
(2) eterogeneità biologica e fenotipica;
(3) misure di esito;
(4) interventi che modificano la malattia e sintomatici;
(5) assunzione e fidelizzazione;
6) biomarcatori;
(7) fasi di sperimentazione clinica;
(8) oltre i tradizionali progetti di prova;
(9) considerazioni statistiche,
rivedendo le linee guida del consenso di Airlie House del 1999 per la progettazione e l’implementazione di studi terapeutici preclinici e studi clinici sulla sclerosi laterale amiotrofica (SLA).

SLA

Il lavoro pubblicato su ‘Neurology’ – spiega il prof. Silani – segna un importante passo in avanti perché conclude l’analisi di 112 linee guida e ne approfondisce 15, che sono state considerate di particolare impatto per il disegno dei trial clinici nella Sla. Il momento storico è favorevole alla terapia della Sla perché, anche grazie alla scoperta di oltre 30 geni patogenetici delle malattia a cui abbiamo attivamente partecipato, è oggi possibile ipotizzare una terapia personalizzata a correggere specificamente la genetica dei pazienti affetti: la terapia genica per pazienti con mutazione dei geni SOD1 e C9orf72 sta infatti diventando realtà“.

Leggi il full text dell’articolo:
Revised Airlie House consensus guidelines for design and implementation of ALS clinical trials
Leonard H. van den Berg, Eric Sorenson, Gary Gronseth, Eric A. Macklin, Jinsy Andrews, Robert H. Baloh, Michael Benatar, James D. Berry, View ORCID ProfileAdriano Chio, Philippe Corcia, Angela Genge, Amelie K. Gubitz, Catherine Lomen-Hoerth, Christopher J. McDermott, Erik P. Pioro, View ORCID ProfileJeffrey Rosenfeld, Vincenzo Silani, Martin R. Turner, Markus Weber, Benjamin Rix Brooks, Robert G. Miller, Hiroshi Mitsumoto, for the Airlie House ALS Clinical Trials Guidelines Group
Neurology April 02, 2019; 92 (14)

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Completato atlante genetico in 3D della SLA.

Posted by giorgiobertin su aprile 7, 2019

Completato l’atlante genetico 3D della sclerosi laterale amiotrofica (Sla), che permette di ricostruire quali geni si attivano e dove. Pubblicato sulla rivista “Science“, il risultato si deve al Centro di ricerca sul genoma di New York e aiutera’ a compiere passi in avanti nella comprensione di questa malattia, dal momento in cui si manifesta al modo in cui si sviluppa.

Phatnani_

I ricercatori hanno esaminato quattro momenti della progressione della malattia, dall’inizio dell’eta’ adulta fino allo stadio finale, su oltre 1.100 topi malati, e poi hanno analizzato campioni di midollo prelevati dopo la morte da 80 persone malate.Combinando i dati, i ricercatori sono riusciti a cogliere l’espressione di 12.000 geni simultaneamente.
Per la prima volta possiamo vedere le interazioni da cellula a cellula, capire che cosa va male, dove e in quali tipi di cellule“, spiega il prof.ssa Hemali Phatnani Direttore del New York Genome Center (NYGC).La nostra ricerca ha cercato di capire come le mutazioni causate dalla malattia distruggano le funzioni delle cellule, neuronali e non, e come i danni alle comunicazioni portino alla perdita dei neuroni che controllano il movimento” – video2.

Ricordiamo che la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è una malattia progressiva dei motoneuroni che colpisce le cellule nervose del cervello e del midollo spinale.
L’atlante potra’ essere utile anche per studiare altre malattie neurodegenerative, come Alzheimer, Parkinson e corea di Huntington.

Un portale di esplorazione dei dati interattivo è disponibile pubblicamente su https://als-st.nygenome.org/.

Leggi abstract dell’articolo:
Spatiotemporal dynamics of molecular pathology in amyotrophic lateral sclerosis
BY SILAS MANIATIS, TARMO ÄIJÖ, SANJA VICKOVIC, CATHERINE BRAINE, KRISTY KANG, ANNELIE MOLLBRINK, DELPHINE FAGEGALTIER, ŽANETA ANDRUSIVOVÁ, SAMI SAARENPÄÄ, GONZALO SAIZ-CASTRO, MIGUEL CUEVAS, AARON WATTERS, JOAKIM LUNDEBERG, RICHARD BONNEAU, HEMALI PHATNANI
Science 05 aprile 2019: vol. 364, Issue 6435, pp. 89-93 DOI: 10.1126 / science.aav9776

Video1 – Video2

Fonte: New York Genome Center (NYGC).

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Intelligenza artificiale e risonanze per la diagnosi dei tumori cerebrali.

Posted by giorgiobertin su marzo 23, 2019

Un team di ricercatori e specialisti – del Department of Animal Medicine, Productions and Health, University of Padua, Legnaro – ha testato una tecnica innovativa, basata su rete neurale, su pazienti con diagnosi radiologica (tramite Risonanza Magnetica) di meningioma e successiva conferma istopatologica (a seguito dell’asportazione chirurgica dello stesso). Il risultato è stato, ex ante, il riconoscimento del grado di malignità della neoplasia, in ben 109 casi su 117, a partire direttamente dalle immagini diagnostiche.

cervellorm

L’esperienza che abbiamo maturato con gli studi di risonanza magnetica sul cane, unica per metodologia, caratteristiche e numerosità – afferma il prof. Tommaso Banzato – l’abbiamo voluta condividere con i colleghi del reparto di Neuroradiologia dell’azienda ospedaliera di Padova. Questo ha aperto ad entrambe le équipe nuovi scenari da cui stanno emergendo ulteriori interessanti sviluppi”.

