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Archive for 20 maggio 2019

Scoperta proteina che contribuisce all’invecchiamento del cervello.

Posted by giorgiobertin su maggio 20, 2019

I ricercatori del Department of Neurology and Neurological Sciences, Stanford University School of Medicine hanno scoperto una molecola che si trova nei vasi sanguigni e interagisce con il sistema immunitario che contribuisce all’invecchiamento del cervello. Lo studio pubblicato sulla rivista “Nature Medicine“, ha dimostrato che bloccando questa molecola è possibile ridurre e recuperare i deficit mentali legati all’età.

Tony Wyss-Coray
New research from Tony Wyss-Coray and his collaborators shows that older mice performed better on memory tests when a protein found on the walls of blood vessels in the brain was blocked.

Ci siamo concentrati sulle proteine che cambiano con l’età e che hanno qualcosa a che fare con la vascolarizzazione.” dice il prof. Wyss-Coray.
Fra queste è emersa una proteina che diventa più abbondante con l’età, Vascular Cell Adhesion Molecule 1 (VCAM1), che – come hanno dimostrato i ricercatori – sembra avere un ruolo chiave negli effetti del sangue invecchiato sul cervello. Misure biologiche e cognitive hanno indicato che il blocco di VCAM1 non solo impedisce al plasma vecchio di danneggiare il cervello dei topi giovani, ma può anche invertire i deficit nei topi anziani. In pratica bloccare VCAM1 nel cervello ha finito per rendere i topi più intelligenti.

Il team ha usato due tecniche per bloccare VCAM1: una cancella geneticamente la proteina dal cervello dei topi, l’altra prevede di iniettare un anticorpo che si lega a essa per impedire che si leghi a qualsiasi altra cosa. Entrambi i metodi hanno bloccato i segni di invecchiamento cerebrale nei topi giovani infusi con plasma vecchio e hanno invertito i livelli di marcatori nel cervello dei topi anziani.

VCAM1 (Vascular Cell Adhesion Molecule-1) è una proteina che sporge dalle cellule endoteliali che rivestono le pareti dei vasi sanguigni e che si aggancia alle cellule immunitarie circolanti (globuli bianchi, o leucociti): risponde alle lesioni o alle infezioni aumentandone il numero e innescando le reazioni immunitarie.

Lo studio ha importanti implicazioni sul declino cognitivo legato all’età e sulle malattie cerebrali.

Scarica e leggi l’articolo in full text:
Aged blood impairs hippocampal neural precursor activity and activates microglia via brain endothelial cell VCAM1
Hanadie Yousef, Cathrin J. Czupalla, Davis Lee, Michelle B. Chen, Ashley N. Burke, Kristy A. Zera, Judith Zandstra, Elisabeth Berber, Benoit Lehallier, Vidhu Mathur, Ramesh V. Nair, Liana N. Bonanno, Andrew C. Yang, Todd Peterson, Husein Hadeiba, Taylor Merkel, Jakob Körbelin, Markus Schwaninger, Marion S. Buckwalter, Stephen R. Quake, Eugene C. Butcher & Tony Wyss-Coray
Nature Medicine Published: 13 May 2019

Fonti: Department of Neurology and Neurological Sciences, Stanford University School of MedicineLe Scienze

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Scoperte le mutazioni genetiche che sviluppano il lupus.

Posted by giorgiobertin su maggio 20, 2019

I ricercatori della Australian National University (ANU) hanno dimostrato che le mutazioni genetiche rare precedentemente ignorate sono una delle principali cause del lupus eritematoso sistemico (SLE). La scoperta è destinata a cambiare la nostra comprensione delle cause della malattia e potenzialmente salvare vite umane.

lupus

Il lupus è una malattia autoimmune che non ha cura. Mira al tessuto sano del corpo, causando infiammazione, danni e dolore. Fino ad ora, la causa esatta della malattia non è stata trovata. “Abbiamo dimostrato per la prima volta in che modo rare varianti genetiche che si verificano in meno dell’uno per cento della popolazione causino il lupus e come queste varianti guidino la malattia nel corpo“, ha detto il dott. Jiang.

Quando le cellule non funzionano più, il sistema immunitario fatica a distinguere virus e batteri, portando al lupus. La scoperta lascia spazio a trattamenti personalizzati salvavita per il lupus e altre malattie autoimmuni“. – affermano i ricercatori.

