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Le onde sonore separano le cellule tumorali nel sangue.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 28, 2014

Uno strumento estremamente utile e potente che può testare il sangue di un malato di cancro e verificare se sono presenti, anche se rare, le cellule tumorali stabilendo così se il tumore si sta diffondendo.

Le onde sonore offrono un modo per ordinare le cellule senza doverle esporre a sostanze chimiche o forze dannose“, afferma l’autore senior dello studio, il Dr. Ming Dao.
Se si prende una miscela di cellule o particelle e le si fa scorrere in una sola direzione, è possibile deviare il loro percorso molto leggermente esponendole alle onde sonore. La quantità di deflessione dipende dalle proprietà fisiche delle cellule , come la dimensione e la comprimibilità.


Researchers from MIT, Penn State, and Carnegie Mellon University show how they separate cells and particles using sound waves. Video: Melanie Gonick/MIT

I ricercatori del MIT (Cambridge, MA), Pennsylvania State University (University Park, PA), e della Carnegie Mellon University (Pittsburgh, PA), hanno testato il dispositivo ed hanno verificato che era in grado di separare le cellule del cancro al seno (MCF-7) del diametro di 20 micron dai globuli bianchi (12 micron di diametro). Le cellule differiscono per comprimibilità e densità. I risultati hanno mostrato che il sorter cellulare riesce a recuperare circa il 71% delle cellule tumorali (video) con una precisione del 97% (video).

Il prossimo passo sarà quello di testare il dispositivo, delle dimensioni di una monetina in ambito clinico su campioni di sangue di pazienti affetti da cancro.

Leggi il full text dell’articolo:
Cell separation using tilted-angle standing surface acoustic waves
Xiaoyun Ding, Zhangli Peng, Sz-Chin Steven Lin, Michela Geri, Sixing Li, Peng Li, Yuchao Chen, Ming Dao, Subra Suresh, and Tony Jun Huang
PNAS 2014 ; published ahead of print August 25, 2014, doi:10.1073/pnas.1413325111

Fonte ed approfondimenti: Massachusetts Institute of Technology • Cambridge

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AHA: Linee guida sull’uso delle sigarette elettroniche.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 28, 2014

L’American Heart Association (AHA) ha pubblicato le nuove raccomandazioni sull’uso delle sigarette elettroniche e il loro impatto sugli sforzi nel controllo del tabacco. La guida è stata pubblicata sulla rivista dell’Associazione: “Circulation“.

Sulla base delle evidenze attuali, la posizione dell’associazione è che le e-sigarette che contengono nicotina sono prodotti del tabacco e dovrebbero essere soggetti a tutte le leggi che si applicano a questi prodotti. L’associazione chiede anche forti nuovi regolamenti per impedire l’accesso, la vendita e commercializzazione delle sigarette elettroniche ai giovani.

Scarica e leggi il docuemtno in full text:
Electronic Cigarettes: A Policy Statement From the American Heart Association
American Heart Association Advocacy Coordinating Committee, Council on Cardiovascular and Stroke Nursing, Council on Clinical Cardiology, and Council on Quality of Care and Outcomes Research
Circulation 2014; published online before print August 24 2014, doi:10.1161/CIR.0000000000000107

Fonte ed approfondimenti:
American Heart Association
Top Ten Things To Know about the AHA Policy Statement on Electronic Cigarettes
Video

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BTA: Linee guida sulla gestione del cancro alla tiroide.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 28, 2014

Sono state pubblicate a cura della British Thyroid Association le linee guida sulla gestione del cancro alla tiroide. Questo è un aggiornamento dell’edizione (seconda) pubblicata il 31 August 2007.

Tyroid management guideline

La pubblicazione sulla rivista “Clinical Endocrinology“. I tre principali obiettivi del documento sono:
migliorare il modello di riferimento e gestione dei pazienti  con cancro alla tiroide;
migliorare a lungo termine la sopravvivenza  dei pazienti con carcinoma della tiroide;
migliorare la salute connessa alla qualità della vita dei pazienti.

Scarica e leggi il documento in full text:
British Thyroid Association Guidelines for the Management of Thyroid Cancer
Perros P, Colley S, Boelaert K, Evans C, Evans RM, Gerrard GE, Gilbert JA, Harrison B, Johnson SJ, Giles TE, Moss L, Lewington V, Newbold KL, Taylor J, Thakker RV, Watkinson J, Williams GR
Clinical Endocrinology Vol. 81, Issue Supplement s1

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Scoperto meccanismo molecolare alla base del diabete.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 27, 2014

I ricercatori dell’University of Auckland hanno scoperto un singolo meccanismo molecolare che fa scattare entrambe le forme di diabete. Sia nel tipo 1 che nel tipo 2, minuscoli granuli dell’ormone amilina distruggono le cellule del pancreas che producono insulina e la stessa amilina. La conseguenza di questa morte cellulare è lo sviluppo del diabete, in cui i livelli di zucchero nel sangue aumentano, causando danni agli organi come il cuore, i reni, occhi e nervi.

Faseb Journal cover
I risultati della ricerca consentiranno di formulare nuove classi di farmaci contro il diabete. La pubblicazione del lavoro è stata fatta sulla rivista “Journal of the Federation of American Societies for Experimental Biology” (FASEB J).

L’obiettivo è di trattare i pazienti di entrambe le forme della malattia arrestando la morte delle cellule che producono insulina, e potenzialmente stimolando la produzione di tali cellule“, afferma Garth J. S. Cooper coordinatore della ricerca.

Scoprire il ruolo dell’amilina nella causa del diabete di tipo2, e ora averne la conferma anche per il tipo 1 è molto importante”. Si sospettava che il meccanismo fosse lo stesso, ora è dimostrato” – conclude Cooper.