L’accuratezza di questo modello preliminare, pubblicato sulla rivista pubblicato sul “Journal of Magnetic Resonance Imaging“,  è un’evidente dimostrazione che, in un futuro non così lontano, nuove metodologie basate sull’intelligenza artificiale potranno non solo supportare il radiologo nel proprio processo decisionale verso la diagnosi finale, ma anche guidare scelte terapeutiche mediche, chirurgiche e mininvasive.
L’applicazione delle reti neurali alla diagnostica per immagini sta diventando, a tutt’oggi, uno degli interessi centrali per la comunità scientifica internazionale.

Leggi abstract dell’articolo:
Accuracy of Deep Learning to Differentiate the Histopathological Grading of Meningiomas on MR Images: A Preliminary Study
Tommaso Banzato, Francesco Causin, Alessandro Della Puppa, Giacomo Cester Linda Mazzai Alessandro Zotti.
JMRI First published: 21 March 2019 https://doi.org/10.1002/jmri.26723

Fonte: UNIPD:IT

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Analisi degli occhi per la diagnosi precoce dell’Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su marzo 20, 2019

Un esame oculistico veloce potrebbe un giorno consentire agli oculisti di controllare sia la prescrizione degli occhiali che la salute del cervello.

Uno studio condotto su oltre 200 persone al Department of Ophthalmology, Duke University, Durham, North Carolina pubblicato sulla rivista “Ophthalmology Retina” suggerisce che la perdita dei vasi sanguigni nella retina potrebbe segnalare la malattia di Alzheimer.

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Nelle persone con cervello sano, i vasi sanguigni microscopici formano una rete densa nella parte posteriore dell’occhio all’interno della retina, come visto in 133 partecipanti in un gruppo di controllo. Agli occhi di 39 persone con il morbo di Alzheimer, quella rete era meno densa e anche scarsa in alcuni punti.

Stiamo misurando i vasi sanguigni che non possono essere visti durante un normale esame oculistico e lo stiamo facendo con una tecnologia non invasiva relativamente nuova che prende immagini ad alta risoluzione di vasi sanguigni molto piccoli all’interno della retina in pochi minuti” afferma la prof.ssa Sharon Fekrat del Department of Ophthalmology, Duke University, Durham, North Carolina. “È possibile che questi cambiamenti nella densità dei vasi sanguigni nella retina possano rispecchiare quello che succede nei minuscoli vasi sanguigni nel cervello, forse prima che siamo in grado di rilevare eventuali cambiamenti nella cognizione.”

Una scansione OCTA (angiografia con tomografia a coerenza ottica) potrebbe rivelare cambiamenti in minuscoli capillari – più della metà della larghezza di un capello umano – prima che i cambiamenti dei vasi sanguigni compaiano su una scansione cerebrale come una risonanza magnetica o un angiogramma cerebrale, che evidenziano solo vasi sanguigni più grandi. L’obiettivo è quello di utilizzare questa tecnologia per rilevare il morbo di Alzheimer in anticipo, prima che i sintomi della perdita di memoria siano evidenti.

Leggi abstract dell’articolo:
Retinal Microvascular and Neurodegenerative Changes in Alzheimer’s Disease and Mild Cognitive Impairment Compared with Control Participants
Stephen P. Yoon, Dilraj S. Grewal, Atalie C. Thompson, Bryce W. Polascik, … Sharon Fekrat
Ophthalmology Retina Available online 11 March 2019 https://doi.org/10.1016/j.oret.2019.02.002

Supplemental material is available at www.ophthalmologyretina.org.

Fonte: Department of Ophthalmology, Duke University, Durham, North Carolina

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NICE: linee guida sulla diagnosi e gestione del delirio.

Posted by giorgiobertin su marzo 13, 2019

Questa linea guida pubblicata da NICE copre la diagnosi e il trattamento del delirio in persone di età pari o superiore a 18 anni in ospedale e in strutture residenziali a lungo termine o in casa di cura.

delirium

Il documento che aggiorna quello pubblicato a luglio del 2010, include raccomandazioni su:
– fattori di rischio di delirio
– indicatori di delirio alla presentazione e osservazioni quotidiane
– prevenire il delirio
– diagnosticare il delirio
– trattamento del delirio

Scarica il documento in full text:
Delirium: prevention, diagnosis and management
Clinical guideline [CG103] Published date: July 2010 Last updated: March 2019

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Un nuovo composto uccide le staminali del cancro al cervello.

Posted by giorgiobertin su marzo 9, 2019

In uno studio pubblicato su “The Proceedings of the National Academy of Sciences“, gli scienziati del Department of Chemistry, The Scripps Research Institute, La Jolla, hanno scoperto che un nuovo composto, che hanno siglato RIPGBM, uccide le cellule staminali del glioblastoma coltivate da tumori dei pazienti con una potenza più di 40 volte quella del temozolomide standard. Hanno anche scoperto che RIPGBM è altamente selettivo, risparmiando altri tipi di cellule cerebrali e che sopprime con forza la crescita dei tumori GBM (multipotent glioblastoma multiforme) in un modello murino della malattia.

La nostra scoperta di questo composto e dei suoi percorsi cellulari offre una promettente nuova strategia per il trattamento del glioblastoma“, afferma il prof. Luke Lairson.

Gli scienziati negli ultimi dieci anni sono giunti a vedere le cellule staminali del cancro CSC (cancer stem cells) di glioblastoma GBM come la chiave per la virulenza di questo cancro. Le CSC di GBM sono relativamente resistenti alla chemioterapia e alle radiazioni e tendono a migrare dal sito del tumore primario in tessuto cerebrale sano adiacente.

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Dopo diversi cicli di screening, gli scienziati hanno scoperto che un composto, RIPGBM, si distingue dagli altri per la sua capacità di uccidere i CSC di GBM risparmiando allo stesso tempo le cellule sane. Funziona in modo selettivo perché è modificato da enzimi o altri fattori che sembrano essere prevalenti in modo univoco nei CSC di GBM. All’interno di queste cellule tumorali il composto modificato, cRIPGBM, innesca un processo di autodistruzione cellulare chiamato apoptosi.