Scarica e leggi il documento in full text:
Functional rare and low frequency variants in BLK and BANK1 contribute to human lupus
Simon H. Jiang, Vicki Athanasopoulos[…]Carola G. Vinuesa
Nature Communications 10 , 1–12

Fonte: Australian National University (ANU)

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WHO: linee guida sulla prevenzione delle demenze.

Posted by giorgiobertin su maggio 20, 2019

La demenza è una malattia caratterizzata da un deterioramento delle funzioni cognitive oltre a quello che ci si potrebbe aspettare dal normale invecchiamento. Colpisce la memoria, il pensiero, l’orientamento, la comprensione, il calcolo, la capacità di apprendimento, la lingua e il giudizio. La demenza deriva da una varietà di malattie e lesioni che colpiscono il cervello, come la malattia di Alzheimer o l’ictus.
La demenza è un problema di salute pubblica in rapida crescita che colpisce circa 50 milioni di persone a livello globale.

Milioni di persone in tutto il mondo hanno una forma di demenza, gli scienziati non sono ancora sicuri di quale sia la causa di questa condizione. Le nuove linee guida sulla prevenzione pubblicate dall’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) valutano 12 fattori di rischio e offrono consigli su come affrontarli.

I possibili fattori sono: bassi livelli di attività fisica, fumo, dieta povera, abuso di alcool, riserva cognitiva insufficiente o compromessa (capacità del cervello di compensare problemi neurologici), mancanza di attività sociale, aumento di peso, ipertensione, diabete, dislipidemia (livelli di colesterolo malsano), depressione e perdita dell’udito.

WHOguidelines_2019

L’esistenza di fattori di rischio potenzialmente modificabili significa che la prevenzione della demenza è possibile attraverso un approccio di sanità pubblica, compresa l’attuazione di interventi chiave che ritardano o rallentano il declino cognitivo o la demenza”, afferma il documento ufficiale.

Gli autori hanno rivolto le raccomandazioni agli operatori sanitari di tutto il mondo, ma sperano che le linee guida presentino una fonte affidabile di informazioni anche per le organizzazioni governative, aiutandole a redigere migliori politiche di prevenzione e cura.

Scarica e leggi il documento in full text:
Risk reduction of cognitive decline and dementia
WHO Guidelines Number of pages: 96 Languages: English ISBN: 978-92-4-155054-3

Fonte ed approfondimenti: WHO

 

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Riabilitazione cardiologica domiciliare.

Posted by giorgiobertin su maggio 20, 2019

La riabilitazione cardiologica domiciliare (riabilitazione) può essere una “opzione ragionevole” per alcuni pazienti come alternativa alla riabilitazione cardiaca in un centro medico, secondo una dichiarazione scientifica congiunta di ACC, American Heart Association e American Association of Cardiovascular and Pulmonary Rehabilitation.
La dichiarazione presenta un quadro per programmi di riabilitazione cardiaca domiciliare e identifica i componenti principali, l’efficacia, i punti di forza, i limiti, le lacune.

riabilitazione-cardiologica

Esistono barriere significative che impediscono ai pazienti di ricevere le cure per la riabilitazione cardiaca di cui hanno bisogno e non ci sono abbastanza programmi negli Stati Uniti per soddisfare le esigenze di ogni paziente che ne trarrebbe beneficio“, spiega Randal J. Thomas. “C’è un urgente bisogno di trovare nuovi modi per fornire programmi di riabilitazione cardiaca ai pazienti”.

Le componenti principali degli interventi di riabilitazione cardiaca domiciliare sono l’allenamento per concentrarsi sull’attività fisica, l’educazione alimentare mirata all’alimentazione sana, la gestione dei farmaci per l’adesione ai farmaci, la consulenza sul tabacco per smettere di fumare e l’intervento psicosociale per indirizzare la gestione dello stress.

Scarica e leggi il documento in full text:
Home-Based Cardiac Rehabilitation
A Scientific Statement From the American Association of Cardiovascular and Pulmonary Rehabilitation, the American Heart Association, and the American College of Cardiology
Randal J. Thomas, Alexis L. Beatty, Theresa M. Beckie, LaPrincess C. Brewer, Todd M. Brown, Daniel E. Forman, Barry A. Franklin, Steven J. Keteyian, Dalane W. Kitzman, Judith G. Regensteiner, Bonnie K. Sanderson and Mary A. Whooley
Journal of the American College of Cardiology May 2019 DOI: 10.1016/j.jacc.2019.03.008

Fonte: American College of Cardiology

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