La differenza dei due tipi di diabete è che nel tipo 1 il deposito di materiale tossico avviene molto più rapidamente e in giovane età.

Leggi abstract dell’articolo:
The pathogenic mechanism of diabetes varies with the degree of overexpression and oligomerization of human amylin in the pancreatic islet β cells
Shaoping Zhang,Hong Liu, Chia Lin Chuang,Xiaoling Li,Maggie Au,Lin Zhang,Anthony R. J. Phillips, David W. Scott, and Garth J. S. Cooper
FASEB J fj.14-251744; published ahead of print August 19, 2014, doi:10.1096/fj.14-251744

Fonte: University of Auckland

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Alzheimer: Identificati potenziali biomarcatori.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 27, 2014

Le varianti di in un nuovo gene, PLXNA4, possono aumentare il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer (AD), secondo una ricerca condotta alla Boston University School of Medicine, Massachusetts e pubblicata sulla rivista “Annals of Neurology“.

alzheimer2

I fattori genetici rappresentano gran parte del rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, con stime di ereditabilità tra il 60% e l’80%; tuttavia gran parte della base genetica della malattia è ancora inspiegabile.
Ora i ricercatori utilizzando i dati del Framingham Heart Study hanno ottenuto una forte evidenza di un’associazione della malattia con diversi polimorfismi a singolo nucleotide in PLXNA4, un gene che non era stato precedentemente preso in considerazione.
È importante sottolineare che questo è uno dei pochi studi singoli che vanno dalla scoperta del meccanismo genetico“, ha detto Lindsay Farrer coordinatore della ricerca. “I nostri risultati indicano che PLXNA4 ha un ruolo nella patogenesi attraverso effetti specifici sulla Proteina Tau, fosforilata in maniera anomala, che si accumula nei cosiddetti “aggregati neurofibrillari” (o ammassi neurofibrillari), PLXNA4 è un marker primario di AD. La maggior parte dei farmaci che sono stati sviluppati o che sono in fase di sviluppo per il trattamento di AD sono destinati a ridurre la forma tossica di beta-amiloide e non sono molto efficaci. Solo pochi hanno preso di mira il percorso di tau.

Leggi abstract dell’articolo
PLXNA4 is associated with Alzheimer disease and modulates tau phosphorylation
Gyungah Jun, Hirohide Asai, Ella Zeldich, Elodie Drapeau, CiDi Chen, Jaeyoon Chung, Jong-Ho Park, Sehwa Kim, Vahram Haroutunian, Tatiana Foroud, Ryozo Kuwano, Jonathan L. Haines, Margaret A. Pericak-Vance, Gerard D. Schellenberg, Kathryn L. Lunetta, Jong-Won Kim, Joseph D. Buxbaum, Richard Mayeux, Tsuneya Ikezu, Carmela R. Abraham and Lindsay A. Farrer
Annals of Neurology Article first published online: 29 JUL 2014 | DOI: 10.1002/ana.24219

Fonte: Boston University School of Medicine

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Ecco perchè le cellule tumorali non invecchiano.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 26, 2014

E’ stato scoperto perchè le cellule neoplastiche non risentono del naturale processo d’invecchiamento cui sono sottoposte le altre cellule; in altre parole continuano a mantenere nel tempo la possibilità di crescere e moltiplicarsi.
La ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista “Nature” è stata condotta dai ricercatori dell’Istituto Oncologico di Ricerca (IOR) del Canton Ticino (Svizzera) coordinati dal prof. Andrea Alimonti.

Nature cover

Dalla ricerca è emerso che un particolare tipo di cellule del sistema immunitario, le cellule mieloidi,  infiltrano il tumore e bloccano la senescenza che viene normalmente indotta dai trattamenti antineoplastici come la chemio e la radioterapia, riducendo l’efficacia delle cure. Insieme alle cellule specifiche opererebbe anche una particolare proteina, chiamata Il-1-Ra, che rappresenta una sorta di protezione per la senescenza tumorale.
La scoperta del team dell’IOR può portare alla creazione di un farmaco che, bloccando il processo anti-invecchiamento delle cellule tumorali, aumenterà l’efficacia della radioterapia.

Leggi abstract dell’articolo:
Tumour-infiltrating Gr-1+ myeloid cells antagonize senescence in cancer
Diletta Di Mitri, Alberto Toso,Jing Jing Chen, Manuela Sarti, Sandra Pinton, Andrea Alimonti + et al.
Nature Published online 24 August 2014 doi:10.1038/nature13638

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SLA: arriva la diagnosi precoce della malattia.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 25, 2014

Un gruppo di ricerca italiano dall’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Istc-Cnr) di Roma ha dimostrato per la prima volta la possibilità di diagnosticare precocemente la Sla con un esame di tomografia ad emissione di positroni (Pet) mediante un tracciante analogo al glucosio (18F-Fdg), utilizzato nella pratica clinica dai centri di medicina nucleare.

Neurology cover

La Fdg-Pet è una metodica diagnostica di medicina molecolare basata sulla somministrazione di un mezzo di contrasto radioattivo che permette di valutare il metabolismo in una certa regione confrontandolo con lo stato di normalità.

“Questa tecnica permette di raggiungere un’accuratezza diagnostica del 95% e rappresenta un passo importante per lo sviluppo nella diagnosi precoce della malattia“, ha spiegato Marco Pagani, primo autore dello studio. “Nella pratica clinica, questa tecnica viene utilizzata per i tumori, nei quali la captazione delle regioni colpite è aumentata e per le malattie neurodegenerative, nelle quali è tipicamente diminuita. Mediante un algoritmo matematico è stato possibile identificare le aree cerebrali che presentano nei pazienti Sla l’alterazione funzionale caratteristica che li differenzia rispetto ai controlli“.
Nello studio sono stati coinvolti 195 pazienti afferenti al Centro Sla di Torino e studiati al Centro Pet Irmet, che sono stati confrontati con 40 soggetti con assenza di patologie del sistema nervoso centrale. “La serie di pazienti osservati è di gran lunga la più numerosa di qualunque altro studio di neuroimmagini effettuato finora nella Sla e questo rafforza l’affidabilità statistica e clinica dello studio“, conclude Pagani.