I ricercatori hanno in programma di sviluppare ulteriormente RIPGBM e di eseguire più test sugli animali – e in ultima analisi gli studi clinici sull’uomo, se tutto andrà bene. “In linea di principio, RIPGBM o una molecola come questa potrebbe ridurre di molto il tasso di ricrescita dei tumori di glioblastoma, con effetti collaterali minimi perché risparmierebbe le normali cellule cerebrali“, afferma Lairson.

Leggi abstract dell’articolo:
A cell type-selective apoptosis-inducing small molecule for the treatment of brain cancer
Natasha C. Lucki ………Luke L. Lairson
PNAS published ahead of print March 7, 2019 https://doi.org/10.1073/pnas.1816626116

Fonte: Department of Chemistry, The Scripps Research Institute, La Jolla

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Il sonno ripara i danni al DNA dei singoli neuroni.

Posted by giorgiobertin su marzo 8, 2019

Il sonno ha una funzione specifica e importantissima all’interno di ciascun neurone: permette la riparazione dei danni al DNA che si accumulano durante la veglia.

Nello studio pubblicato su Nature Communications e condotto su Danio rerio, o pesce zebra, un modello animale molto usato in biologia, ricercatori dell’University Bar-Ilan, in Israele, rivelano ora una funzione essenziale del sonno, che si svolge al livello dei singoli neuroni. Utilizzando tecniche di imaging 3D con una risoluzione di un cromosoma, gli autori sono infatti riusciti a dimostrare per la prima volta che i neuroni hanno bisogno del sonno per eseguire la “manutenzione” del DNA che si trova nel loro nucleo.

Zada
Nell’immagine, dinamica dei cromosomi (in verde) in un singolo neurone (in rosso, nella casella tratteggiata) di una larva di pesce zebra (David Zada/ Bar-Ilan University)

Il DNA può essere danneggiato sia da processi chimico-fisici, come radiazioni e stress ossidativo, sia processi biologici, come l’attività del neurone stesso.
Il processo di manutenzione del DNA durante la veglia non è abbastanza efficiente e ha bisogno di un periodo di sonno, durante il quale il cervello riceve un numero di stimoli limitato. “È un po’ come una strada piena di buche“, ha spiegato Lior Appelbaum, che ha guidato lo studio. “Le strade accumulano segni di usura, specialmente durante il giorno nelle ore di punta, ed è più comodo ed efficiente sistemarle di notte, quando c’è poco traffico”.

Abbiamo trovato un nesso causale tra sonno, dinamica dei cromosomi, attività neuronale e danni al DNA e riparazione con rilevanza fisiologica diretta all’intero organismo“, afferma il Prof. Appelbaum. “Il sonno dà l’opportunità di ridurre il danno al DNA accumulato nel cervello durante la veglia.”

Sleep increases chromosome dynamics to enable reduction of accumulating DNA damage in single neurons
D. Zada, I. Bronshtein, T. Lerer-Goldshtein, Y. Garini & L. Appelbaum
Nature Communications volume 10, Article number: 895 (2019) Published: 05 March 2019

Fonti: University Bar-Ilan – Le Scienze

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Regione Toscana: linee guida clinico-organizzative per la Sclerosi Laterale Amiotrofica.

Posted by giorgiobertin su marzo 6, 2019

Varate dalla Toscana, prima Regione in Italia a farlo, le linee di indirizzo clinico-organizzative per l’assistenza ai pazienti con Sla, Sclerosi laterale amiotrofica.

Il numero crescente di diagnosi di Sla, in Toscana come nel resto d’Italia, e la conseguente richiesta di impegno da parte delle aziende sanitarie, ponevano la necessità di definire in forma organica il percorso assistenziale delle persone con Sla. Le linee di indirizzo sono state messe a punto grazie al lavoro di stretta collaborazione tra gli uffici dell’assessorato, gli esperti toscani e i membri dell’Aisla, l’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica.

AISLA-logo

Obiettivo di queste linee di indirizzo, il coinvolgimento diretto e attivo di tutti i soggetti, sia in ambito ospedaliero che sul territorio, al fine di creare un percorso unico e multidisciplinare, che rendesse rapido, puntuale e omogeneo il trattamento dei pazienti.
Sono soddisfatta di questo ottimo lavoro, frutto della collaborazione tra gli uffici dell’assessorato, i professionisti toscani e i componenti dell’Aisla” – commenta l’assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi.
Le linee guida non devono essere considerate un punto di arrivo, ma un importante punto di partenza affinché la persona possa essere presa in carico globalmente durante tutto il percorso della malattia, soprattutto al domicilio con i propri cari accanto.

Documenti
 Delibera su Sla.pdf
 Linee di indrizzo x Sla.pdf

Fonte: Regione toscana- Servizio Sanitario

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Alzheimer, apnee del sonno aumentano accumuli di proteina Tau.

Posted by giorgiobertin su marzo 6, 2019

Le persone che soffrono di apnee notturne potrebbero avere accumuli più elevati di un biomarcatore del morbo di Alzheimer chiamato tau in un’area del cervello che aiuta la memoria, secondo uno studio che verrà presentato in occasione della 71a riunione annuale dell’American Academy of Neurology a Philadelphia, dal 4 al 10 maggio 2019.
L’apnea ostruttiva del sonno è una condizione che comporta frequenti episodi di interruzione della respirazione notturna. Tau, una proteina che forma grovigli nel cervello, si trova nelle persone con Alzheimer.

Sleep Apnea

Lo studio ha coinvolto 288 persone di età pari o superiore a 65 anni che non presentavano disturbi cognitivi. Ai partner è stato chiesto se fossero stati testimoni di episodi di respirazione interrotta durante il sonno.

