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Archive for luglio 2017

Linee guida aggiornate sui disturbi della menopausa.

Posted by giorgiobertin su luglio 31, 2017

L’American Association of Clinical Endocrinologists (AACE) e l’American College of Endocrinology (ACE) hanno aggiornato il loro position statement sul trattamento dei sintomi della menopausa. Le nuove raccomandazioni aggiornano ed integrano quelle emesse nel 2011 e sono pubblicate sulla rivista su “Endocrine Practice“.

La terapia ormonale sostitutiva (Hrt) deve essere individuata in base all’età della donna, all’inizio della menopausa e ad altri fattori cardiovascolari, metabolici e genetici” specificano gli autori. Tra le nuove raccomandazioni, vi è l’indicazione che un estrogeno transdermico piuttosto che orale potrebbe essere considerato nei casi in cui ci possa essere il rischio trombotico di una paziente; inoltre l’Hrt transdermica potrebbe anche ridurre il rischio di malattie dell’arteria coronarica. Quando è necessario l’uso del progesterone, quello micronizzato è considerato un’alternativa sicura.
La commissione Aace/Ace non approva l’uso di ormoni bioidentici, come nel 2011.

Scarica e leggi il documento in full text:
AMERICAN ASSOCIATION OF CLINICAL ENDOCRINOLOGISTS AND AMERICAN COLLEGE OF ENDOCRINOLOGY POSITION STATEMENT ON MENOPAUSE–2017 UPDATE
Rhoda H. Cobin, MD, MACE1; Neil F. Goodman, MD, FACE2; on behalf of the AACE Reproductive Endocrinology Scientific Committee
Endo Pract,2017;23(7):869-880

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Cancro al colon-retto: un batterio promuove la resistenza alla chemioterapia.

Posted by giorgiobertin su luglio 30, 2017

I ricercatori dell’University of Michigan in collaborazione con Shanghai Jiao Tong University School of Medicine, hanno scoperto che un batterio Fusobacterium nucleatum promuove la resistenza alla chemioterapia nei pazienti affetti da tumore al colon spegnendo il pulsante per il suicidio delle cellule tumorali (apoptosi).
La pubblicazione dei risultati sulla rivista “Cell“.

Cell_7-17

Trattiamo i pazienti con la chemioterapia in modo da indurre l’apoptosi delle cellule tumorali, ma alcune cellule tumorali trovano il modo per evitare l’apoptosi indotta dalla chemioterapia, escono dal processo di apoptosi attivando un meccanismo di sopravvivenza cellulare chiamato autofagia. Un meccanismo che protegge le cellule tumorali dalla distruzione“, afferma Weiping Zou, professore di chirurgia presso la Michigan Medicine.

Una volta che l’autofagia è attiva, il cancro diviene resistente alla chemioterapia, Fusobacterium nucleatum mantiene l’autofagia accesa: in questo modo le cellule tumorali possono essere in grado di evitare l’apoptosi indotta“, dice Zou. “I risultati della ricerca sono stati una sorpresa. Non ci aspettavamo che il batterio contribuisse alla chemoresistenza“.
Dobbiamo trovare un approccio specifico per trattare o controllare selettivamente Fusobacterium nucleatum. Inoltre, non sappiamo se un’abbondanza di questo batterio si trova in qualsiasi altro tipo di cancro chemioresistente“, dice Zou. “Dobbiamo continuare gli studi su questo batterio; pensiamo di poter ritardare e prevenire la chemioresistenza nel cancro del colon-retto“.

Leggi il full text dell’articolo:
Fusobacterium nucleatum Promotes Chemoresistance to Colorectal Cancer by Modulating Autophagy
Yu, TaChung,…….Weiping Zou, Jing-Yuan Fang.
Cell , Volume 170, Issue 3, 548 – 563.e16, 27 July 2017, DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.cell.2017.07.008

Fonte: University of Michigan

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Identificati nuovi marcatori genetici associati alla durata della vita.

Posted by giorgiobertin su luglio 29, 2017

I ricercatori del SIB Swiss Institute of Bioinformatics, del Lausanne University Hospital (CHUV), dell’University of Lausanne e dell’EPFL, in uno studio computazionale di genetica, pubblicato sulla rivista “Nature Communications” hanno identificato 16 marcatori genetici associati a una diminuzione della durata della vita.
Si tratta del più grande insieme di marcatori della durata di vita scoperta fino ad oggi. Circa il 10% della popolazione porta alcune configurazioni di questi marcatori che riducono la loro vita per più di un anno rispetto alla media della popolazione.

Human_lifespan

Nel nuovo studio, il team di scienziati, guidato da Kutalik, ha utilizzato un approccio informatico innovativo per analizzare un set di 116.279 individui e sondare 2.3 milioni di SNP umani (single-nucleotide polymorphisms – SNP).
I SNP scoperti, combinati con dati di espressione genica, hanno permesso ai ricercatori di identificare che l’espressione di tre geni vicini alle SNP (RBM6, SULT1A1 e CHRNA5, coinvolti nella dipendenza dalla nicotina) erano legati in modo causale ad una maggiore durata della vita.