Leggi abstract dell’articolo:
Functional pattern of brain FDG-PET in amyotrophic lateral sclerosis
Marco Pagani, Adriano Chiò, Maria Consuelo Valentini, Johanna Öberg, Flavio Nobili, Andrea Calvo, Cristina Moglia, Davide Bertuzzo, Silvia Morbelli, Fabrizio De Carli, Piercarlo Fania, and Angelina Cistaro
Neurology published ahead of print August 13, 2014

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Timo: primo successo di rigenerazione degli organi.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 24, 2014

Gli scienziati dell’University of Edimburg hanno creato in laboratorio il primo organo completo e funzionale in un essere vivente: il timo elemento centrale del sistema immunitario. L’organo a forma di T che si trova vicino al cuore, svolge un ruolo chiave nella risposta immunitaria dell’organismo. È qui dove le cellule dei Linfociti T maturano provenienti dal midollo osseo; cellule indispensabili per le nostre difese immunitarie.

Quando invecchiamo il nostro timo si rimpicciolisce e perde la capacità di reagire a nuove malattie, nuovi virus, ma anche infezioni che avevamo già avuto e che il nostro sistema immunitario era stato in grado si sconfiggere“, afferma la prof.ssa Clare Blackburn, coordinatore della ricerca, “peggiora anche molto la nostra risposta alle vaccinazioni“. “Abbiamo capito che ruota tutto intorno ad una proteina chiamata Foxn1 che determina la ricostruzione staminale delle cellule del timo“. “Abbiamo usato l’ingegneria genetica per creare una nuova proteina Foxn1 di cui possiamo aumentare l’attività usando il Tamoxifene (un farmaco antitumorale)”.
Abbiamo introdotto la proteina modificata nel genoma dei topi, creando una nuova stirpe da sottoporre all’esperimento”. “Quindi somministrando ai roditori geneticamente modificati con età di uno e due anni (quasi al termine della loro vita) il Tamoxifene, questi hanno ricominciato a produrre alti livelli di Foxn1 permettendo la ricostruzione del timo, riportandolo alle dimensioni ottimali. Con una sorta di nuovo organo, i topi hanno ricominciato a produrre gli importantissimi linfociti T(video). Un risultato straordinario.

La rigenerazione artificiale di un vecchio organo all’interno di un essere vivente, attraverso ingegneria genetica, ha sicuramente fatto un grande passo in avanti.

Leggi abstract dell’articolo:
An organized and functional thymus generated from FOXN1-reprogrammed fibroblasts
Bredenkamp Nicholas, Ulyanchenko Svetlana, O’Neill Kathy Emma, Manley Nancy Ruth, Vaidya Harsh Jayesh, Blackburn Catherine Clare.
Nature Cell Biology Published online 24 August 2014 doi:10.1038/ncb3023

Fonte ed approfondimenti: University of Edimburg

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Linee guida inglesi sulla celiachia.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 23, 2014

Sono state aggiornate a cura della British Society of Gastroenterology le linee guida sulla diagnosi e gestione della celiachia negli adulti. Il precedente documento risaliva al 2010.

BSG

Per la stesura di questo documento è stata analizzata la letteratura scientifica sull’argomento pubblicata su PubMed dal 1900 al 2012.

Ricordiamo che la Società Europea di Gastroenterologia Pediatrica, Epatologia e Nutrizione (ESPGHAN) aveva aggiornate le linee guida per la pediatria nel 2012.

Scarica e leggi il documento in full text:
Diagnosis and management of adult coeliac disease
Authors of the BSG Coeliac Disease Guidelines Development Group
Gut 2014;63:1210-1228, doi:10.1136/gutjnl-2013-306578

European Society for Pediatric Gastroenterology, Hepatology, and Nutrition guidelines
Husby S, Koletzko S, Korponay-Szabo IR, et al.
J Pediatr Gastroenterol Nutr 2012;54:136–60.

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I bambini autistici hanno troppe sinapsi nel cervello.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 22, 2014

In nuovo studio condotto dai ricercatori della Columbia University Medical Center di New York, è stato trovato che i bambini e gli adolescenti con autismo hanno troppe sinapsi nel cervello, che possono influenzare la loro funzione cerebrale. Inoltre, il team ritiene che potrebbe essere possibile ridurre la formazione di sinapsi in eccesso con un farmaco, aprendo la strada ad una nuova strategia di trattamento dell’autismo (video).

Poichè le sinapsi sono i punti in cui i neuroni si connettono e comunicano tra loro, un numero eccessivo puo’ avere effetti profondi sulle funzioni cerebrali. La rimozione di sinapsi inappropriate è molto importante. Lo studio è stato pubblicato online sulla rivista “Neuron“.

I ricercatori hanno trovato che il difetto di potatura è dovuto ad una proteina chiamata mTOR. Quando mTOR è iperattiva, le cellule del cervello perdono gran parte della loro capacità di “auto-eliminarsi”. E’ stato anche trovato che un farmaco, la rapamicina, ripristina la normale potatura delle sinapsi e migliora i comportamenti dei topi autistico-simili.

Il farmaco però ha enormi effetti collaterali e non puo’ essere usato nell’uomo. I risultati dello studio sono comunque molto importanti, e potrebbero portare a una nuova strategia terapeutica tanto necessaria per l’autismo.”Il fatto che siamo in grado di vedere i cambiamenti nel comportamento suggerisce che l’autismo può essere curabile dopo che viene diagnosticato; bisogna che riusciamo a trovare un farmaco migliore” afferma il dott. Sulzer coordinatore del team.