I partecipanti hanno effettuato scansioni di tomografia a emissione di positroni (PET) per cercare l’accumulo di grovigli di tau nell’area della corteccia entorinale del cervello, un’area del cervello nel lobo temporale che è più probabile accumulare tau. Questa zona del cervello aiuta a gestire la memoria, la navigazione e la percezione del tempo.

I ricercatori hanno identificato 43 partecipanti, pari al 15%, che soffrivano di apnee del sonno e proprio loro avevano in media il 4,5% in più di tau nella corteccia entorinale rispetto agli altri.
I nostri risultati aumentano la possibilità che l’apnea notturna sia legata all’accumulo di tau“, ha affermato il prof. Diego Carvalho del Mayo Clinic in Rochester, Minn., e membro dell’American Academy of Neurology..

Leggi abstract dell’articolo:
Witnessed Apneas During Sleep are Associated with Elevated Tau-PET Signal in the Entorhinal Cortex in Cognitively Unimpaired Elderly
Diego Carvalho, Erik St. Louis, Bradley Boeve, Christopher Schwarz, Scott Przybelski, DavidKnopman, Val Lowe, Michelle Mielke, Ashritha Reddy, Ronald Petersen, Clifford Jack, Prashanthi Vemuri
71st AAN ANNUAL MEETING ABSTRACT

Fonti: American Academy of Neurology Mayo Clinic

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Lesioni cerebrali traumatiche nei bambini: nuove linee guida.

Posted by giorgiobertin su marzo 3, 2019

Per contribuire a promuovere i più elevati standard di cura e migliorare i tassi complessivi di sopravvivenza e recupero dopo TBI (Traumatic Brain Injury), un gruppo di esperti in pediatria, neurochirurgia e altri esperti pediatrici hanno rilasciato la terza edizione della Brain Trauma Foundation Guidelines per la gestione dei pazienti pediatrici gravi TBI.

PCCM

Queste linee guida sono di vitale importanza per la cura e il trattamento dei bambini con gravi lesioni cerebrali“, ha detto il prof. Nathan Selden. “Ora, gli operatori sanitari di tutto il mondo avranno accesso alle migliori prove e raccomandazioni mediche per aiutare a salvare e migliorare innumerevoli vite.”

Il documento, pubblicato su “Pediatric Critical Care Medicine“, descrive un algoritmo progettato per guidare terapie di primo e secondo livello per neonati e bambini con grave trauma cranico.

Leggi abstract dell’articolo:
Management of Pediatric Severe Traumatic Brain Injury
2019 Consensus and Guidelines-Based Algorithm for First and Second Tier Therapies
Kochanek, Patrick M.; Tasker, Robert C.; Bell, Michael J.; More
Pediatric Critical Care Medicine. 20(3):269-279, March 2019.

Guidelines for the Management of Pediatric Severe Traumatic Brain Injury, Third Edition: Update of the Brain Trauma Foundation Guidelines, Executive Summary
Kochanek, Patrick M.; Tasker, Robert C.; Carney, Nancy; More
Pediatric Critical Care Medicine. 20(3):280-289, March 2019.

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Promettente un nuovo trattamento per il Parkinson.

Posted by giorgiobertin su febbraio 27, 2019

Un pioneristico programma di studi clinici che ha fornito un trattamento sperimentale direttamente al cervello, offre la speranza che sia possibile ripristinare le cellule danneggiate nella malattia di Parkinson.
Lo studio ha valutato se aumentare i livelli di un fattore di crescita presente in natura, il fattore neurotrofico derivato dalla linea cellulare gliale (GDNF), può rigenerare le cellule cerebrali della dopamina morente in pazienti con Parkinson e invertire la loro condizione, cosa che nessun trattamento esistente può fare.

I risultati dello studio sono riportati sulla rivista “Journal of Parkinson’s Disease“.


The pioneering GDNF clinical trials programme delivered an experimental treatment directly to the brain.

Sei pazienti hanno preso parte allo studio pilota iniziale per valutare la sicurezza dell’approccio terapeutico. Altre 35 persone hanno poi partecipato al trial in doppio cieco di nove mesi, nel quale la metà è stata assegnata a caso a ricevere infusioni mensili di GDNF e altre metà di infusioni di placebo.

Dopo nove mesi, non vi è stato alcun cambiamento nelle scansioni PET di coloro che hanno ricevuto il placebo, mentre il gruppo che ha ricevuto GDNF ha mostrato un miglioramento del 100% in un’area chiave del cervello affetto dalla malattia, offrendo speranza per un trattamento che inizia a risvegliare e ripristinare le cellule cerebrali danneggiate – video.

Sono necessari ulteriori test del GDNF in uno studio su larga scala e l’uso di dosi più elevate per determinare definitivamente se il GDNF abbia un ruolo futuro come trattamento neurorestorativo per il Parkinson.

Leggi il full text dell’articolo:
“Extended Treatment with Glial Cell Line-Derived Neurotrophic Factor in Parkinson’s Disease
Alan L. Whone, Mihaela Boca, Matthias Luz, Max Woolley, Lucy Mooney, Sonali Dharia, Jack Broadfoot, David Cronin, Christian Schroers, Neil U. Barua, Lara Longpre, C. Lynn Barclay, Chris Boiko, Greg A. Johnson, H. Christian Fibiger, Rob Harrison, Owen Lewis, Gemma Pritchard, Mike Howell, Charlie Irving, David Johnson, Suk Kinch, Christopher Marshall, Andrew D. Lawrence, Stephan Blinder, Vesna Sossi, A. Jon Stoessl, Paul Skinner, Erich Mohr, and Steven S. Gill (DOI: 10.3233/JPD-191576) published online in the Journal of Parkinson’s Disease, in advance of Volume 9, Issue 2 (April 2019) vol. Pre-press, no. Pre-press, pp. 1-13, 2019 by IOS Press

Fonte: Parkinson.org.uk

GDNF trial — results explained

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Creata una nuova mappa del sistema immunitario del cervello.