Questi tre geni potrebbero dunque agire come biomarcatori della longevità, vale a dire la sopravvivenza oltre 85-100 anni. Per sostenere questa ipotesi, abbiamo dimostrato che i topi con un livello di espressione cerebrale inferiore di RBM6 hanno vissuto notevolmente più a lungo, commenta Prof. Johan Auwerx, professore presso l’EPFL.
È interessante notare che l’impatto di espressione genica di alcuni di questi SNP negli esseri umani è analogo alla conseguenza di una dieta a basso contenuto calorico nei topi, conosciuta per avere effetti positivi sulla durata della vita” –
afferma il Prof. Marc Robinson-Rechavi, dell’University of Lausanne.

Leggi abstract dell’articolo:
Bayesian association scan reveals loci associated with human lifespan and linked biomarkers.
Aaron F. McDaid, Peter K. Joshi, Eleonora Porcu, Andrea Komljenovic, Hao Li, Vincenzo Sorrentino, Maria Litovchenko, Roel P. J. Bevers, Sina Rüeger, Alexandre Reymond, Murielle Bochud, Bart Deplancke, Robert W. Williams, Marc Robinson-Rechavi, Fred Paccaud, Valentin Rousson, Johan Auwerx, James F. Wilson & Zoltán Kutalik
Nature Communications Article number: 15842 (2017), Published online:27 July 2017, DOI: 10.1038/NCOMMS15842

Fonte: SIB Swiss Institute of Bioinformatics – Comunicazione completa in inglese e francese

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Alzheimer: nuova sostanza migliora la funzione cerebrale.

Posted by giorgiobertin su luglio 28, 2017

La proteina beta amiloide è la causa principale della malattia di Alzheimer. Le sostanze che riducono la produzione di beta amiloide, come ad esempio gli inibitori di BACE, sono promettenti candidati per nuovi trattamenti farmacologici. Un team di ricercatori della Technical University of Munich (TUM) – Institute for Neurosciences ha dimostrato che uno di questi inibitori BACE riduce la quantità di beta amiloide nel cervello. In tal modo, è possibile ripristinare la normale funzione delle cellule nervose e migliorare sensibilmente le prestazioni della memoria.

Beta-amiloide-placche
Amyloid-β plaques (blue) and nerve cells (green) in the brain of an Alzheimer mouse model. (Image: M. A. Busche/TUM)

Nei nostri esperimenti abbiamo bloccato l’enzima beta secretasi BACE, che produce beta amiloide“, spiega il dottor Marc Aurel Busche.
I ricercatori hanno provato una sostanza che inibisce la beta-secretasi in un modello di topi di Alzheimer. I topi producono grandi quantità di beta amiloide che, come nell’uomo, porta alla formazione di placche beta amiloide nel cervello con conseguente perdita di memoria. Durante lo studio, ai topi è stato somministrato l’inibitore nel loro cibo fino a otto settimane, dopo di che sono stati esaminati. A questo scopo, i ricercatori hanno utilizzato una speciale tecnica di imaging nota come microscopia a due fotoni, che ha permesso loro di osservare singole cellule nervose nel cervello.

Dai risultati i topi trattati avevano meno beta amiloide nel loro cervello dopo questo periodo, poiché la sua produzione è stata inibita. L’effetto della sostanza era molto più ampio: le funzioni cerebrali degli animali si sono normalizzate. C’erano meno cellule nervose iperattive, e gli schemi cerebrali a onda lenta erano simile a quelli dei topi sani.
Un dato fondamentale per gli scienziati è stata l’osservazione che anche la memoria degli animali è migliorata.
Quello che ci ha colpito e stupito è stato la reversibilità dei sintomi“, afferma Aylin Keskin, autore principale della ricerca.

E’ previsto a breve l’avvio di uno studio clinico su larga scala con circa 1000 partecipanti per testare una forma leggermente modificata dell’inibitore BACE. “Inutile dire che speriamo che le promettenti scoperte del modello animale si traducano nell’uomo“, afferma Busche.

Leggi abstract dell’articolo:
BACE inhibition-dependent repair of Alzheimer’s pathophysiology
A. D. Keskin, M. Kekuš, H. Adelsberger, U. Neumann, D. R. Shimshek, B. Song, B. Zott, T. Peng, H. Förstl, M. Staufenbiel, I. Nelken, B. Sakmann, A. Konnerth, and M. A. Busche.
Proceedings of the National Academy of Sciences, July 2017, DOI: 10.1073/pnas.1708106114

Fonte: Technical University of Munich (TUM) – Institute for Neurosciences

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Tecnica Crispr per modificare il Dna di embrioni umani.

Posted by giorgiobertin su luglio 27, 2017

L’editing genetico (Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats – Crispr) è stato impiegato con successo da un team di scienziati americani dell’Oregon Health and Science University, per “correggere” il codice genetico subito dopo la fecondazione. È la prima volta che ciò avviene, senza produzione di mutazioni indesiderate.