Leggi il full text dell’articolo:
Loss of mTOR-Dependent Macroautophagy Causes Autistic-like Synaptic Pruning Deficits
Guomei Tang, Kathryn Gudsnuk, Sheng-Han Kuo, Marisa L. Cotrina, Gorazd Rosoklija, Alexander Sosunov, Mark S. Sonders, Ellen Kanter, Candace Castagna, Ai Yamamoto, Zhenyu Yue, Ottavio Arancio, Bradley S. Peterson, Frances Champagne, Andrew J. Dwork, James Goldman, David Sulzer
Neuron DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.neuron.2014.07.040

Fonte ed approfondimenti:  Columbia University Medical Center

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Allattare riduce il rischio di depressione post-parto.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 22, 2014

Uno studio condotto dai ricercatori dell’University of Cambridge, condotto su circa 14.000 madri ha evidenziato che coloro che allattano al seno il proprio piccolo hanno una riduzione (oltre il 50%) del rischio di depressione post-parto.
Al contrario, però, nelle donne che vogliono nutrire autonomamente i propri figli ma che non ci riescono per complicazioni fisiche, la probabilità di soffrire di depressione raddoppia, secondo lo studio.

breastfeeding

L’allattamento al seno ha benefici ben definiti per i bambini, in termini di salute fisica e sviluppo cognitivo; il nostro studio dimostra che c’è un effetto ‘protettivo’ per le madri. Ed è un beneficio che aumenta per ogni mese di attività, fino a un anno di durata complessiva”. Perché, in questo caso, durante la produzione di latte materno, vengono stimolati nelle donne gli ‘ormoni del buon umore’ e lo stress si riduce” – afferma la dott.ssa Maria Iacovou.

La pubblicazione sulla rivista “Maternal and Child Health“.

Leggi il full text dell’articolo:
New Evidence on Breastfeeding and Postpartum Depression: The Importance of Understanding Women’s Intentions
Cristina Borra, Maria Iacovou, Almudena Sevilla
Maternal and Child Health Journal – 21 August 2014

Fonte ed approfondimenti: University of Cambridge

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ASGE: Linee guida di endoscopia.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 21, 2014

Sono state pubblicate dall’American Society of Gastroenterology and Endoscopy (ASGE) gli aggiornamenti di alcune linee guida di Endoscopia digestiva.

ASGE logo

The role of endoscopy in the management of variceal hemorrhage
Gastrointest Endosc 2014:80:221-227

Routine laboratory testing before endoscopic procedures
Gastrointest Endosc 2014:80:28-33

The role of endoscopy in the patient with lower GI bleeding
Gastrointest Endosc 2014:79:875-885

Modifications in endoscopic practice for pediatric patients
Gastrointest Endosc 2014:79:699-710

Guidelines for safety in the gastrointestinal endoscopy unit
Gastrointest Endosc 2014:79:363-372

The Role of Endoscopy in the evaluation and management of dysphagia
Gastrointest Endosc 2014:79:191-201

Fonte: ASGE

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Il Botox potrebbe fermare il tumore allo stomaco.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 21, 2014

I ricercatori della Columbia University Medical Centre di New York e della Norwegian University of Science and Technology in uno studio pubblicato sulla rivista  Science Translational Medicine, hanno dimostrato l’efficacia di iniezioni di botox nei topi affetti da cancro allo stomaco.

Stomach Cell
Stomach cells (red) with nerve cells (green) growing in a lab culture dish. (Image credit: Lab of Timothy C. Wang, MD)

Il botox ricordiamo è un prodotto utilizzato per il trattamento antirughe. “Abbiamo scoperto – ha detto Timothy Wang, scienziato della Columbia University Medical Centre – che bloccando i segnali nervosi e’ possibile rendere le cellule tumorali più vulnerabili. In questo modo si elimina uno dei fattori chiave che ne regolano crescita“. Il botox, infatti, impedisce alle cellule nervose di rilasciare un neurotrasmettitore – un segnale chimico – chiamato acetilcolina. Nei trattamenti cosmetici, bloccando l’acetilcolina è possibile ridurre le rughe paralizzando temporaneamente i muscoli del viso. Il neurotrasmettitore è noto anche per stimolare la divisione cellulare e questo è il collegamento scoperto con il cancro.

Il botox puo’ essere iniettato tramite gastroscopia e richiede al paziente di rimanere in ospedale solo per un paio d’ore.

Leggi abstract:
Denervation suppresses gastric tumorigenesis
Chun-Mei Zhao, Yoku Hayakawa, Yosuke Kodama, Sureshkumar Muthupalani, Christoph B. Westphalen, Gøran T. Andersen, Arnar Flatberg, Helene Johannessen, Richard A. Friedman, Bernhard W. Renz, Arne K. Sandvik, Vidar Beisvag, Hiroyuki Tomita, Akira Hara, Michael Quante, Zhishan Li, Michael D. Gershon, Kazuhiro Kaneko, James G. Fox, Timothy C. Wang, and Duan Chen
Sci Transl Med 20 August 2014 6:250ra115. [DOI:10.1126/scitranslmed.3009569]

Fonte ed approfondimenti: Columbia University Medical Centre

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Passo importante nella riparazione del DNA.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 20, 2014

I ricercatori dell’ University of Washington School of Molecular Bioscienceshanno identificato una proteina cruciale per la riparazione del Dna: si chiama H2B e il suo compito è quello di allentare i filamenti del Dna come una cintura troppo stretta dopo una grande abbuffata, in modo da favorire l’intervento degli enzimi riparatori.