Posted by giorgiobertin su febbraio 20, 2019

Un team di ricercatori sotto la direzione del Medical Center – Università di Friburgo ha creato una mappa completamente nuova del sistema immunitario del cervello in esseri umani e topi. Gli scienziati sono riusciti a dimostrare per la prima volta in assoluto che i fagociti nel cervello, la cosiddetta microglia, hanno tutti la stessa caratteristica di base ma adottano in modi diversi a seconda della loro funzione.

microglia-analysis
Single-cell analysis of microglia: each point shows a cell, and the color signals how strongly particular immunologically significant genes are activated in the various cells. CREDIT Image: Takahiro Masuda / Medical Center – University of Freiburg

La scoperta, realizzata con un nuovo metodo ad alta risoluzione per analizzare singole cellule, è importante per la comprensione delle malattie cerebrali. I ricercatori hanno dimostrato in dettaglio come il sistema immunitario umano nel cervello cambia nel corso della sclerosi multipla (SM), che è significativo per i futuri approcci terapeutici. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Poiché le cellule immunitarie situate nel sangue non possono raggiungere il cervello e il midollo spinale a causa della barriera emato-encefalica, il cervello ha bisogno della sua difesa immunitaria: la microglia.

Attraverso le analisi monocellulari, i ricercatori sono stati in grado di dimostrare le caratteristiche della microglia in grande dettaglio. Le analisi hanno rivelato che le microglia hanno tutte le stesse firme fondamentali ma si adattano in modo diverso a diversi stadi di sviluppo, in diverse regioni del cervello e in base alla funzione che devono servire.
Ora possediamo il primo atlante di cellule immunitarie ad alta risoluzione del cervello umano e questo ci consente di capire come queste cellule cambiano nel corso di malattie come la SM“, afferma il Prof. Prinz.

Leggi abstract dell’articolo:
Spatial and temporal heterogeneity of mouse and human microglia at single-cell resolution
Takahiro Masuda, Roman Sankowski, Ori Staszewski, Chotima Böttcher, Lukas Amann, Christian Scheiwe, Stefan Nessler, Patrik Kunz, Geert van Loo, Volker Arnd Coenen, Peter Christoph Reinacher, Anna Michel, Ulrich Sure, Ralf Gold, Josef Priller, Christine Stadelmann & Marco Prinz
Nature Published: 13 February 2019 DOI: 10.1038/s41586-019-0924-x

Gene Expression Omnibus, and are available at the following accession numbers: GSE120629 (mouse), GSE120747 (mouse) and GSE124335 (human).

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Allergie alimentari e Sclerosi Multipla.

Posted by giorgiobertin su febbraio 20, 2019

I ricercatori del Brigham and Women’s Hospital analizzando la correlazione tra allergia e attività infiammatoria, hanno trovato nuove prove che collegano le allergie alimentari e le ricadute della sclerosi multipla. I risultati sono pubblicati sul “Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry.

foodallergy

Abbiamo ritenuto che il meccanismo più probabile associato all’allergia e la sua influenza sulla SM sarebbe correlato all’attività infiammatoria”. “Alcuni pazienti affetti da sclerosi multipla con allergie significative si lamentavano di frequenti recidive associate ai loro episodi allergici”, ha detto la prof.ssa Tanuja Chitnis.

La prof.ssa Chitnis è ottimista riguardo al potenziale significato traslazionale del lavoro e sottolinea l’importanza di affrontare le allergie alimentari nell’assistenza ai pazienti con SM.

Leggi abstract dell’articolo:
Food allergies are associated with increased disease activity in multiple sclerosis
Rami Fakih, Camilo Diaz-Cruz, Alicia S Chua, Cindy Gonzalez, Brian C Healy, Neda Sattarnezhad, Bonnie I Glanz, Howard L Weiner, Tanuja Chitnis
Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry, DOI: 10.1136/jnnp-2018- 319301

Fonte: Brigham and Women’s Hospital Brigham and Women’s Hospital

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Il colesterolo alto è un possibile fattore di rischio per la SLA.

Posted by giorgiobertin su febbraio 15, 2019

È stato scoperto che il colesterolo alto è un possibile fattore di rischio per lo sviluppo della malattia del motoneurone (MND), secondo un ampio studio di dati genetici condotto nel Regno Unito dalla Queen Mary University di Londra, in collaborazione con il National Institutes of Health negli USA e con i ricercatori italiani del centro Cresla delle Molinette-Città della Salute e dell’Università di Torino guidati dal professor Adriano Chiò.

I risultati suggeriscono che i farmaci che abbassano il colesterolo, come le statine, potrebbero essere utilizzati per prevenire l’insorgenza di MND, se confermati in studi clinici.

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Questo è il più grande studio fino ad oggi alla ricerca di fattori di rischio causali per la malattia del motoneurone e abbiamo visto che livelli più alti di colesterolo LDL erano causalmente legati a un maggior rischio di malattia“. – afferma il prof. Alastair Noyce del Queen Mary’s Wolfson Institute of Preventive Medicine. “I prossimi passi includeranno lo studio se abbassare i livelli di colesterolo potrebbe avere un effetto protettivo contro la MND e potenzialmente valutare l’uso di farmaci modificanti il ​​colesterolo nelle persone a rischio di MND.

Ricordiamo che MND o sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa fatale per la quale non esiste una cura. La condizione colpisce il cervello e i nervi, con sintomi precoci tra cui debolezza, linguaggio confuso, difficoltà a deglutire cibo, crampi muscolari e contrazioni.

Pubblicato nella rivista Annals of Neurology , il team ha cercato set di dati genetici di circa 25 milioni di persone (tra cui oltre 337.000 persone della Biobank del Regno Unito) per trovare i fattori di rischio per lo sviluppo della SLA.