CRISPR-ovulo
A still from a video shows gene-editing chemicals being injected into a human egg at the moment of fertilization. Scientists used the technique to correct DNA errors present in the father’s sperm.

Il gruppo del prof. Mitalipov ha applicato la tecnica dle Crispr al momento in cui l’ovulo viene fecondato dallo sperma: stando ad un report riportato su “MIT Technology Review“, gli esperimenti avrebbero coinvolto “diverse decine” di embrioni, creati con fecondazione in vitro usando lo sperma di uomini portatori di diverse mutazioni genetiche.

Al momento non è noto di quali mutazioni si tratta, né a quali patologie sono collegate, né il numero preciso di embrioni utilizzati, per cui non è ancora possibile trarre alcuna conclusione quantitativa sul tasso di mosaicismo (presenza, in un individuo pluricellulare, di due o più linee genetiche diverse, ossia di diversi patrimoni genetici all’interno di uno stesso individuo che vengono espressi contemporaneamente) osservato. “La nostra è una dimostrazione di principio della sicurezza della tecnica” – affermano i ricercatori.

Leggi abstract dell’articolo:
First Human Embryos Edited in U.S.
by Steve Connor July 26, 2017

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Un test per distinguere l’Alzheimer da altre forme di demenza.

Posted by giorgiobertin su luglio 26, 2017

Un nuovo metodo per aiutare a determinare se una persona ha malattia di Alzheimer o la demenza frontotemporale, due diversi tipi di demenza che spesso presentano sintomi simili, è stato messo a punto dai ricercatori dell’Università di Brescia coordinati dalla prof.ssa Barbara Borroni e pubblicato sulla rivista “Neurology“, la rivista medica dell’American Academy of Neurology.

rtms

Per lo studio, i ricercatori hanno esaminato 79 persone con probabile malattia di Alzheimer, 61 persone con probabile demenza frontotemporale e 32 persone della stessa età che non avevano alcun segno di demenza.
Il nuovo metodo semplice e non invasivo si basa sull’utilizzo della stimolazione magnetica transcranica, che consiste nell’inviare, tramite una sonda, una stimolazione magnetica ad aree precise del cervello.

La diagnosi corretta può essere difficile“, ha detto Barbara Borroni. “I metodi attuali prevedono costose scansioni cerebrali o punture lombari invasive che coinvolgono un ago inserito nella colonna vertebrale, quindi è emozionante essere in grado di effettuare la diagnosi in modo rapido e semplice con questa procedura non invasiva”.
Se questi risultati saranno replicati in studi più ampi – conclude – i clinici potrebbero essere presto in grado di diagnosticare con facilità e rapidità la demenza frontotemporale con questo metodo non invasivo“.

Leggi abstract dell’articolo:
Transcranial magnetic stimulation distinguishes Alzheimer disease from frontotemporal dementia
Alberto Benussi, Francesco Di Lorenzo, Valentina Dell’Era, Maura Cosseddu, Antonella Alberici, Salvatore Caratozzolo, Maria Sofia Cotelli, Anna Micheli, Luca Rozzini, Alessandro Depari, Alessandra Flammini, Viviana Ponzo, Alessandro Martorana, Carlo Caltagirone, Alessandro Padovani, Giacomo Koch, and Barbara Borroni
Neurology; published ahead of print July 26, 2017, doi:10.1212/WNL.0000000000004232: 1526-632X

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Janssen Pro: nuovo servizio per i medici.

Posted by giorgiobertin su luglio 23, 2017

JanssenPro è un sistema di servizi digitali specifici per i medici italiani. All’interno del sito troverai soluzioni utili per la gestione dei pazienti, l’aggiornamento e la pratica clinica.
I servizi sono suddivisi nelle principali aree terapeutiche:
diabetologia, immunologia, infettivologia, neurologia, oncologia, ematologia ed un’area specifica per i farmacisti ospedalieri.

JanssenPro

Il servizio di consultazione scientifica offre al medico la possibilità di “richiedere qualsiasi articolo scientifico”, e propone un servizio di training su come effettuare ricerche bibliografiche sulla banca dati PubMed.
Altro servizio molto utile è quello del “CALENDARIO DEI PRINCIPALI EVENTI NAZIONALI ED INTERNAZIONALI“, dove trovare gli eventi nazionali ed internazionali più rilevanti per le diverse aree terapeutiche.
Per accedere al sito è necessario registrarsi farlo è semplicissimo e gratuito.

Accedi al servizio:
Janssen Pro

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Le noci aiutano a mantenere l’intestino sano.

Posted by giorgiobertin su luglio 22, 2017

Le conclusioni di un nuovo studio sugli animali suggeriscono che il consumo di noci nella dieta può essere utile per la salute digestiva aumentando la quantità di buoni batteri probiotici nell’intestino.