Peng Mao
This is Peng Mao in his lab in the WSU School of Molecular Biosciences. Credit: Rebecca E. Phillips

Quando i raggi UV o altre sostanze pericolose danneggiano il Dna, i suoi filamenti tendono ad aggrovigliarsi intorno ad alcune proteine formando una matassa impenetrabile.
La matassa blocca lo scorrimento della ‘Rna polimerasi’, la macchina molecolare che legge la sequenza di Dna per trascriverla in un filamento di Rna necessario per produrre la proteina corrispondente. Per aiutare i ‘soccorsi’ a rimuovere l’ostacolo e riparare il guasto del Dna, entra subito in azione la proteina H2B, che provvede a ‘slacciare’ dal Dna una piccola proteina chiamata ubiquitina: in questo modo i filamenti del Dna si allentano e si separano, permettendo l’entrata in azione degli enzimi riparatori.

La scoperta potrebbe condurre a nuove terapie geniche mirate per alcune malattie ereditarie scatenate da difetti del sistema di riparazione del Dna.

Leggi il full text dell’articolo:
UV damage-induced RNA polymerase II stalling stimulates H2B deubiquitylation.
Peng Mao, Rithy Meas, Kathleen M. Dorgan, and Michael J. Smerdon.
PNAS, August 18 2014 DOI: 10.1073/pnas.1403901111

Fonte: University of Washington School of Molecular Biosciences  –  ANSA.it – ScienceDaily.com

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Tumore al cervello: nuova terapia.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 20, 2014

I ricercatori del Vall d’Hebron Intitute of Oncology (VHIO) – Barcellona, hanno presentato i risultati preclinici sull’inibizione Myc come strategia terapeutica nel glioma – un tipo di tumore del cervello molto aggressivo che è controcorrente per quanto riguarda le attuali strategie terapeutiche.

Ricordiamo che la proteina Myc svolge un ruolo importante nella regolazione della trascrizione dei geni,  controlla l’espressione fino al 15% dei geni umani. L’inibizione di Myc porta a “difetti” nelle cellule tumorali e si traducono spesso nella loro morte inducendo aberrazioni mitotiche, quindi si arresta la normale divisione cellulare. Il transgene Omomyc, che ha una struttura molto simile a Myc è il composto che permette di bloccare la trascrizione dei geni controllati da questa proteina.

Myc

Lo studio condotto da Laura Soucek, pubblicato sulla rivista “Nature Communications“, rappresenta non solo un importante passo avanti per fornire ai pazienti con glioma cerebrale nuove strade terapeutiche, ma rivela anche nuove intuizioni sulla biologia di Myc.
Se agiamo in modo che Myc non funzioni normalmente, le cellule tumorali non possono dividersi in modo efficiente” – afferma la dott.ssa Soucek.

I risultati estremamente positivi di Omomyc si sono avuti sia sui topi che sulle linee di cellule di glioblastoma umano. È importante sottolineare che non vi era alcuna evidenza di resistenza alla terapia – una delle più grandi sfide nel trattamento del cancro.

Leggi il full text dell’articolo:
Myc inhibition is effective against glioma and reveals a role for ​Myc in proficient mitosis
Daniela Annibali,Jonathan R. Whitfield, Emilia Favuzzi, Toni Jauset,Erika Serrano,Isabel Cuarta, Gerard I. Evan & Laura Soucek + al.
Nature Communications 5, Article number: 4632 Published 18 August 2014 doi:10.1038/ncomms5632

Fonte ed approfondimenti: Vall d’Hebron Institute of Oncology  –   vhebron.net

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Creato un gel contro i super batteri.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 19, 2014

Gli scienziati della Queen University di Belfast hanno fatto un passo avanti nella lotta contro i superbatteri ospedalieri più resistenti. Hanno sviluppato il primo gel antibatterico innovativo che agisce per uccidere Pseudomonas aeruginosa, stafilococchi e E.coli utilizzando proteine ​​naturali.

Biomacromolecules cover

“Il gel che abbiamo creato è unico, uccide le forme più resistenti di superbatteri ospedalieri. Esso è composto da i mattoni delle proteine ​​naturali, chiamati peptidi. Gli stessi ingredienti che formano il tessuto umano. Queste molecole sono leggermente modificati in laboratorio (coniugati con naftalene) per consentire loro di formare gel che rapidamente uccide i batteri ” – afferma il dottor Garry Laverty, dalla Facoltà di Farmacia presso Queen University.

Il nuovo composto sarà presentato alla conferenza “The Science of Medicine” presso l’Università di Hertfordshire l’8 settembre 2014.

Leggi abstract dell’articolo:
Ultrashort Cationic Naphthalene-Derived Self-Assembled Peptides as Antimicrobial Nanomaterials
Garry Laverty, Alice P. McCloskey, Brendan F. Gilmore, David S. Jones, Jie Zhou, and Bing Xu
Biomacromolecules Article ASAP DOI: 10.1021/bm500981y

Fonte ed approfondimenti:  Queen’s University Belfast

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Alterazioni del DNA nella malattia di Alzheimer.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 19, 2014

Un nuovo studio condotto dai ricercatori del Brigham and Women Hospital (BWH) e Rush University Medical Center, rivela come i cambiamenti come la metilazione del DNA nel cervello sono coinvolti nella malattia di Alzheimer. La metilazione del DNA è una alterazione biochimica dei mattoni del DNA ed è uno dei marcatori che indicano se il DNA è aperto e biologicamente attivo in una determinata regione del genoma umano. Agisce come un interruttore che disattiva l’attività di un gene.

La metilazione del DNA, l’aggiunta di un gruppo metilico al DNA, è stata precedentemente legata anche alla crescita di diversi tumori.