Leggi abstract dell’articolo:
Shared polygenic risk and causal inferences in amyotrophic lateral sclerosis
Bandres‐Ciga, S. , Noyce, A. J., Hemani, G. , Nicolas, A. , Calvo, A. , Mora, G. , , , , , Tienari, P. J., Stone, D. J., Nalls, M. A., Singleton, A. B., Chiò, A. and Traynor, B. J.
Annals of Neurology https://doi.org/10.1002/ana.25431

Fonti: Queen Mary University di Londratorino.corriere.itCresla delle Molinette-Città della Salute –’Università di Torino

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Le sfide per la cura dei tumori cerebrali primari.

Posted by giorgiobertin su febbraio 9, 2019

Nonostante decenni di ricerca, i tumori cerebrali rimangono tra le più letali di tutte le forme di cancro. La capacità di questi tumori di resistere a quasi tutti i trattamenti convenzionali e innovativi riguarda, in parte, le proprietà intrinseche e microambiente dei tessuti neurali. Nel tentativo di incoraggiare i progressi nella nostra comprensione e capacità di trattare con successo i pazienti con tumori cerebrali, il Cancer Research UK ha selezionato un gruppo internazionale di clinici e scienziati di laboratorio per identificare le sfide che devono essere superate se vogliamo curare tutti i pazienti con un cervello tumore. Le sette sfide chiave riassunte in questo Position Paper sono intese a fungere da punti focali per la ricerca e gli investimenti futuri.

    • riprogettare la pipeline di ricerca;
    • usare la ricerca neuroscientifica;
    • comprendere le funzioni del microambiente tumorale (TME);
    • sviluppare modelli preclinici;
    • scoprire nuovi farmaci per tumori complessi;
    • caratterizzare il tumore per una medicina di precisione;
    • capire la biologia del tumore per ridurre i trattamenti aggressivi inutili.

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Scarica e leggi il documento in full text:
Challenges to curing primary brain tumours
Kenneth Aldape, Kevin M. Brindle, […]Richard J. Gilbertson
Nature Reviews Clinical Oncology (2019) Published: 07 February 2019

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Creata la più grande mappa del cervello con Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su febbraio 5, 2019

Uno studio delle differenze tra cervello sano e quelli con malattia di Alzheimer, condotto dai ricercatori dell’University of Manchester, ha prodotto il più grande insieme di dati del suo genere. E i dati ora sono liberamente disponibili online. Lo sviluppo è un progresso importante per gli scienziati che ricercano sull’Alzheimer.

Lo studio,descritto sulla rivista “Communications Biology” ha mappato i livelli di oltre 5.825 proteine ​​distinte in sei regioni del cervello, l’analisi dei dati ha generato una massiccia quantità di dati, oltre 24.024.

Le regioni cerebrali dello studio includevano l’ippocampo più pesantemente affetto, la corteccia di Entorhinal, il giro del Cingolato e la corteccia motoria, la corteccia sensoriale e il cervelletto meno colpiti.

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I campioni sono stati donati per la ricerca da pazienti presso la Nuova Zelanda Brain Bank di Auckland. Il dott. Unwin ha dichiarato: “Questo database offre un’enorme opportunità ai ricercatori di demenza in tutto il mondo per progredire e seguire nuove aree della biologia e sviluppare nuovi trattamenti”. “È molto eccitante poter rendere pubblici questi dati in modo che gli scienziati possano accedere e utilizzare queste informazioni vitali”.

La malattia di Alzheimer sorge nell’ippocampo e si diffonde attraverso le vie del cervello. Guardando le diverse parti del percorso, il team è stato in grado di osservare, per la prima volta, come l’Alzheimer progredisce in modo più dettagliato.

Leggi abstract dell’articolo:
Regional protein expression in human Alzheimer’s brain correlates with disease severity.
Jingshu Xu, Stefano Patassini, Nitin Rustogi, Isabel Riba-Garcia, Benjamin D. Hale, Alexander M Phillips, Henry Waldvogel, Robert Haines, Phil Bradbury, Adam Stevens, Richard L. M. Faull, Andrew W. Dowsey, Garth J. S. Cooper, Richard D. Unwin
Communications Biology, 2019; 2 (1) DOI: 10.1038/s42003-018-0254-9

Explore the Alzheimer’s Disease Proteome – database

Fonte: University of Manchester

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I batteri intestinali possono influenzare la depressione.

Posted by giorgiobertin su febbraio 5, 2019

Una nuova ricerca condotta dai ricercatori del Vib-KU Leuven Center for Microbiology in Belgio, suggerisce un legame significativo tra la salute dell’intestino, la sua popolazione batterica e la salute mentale. Per la prima volta, gli scienziati hanno esplorato questo legame nell’uomo. Hanno identificato alcuni dei possibili colpevoli.

Il nuovo studio – i cui risultati appaiono nella rivista Nature Microbiology – non solo dà un nome a questi batteri colpevoli, ma mostra anche che molti batteri possono produrre sostanze che interagiscono con il sistema nervoso. Questi sono chiamati neuroattivi.

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Sara Vieira-Silva, Jeroen Raes, e Mireia Valles-Colomer, autori dello studio

I ricercatori hanno analizzato i dati sui microbiomi fecali in concomitanza con le diagnosi di depressione in 1.054 persone che hanno preso parte al Progetto Flora Flemish Gut.
Il team ha rivelato che due tipi di batteri – quelli dei generi Coprococcus e Dialister – erano assenti dal fegato di persone con una diagnosi di depressione. Questo si applicava anche a coloro che prendevano farmaci antidepressivi.
Il team ha scoperto che i composti rilasciati da alcuni batteri intestinali influenzano attivamente il benessere mentale.

Il prof. Valles-Colomer spiega: “abbiamo scoperto che la capacità dei microrganismi di produrre DOPAC, un metabolita del neurotrasmettitore umano dopamina, era associata a una migliore qualità della vita mentale“.