La salute dell’intestino è legata alla salute generale del resto del corpo“, ha detto il prof. Byerley. “Il nostro studio dimostra che le noci cambiano l’intestino, questo potrebbe aiutare a spiegare perché ci siano altri vantaggi a mangiare le noci come la salute del cuore e del cervello“.

Noci

I componenti bioattivi delle noci possono essere fattori che contribuiscono a fornire questi benefici per la salute. Le noci sono l’unico dado che contiene una notevole quantità di acido alfa-linolenico (ALA), proteine e fibre.
Negli studi sugli animali, i ratti che mangiavano una dieta arricchita di noci hanno visto un aumento di batteri benefici, inclusi Lactobacillus, Roseburia e Ruminococcaceae. Partiranno a breve studi futuri per capire l’effetto sugli esseri umani.

Leggi il full text dell’articolo:
Changes in the Gut Microbial Communities Following Addition of Walnuts to the Diet.
Byerley LO, Samuelson D, Blanchard E, et al.
J Nutr Biochem. 2017. DOI: https://doi.org/10.1016/j.jnutbio.2017.07.001.

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Linee guida per uniformare i controlli sanitari ai migranti.

Posted by giorgiobertin su luglio 21, 2017

La linea guida “Controlli sanitari all’arrivo e percorsi di tutela sanitaria per i migranti ospiti presso i centri di accoglienza” intende offrire ai decisori, agli enti gestori dei centri di accoglienza e agli operatori sociosanitari, raccomandazioni evidence-based circa la pratica dei controlli, a fronte dell’incertezza e della discrezionalità nei comportamenti adottati sul territorio nazionale.

A tale riguardo è infatti emersa la necessità di uniformare misure e modalità di attuazione della sorveglianza sanitaria rispetto a condizioni patologiche giudicate rilevanti per la sanità pubblica, anche nell’ottica di un ridimensionamento dell’allarmismo sociale sui rischi di potenziali epidemie.

INMP-migranti

Accedi al sito dei documenti:
Controlli sanitari all’arrivo e percorsi di tutela sanitaria per i migranti ospiti presso i centri di accoglienza.

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Structural Heart: The Journal of the Heart Team.

Posted by giorgiobertin su luglio 20, 2017

Il The Cardiovascular Research Foundation (CRF) ha pubblicato on line il primo numero di una nuova rivista di cardiologia: Structural Heart: The Journal of the Heart Team.

structural heart

E’ un giornale internazionale rivolto a coloro che si occupano della diagnosi e del trattamento delle malattie delle valvole cardiache, del miocardio e dei grandi vasi, nonché delle malattie cardiache congenite.

Accedi alla rivista:
Structural Heart

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Attività fisica contro l’infiammazione.

Posted by giorgiobertin su luglio 19, 2017

L’attività fisica ha forti proprietà anti-infiammatorie, secondo una recente revisione. I risultati sono significativi in ​​quanto l’infiammazione persistente è coinvolta nello sviluppo e nella progressione di malattie croniche come il diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari.

Gli studi pubblicati sulla rivista “European Journal of Clinical Investigation” hanno rivelato i meccanismi e le molecole dietro la capacità dell’esercizio di bloccare l’infiammazione. In particolare, l’esercizio aumenta i livelli di citochine IL-6 e IL-10, che esercitano effetti antiinfiammatorie inibendo TNF-α (molecola chiave nella resistenza all’insulina periferica, coinvolta nella patogenesi di aterosclerosi e insufficienza cardiaca) e stimolando IL-1ra, limitando così la segnalazione di IL-1β. Inoltre, IL-6 ha un impatto diretto sul metabolismo dello zucchero e del grasso.

Leggi il full text dell’articolo:

Anti-inflammatory effects of exercise: role in diabetes and cardiovascular disease
Bente Klarlund Pedersen
European Journal of Clinical Investigation: 19 JUL 2017 | DOI: 10.1111/eci.12781

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Due tipi di cellule assieme proteggono il tumore al pancreas.

Posted by giorgiobertin su luglio 18, 2017

I ricercatori del NYU Langone Medical Center e del Perlmutter Cancer Center, hanno scoperto che due tipi di cellule lavorano insieme per proteggere i tumori del pancreas dalla distruzione da parte del sistema immunitario. bloccando questa partnership si può ristabilire la capacità del sistema immunitario di attaccare queste cellule tumorali.

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I risultati della ricerca sui topi sono pubblicati sulla rivista “Cell Reports“. Lo studio attuale ha scoperto che Tregs (cellule T regolatorie) hanno il loro effetto mantenendo un secondo tipo di cellule, le cellule dendritiche.
I nostri risultati sostengono che bloccare la partnership tra Tregs e le cellule dendritiche potrebbe essere una risposta per ottenere una immunoterapia efficace contro il cancro al pancreas“, afferma l’autore principale Dafna Bar-Sagi. “Gli studi futuri cercheranno di confermare che questa relazione può diventare il fondamento di nuove strategie di trattamento“.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Crosstalk between Regulatory T Cells and Tumor-Associated Dendritic Cells Negates Anti-tumor Immunity in Pancreatic Cancer
Jung-Eun Jang, Cristina H. Hajdu, Caroline Liot, George Miller, Michael L. Dustin, Dafna Bar-Sagi.
Cell Reports Volume 20, Issue 3, p558–571, 18 July 2017

Fonte: NYU Langone Medical Center

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Un tipo di batteri accelera la crescita del cancro del colon.