Nature-neuroscience-cover

Questo è il primo studio su larga scala che guarda all’interno del cromosoma e ne mette in relazione le modifiche con il cervello e la malattia di Alzheimer. Il team ha analizzato campioni provenienti da 708 cervelli donati. I ricercatori hanno scoperto che 71 dei 415.848 marcatori CpG (blocchi di DNA costituiti da una citosina e guanina, nucleotidi che si trovano una accanto all’altro) erano correlati con la malattia di Alzheimer. I 71 marcatori erano situati nei geni ANK1, RHBDF2, ABCA7 e BIN1.

“I cambiamenti di metilazione del DNA possono giocare un ruolo nell’insorgenza della malattia di Alzheimer“, dice il dottor De Jager uno degli autori. “Inoltre il nostro lavoro ha contribuito a identificare le regioni del genoma umano che sono alterate nel corso della vita e che sono associate con la malattia di Alzheimer“.

Leggi abstracts degli articoli:
Alzheimer’s disease: early alterations in brain DNA methylation at ANK1, BIN1, RHBDF2 and other loci
Philip L De Jager, Gyan Srivastava, Jonathan Mill, David A Bennett + al.
Nature Neuroscience, 2014; DOI: 10.1038/nn.3786

Fonte ed approfondimenti: ScienceDaily.com

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Colonscopia negli anziani: a rischio (o inutile).

Posted by Giorgio Bertin su agosto 18, 2014

Una ricerca americana condotta dal dottor Hang Tran del Los Angeles Medical Center ha studiato le probabilità legate al rischio di danni causati dalla colonscopia negli anziani dopo i 75 anni di età. La pubblicazione sulla rivista “Jama Internal Medicine“.

Nello studio sono stati inseriti 5000 persone sopra i 75 anni con storia di polipi o tumore al colon che nel periodo compreso fra il 2001 ed il 2009 erano stati sottoposti a colonscopia. Dai risultati i ricercatori consigliano di “non insistere” con i controlli periodici dopo i 75 anni alla ricerca di polipi o recidive di tumore, ma di valutare le singole situazioni.

Jama-Int-Med-cover

L’articolo è stato commentato in un post dal dott. Felice Cosentino (specialista di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva – Presidente della Società Italiana di Endoscopia Digestiva (SIED) 2006-2008) sul sito di “Medicitalia.it“. Dopo i 75 anni il rischio di formare polipi o di una recidiva tumorale (per chi è stato precedentemente operato di cancro del colon) rallenta sensibilmente, ma la colonscopia viene spesso indicata in tali soggetti non tenendo conto che negli anziani tale indagine diventa un esame potenzialmente a rischio (per la preparazione intestinale, per la sedazione, per le eventuali malattie associate, per l’invasività dell’esame strumentale, ecc.) e che i rischi possono essere superiori ai benefici.

Leggi abstract dell’articolo:
Surveillance Colonoscopy in Elderly Patients: A Retrospective Cohort Study.
Tran A, Man Ngor E, Wu BU.
JAMA Intern Med. Published online August 11, 2014. doi:10.1001/jamainternmed.2014.3746.

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Ictus: promettente la terapia con staminali.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 18, 2014

Una terapia dell’ictus utilizzando le cellule staminali estratte dal midollo osseo dei pazienti ha mostrato risultati promettenti nel primo trial di questo tipo negli esseri umani.

stroke cell stem therapy
MRI scans showing brain damage in the stroke patients before treatment. Source: Stem Cells Translational
Medicine.

Cinque pazienti hanno ricevuto il trattamento in uno studio pilota condotto da medici presso l’Imperial College Healthcare NHS Trust di Londra. La terapia è risultata sicura, e tutti i pazienti hanno mostrato miglioramenti nelle misure cliniche di disabilità.
Precedenti ricerche avevano dimostrato che il trattamento con queste staminali era in grado di migliorare in modo significativo il recupero da ictus negli animali.

Un campione di midollo osseo è stato prelevato da ogni paziente. Le cellule staminali denominate CD34 sono state isolate dal campione e poi infuse in un’arteria che alimenta il cervello. Tutti i pazienti hanno mostrato miglioramenti nella loro condizione su un periodo di follow-up di sei mesi.

Questa è la prima volta che vengono isolate le cellule staminali del midollo osseo umano e iniettate direttamente nella zona del cervello danneggiata. Stiamo esaminando nuove tecniche di scansione cerebrale per monitorare gli effetti delle cellule una volta iniettate”.  – afferma il dottor Soma Banerjee, uno degli autori.
Questo studio ha dimostrato che il trattamento sembra essere sicuro e fattibile per curare i pazienti colpiti da ictus, prima inizia il trattamento e più probabilità si ha di trarne beneficio. I miglioramenti che abbiamo visto in questi pazienti sono molto incoraggianti, ma è troppo presto per trarre conclusioni. Abbiamo bisogno di avere più test per capire la dose migliore e i tempi migliori per iniziare il trattamento” – afferma Dr Paul Bentley coordinatore dello studio.

Leggi abstract dell’articolo:
Intra-Arterial Immunoselected CD34+ Stem Cells for Acute Ischemic Stroke
Soma Banerjee, Paul Bentley, Mohammad Hamady, Stephen Marley, John Davis, Abdul Shlebak, Joanna Nicholls, Deborah A. Williamson, Steen L. Jensen, Myrtle Gordon, Nagy Habib, Jeremy Chataway
Stem Cells Trans Med first published on August 8, 2014; doi:10.5966/sctm.2013-0178

Fonte: Imperial College Healthcare NHS Trust

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Nuovi modi per trattare i tumori solidi.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 17, 2014

Un team internazionale di scienziati coordinati dalla Monash University e Ludwig Cancer Research, in Australia, ha dimostrato che un anticorpo contro la proteina EphA3, che si trova nel micro-ambiente dei tumori solidi, ha effetti anti-tumorali.