Leggi abstract dell’articolo:
The neuroactive potential of the human gut microbiota in quality of life and depression
Mireia Valles-Colomer, Gwen Falony, Youssef Darzi, Ettje F. Tigchelaar, Jun Wang, Raul Y. Tito, Carmen Schiweck, Alexander Kurilshikov, Marie Joossens, Cisca Wijmenga, Stephan Claes, Lukas Van Oudenhove, Alexandra Zhernakova, Sara Vieira-Silva & Jeroen Raes
Nature Microbiology 2019 doi:10.1038/s41564-018-0337-x

Fonti: NeuroscienceNews.com. – Vib-KU Leuven Center for Microbiology

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Creato un sistema che traduce il pensiero in parole.

Posted by giorgiobertin su gennaio 29, 2019

I neuroingegneri della Columbia University NY. hanno creato un sistema che traduce il pensiero in un linguaggio comprensibile e riconoscibile. Monitorando l’attività cerebrale di qualcuno, la tecnologia può ricostruire le parole che una persona ascolta con una chiarezza senza precedenti.

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Questa scoperta, che sfrutta la potenza dei sintetizzatori vocali e dell’intelligenza artificiale, potrebbe portare a nuovi modi per i computer di comunicare direttamente con il cervello. Inoltre, pone le basi per aiutare le persone che non sanno parlare, come quelli che vivono con sclerosi laterale amiotrofica (SLA) o che si riprendono dall’ictus, a riconquistare la capacità di comunicare con il mondo esterno.

Per decodificarli, i ricercatori guidati dal prof. Nima Mesgarani hanno sviluppato un vocoder, cioè un algoritmo capace di sintetizzare i discorsi, dopo aver imparato a registrare una persona mentre parla. “E’ la stessa tecnologia usata da Amazon Echo e Apple Siri che rispondono verbalmente alle nostre domande”, rilevail prof.  Mesgarani.
Questo sarebbe un punto di svolta. Darebbe a chiunque abbia perso la capacità di parlare, sia per infortunio che per malattia, la rinnovata possibilità di connettersi al mondo che li circonda“.

Il risultato di questo studio, è stato descritto sulla rivista “Scientific Reports“.

Leggi abstract dell’articolo:
Towards reconstructing intelligible speech from the human auditory cortex
Hassan Akbari, Bahar Khalighinejad, Jose L. Herrero, Ashesh D. Mehta & Nima Mesgarani
Scientific Reports volume 9, Article number: 874 (2019) Published: 29 January 2019

Fonte: Columbia University NY

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Focus sulle cause dell’Alzheimer – e come fermarlo.

Posted by giorgiobertin su gennaio 28, 2019

Gingivalis di Porphyromonas (Pg), l’agente patogeno chiave nella parodontite cronica, è stato identificato nel cervello dei pazienti con malattia di Alzheimer. Proteasi tossiche del batterio chiamato gingipain sono state identificate anche nel cervello dei pazienti di Alzheimer e livelli correlati con la patologia tau e ubiquitina. L’ infezione da P. gingivalis nei topi ha provocato la colonizzazione cerebrale e aumentato la produzione di Aβ 1-42, un componente delle placche amiloidi. Inoltre, i gingipain erano neurotossici in vivo e in vitro, esercitando effetti dannosi sul tau, una proteina necessaria per la normale funzione neuronale.
Per bloccare questa neurotossicità, i ricercatori del Department of Oral Immunology and Infectious Diseases, University of Louisville School of Dentistry, Louisville, USA. hanno “progettato e sintetizzato inibitori di piccole molecole che hanno come target gingipain“.

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Ricordiamo che batteri coinvolti in malattie gengivali e altre malattie sono stati trovati dopo la morte nel cervello di persone che avevano l’Alzheimer, ma fino ad ora non è stato chiaro se questi batteri causassero la malattia o semplicemente entrassero attraverso il danno cerebrale causato dalla malattia.

Questo è il primo rapporto che mostra il DNA di P. gingivalis nel cervello umano e le associate gengivali, co-lococalizzanti con placche“, afferma il prof. Sim Singhrao, dell’University of Central Lancashire, UK. Il nostro team aveva precedentemente scoperto che P. gingivalis invade attivamente il cervello dei topi con infezioni gengivali. Il nuovo studio è anche il primo a dimostrare che le gingipaini riducono la proteina tau in modo da consentirle di uccidere i neuroni, causando la demenza“.

La società Cortexyme, come riportato in ottobre 2018 ha realizzato dei bloccanti gingipain che hanno superato i primi test di sicurezza nelle persone, e riescono ad entrare nel cervello (trial clinico di fase 1b – ClinicalTrials.gov Identifier: NCT03331900). I ricercatori di Melbourne hanno a loro volta sviluppato un vaccino per P. gingivalis che ha iniziato i test nel 2018. Questo vaccino contro la gengivite sarebbe il benvenuto – ma se ferma anche l’Alzheimer l’impatto potrebbe essere enorme.

Leggi abstract dell’articolo:
Porphyromonas gingivalis in Alzheimer’s disease brains: Evidence for disease causation and treatment with small-molecule inhibitors
BY STEPHEN S. DOMINYCASEY LYNCHFLORIAN ERMINI, ………, ERIC C. REYNOLDSRICHARD L. M. FAULLMAURICE A. CURTISMIKE DRAGUNOWJAN POTEMPA
Science Advances 23 Jan 2019: vol. 5, no. 1, eaau3333 DOI: 10.1126/sciadv.aau3333

World-first vaccine for highly prevalent and damaging gum disease – 2018

Fonte:  Department of Oral Immunology and Infectious Diseases, University of Louisville School of Dentistry, Louisville, USA

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Journal of NeuroEngineering and Rehabilitation – open access.