Posted by giorgiobertin su luglio 16, 2017

I ricercatori del Texas A & M Health Science Center hanno scoperto che una sottospecie del batterio Streptococcus gallolyticus sembra promuovere attivamente lo sviluppo del cancro del colon-retto, questo potrebbe portare a possibili strategie di trattamento. I risultati sono pubblicati sulla rivista “PLOS Pathogens“.

Streptococcus gallolyticus

Gli scienziati già conoscevano da tempo tempo che le persone infette da S. gallolyticus hanno maggiori probabilità di avere il cancro del colon-retto. Quale fosse il suo ruolo non era ben chiaro.
Ora il team coordinato dal prof. Yi Xu attraverso i risultati della coltura cellulare e in vivo sugli animali ha dimostrato che quando la produzione di una certa proteina, chiamata β-catenina, nota a svolgere un ruolo chiave nel cancro del colon-retto, è stata ridotta in una cellula, S. gallolyticus non ha promosso la proliferazione delle cellule tumorali del colon-retto. Questo indica un possibile percorso attraverso il quale i batteri guidano lo sviluppo del cancro.
In particolare negli esperimenti sugli animali coloro che sono stati trattati con S. gallolyticus hanno sviluppato più tumori e avevano una maggiore produzione della proteina β-catenina, nonché altri segni di gravità del cancro.

Si pensa che circa il 2 all’8 per cento delle persone sane ha SGG nel tessuto del colon. Rimane ancora da capire se SGG sta alla base delle mutazioni iniziali che causano il cancro. SGG talvolta provoca infezioni delle valvole cardiache, e i medici di solito consigliano a chiunque con questa infezione un controllo anche per il cancro del colon. Circa la metà delle persone con un’infezione della valvola cardiaca di SGG ha anche avuto un cancro del colon non diagnosticato.

Se il ruolo del batterio nel cancro è confermato, i tumori del colon potranno essere trattati un giorno con antibiotici o persino prevenuti con un vaccino.

Scarica e leggi il full text dell’articolo:
Streptococcus gallolyticus subsp. gallolyticus promotes colorectal tumor development
Ritesh Kumar, Jennifer L. Herold, Deborah Schady, Jennifer Davis, Scott Kopetz, Margarita Martinez-Moczygemba, Barbara E. Murray, Fang Han, Yu Li, Evelyn Callaway, Robert S. Chapkin, Wan-Mohaiza Dashwood, Roderick H. Dashwood, [ … ], Yi Xu
PLOS Pathogens Published: July 13, 2017 https://doi.org/10.1371/journal.ppat.1006440

Fonte: Texas A & M Health Science Center

Approfondimenti:
Klein RS, Recco RA, Catalano MT, Edberg SC, Casey JI, Steigbigel NH (13 October 1977). “Association of Streptococcus bovis with carcinoma of the colon“. N. Engl. J. Med. 297 (15): 800–2. PMID 408687. doi:10.1056/NEJM197710132971503

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Il ruolo della flora batterica intestinale nella sclerosi multipla.

Posted by giorgiobertin su luglio 16, 2017

Nell’intestino dei pazienti colpiti da sclerosi multipla recidivante-remittente, nelle fasi che precedono la riattivazione della malattia, si osserva un’alterazione della flora batterica intestinale e una corrispondente proliferazione di un tipo di globuli bianchi che sappiamo essere implicati nello sviluppo della malattia.
Sono queste le conclusioni pubblicate sulla rivista “Science Advances” da parte dei ricercatori della Divisione di Immunologia, trapianti e malattie infettive dell’Ospedale San Raffaele – Milano.

I risultati mostrano che nei tessuti intestinali dei pazienti con la malattia in fase attiva era presente, al momento dell’analisi, una quantità aumentata di un tipo specifico di linfociti T, chiamati linfociti TH17. “Sappiamo già che nella sclerosi multipla queste cellule del sistema immunitario sono le prime a superare la barriera ematoencefalica e a raggiungere il sistema nervoso centrale, contribuendo al danno del rivestimento mielinico”, osserva la prof.ssa Marika Falcone. “Non solo, ma una molecola da loro prodotta – la citochina IL-17 – è presente in alte dosi nelle lesioni cerebrali tipiche della malattia”. Si tratta, in sostanza, di alcune tra le cellule del sistema immunitario più fortemente indiziate come responsabili della sclerosi multipla.

Viene così svelato un possibile ruolo chiave del microbiota nell’origine della malattia neurologica.

