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Posts Tagged ‘epidemiologia’

WHO: rilascia la nuova classificazione internazionale delle malattie (ICD 11).

Posted by giorgiobertin su giugno 18, 2018

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato la sua nuova classificazione internazionale delle malattie (ICD-11).

L’ICD è la base per identificare le tendenze e le statistiche sanitarie in tutto il mondo e contiene circa 55 000 codici univoci per lesioni, malattie e cause di morte. Fornisce un linguaggio comune che consente agli operatori sanitari di condividere informazioni sanitarie in tutto il mondo.
L’ICD-11, che ha funzionato per oltre un decennio, offre miglioramenti significativi rispetto alle versioni precedenti. Per la prima volta, è completamente elettronico e ha un formato molto più user-friendly.

Nella nuova versione è entrata a far parte il ‘gaming disorder’, la dipendenza da videogame e giochi digitali, che è a tutti gli effetti considerata una malattia. La gravità è sufficiente a causare una compromissione significativa nelle aree di funzionamento personali, familiari, sociali, educative e professionali.


WHO: Revision of ICD-11 – questions and answers (Q&A) Dr Robert Jakob, team leader for Classifications Terminologies and Standards at the World Health Organization discusses the revision of the new ICD-11.

L’ICD-11 sarà presentato all’Assemblea mondiale della sanità nel maggio 2019 per l’adozione da parte degli Stati membri e entrerà in vigore il 1 ° gennaio 2022. L’agenzia Onu per la salute ha messo a disposizione già adesso un’anteprima per consentire ai Paesi di pianificare come usare il nuovo manuale, preparare traduzioni e formare su questa base i professionisti del settore.
L’ICD è una pietra miliare delle informazioni sulla salute e l’ICD-11 fornirà una visione aggiornata dei modelli di malattia.” – puntualizza la prof.ssa Lubna Alansari dell’OMS.

ICD-11: Classifying disease to map the way we live and die

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Cancro alla prostata: scoperti nuovi marcatori genetici.

Posted by giorgiobertin su giugno 17, 2018

Un team internazionali di ricercatori coordinati dal professore Frederick R. Schumacher del Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio, ha identificato 63 nuove varianti genetiche che potrebbe indicare un rischio maggiore di cancro alla prostata negli uomini.

Lo studio e i risultati sono stati pubblicati su “Nature Genetics”.

prostate cancer loci

I marcatori genetici – noti anche come polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) – sono rilevati a livello del DNA. Schumacher e colleghi hanno esaminato le sequenze di DNA di circa 140.000 uomini di discendenza europea, compresi i dati di precedenti studi. Circa 80.000 di questi uomini avevano il cancro alla prostata, mentre gli altri 60.000 non avevano alcuna evidenza della malattia.

Con questi dati, sono stati in grado di identificare 63 nuovi marcatori genetici in quelli con carcinoma della prostata – marcatori che non compaiono nel DNA degli uomini senza la malattia.
I nostri risultati ci permetteranno di identificare quali uomini dovrebbero sottoporsi a screening PSA precoci e regolari e questi risultati potrebbero eventualmente influenzare le decisioni di trattamento“, afferma il professore Schumacher.

i ricercatori stanno anche esaminando i cambiamenti genetici negli uomini di diverse razze, compresi gli afroamericani e quelli di origine asiatica.

Leggi abstract dell’articolo:
Association analyses of more than 140,000 men identify 63 new prostate cancer susceptibility loci
Fredrick R. Schumacher, Ali Amin Al Olama, […] Rosalind A. Eeles
Nature Genetics Published: 11 June 2018 doi:10.1038/s41588-018-0142-8

Fonte: Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, Ohio

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Cancer Communications: nuova rivista open access.

Posted by giorgiobertin su aprile 2, 2018

La rivista “Cancer Communications” affiliata alla Chinese Anti-Cancer Association e alla Chinese Chinese Anti-Cancer Association è entrata nell’ambito delle riviste open access della piattaforma BioMedCentral.

Cancer-communications

Cancer Communications è un rivista online ad accesso aperto e sottoposta a peer review che comprende la ricerca sul cancro di base, clinica e traslazionale. La rivista accoglie osservazioni relative a studi clinici, epidemiologia, biologia molecolare e cellulare e genetica.
Per consultare gli articoli pubblicati sulla rivista prima di marzo 2015, visitare il sito Web del Cancer Center dell’Università di Sun Yat-sen .

Accedi alla rivista:
Cancer Communications

Read more thematic series in Cancer Communications

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I grassi vegetali aiutano a vivere più a lungo.

Posted by giorgiobertin su marzo 23, 2018

Una dieta ricca di grassi monoinsaturi (monounsaturated fatty acid(MUFA)) a base vegetale è legata ad un minor rischio di morte per malattie cardiache e altre cause. Al contrario, se i grassi monoinsaturi provengono da fonti animali, il collegamento è un rischio più elevato di morte per malattie cardiache e altre cause.
Sono questi i risultati di un’analisi di due ampi studi che hanno raccolto informazioni da più di 93.000 uomini e donne su una media di 22 anni, condotta dai ricercatori del Harvard TH Chan School of Public Health Boston. Le pubblicazioni sulle riviste “Circulation” e “The American Journal of Clinical Nutrition“.

oil  olive-oil

I nostri risultati sottolineano l’importanza della fonte e della quantità di acidi grassi monoinsaturi nella dieta – dovremmo mangiare più acidi grassi monoinsaturi da fonti vegetali e meno acidi grassi monoinsaturi da fonti animali” – afferma il prof. Qi Sun del Departments of Nutrition and Epidemiology, Harvard TH Chan School of Public Health, Boston, MA.

Va notato che questi risultati provengono da un’analisi di dati osservativi che è solo in grado di determinare i collegamenti tra i tipi di grassi monoinsaturi e il rischio di morte.

Leggi gli abstracts dei documenti:
Abstract MP40: Associations of Monounsaturated Fatty Acids From Plant and Animal Sources With Total and Cardiovascular Mortality Risk
Marta Guasch, Geng Zong, Walter Willett, Peter Zock, Anne Wanders, Frank Hu, Qi Sun
Circulation. 2018;137:AMP40

Monounsaturated fats from plant and animal sources in relation to risk of coronary heart disease among US men and women
Geng Zong; Yanping Li; Laura Sampson; Lauren W Dougherty; Walter C Willett …
The American Journal of Clinical Nutrition, Volume 107, Issue 3, 1 March 2018, Pages 445–453, https://doi.org/10.1093/ajcn/nqx004

Fonte: Harvard TH Chan School of Public Health Boston

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Alti livelli di vitamina D proteggono dal cancro.