EphA3
ChIIIA4 disrupts integrity and function of tumor vessels. Credit image University of Monash

Abbiamo dimostrato che EphA3 è espressa dalle cellule staminali stromali, che sono prodotte dal midollo osseo, le cellule che formano, supportano e creano vasi sanguigni nei tumori“, ha detto il dottor Mary Vail primo autore della ricerca.

Abbiamo osservato che il trattamento con un anticorpo contro EphA3 (chIIIA4) ha rallentato in modo significativo la crescita del tumore. L’anticorpo ha danneggiato i vasi sanguigni del tumore e interrotto lo stromale nel micro-ambiente, e le cellule tumorali sono morte perché i loro ‘supporti di vita’ sono stati compromessi“. “Il microambiente tumorale è importante, e anticorpi monoclonali contro EphA3 sono un modo per colpire e uccidere una varietà di tumori solidi e tumori del sangue“. – conclude la ricercatrice.

Attualmente, KaloBios Pharmaceuticals sta testando l’anticorpo anti-EphA3:  KB004 in trial clinico di fase I/II presso centri a Melbourne e negli Stati Uniti in pazienti con EphA3 che esprimono tumori maligni del sangue: AML, MDS e mielofibrosi. KB004 se confermato è un approccio terapeutico molto promettente.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Targeting EphA3 Inhibits Cancer Growth by Disrupting the Tumor Stromal Microenvironment
Mary E. Vail, Carmel Murone, April Tan, Linda Hii, Degu Abebe, Peter W. Janes, Fook-Thean Lee, Mark Baer, Varghese Palath, Christopher Bebbington, Geoffrey Yarranton, Carmen Llerena, Slavisa Garic, David Abramson, Glenn Cartwright, Andrew M. Scott, and Martin Lackmann
Cancer Res August 15, 2014 74:4470-4481; doi:10.1158/0008-5472.CAN-14-0218

Fonte ed approfondimenti:  Monash University – Ludwig Cancer Research

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Bimbi obesi: rischio cardiopatie e diabete prescolare.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 16, 2014

I bimbi piccoli (da 2 a 6 anni) a causa di sovrappeso e obesità presentano anomalie nel metabolismo che portano ad un aumento del rischio di cardiopatie e diabete in età prescolare e da grandi, secondo uno studio condotto dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

hand-obesity Credit image: Jama Pediatrics

Lo studio ha coinvolto più di 5.700 bambini tra i 2 e i 6 anni di età, tutti visitati da pediatri della FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) tra il 2011 e il 2012. Di questi bambini, circa 600 (il 10%) ha sviluppato sovrappeso o obesità nell’ultimo anno e – su 219 bambini – i ricercatori hanno potuto effettuare dettagliate analisi del sangue.
Risultati: Dei 219 bimbi presi in esame, quasi il 40 per cento ha avuto almeno una lettura anomala nel loro metabolismo come la pressione alta, colesterolo alto, glicemia elevata o bassi livelli di colesterolo ‘buono’. Tutti dati che, in studi sugli adulti, sono stati collegati a un aumento del rischio di malattie cardiache e diabete.

I risultati evidenziano che il rischio di alterazioni metaboliche legate all’obesità comincia a manifestarsi presto nella storia naturale dell’aumento di peso” spiega la dottoressa Melania Manco, ricercatrice dell’Ospedale Bambino Gesù. “I nostri risultati suggeriscono per questi bimbi la necessità di uno screening per anomalie cardiometaboliche fin dalla tenera età“.
La pubblicazione è stata fatta sulla rivista scientifica “JAMA Pediatrics“.

Leggi abstract dell’articolo:
Origin of Cardiovascular Risk in Overweight Preschool Children: A Cohort Study of Cardiometabolic Risk Factors at the Onset of Obesity.
Shashaj B, Bedogni G, Graziani, Patrizio Veronelli, Benedetta Contoli, Melania Manco, et al.
JAMA Pediatr. Published online August 11, 2014. doi:10.1001/jamapediatrics.2014.900.

Fonte ed approfondimenti: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù

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La vitamina D influisce sulla fertilità.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 16, 2014

Abbiamo pubblicato ieri i risultati di uno studio inglese che suggerisce un legame tra demenza e deficit di vitamina D, ora una ricerca condotta dai ricercatori dell’Ospedale Maggiore Policlinico e l’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, Italia, pubblicata sulla rivista “Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism” (JCEM), ha trovato che nelle donne la carenza di vitamina D compromette la fertilità.

Lo studio ha coinvolto 154 donne che erano carenti di vitamina D (meno di 20 ng/ml di ormone nel sangue) e 181 donne che avevano livelli sufficienti di vitamina D (più di 20 ng/ml).
Ricordiamo che livelli di vitamina D nel sangue di 30 ng / ml sono raccomandati per una buona salute generale. Dai risultati è emerso che le donne con livelli sufficienti di vitamina D avevano il doppio delle probabilità di concepire, rispetto alle donne che presentavano livelli insufficienti di vitamina D.

I ricercatori pensano che la vitamina D possa aumentare la produzione di ovuli di buona qualità nelle ovaie e migliorare le possibilità di impiantare embrioni con successo nell’utero.

syringe-entering-ovum  vitaminaD

Il nostro lavoro è il più grande studio fino ad oggi per esaminare come la vitamina D colpisce la fertilità nelle donne che si sottopongono a fecondazione in vitro. I nostri risultati suggeriscono certamente che bassi livelli di vitamina D contribuiscono alla sterilità . Poiché la supplementazione di vitamina D è un intervento poco costoso e semplice, con pochi effetti collaterali rilevanti, ha il potenziale di influenzare notevolmente il modo in cui è trattata l’infertilità. ” – afferma il dott. Alessio Paffoni dell’Ospedale Maggiore Policlinico.