I risultati, che dovranno ulteriormente essere confermati da studi futuri – precisano gli autori – supportano l’ipotesi di un ruolo importante dell’intestino nell’evoluzione della malattia: secondo questa teoria, l’attivazione patologica delle cellule del sistema immunitario avviene principalmente nell’intestino, meccanismo già provato nel caso dell’Encefalite autoimmune sperimentale (Eae), il modello sperimentale della sclerosi multipla” – conclude la prof.ssa Falcone.

Leggi il full text dell’articolo:
High frequency of intestinal TH17 cells correlates with microbiota alterations and disease activity in multiple sclerosis
Ilaria Cosorich, Gloria Dalla Costa, Chiara Sorini, Roberto Ferrarese, Maria Josè Messina, Jayashree Dolpady, Elisa Radice, Alberto Mariani, Pier Alberto Testoni, Filippo Canducci, Giancarlo Comi, Vittorio Martinelli, Marika Falcone.
Science Advances 12 Jul 2017: Vol. 3, no. 7, e1700492 DOI: 10.1126/sciadv.1700492

Fonte: Ospedale San Raffaele – Milano.

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Dieta ricca di pomodori riduce il rischio di tumori della pelle.

Posted by giorgiobertin su luglio 15, 2017

Il consumo quotidiano di pomodoro sembra ridurre di metà lo sviluppo di tumori della pelle in uno studio condotto sui topi dai ricercatori dell’Ohio State University.

Il nuovo studio su come gli interventi nutrizionali possono alterare il rischio per i tumori della pelle è pubblicato sulla rivista “Scientific Reports“.

tomato

I ricercatori hanno scoperto che i topi maschi alimentati con una dieta del 10% di polvere di pomodoro giornaliero per 35 settimane, esposti poi a luce ultravioletta, in media, hanno una diminuzione del 50% dei tumori della pelle rispetto ai topi che non avevano mangiato il pomodoro disidratato.

La teoria che sta dietro al rapporto tra i pomodori e il cancro, è che i carotenoidi, composti pigmentanti che danno il colore ai pomodori, possono proteggere la pelle dai danni della luce UV.

Questo studio ci ha anche dimostrato che dobbiamo considerare il sesso quando esploriamo diverse strategie di prevenzione“. “Quello che funziona negli uomini non può sempre funzionare ugualmente bene nelle donne e viceversa”.
Infatti i ricercatori dello Stato dell’Ohio hanno scoperto che solo topi maschii alimentati con pomodori rossi disidratati avevano riduzioni della crescita tumorale
” – afferma la prof.ssa Tatiana M. Oberyszyn.
Ricordiamo che i tumori della pelle non melanoma sono i più comuni di tutti i tumori.

Leggi abstract dell’articolo:
Tomatoes protect against development of UV-induced keratinocyte carcinoma via metabolomic alterations
Jessica L. Cooperstone, Kathleen L. Tober, Ken M. Riedl, Matthew D. Teegarden, Morgan J. Cichon, David M. Francis, Steven J. Schwartz & Tatiana M. Oberyszyn
Scientific Reports 7, Article number: 5106 Published online: 11 July 2017

Fonte: Ohio State University

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Linee guida sul controllo e gestione dell’epatite A.

Posted by giorgiobertin su luglio 15, 2017

Sono state pubblicate cura del “Public Health Management of hepatitis A infection” inglese le linee guida sul controllo e gestione dell’epatite A. Il documento aggiorna il precedente del 2009.

hep_A

Ricordiamo che l’infezione da virus dell’epatite A provoca una serie di malattie lievi, come nausea e vomito non specificatamente riconducibili all’epatite (infiammazione al fegato, ittero o ictero) e raramente insufficienza epatica.

Il virus viene generalmente diffuso dalla via fecale-orale, ma può anche essere diffuso occasionalmente attraverso il sangue.
Una buona igiene tra cui l’acqua potabile e la manipolazione degli alimenti e la buona praticità del lavaggio delle mani impediscono l’infezione.

Scarica e leggi i documenti in full text:
Public health control and management of hepatitis A 2017 Guidelines
Rachel Mearkle with Koye Balogun, Michael Edelstein, Karen Homer,
Phillip Keel, Sema Mandal and Siew Lin Ngui on behalf of the Hepatitis A Guidelines
Working Group

Hepatitis A: temporary adult immunisation recommendations
PHE publications gateway number: 2017175 PDF, 239KB, 10 pages

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Creato un cuore artificiale morbido.

Posted by giorgiobertin su luglio 14, 2017

I ricercatori svizzeri dell’ETH ( Eidgenössische Technische Hochschule Zürich) hanno sviluppato un cuore di silicio morbido [soft total artificial heart (sTAH)] che assomiglia al cuore umano nell’aspetto e nella funzione.
Il nostro obiettivo è quello di sviluppare un cuore artificiale approssimativamente uguale a quello del paziente e che imita il cuore umano il più vicino possibile nella forma e nella funzione“, afferma il professor Cohrs.