Posted by giorgiobertin su marzo 19, 2018

Alti livelli di vitamina D possono essere collegati a un minor rischio di sviluppare alcuni tipi di cancro, tra cui il cancro del fegato. Ad affermarlo un ampio studio condotto su adulti giapponesi e pubblicato sul “British Medical Journal“.

VitaminD

Sono stati analizzati i dati dello studio giapponese JPHC (Japan Public Health Centre), che ha coinvolto 33.736 partecipanti di età compresa tra 40 e 69 anni. I livelli più alti di vitamina D sono stati in particolare associati a un rischio relativo inferiore del 30-50% di cancro al fegato, con un’associazione più evidente negli uomini rispetto alle donne. Nessuna associazione è stata invece trovata per il cancro del polmone o della prostata.

Gli autori affermano che le loro scoperte supportano la teoria che la vitamina D possa proteggere dal rischio di cancro, ma che potrebbe esserci un livello di vitamina D oltre al quale non si verifica più un effetto protettivo. “Saranno necessari ulteriori studi per chiarire le concentrazioni ottimali per la prevenzione del cancro” concludono i ricercatori.

Scarica e leggi l’articolo in full text:
Plasma 25-hydroxyvitamin D concentration and subsequent risk of total and site specific cancers in Japanese population: large case-cohort study within Japan Public Health Center-based Prospective Study cohort.
Budhathoki S, Hidaka A, Yamaji T, Sawada N, Tanaka-Mizuno S, Kuchiba A, Charvat H, Goto A, Kojima S, Sudo N, Shimazu T, Sasazuki S, Inoue M, Tsugane S, Iwasaki M; Japan Public Health Center-based Prospective Study Group.
BMJ. 2018 Mar 7;360:k671.  doi: 10.1136/bmj.k671.

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Creata la mappa genetica dell’intelligenza.

Posted by giorgiobertin su marzo 16, 2018

Una ricerca, guidata dai prof.i David Hill e Ian Deary del Centre for Cognitive Ageing and Cognitive Epidemiology, University of Edinburgh, UK, sulla base dell’analisi del genoma di 240 mila persone in tutto il mondo, ha identificato oltre 500 geni, dieci volte in più di quanto si pensasse finora, distribuiti in 187 regioni del Dna umano responsabili dell’intelligenza. Si tratta dello studio più vasto mai condotto in questo campo, pubblicato sulla rivista “Molecular Psychiatry“.

Il risultato promette di aprire la strada a futuri test dell’intelligenza basati sull’analisi Dna. Sulla base dei dati genetici è infatti stato possibile identificare il 7% delle differenze nell’intelligenza in un gruppo di individui.

Biobank

I campioni genetici sono stati prelevati dalla grande banca dati chiamata Uk Biobank. Sono stati identificati 538 geni che svolgono un ruolo nell’intelligenza, contro i 52 identificati finora. I geni legati all’intelligenza sembrano influenzare anche altri processi biologici: per esempio alcuni sono associati alla longevità, mentre la capacità di risolvere i problemi sembra legata alla migrazione delle cellule nervose da un’area all’altra del cervello.

Scarica e leggi il documento in full text:
A combined analysis of genetically correlated traits identifies 187 loci and a role for neurogenesis and myelination in intelligence
W. D. Hill, R. E. Marioni, O. Maghzian, S. J. Ritchie, S. P. Hagenaars, A. M. McIntosh, C. R. Gale, G. Davies & I. J. Deary
Molecular Psychiatry (2018) doi:10.1038/s41380-017-0001-5 Published online: 11 January 2018

Fonte: Centre for Cognitive Ageing and Cognitive Epidemiology, University of Edinburgh, UK

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L’inquinamento modifica il DNA e scatena le malattie.

Posted by giorgiobertin su marzo 10, 2018

Le sostanze inquinanti presenti nell’ambiente possono ‘prendere il controllo’ del Dna, accendendo in questo modo alcuni geni piuttosto che altri e scatenando malattie cardiache e respiratorie. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Nature Communications“, ed è stata condotta in Canada, dal gruppo dell’Ontario Institute for Cancer Research, guidato dal prof. Philip Awadalla.

inquinamento

I ricercatori hanno trovato prove evidenti del fatto che le esposizioni ambientali, incluso l’inquinamento atmosferico, influenzano le espressioni geniche associate a malattie respiratorie molto più che l’ascendenza genetica. Dall’analisi del Dna raccolto da campioni di sangue, sono stati individuati gli effetti di polveri sottili, biossido di azoto e biossido di zolfo. Lo studio canadese ha analizzato oltre 1,6 milioni di punti dati da campioni biologici, questionari sulla salute e set di dati ambientali, rendendolo uno dei più vasti di sempre per esaminare la relazione tra espressione genica e stimoli ambientali.

Il nostro studio mostra come sia possibile utilizzare l’ampia portata e la scala dei dati in uno dei più grandi studi di coorte del Canada per capire meglio come i nostri geni interagiscono con le esposizioni ambientali e modellano la salute individuale“, dice il prof. Awadalla.

Segnaliamo anche uno studio condotto nei Paesi Bassi ha collegato l’esposizione all’inquinamento atmosferico residenziale durante la vita fetale con anomalie cerebrali che possono contribuire a compromettere la funzione cognitiva nei bambini in età scolare. Lo studio, pubblicato su “Biological Psychiatry“, riporta che i livelli di inquinamento atmosferico correlati alle alterazioni del cervello erano inferiori a quelli considerati sicuri.

Leggi il full text dell’articolo:
Gene-by-environment interactions in urban populations modulate risk phenotypes
Marie-Julie Favé, Fabien C. Lamaze, David Soave, Alan Hodgkinson, Héloïse Gauvin, Vanessa Bruat, Jean-Christophe Grenier, Elias Gbeha, Kimberly Skead, Audrey Smargiassi, Markey Johnson, Youssef Idaghdour & Philip Awadalla
Nature Communications volume 9, Article number: 827 Published online: 06 March 2018 doi:10.1038/s41467-018-03202-2

Accesso controllato a dati di coorte e campioni biologici è disponibile per i ricercatori attraverso il portale dati CPTP e CARTaGENE.