Posted by giorgiobertin su gennaio 27, 2019

Journal of NeuroEngineering and Rehabilitation (JNER) è una rivista open access all’interno della piattaforma BioMed Central. La rivista pubblica articoli su tutti gli aspetti della ricerca nei campi delle neuroscienze, dell’ingegneria biomedica, della medicina fisica e della riabilitazione. JNER offre un forum per ricercatori e medici interessati a comprendere il modo in cui la neuroscienza e l’ingegneria biomedica stanno continuando a rimodellare la medicina fisica e la riabilitazione. JNER ospita anche l’introduzione di nuovi metodi e la discussione delle loro implicazioni cliniche e offre l’opportunità di pubblicare, in modo tempestivo, articoli pertinenti nei tre campi considerati.

jner

Accedi alla rivista:
Journal of NeuroEngineering and Rehabilitation

Articles recent:
Augmented feedback for powered wheelchair training in a virtual environment
Authors:Catherine Bigras, Dahlia Kairy and Philippe S. Archambault

Safety of long-term electrical peripheral nerve stimulation: review of the state of the art
Authors:Clara Günter, Jean Delbeke and Max Ortiz-Catalan

 

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Sclerosi Multipla: luce sui cambiamenti delle cellule cerebrali.

Posted by giorgiobertin su gennaio 24, 2019

I ricercatori dell’University of Edinburgh e del Karolinska Institute in Svezia hanno identificato vari tipi di cellule cerebrali – chiamate oligodendrociti, in particolare le persone con Sclerosi Multipla (SM) avevano diversi tipi di oligodendrociti rispetto alle persone sane.

Gli esperti hanno analizzato campioni di cervelli post-mortem di cinque persone senza malattia neurologica e quattro persone con la forma più avanzata di sclerosi multipla, chiamata SM progressiva. Dai risultati pubblicati sulla rivista “Nature” è stato scoperto che esistono diversi tipi di oligodendrociti e che il rapporto tra queste cellule nelle persone con SM differisce da quelle sane.
Queste differenze suggeriscono che gli oligodendrociti funzionano diversamente nel cervello delle persone con SM, il che potrebbe essere la chiave per capire come procede la malattia.

oligodendrocytes

Abbiamo scoperto che gli oligodendrociti sono una popolazione diversificata di cellule e che tipi diversi potrebbero avere diverse funzioni nel cervello”. – afferma il professor Charles ffrench-Constant.

La SM si sviluppa quando i globuli bianchi del sistema immunitario attaccano la sostanza grassa isolante nota come mielina, che è prodotta dagli oligodendrociti e dalle fibre nervose dei cappotti nel sistema nervoso centrale.

Gli oligodendrociti si trovano nel cervello e nel midollo spinale dove riparano la mielina danneggiata. Nelle persone con SM, questo processo non funziona come nelle persone sane.

Capire quali tipi di oligodendrociti sono più utili nella riparazione della mielina sarà fondamentale per massimizzare le possibilità di sviluppare trattamenti.

Leggi abstract dell’articolo:
Altered human oligodendrocyte heterogeneity in multiple sclerosis
Sarah Jäkel, Eneritz Agirre, Ana Mendanha Falcão, David van Bruggen, Ka Wai Lee, Irene Knuesel, Dheeraj Malhotra, Charles ffrench-Constant, Anna Williams & Gonçalo Castelo-Branco
Nature Published: 23 January 2019

Fonti: University of Edinburgh –  Karolinska Institute

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NICE: linee guida sul trattamento del dolore neuropatico cronico.

Posted by giorgiobertin su gennaio 23, 2019

NICE ha pubblicato una guida che raccomanda il sistema di stimolazione del midollo spinale senza come opzione per alcune persone con dolore neuropatico cronico alla schiena o alle gambe.

pe-stim

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Senza spinal cord stimulation system for delivering HF10 therapy to treat chronic neuropathic pain
Medical technologies guidance [MTG41] Published date: January 2019

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Mappatura del cervello ad alta risoluzione.

Posted by giorgiobertin su gennaio 21, 2019

I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) , dell’University of California a Berkeley, dell’Howard Hughes Medical Institute e della Harvard Medical School/Boston Children’s Hospital, hanno sviluppato un nuovo modo di visualizzare il cervello con una risoluzione e una velocità senza precedenti. Usando questo approccio, possono localizzare singoli neuroni, tracciare connessioni tra loro e visualizzare organelli all’interno dei neuroni, su grandi volumi di tessuto cerebrale.

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La nuova tecnologia combina un metodo per espandere il tessuto cerebrale, rendendo possibile l’immagine a una risoluzione più elevata, con una rapida tecnica di microscopia tridimensionale nota come microscopia a reticolo leggero.
Questa tecnica consente ai ricercatori di mappare circuiti su larga scala all’interno del cervello e allo stesso tempo offre una visione unica delle funzioni dei singoli neuroni” – dice il prof. Edward Boyden. “Usando la microscopia a reticolo di luce, insieme al processo di microscopia di espansione, ora possiamo immaginare su larga scala senza perdere di vista la configurazione su scala nanometrica delle biomolecole.

L’imaging di campioni di tessuto espanso genera enormi quantità di dati – fino a decine di terabyte per campione – quindi i ricercatori hanno anche dovuto elaborare tecniche computazionali di elaborazione dell’immagine altamente parallele in grado di suddividere i dati in blocchi più piccoli, analizzarli e ricucirli insieme in un insieme coerente. Utilizzando questa tecnica, è possibile analizzare milioni di sinapsi in pochi giorni. La pubblicazione è stata fatta sulla rivista “Science“.

Leggi abstract dell’articolo:
Cortical column and whole-brain imaging with molecular contrast and nanoscale resolution
BY RUIXUAN GAO, SHOH M. ASANO, SRIGOKUL UPADHYAYULA, IGOR PISAREV, DANIEL E. ….. YOSHINORI ASO, EDWARD S. BOYDEN, ERIC BETZIG
Science 18 Jan 2019: Vol. 363, Issue 6424, eaau8302 DOI:10.1126/science.aau8302

Fonte: MIT

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