Testing a soft artificial heart

Il cuore artificiale morbido è stato creato dal silicone usando una tecnica di fusione in cera e stampa 3D; Pesa 390 grammi e ha un volume di 679 cm3. “È un monoblocco in silicone con una struttura interna complessa“, spiega Cohrs. “Questo cuore artificiale ha un ventricolo destro e uno sinistro, proprio come un vero cuore umano, anche se non sono separati da un setto ma da una camera aggiuntiva. Questa camera è gonfiata e sgonfiata da aria pressurizzata ed è necessaria per pompare il sangue liquido dalle camere, sostituendo così la contrazione muscolare del cuore umano” (video).

I ricercatori hanno sviluppato un ambiente di test che simula il sistema cardiovascolare umano includendo anche l’uso di un fluido con viscosità comparabile con il sangue umano.

I risultati degli esperimenti sono pubblicati sulla rivista scientifica “Artificial Organs“.

Leggi abstract dell’articolo:
A Soft Total Artificial Heart—First Concept Evaluation on a Hybrid Mock Circulation.
Cohrs, N. H., Petrou, A., Loepfe, M., Yliruka, M., Schumacher, C. M., Kohll, A. X., Starck, C. T., Schmid Daners, M., Meboldt, M., Falk, V. and Stark, W. J.
Artificial Organs First published: 10 July 2017 – doi:10.1111/aor.12956

Fonte: ETH

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Nanoparticelle antibiotiche contro i batteri resistenti ai farmaci.

Posted by giorgiobertin su luglio 14, 2017

La resistenza agli antibiotici è un problema crescente, soprattutto tra un tipo di batteri classificati come “Gram-negativi“. Questi batteri hanno due membrane cellulari, rendendo più difficile penetrare e uccidere le cellule.
I ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology) hanno utilizzato la nanotecnologia per sviluppare trattamenti più mirati per questi batteri resistenti ai farmaci. In un nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Advanced Materials“, riferiscono che un peptide antimicrobico confezionato in una nanoparticola di silicio ha ridotto drasticamente il numero di batteri nei polmoni dei topi infetti da Pseudomonas aeruginosa, una malattia causata dal batterio Gram-negativo che può portare alla polmonite.

adma201701527

Per il peptide antimicrobico, i ricercatori hanno scelto una tossina batterica sintetica chiamata KLAKAK. Hanno attaccato questa tossina ad una varietà di “peptidi di traffico”, che interagiscono con le membrane batteriche. Di 25 peptidi testati, il miglior risultato si è avuto con una combinazione di KLAKAK con un peptide chiamato lactoferrina, che era 30 volte più efficace nell’uccisione di Pseudomonas aeruginosa rispetto ai singoli peptidi. Si sono avuti minimi effetti tossici sulle cellule umane.

Leggi abstrcat dell’articolo:
Porous Silicon Nanoparticle Delivery of Tandem Peptide Anti-Infectives for the Treatment of Pseudomonas aeruginosa Lung Infections
Ester J. Kwon, Matthew Skalak, Alessandro Bertucci, Gary Braun, Francesco Ricci, Erkki Ruoslahti, Michael J. Sailor and Sangeeta N. Bhatia
Advanced Materials online: 12 JUL 2017 | DOI: 10.1002/adma.201701527

Fonte: MIT (Massachusetts Institute of Technology)

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La carenza di ferro può aumentare il rischio di malattie cardiache.

Posted by giorgiobertin su luglio 14, 2017

Le persone con bassi livelli di ferro possono essere a maggior rischio di malattie cardiache. Ad affermarlo un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’Imperial College London e dell’University College London, pubblicato sulla rivista “Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology“.

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New research suggests that low levels of iron may lead to coronary artery disease.

I ricercatori hanno usato un metodo chiamato randomizzazione Mendeliana per cercare di stabilire se esiste un collegamento diretto o causale tra i livelli di ferro e il rischio di malattia coronarica (CAD), [un tipo di malattia cardiovascolare (CVD) in cui le arterie intasate riducono l’apporto di sangue al cuore].

Utilizzando dati genomici da un database pubblico, il team ha analizzato i dati di più di 48.000 persone per verificare l’impatto delle varianti genetiche sullo stato del ferro delle persone. Si sono concentrati su tre punti del genoma in cui una singola differenza di lettere nel DNA chiamata singolo nucleotide polimorfismo (SNP) può leggermente aumentare o ridurre lo stato di ferro di una persona. Hanno scoperto che coloro che avevano SNP per lo stato di ferro più elevato avevano un rischio minore di CAD.

I nostri risultati hanno implicazioni potenziali per la salute pubblica“, afferma il prof. Gill. “Proprio come quando i livelli di colesterolo di qualcuno sono alti, noi diamo loro una statina, potrebbe benissimo essere che se i livelli di ferro sono bassi, potremmo dare loro una tavoletta di ferro per ridurre al minimo il rischio di malattie cardiovascolari“.