Fonte: Ontario Institute for Cancer Research

Air pollution exposure during fetal life, brain morphology, and cognitive function in school-age children
Mònica Guxens, MD’Correspondence information about the author MD Mònica GuxensEmail the author MD Mònica Guxens, Małgorzata J. Lubczyńska, MSc, Ryan Muetzel, PhD, Albert Dalmau-Bueno, MPH, Vincent W.V. Jaddoe, MD, Gerard Hoek, PhD, Aad van der Lugt, MD, Frank C. Verhulst, MD, Tonya White, MD, Bert Brunekreef, PhD, Henning Tiemeier, MD, Hanan El Marroun, P
Biological Psychiatry DOI: https://doi.org/10.1016/j.biopsych.2018.01.016

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Fibrillazione atriale e deterioramento cognitivo.

Posted by giorgiobertin su marzo 1, 2018

Un team di ricercatori coordinati dal prof. Arvind Nishtala della University of California hanno pubblicato sulla rivista “Heart Rhythm” un’analisi trasversale e longitudinale che ha analizzato l’associazione fra Fibrillazione atriale (FA) e performance cognitive in una popolazione di pazienti arruolati nel Framingham Heart Study.

HR

Lo studio ha arruolato 2682 soggetti dei quali 112 (4%) presentavano FA (età media 72±9 anni, 32% femmine) alla valutazione iniziale. Tutti i pazienti sono stati sottoposti ad una batteria di test standardizzati per la valutazione neuropsicologica dei principali domini cognitivi, nello specifico la memoria visiva, il ragionamento astratto, l’organizzazione visuospaziale, la funzione esecutiva e l’attenzione.

Dai risultati è emerso che la presenza o la nuova insorgenza di FA ha contribuito a un significativo deterioramento delle funzioni esecutive, in particolare nei pazienti di sesso maschile. Tale deterioramento cognitivo è imputabile verosimilmente a una compromissione funzionale di natura
vascolare.

Leggi abstract dell’articolo:
Atrial fibrillation and cognitive decline in the Framingham Heart Study
Nishtala A, Piers RJ, Himali JJ, et al.
Heart Rhythm Febbraio 2018 Volume 15, numero 2, pagine 166-172 DOI: https://doi.org/10.1016/j.hrthm.2017.09.036

Fonte: AIAC – Associazione Italiana Aritmologia e Cardiostimolazione

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La carne rossa aumenta il rischio di diverticoli negli uomini.

Posted by giorgiobertin su marzo 1, 2018

Il consumo di carne rossa, in particolare di quella non lavorata, si associa a un aumento del rischio di diverticolite. Il rischio si riduce sostituendo una porzione al giorno di carne rossa non lavorata con pollame o pesce.
Ad affermarlo uno studio prospettico condotto su 46.461 uomini arruolati nell’Health Professionals Follow-Up Study (1986–2012) da parte del Massachusetts General Hospital and Harvard Medical School, Boston, Massachusetts, USA, che ha analizzato il consumo di carne (carne rossa totale, carne rossa non trasformata, carne rossa lavorata, pollame e pesce) ed il rischio di diverticolite.

diverticulitis   meat-intake

Le persone che seguivano una dieta vegetariana erano troppo poche per poter giungere a conclusioni sugli effetti di questo tipo di alimentazione sulla diverticolite.

Leggi il full text dell’articolo:
Meat intake and risk of diverticulitis among men

Cao Y, Strate LL, Keeley BR, et al.
Gut 2018;67:466-472 http://dx.doi.org/10.1136/gutjnl-2016-313082

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Linee guida aggiornate sulle infezioni da Clostridium difficile.

Posted by giorgiobertin su febbraio 26, 2018

L’Infectious Diseases Society of America e la Society for Health Epidemiology of America (SHEA) hanno pubblicato su “Clinical Infectious Diseases” un aggiornamento alle loro linee guida di pratica clinica sull’infezione da Clostridium difficile (CDI) negli adulti. Il precedente documento era stato pubblicato nel 2010.

clostridium-difficile image: epainAssist.com copyright

Le linee guida dichiarano che l’uso di fluorochinoloni, cefalosporine e clindamicina altera il microbioma in modi che aumentano la suscettibilità alle CDI (Infezione da Clostridium Difficile) e pertanto il primo trattamento da attuare è interrompere l’uso di questi antibiotici.

Le raccomandazioni si occupano anche dell’antibiotico di prima linea nel trattamento dell’infezione, con vancomicina o fidaxomicina che prendono il posto del metronidazolo. I probiotici sono menzionati nel documento, ma non sono raccomandati.
Le linee guida raccomandano Trapianto di microbiota fecale (FMT) per il trattamento di persone con due o più recidive di C. diff. e per i quali il tradizionale trattamento antibiotico non ha funzionato.
Le nuove linee guida includono anche raccomandazioni per la sorveglianza epidemiologica, la diagnosi e il trattamento di C. diff. nei bambini, che le linee guida del 2010 non hanno affrontato.

Scarica e leggi il documento in full text:
Clinical Practice Guidelines for Clostridium difficile Infection in Adults and Children: 2017 Update by the Infectious Diseases Society of America (IDSA) and Society for Healthcare Epidemiology of America (SHEA)
L Clifford McDonald, Dale N Gerding, Stuart Johnson, Johan S Bakken, Karen C Carroll, Susan E Coffin, Erik R Dubberke, Kevin W Garey, Carolyn V Gould, Ciaran Kelly, Vivian Loo, Julia Shaklee Sammons, Thomas J Sandora, Mark H Wilcox
Clinical Infectious Diseases, cix1085, https://doi.org/10.1093/cid/cix1085, Published: 15 February 2018

Fonte: Infectious Diseases Society of America – Society for Health Epidemiology of America (SHEA)

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Inquinamento atmosferico possibile causa della fibrosi polmonare idiopatica.

Posted by giorgiobertin su febbraio 12, 2018

L’inquinamento atmosferico potrebbe favorire l’insorgenza di fibrosi polmonare idiopatica. Ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori del Centro Studi Sanità Pubblica dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, Gruppo MultiMedica in collaborazione con l’Università di Harvard.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “European Respiratory Journal“.