Leggi il full text dell’articolo:
Vitamin D Deficiency and Infertility: Insights From in vitro Fertilization Cycles
Alessio Paffoni, Stefania Ferrari, Paola Vigano, Luca Pagliardini, Enrico Papaleo, Massimo Candiani, Amedea Tirelli, Luigi Fedele and Edgardo Somigliana
JCEM Early Release, jc.2014-1802 August 14, 2014 http://dx.doi.org/10.1210/jc.2014-1802

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Linee guida canadesi di psichiatria.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 15, 2014

Sono state pubblicate dal Canadian Anxiety Guidelines Initiative Group in collaborazione con la McGill University le linee guida sulla gestione dell’ansia, dello stress post-traumatico e dei disordini ossessivo-compulsivi.

BMC-psychiatry-logo

L’ansia e i disturbi correlati sono molto comuni nella pratica clinica, e spesso coesistenti con un
altre condizioni psichiatriche e mediche. La gestione ottimale richiede una buona comprensione dell’efficacia e degli effetti collaterali dei trattamenti farmacologici e psicologici.

Scarica e leggi il documento in full text:
Canadian clinical practice guidelines for the management of anxiety, posttraumatic stress and obsessive-compulsive disorders
Martin A Katzman, Pierre Bleau, Pierre Blier, Pratap Chokka, Kevin Kjernisted, Michael Van Ameringen, the Canadian Anxiety Guidelines Initiative Group on behalf of the Anxiety Disorders Association of Canada/Association Canadienne des troubles anxieux and McGill University
BMC Psychiatry 2014, 14(Suppl 1):S1

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Antibiotico in età precoce legato a obesità e anomalie metaboliche.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 15, 2014

Un nuovo studio condotto dai ricercatori del NYU Langone Medical Center di New York, coordinato dalla dott.ssa Laura M. Cox, suggerisce che l’esposizione agli antibiotici durante i primi anni di vita può portare a cambiamenti permanenti nell’intestino, aumentando il rischio di obesità durante il corso della vita e anomalie metaboliche. La pubblicazione sulla rivista “Cell“.

Cell obesity antibiotic Credit image: Cell Journal 

I ricercatori hanno trovato che i topi esposti agli antibiotici nei primi anni di vita e anche nel grembo della madre, avevano alterati i batteri intestinali, questo ha portato ad una riprogrammazione del ​​loro metabolismo e li ha resi più inclini ad aumentare di peso nel corso della vita.
Oltre a questo aumento di peso, questi topi avevano anche alti livelli di insulina a digiuno e alterazioni geniche legate alla rigenerazione epatica. Questi effetti, dicono i ricercatori, si trovano normalmente nei pazienti obesi con disturbi metabolici.

L’antibiotico utilizzato, la penicillina ha abolito quattro batteri giudicati importanti per la colonizzazione microbica nei primi anni di vita: Lactobacillus , Allobaculum , Candidatus Arthromitus e un membro della Rikenellaceae famiglia che è attualmente senza nome.
“Lo studio è molto importante perchè potremmo essere in grado di restituire questi organismi mancanti dopo trattamenti con antibiotici.”  afferma la dott.ssa Laura Cox.

Leggi il full text dell’articolo:
Altering the Intestinal Microbiota during a Critical Developmental Window Has Lasting Metabolic Consequences
Cox, Laura M. et al.
Cell Volume 158, Issue 4, p705–721, 14 August 2014, DOI:http://dx.doi.org/10.1016/j.cell.2014.05.052

Approfondimenti:
Childhood overweight after establishment of the gut microbiota: the role of delivery mode, pre-pregnancy weight and early administration of antibiotics.
Int J Obes (Lond). 2011; 35: 522–529

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Confermato il legame tra vitamina D e rischio demenza.

Posted by Giorgio Bertin su agosto 15, 2014

Nel più grande studio del suo genere, i ricercatori dell’ University of Exeter Medical School nel Regno Unito, suggeriscono che nelle persone più anziane, non ottenere abbastanza vitamina D può raddoppiare il rischio di sviluppare demenza e malattia di Alzheimer. Lo studio è stato pubblicato nell’edizione online della rivista Neurology.

Neurology cover

Per lo studio, a 1.658 persone di età più di 65 anni che erano privi di demenza sono stati testati i livelli ematici di vitamina D. Dopo una media di 6 anni, 171 partecipanti hanno sviluppato la demenza e 102 aveva il morbo di Alzheimer. Dai risultati è emerso che le persone con bassi livelli di vitamina D avevano il 53% di aumento del rischio di sviluppare demenza e coloro che erano gravemente carenti avevano un aumento del rischio del 125% rispetto ai partecipanti con livelli normali di vitamina D.

Ci aspettavamo di trovare un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e il rischio di demenza e malattia di Alzheimer, ma i risultati sono stati sorprendenti – in realtà abbiamo scoperto che l’associazione era due volte più forte di come anticipato,” ha detto David J. Llewellyn, PhD , Università di Exeter Medical School, Exeter, Regno Unito.
La vitamina D si trova negli alimenti come pesci grassi come il salmone, il tonno o lo sgombro, latte, uova e formaggio, oltre che integratori ed esposizione al sole.

Leggi il full text dell’articolo:
Vitamin D and the risk of dementia and Alzheimer disease
Thomas J. Littlejohns, William E. Henley, Iain A. Lang, Cedric Annweiler, Olivier Beauchet, Paulo H.M. Chaves, Linda Fried, Bryan R. Kestenbaum, Lewis H. Kuller, Kenneth M. Langa, Oscar L. Lopez, Katarina Kos, Maya Soni, and David J. Llewellyn
Neurology published ahead of print August 6, 2014, doi:10.1212/WNL.0000000000000755;

Fonte ed approfondimenti:  University of Exeter Medical School

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