   

I ricercatori hanno valutato l’associazione tra esposizione cronica a biossido di azoto, ozono e PM10 e l’incidenza di fibrosi polmonare idiopatica nel Nord Italia tra il 2005 e il 2010. I risultati hanno mostrato che i soggetti esposti a una concentrazione più alta di biossido di azoto avevano un rischio maggiore di sviluppare fibrosi polmonare idiopatica. Un incremento di 10 microgrammi per metro cubo nella concentrazione di biossido di azoto, infatti, è stato associato a un aumento tra il 7,93% e l’8,41% nel tasso di incidenza della malattia a seconda della stagione, tasso che è risultato ancora più elevata dove i livelli del gas hanno superato i 40 microgrammi per metro cubo.

Questo lavoro è la prosecuzione di un primo studio epidemiologico, attuato dallo stesso gruppo di ricercatori, che aveva mappato i casi di IPF in Lombardia, pubblicato l’anno scorso su PLOS ONE (DOI:10.1371/journal.pone.0147072) .

Leggi abstract dell’articolo:
The association between air pollution and the incidence of idiopathic pulmonary fibrosis in Northern Italy
Sara Conti, Sergio Harari, Antonella Caminati, Antonella Zanobetti, Joel D. Schwartz, Pietro A. Bertazzi, Giancarlo Cesana, Fabiana Madotto
European Respiratory Journal Jan 2018, 51 (1) 1700397; DOI: 10.1183/13993003.00397-2017

Epidemiology of Idiopathic Pulmonary Fibrosis in Northern Italy
Harari S, Madotto F, Caminati A, Conti S, Cesana G.
PLOS ONE February 3, 2016. DOI:10.1371/journal.pone.0147072

Fonte: Università di Milano-Bicocca

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OMS: Rapporto sulle infezioni resistenti agli antibiotici.

Posted by giorgiobertin su gennaio 30, 2018

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) lancia l’allarme sull’aumento delle infezioni resistenti agli antibiotici. Secondo il primo rapporto dell’Oms sulla sorveglianza dell’antibioticoresistenza del sistema Global Antimicrobial Surveillance System (Glass), nel mondo si contano almeno mezzo milione di casi, ma la stima è molto inferiore ai dati reali.

Secondo il rapporto, i batteri resistenti più comunemente riportati sono Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae e Salmonella spp.
L’Italia, che presto dovrebbe aderire al programma Glass, è ai primi posti in Europa per consumo di antibiotici negli animali e al secondo posto per consumo nell’uomo, oltre a essere tra i Paesi con la prevalenza maggiore di ceppi resistenti (Escherichia Coli, Klebsiella Pneumoniae, Staphylococcus Aureus), che si è attestata tra il 25% e il 50% nel 2015.

glass-180

Secondo quanto già riferito dall’Oms, la resistenza agli antibiotici è una delle principali minacce alla salute pubblica e, se non si troverà un rimedio a questo, da qui al 2050 i “superbatteri”, saranno responsabili di almeno 10 milioni di decessi all’anno nel mondo, più di quelli dovuti al cancro. Ma già nel 2025 nella sola Europa si prevedono un milione di morti per la resistenza agli antibiotici, per questo servono urgenti politiche di ricerca e di investimento per rendere disponibili nuovi farmaci efficienti, economici e soprattutto a disposizione di tutti.

Il rapporto è un primo passo fondamentale per migliorare la nostra comprensione dell’entità della resistenza antimicrobica. La sorveglianza è agli inizi, ma è fondamentale svilupparla se vogliamo anticipare e affrontare una delle più grandi minacce alla salute pubblica globale“, afferma il prof. Carmem Pessoa-Silva, che coordina il sistema di sorveglianza Glass.

IL progetto GLASS alla fine incorporerà informazioni provenienti anche da altri sistemi di sorveglianza correlati alla resistenza antimicrobica nell’uomo, come nella catena alimentare, il monitoraggio del consumo di antimicrobici. Tutti i dati prodotti da GLASS sono disponibili gratuitamente online e verranno aggiornati regolarmente.

Scarica e leggi il rapporto in full text:
Global antimicrobial resistance surveillance system (GLASS) report
Early implementation 2016-2017
Publication date: 29 January 2018
Languages: English
ISBN: 978-92-4-151344-9

Fonte: Whonews release – Pharmastar

Portale GLASS

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Janssen DiseaseLens: confronta i dati epidemiologici rapidamente e gratuitamente.

Posted by giorgiobertin su gennaio 23, 2018

Janssen DiseaseLens: confronta i dati epidemiologici per 30 malattie in 48 paesi, in modo rapido e gratuito. E’ uno strumento di ricerca interattivo per mettere a fuoco i dati chiave sulle malattie in tutto il mondo.

DiseaseLens consente di scegliere tra più punti di accesso per cercare, confrontare e condividere dati per paese, malattia e parola chiave.


Janssen DiseaseLens™ – Mobile App

E’ un’applicazione web che offre la possibilità di analizzare, da un’unica dashboard, i dati più completi sulle malattie più diffuse tra cui: tubercolosi (TB), diabete, epatite C, HIV, Schizofrenia, depressione, morbo di Alzheimer, psoriasi, colite ulcerosa, morbo di Crohn, mieloma multiplo e linfoma a cellule del mantello, così come forme diffuse di cancro come la prostata, la leucemia linfatica cronica e altro ancora.

I dati inclusi nel database DiseaseLens sono regolarmente aggiornati e provengono da tutte le fonti pubbliche più credibili tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la Commissione Europea.

Janssen DiseaseLens è ora disponibile anche come app mobile per dispositivi iOS e Android. Puoi scaricarlo da iTunes App Store o Google Play. Basta digitare “DiseaseLens” nella barra di ricerca e scaricarlo gratuitamente.

Accedi al portale: http://www.diseaselens.com/

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La soia potrebbe aumentare il rischio di cancro alla prostata.

Posted by giorgiobertin su novembre 28, 2017

In uno studio pubblicato sulla rivista “International Journal of Cancer” i ricercatori del Fairbanks School of Public Health dell’Università dell’Indiana, hanno trovato che alcuni elementi presenti nella soia, aumentano il rischio di cancro alla prostata.

soia

In particolare alimenti ricchi di fitoestrogeni e isoflavoni, appunto come la soia, possano aumentare il rischio di cancro in alcuni organi per la loro somiglianza strutturale al 17 β-estradiolo.

Il presente studio indaga se l’assunzione di questi composti può influenzare il rischio di cancro alla prostata nelle popolazioni umane. Durante un follow-up mediano di 11,5 anni, sono stati identificati 2.598 casi di cancro alla prostata (inclusi 287 casi avanzati) tra i 27.004 uomini inseriti in un test di screening del cancro della prostata, del polmone e del colon-retto. Valutando gli stili di vita e le abitudini alimentari attraverso i dati statistici è risultato che il cancro della prostata, soprattutto le sue forme avanzate ed aggressive, era più frequente in coloro che assumevano alimenti ricchi di isoflavoni.

Leggi abstract dell’articolo:
Dietary intake of isoflavones and coumestrol and the risk of prostate cancer in the Prostate, Lung, Colorectal and Ovarian Cancer Screening Trial
Reger, M. K., Zollinger, T. W., Liu, Z., Jones, J. F. and Zhang, J.
Int. J. Cancer. doi:10.1002/ijc.31095

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Nuove mutazioni genetiche associate al tumore al seno.

Posted by giorgiobertin su ottobre 24, 2017

Sono stati pubblicati su “Nature” e “Nature Genetics” due studi che descrivono l’identificazione di nuove varianti genetiche associate al rischio di sviluppare carcinoma mammario. Gli studi sono stati coordinati dall’University of Cambridge. Il contributo italiano è dell’Istituto Nazionale dei Tumori, Istituto Europeo di Oncologia e Istituto FIRC di Oncologia Molecolare, grazie anche al sostegno di AIRC. Un lavoro del Consorzio OncoArray, un enorme impegno che ha coinvolto 550 ricercatori provenienti da circa 300 istituti diversi in sei continenti.

breast cancer

Sale così a 167 il numero di varianti comuni di predisposizione alla malattia (incluse 125 varianti specificamente associate ai tumori cosiddetti “ER-negativi”). Queste nuove varianti (72 per la precisione) sono state identificate mediante l’analisi genetica effettuata sul DNA di più di 137.000 donne colpite da carcinoma mammario, 18.900 donne portatrici di mutazioni in BRCA1, e più di 119.000 donne sane.

Ci sono alcuni modelli chiari nelle varianti genetiche che dovrebbero aiutarci a capire perché alcune donne sono predisposte al cancro al seno e quali geni e meccanismi sono coinvolti” – afferma il prof. Doug Easton dell’University of Cambridge.

In pratica questi studi fanno intravedere la possibilità futura di condurre test basati sulla tipizzazione simultanea di tutte le varianti comuni di rischio di carcinoma mammario ed ovarico. – spiega Paolo Peterlongo, Istituto FIRC di Oncologia Molecolare – Modelli teorici suggeriscono che il cosiddetto PRS (Polygenic Risk Score o punteggio di rischio poligenico), un valore calcolato in base al numero di varianti simultaneamente presenti in un individuo, potrebbe essere utilizzato come fattore predittivo del rischio di sviluppare carcinoma mammario“.

È verosimile – aggiunge Peterlongo – immaginare un futuro in cui l’utilizzo di test basati sul PRS potrà influenzare le politiche nazionali sanitarie al fine di offrire alle donne della popolazione generale e a quelle portatrici di mutazioni ad alto rischio percorsi clinici personalizzati.”

Leggi abstracts degli articoli:
Identification of ten variants associated with risk of estrogen-receptor-negative breast cancer
Roger L Milne, Karoline B Kuchenbaecker[…]Jacques Simard
Nature Genetics Published online: 23 October 2017 doi:10.1038/ng.3785

Association analysis identifies 65 new breast cancer risk loci
Kyriaki Michailidou, Sara Lindström[…]Douglas F. Easton
Nature Published online 23 October 2017 doi:10.1038/nature24284

Fonti: Ufficio stampa Istituto Nazionale dei Tumori, Noesis s.r.l. –  University of Cambridge

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Livelli di magnesio e rischio demenza.

Posted by giorgiobertin su settembre 22, 2017

Un nuovo studio pubblicato nella rivista “Neurology” suggerisce che entrambi i livelli molto elevati e molto bassi di magnesio possono mettere le persone a rischio di sviluppare la demenza.
I ricercatori dell’Università Erasmus Medical Center di Rotterdam, Paesi Bassi, coordinati dalla prof.ssa Kieboom, hanno misurato i livelli di magnesio nel sangue in 9.569 partecipanti di età media 64,9 anni. I partecipanti non hanno avuto demenza all’inizio dello studio, cioè tra il 1997 e il 2008. Sono stati seguiti clinicamente per 8 anni in media, fino al gennaio 2015.

foods-rich-in-magnesium

Durante il periodo di follow-up, 823 persone hanno sviluppato la demenza. Di questi, 662 sono stati diagnosticati con malattia di Alzheimer.
Per quanto riguarda i livelli di magnesio, sia quelli del gruppo alto che del basso avevano significativamente maggiori probabilità di sviluppare la demenza rispetto a quelli del gruppo medio.

I bassi livelli di magnesio si definiscono uguali o inferiori a 0,79 millimoli per litro e livelli elevati di magnesio sono stati definiti uguali o superiori a 0,90 millimoli per litro.

Se i risultati saranno confermati, i test del magnesio nel sangue potrebbero essere usati per esaminare le persone a rischio di demenza. “Poiché le attuali opzioni di trattamento e di prevenzione della demenza sono limitate, abbiamo urgente bisogno di identificare nuovi fattori di rischio per la demenza. Ridurre il rischio di demenza attraverso dieta o integratori, potrebbe essere molto utile” – afferma Kieboom.

Leggi abstract dell’articolo:
Serum magnesium is associated with the risk of dementia
Brenda C.T. Kieboom, Silvan Licher, Frank J. Wolters, M. Kamran Ikram, Ewout J. Hoorn, Robert Zietse, Bruno H. Stricker, and M. Arfan Ikram
Neurology published ahead of print September 20, 2017, doi:10.1212/WNL.0000000000004517: 1526-632X

Fonte:

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Global Burden of Disease Study 2016.

Posted by giorgiobertin su settembre 19, 2017

Il Global Burden of Disease Study 2016 (GBD) realizzato dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) – una fondazione finanziata dalla Bill & Melinda Gates Foundation e dallo Stato di Washington – è lo studio epidemiologico osservazionale più completo prodotto a livello mondiale. Descrive la mortalità e la morbilità da malattie maggiori, lesioni e fattori di rischio alla salute a livello globale, nazionale e regionale. Esaminando le tendenze dal 1990 ad oggi e facendo confronti tra le popolazioni, è possibile capire le sfide mutevoli della salute che si affrontano in tutto il mondo nel 21° secolo.

Lancet Global Burden of Disease

Lo studio open access è stato pubblicato dalla rivista “The Lancet“. Il rapporto indica che l’aspettativa di vita media globale alla nascita oggi è di 75,3 anni per le donne e di 69,8 anni per gli uomini. Il Giappone ha la più alta speranza di vita per entrambi i sessi (83,9) e la più elevata per le donne (86,9), ma fra la popolazione maschile il record passa a Singapore (81,3). Il paese che ha invece l’aspettativa di vita più bassa è la Repubblica Centrafricana (50,2 anni).

C’è stato un aumento nel numero di decessi da conflitti e terrorismo, che ha raggiunto le 150.500 unità (+143 per cento sul 2006). per le malattie l’Alzheimer e altre demenze legate all’età mostrano una significativa tendenza all’aumento, la cui incidenza in Giappone e in Italia è addirittura raddoppiata rispetto alle aspettative di dieci anni fa.

Leggi uno degli articoli dello studio epidemiologico: Sustainable Development Goals
Measuring progress and projecting attainment on the basis of past trends of the health-related Sustainable Development Goals in 188 countries: an analysis from the Global Burden of Disease Study 2016
GBD 2016 SDG Collaborators, and others
The Lancet, Vol. 390, No. 10100 Published: September 12, 2017

Accedi allo studio: Global Burden of Disease Study (GBD)
Cause of Death
Mortality
Life Expectancy & Probability of Early Death
Sustainable Development Goals

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I numeri del cancro in Italia 2017.

Posted by giorgiobertin su settembre 18, 2017

E’ stata pubblicata da AIOM e AIRTUM la settima edizione del volume “I numeri del cancro in Italia – 2017”.
Diminuiscono le diagnosi a stomaco e colon-retto, in crescita pancreas, tiroide e melanoma. Al Nord ci si ammala di più, ma al Sud si sopravvive di meno. Il prof. Pinto, presidente AIOM: “Grazie a terapie efficaci e campagne di prevenzione sono aumentate del 24% in sette anni le persone vive dopo la scoperta della malattia“.

Cancro-2017

Più di mille nuove diagnosi di cancro al giorno nel 2017. Secondo le stime, sono 369 mila i nuovi casi. Si ammalano di più gli uomini (192.000) rispetto alle donne (177.000)
L’incidenza è in netto calo negli uomini (-1.8% per anno nel periodo 2003-2017), legata principalmente alla riduzione dei tumori del polmone e della prostata, ed è stabile nelle donne, ma si deve fare di più per ridurre l’impatto di questa malattia, perché oltre il 40% dei casi è evitabile“.
I cittadini devono essere sensibilizzati sull’importanza di aderire alle campagne di prevenzione – afferma il prof. Fabrizio Nicolis, presidente della Fondazione AIOM – Lo dimostrano i risultati ottenuti grazie all’estensione del programma di screening colorettale, quello più recentemente implementato in Italia.

Scarica e leggi il documento in full text:
I numeri del cancro in Italia – 2017
Scarica il volume I numeri del cancro 2017 – Versione per pazienti e cittadini in formato PDF

Fonte: AIOM

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Mangiare carne aumenta il rischio di diabete.

Posted by giorgiobertin su settembre 6, 2017

Il professor Koh Woon Puay delle Scienze Cliniche presso la Duke-NUS Medical School (Duke-NUS) e il suo team ha scoperto che una maggiore assunzione di carne rossa e pollame è associata ad un rischio significativamente maggiore di sviluppare il diabete, questo è parzialmente attribuito al più alto contenuto di ferro in queste carni.

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Questi risultati provengono dallo Singapore Chinese Health Study, che ha reclutato 63.257 adulti di età compresa tra i 45 e i 74 anni tra il 1993 e il 1998 e poi li ha seguiti dal punto di vista alimentare per una media di circa 11 anni. Un più alto consumo di carne rossa e pollame ha evidenziato un aumento del rischio di diabete del 23%, mentre l’assunzione di pesce/molluschi non era associata a rischio di diabete.
Il professor Koh ha affermato: “Non abbiamo bisogno di rimuovere completamente la carne dalla dieta. E’ importante ridurre l’assunzione giornaliera, in particolare per la carne rossa, e scegliere il petto di pollo (non altre parti) e i pesci/molluschi o i prodotti alimentari proteici vegetali e prodotti lattiero-caseari per ridurre il rischio di diabete”.

I risultati di questo, che è uno dei maggiori studi asiatici sul consumo di carne e rischio di diabete è stato pubblicato sulla rivista “American Journal of Epidemiology“.

Leggi abstract dell’articolo:
Meat, Dietary Heme Iron, and Risk of Type 2 Diabetes Mellitus: The Singapore Chinese Health Study
Mohammad Talaei, Ye-Li Wang, Jian-Min Yuan, An Pan, Woon-Puay Koh
American Journal of Epidemiology, Published: 22 August 2017, https://doi.org/10.1093/aje/kwx156

Fonte:  Clinical Sciences at Duke-NUS Medical School

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I carboidrati e non i grassi aumentano la mortalità cardiovascolare.

Posted by giorgiobertin su agosto 30, 2017

Un elevato apporto di carboidrati è associato a un aumentato del rischio di mortalità, mentre i lipidi non solo correlano con una minore mortalità totale, ma non si legano ad alcun aumento di morbilità o mortalità cardiovascolare.

Questi sono i risultati dello studio prospettico PURE, (Prospective Urban Rural Epidemiology) condotto su più di 135.000 persone in cinque continenti (18 paesi) seguite in media per 7,4 anni e valutate dal punto di vista alimentare da parte della McMaster University di Hamilton in Canada. La ricerca è stata pubblicata su due articoli della rivista “The Lancet“.

diete_vegetali

Lo studio ha dimostrato che una dieta che include una moderata assunzione di grassi, frutta e verdura, ed evita elevati livelli di carboidrati, è associata a un minore rischio di morte.
La ricerca sui grassi dietetici ha scoperto che non sono associati a grandi malattie cardiovascolari, ma il consumo di grasso superiore è stato associato con una minore mortalità. Questo è stato visto per tutti i principali tipi di grassi (grassi saturi, grassi polinsaturi e grassi mono insaturi), con grassi saturi associati a un rischio di ictus inferiore.

I grassi totali e i singoli tipi di grasso non sono stati associati al rischio di attacchi di cuore o di morte a causa di malattie cardiovascolari.

Una diminuzione dell’assunzione di grassi ha portato automaticamente ad un aumento del consumo di carboidrati e le nostre scoperte potrebbero spiegare perché alcune popolazioni come i sud asiatici, che non consumano molto grassi ma consumano molti carboidrati, hanno tassi di mortalità più elevati” – spiega il prof. Mahshid Dehghan, autore principale dello studio.
Piuttosto che concentrarsi sulla riduzione dei grassi alimentari, le linee guida dovrebbero invece consigliare di ridurre i carboidrati” – concludono i ricercatori.

Nello stesso studio, pubblicato contemporaneamente da “The Lancet Diabetes and Endocrinology“, i ricercatori hanno esaminato l’impatto dei grassi e dei carboidrati sui lipidi nel sangue e sulla pressione sanguigna. Hanno scoperto che LDL (cosiddetto colesterolo “cattivo”) non è affidabile nel prevedere gli effetti del grasso saturo sugli eventi cardiovascolari futuri. Invece, il rapporto tra Apolipoprotein B (ApoB) e Apolipoprotein A1 (ApoA1) fornisce la migliore indicazione dell’impatto del grasso saturo sul rischio cardiovascolare.

Leggi abstracts degli articoli:
Fruit, vegetable, and legume intake, and cardiovascular disease and deaths in 18 countries (PURE): a prospective cohort study
Victoria Miller,…et al.
The Lancet Published: August 29, 2017

Associations of fats and carbohydrate intake with cardiovascular disease and mortality in 18 countries from five continents (PURE): a prospective cohort study
Mahshid Dehghan, …. et al.
The Lancet Published: August 29, 2017

Association of dietary nutrients with blood lipids and blood pressure in 18 countries: a cross-sectional analysis from the PURE study
Andrew Mente,…. et al.
The Lancet Diabetes & Endocrinology Published: August 29, 2017

Fonte: McMaster University di Hamilton

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Obesità, diabete e cancro alla mammella: firma genetica comune.

Posted by giorgiobertin su luglio 11, 2017

Un gruppo di ricercatori del Centro della Complessità e dei Biosistemi (CC&B) dell’Università di Milano è riuscito a identificare una sorta di firma genetica comune a obesità, cancro alla mammella e diabete.

Unimi logo

Prove cliniche ed epidemiologiche hanno evidenziato il legame fra obesità, cancro alla mammella e diabete, ma non era ancora stata ottenuta una solida conferma di questa relazione a livello di espressione genetica. Grazie a un approccio innovativo all’analisi dei Big Data i ricercatori sono riusciti ad identificare la firma genetica che accomuna obesità, diabete e cancro alla mammella

La forza del nostro lavoro deriva dall’uso di metodi di filtraggio e riduzione del rumore particolarmente appropriati, grazie ai quali siamo riusciti a mitigare il batch effect. Questa strategia di analisi potrebbe venir utilizzata anche per studiare altre patologie, consentendo di sfruttare con maggior accuratezza l’enorme quantità di dati accumulati nella letteratura biomedica”, afferma il professor La Porta. “Grazie a questo approccio, siamo riusciti a identificare una lista di geni caratteristici dell’obesità, che sono anche associati al diabete di tipo 2 e al cancro alla mammella. Il tutto con un grado di precisione simile a quello usato per identificare il Bosone di Higgs”.

Sono stati individuati 38 geni che sono espressi in maniera diversa negli adipociti provenienti da soggetti obesi, confrontati con quelli provenienti da soggetti on obesi. Una sorta di firma genetica che sembra caratterizzare in maniera specifica la condizione di obesità, indipendentemente dal genere del soggetto. Questi geni sono soprattutto associati a processi di infiammazione e risposta immunitaria, e a
complicazioni note dell’obesità come il diabete di tipo 2 e l’infertilità.

Scarica e leggi il documento in full text:
Integrative analysis of pathway deregulation in obesity.
Francesc Font‐Clos, Stefano Zapperi and Caterina A.M. La Porta.
npj Systems Biology and Applications(2017) 3:18; doi:10.1038/s41540‐017‐0018‐z

Fonte: Università Statale di Milano

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Parkinson e melanoma.

Posted by giorgiobertin su luglio 5, 2017

Le persone con la malattia di Parkinson hanno un rischio molto più elevato di contrarre il melanoma, un cancro della pelle, e viceversa, ad affermarlo uno studio della Mayo Clinic pubblicato sulla rivista “Mayo Clinic Proceedings.

In generale, i pazienti con il morbo di Parkinson hanno circa quattro volte più probabilità di avere un melanoma rispetto a quelli senza il morbo di Parkinson, e le persone con melanoma ha avuto un rischio più elevato di quattro volte di sviluppare il morbo di Parkinson.

melanoma

Lo studio della Mayo Clinic ha utilizzato il database delle cartelle cliniche Rochester Epidemiology Project per identificare tutti i casi neurologici confermati di Parkinson dal gennaio 1976 fino a dicembre 2013.
I risultati sostengono un’associazione tra la malattia di Parkinson e il melanoma, non ci sono dati contro levodopa come causa“, affermano i ricercatori. E’ più probabile che comuni anomalie del sistema ambientale, genetico o immunitario siano alla base di entrambe le condizioni dei pazienti; sono necessarie ulteriori ricerche per confermare e perfezionare le raccomandazioni di screening.

Leggi abstract dell’articolo:
Parkinson Disease and Melanoma: Confirming and Reexamining an Association
Lauren A. Dalvin, Gena M. Damento, Barbara P. Yawn, Barbara A. Abbott, David O. Hodge, Jose S. Pulido
Mayo Clinic Proceedings , Volume 92 , Issue 7 , 1070 – 1079 Published in issue: July 2017 DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.mayocp.2017.03.014

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Inquinamento atmosferico e mortalità.

Posted by giorgiobertin su giugno 29, 2017

Un nuovo studio dimostra che l’inquinamento atmosferico a livelli inferiori alle qualità dell’aria nell’ambiente secondo gli standard del “National Ambient Air Quality Standards” potrebbe aumentare in modo significativo il rischio di morte prematura. Lo studio è uno dei più grandi sull’inquinamento atmosferico con più di 60 milioni di cittadini anziani partecipanti. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “New England Journal of Medicine“.

Due sono i principali inquinanti atmosferici o inquinanti presenti nello smog – l’ozono e le polveri sottili. Secondo i ricercatori dell’Università di Harvard tutti i livelli di inquinamento atmosferico sono significativi e non c’è nessun limite inferiore di esposizione che può ridurre al minimo il rischio. Prima dello studio c’era in effetti un limite inferiore al di sotto del quale il rischio di morte era basso.

I ricercatori spiegano che le particelle sottili contengono minuscoli granelli di polvere che se inalate si depositano in profondità all’interno dei polmoni e sono collegate a malattie cardiovascolari e polmonari. L’ozono è un gas che irrita i tessuti polmonari se inalato e porta ad un peggioramento di asma ed altri disturbi polmonari nel tempo.

La sorpresa è stata quella di trovare che gli effetti dell’inquinamento dell’aria persistevano anche a livelli giuridicamente sicuri. Un limite di legge di 12 microgrammi per metro cubo d’aria per le particelle sottili, non è sicuro. Gli anziani esposti a partire da 5 microgrammi per metro cubo sono a rischio di morte prematura. Per quanto riguarda l’ozono, il limite di sicurezza di 70 parti per miliardo non è sicuro. Un aumento del rischio di morte è stato osservato anche  negli anziani esposti a livelli più bassi.

Leggi abstract dell’articolo:
Air Pollution and Mortality in the Entire Medicare Population
Qian Di, Yan Wang, Antonella Zanobetti, Yun Wang, Petros Koutrakis, Christine Choirat, Francesca Dominici, Joel D. Schwartz,
New England Journal of Medicine, 29 giugno 2017, doi :10,1056/NEJMoa1702747

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Identificati i rischi genetici di due sottotipi di Glioma.

Posted by giorgiobertin su marzo 28, 2017

Un consorzio internazionale di ricercatori guidato dal dottor Melissa Bondy, professore di medicina, presso il Dan L Duncan Comprehensive Cancer Center e McNair Scholar al Baylor College of Medicine, ha condotto il più grande studio sui dati dei tumori maligni al cervello alla ricerca per di marcatori genetici del glioma, una forma molto aggressiva di cancro al cervello.

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I ricercatori hanno analizzato milioni di varianti genetiche da quasi 12.500 persone con glioma e 18.000 senza la malattia. I dati sono stati ottenuti mediante analisi di associazione dell’intero genoma, un approccio che ha implicato scansione sui genomi completi nell’uomo. I risultati sono pubblicati sulla rivista “Nature Genetics“.

Fino ad ora la nostra comprensione dei rischi di sviluppare il glioma è stato limitato“, ha detto Bondy. “In questo lavoro abbiamo confermato 13 marcatori precedentemente identificati e scoperto 13 nuovi marcatori genetici associati a questa malattia aggressiva. Ora abbiamo un profilo genetico più completo dello spettro della malattia che amplia la nostra comprensione della suscettibilità glioma“. Mettendo insieme tante fonti di dati esistenti e nuovi, questo studio pone le basi per altre analisi più mirate dei rischi del glioma. “Si tratta di un significativo passo avanti che credo avrà chiare implicazioni per la nostra capacità di identificare le persone ad alto rischio, e per il loro trattamento.”

Leggi abstract dell’articolo:
Genome-wide association study of glioma subtypes identifies specific differences in genetic susceptibility to glioblastoma and non-glioblastoma tumors
Beatrice S Melin, Jill S Barnholtz-Sloan, Margaret R Wrensch, …….Richard S Houlston & Melissa L Bondy
Nature Genetics Published online 27 March 2017 doi:10.1038/ng.3823

Fonte: Baylor College of Medicine

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L’andamento della mortalità per tumori in Europa nel 2017.

Posted by giorgiobertin su febbraio 24, 2017

Sulla rivista “Annals of Oncology” è stato pubblicato uno studio epidemiologico internazionale, coordinato dall’Università Statale di Milano, che stima – per il 2017 – un generale miglioramento nei tassi di mortalità per tumore nell’Unione Europea, con una diminuzione della mortalità più veloce negli uomini rispetto alle donne.

Lo studio ha esaminato i tassi di mortalità di 28 stati membri dell’UE in totale e nei suoi sei maggiori paesi – Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito – sia per tutti i tumori, sia singolarmente per stomaco, intestino, pancreas, polmone, prostata, mammella, utero (compresa cervice) e leucemie, per uomini e donne.

images-cancer Unimi logo

Il fatto che le diminuzioni dei tassi di mortalità siano minori nelle donne rispetto agli uomini essenzialmente riflette i diversi andamenti di mortalità del tumore del polmone e dei tumori correlati al fumo fra i due sessi” afferma il professor La Vecchia. “Infatti i tassi di mortalità per cancro al polmone nelle donne sono in continuo aumento rispetto al 2012; abbiamo predetto un aumento di circa il 5% per quest’anno e un tasso di 14,5 per 100.000 donne; al contrario, negli uomini il tasso di mortalità per il tumore del polmone diminuirà dell’11%, raggiungendo un valore di 33 per 100.000.”

Leggi abstract dell’articolo:
European cancer mortality predictions for the year 2017: with focus on lung cancer
M. Malvezzi, G. Carioli, P. Bertuccio, P. Boffetta, F. Levi, C. La Vecchia and E. Negri
Annals of Oncology. doi:10.1093/annonc/mdx033

Fonti: Università di Milano Comunicato stampa – LeScienze

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