Il mantenimento del ferro a un livello ottimale è molto importante poiché sia ​​i livelli di ferro bassi che elevati possono portare a malattie” – afferma il professor Surjit Kaila Srai dell’Università di Londra.

Leggi abstract dell’articolo:
The Effect of Iron Status on Risk of Coronary Artery Disease – A Mendelian Randomization Study
Dipender Gill, Fabiola Del Greco M., Ann P. Walker, Surjit K.S. Srai, Michael A. Laffan, Cosetta Minelli
Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology. 2017; https://doi.org/10.1161/ATVBAHA.117.309757
Originally published July 6, 2017

Fonte: Imperial College London

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Il primo video memorizzato nel DNA.

Posted by giorgiobertin su luglio 13, 2017

E’ stato realizzato il primo video memorizzato nel Dna di batteri viventi: si tratta di una gif animata composta da cinque frame che ritraggono il famoso cavallo al galoppo ripreso alla fine dell’Ottocento dal pioniere della fotografia in movimento, il britannico Eadweard Muybridge.

giphy

Lo strabigliante risultato, pubblicato sulla rivista “Nature“, è stato ottenuto dai biologi dell’Università di Harvard grazie alla tecnica ‘taglia-incolla’ del Dna, la “Crispr”, e dimostra ancora una volta che la molecola della vita ha tutte le carte in regola per diventare una memoria in cui archiviare dati digitali.

CRISPR-Cas: Molecular RecordingIn this video, Wyss Institute and Harvard Medical School researchers George Church and Seth Shipman explain how they engineered a new CRISPR system-based technology that enables the chronological recording of digital information, like that representing still and moving images, in living bacteria. Credit: Wyss Institute at Harvard University

In questo studio dimostriamo che due proteine ​​del sistema CRISPR, Cas1 e Cas2, che abbiamo progettato in uno strumento di registrazione molecolare, insieme a una nuova comprensione dei requisiti di sequenza per dei distanziali ottimali, permette l’acquisizione di ricordi e immagini e il loro deposito nel genoma” – afferma Robert Winthrop Professor of Genetics at Harvard Medical School (video).

Nel lavoro futuro, il team si concentrerà sulla creazione di dispositivi di registrazione molecolare in altri tipi di cellule e sull’ingegneria del sistema per memorizzare le informazioni biologiche.

Leggi abstract dell’articolo:
CRISPR–Cas encoding of a digital movie into the genomes of a population of living bacteria
Seth L. Shipman,Jeff Nivala,Jeffrey D. Macklis & George M. Church
Nature (2017) doi:10.1038/nature23017 Published online 12 July 2017

Lights, camera, CRISPR: Biologists use gene editing to store movies in DNA
Heidi Ledford – 12 July 2017

Fonte: Università di Harvard

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Scoperto interruttore chiave dell’artrite reumatoide.

Posted by giorgiobertin su luglio 13, 2017

I ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Fondazione Policlinico A. Gemelli di Roma hanno scoperto un importante interruttore molecolare della malattia, una piccola molecola che accende le cellule più pericolose in questa patologia, le cellule dendritiche.

Si tratta di “miR34a”, una piccola molecola che è il regolatore della funzione delle cellule dendritiche, che sono le cellule responsabili della risposta autoimmune nella malattia. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Nature Communications“.

La funzione cruciale del miR-34a nella malattia è stata evidenziata grazie allo studio di un modello animale di artrite: si è dimostrata la quasi completa resistenza alla malattia da parte di animali privi del gene per il miR-34a.

Il controllo di miR-34a, attraverso degli inibitori selettivi (gli antagomiR anti 34 sono già in fase clinica di sperimentazione, in fase I, in altra indicazione), rappresenterà una strategia terapeutica in grado di ristabilire l’equilibrio immunologico e promuovere la risoluzione dell’artrite” – afferma il prof. Ferraccioli coordinatore dello studio.

ARTRITE

L’artrite reumatoide è una malattia infiammatoria progressiva che interessa primariamente le articolazioni e coinvolge tutti gli organi. La base della malattia è una reazione “autoimmunitaria”, durante la quale cellule di difesa – i linfociti T e linfociti B – normalmente deputate a riconoscere ed eliminare agenti infettivi – diventano “anarchiche” e riconoscono come ‘nemiche’ molecole dell’organismo stesso e generano infiammazione distruttiva diretta contro le articolazioni e gli organi interni del paziente, nonché producendo anticorpi patologici (i cosiddetti autoanticorpi) che danneggiano a loro volta le articolazioni e l’osso.

Leggi abstract dell’articolo:
MicroRNA-34a dependent regulation of AXL controls the activation of dendritic cells in inflammatory arthritis
Mariola Kurowska-Stolarska, Stefano Alivernini, Emma Garcia Melchor, Aziza Elmesmari, Barbara Tolusso, Clare Tange,.. et al.
Nature Communications 8, Article number: 15877 (2017) doi:10.1038/ncomms15877

Fonte: Università Cattolica del Sacro Cuore

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Consumo di alcol e tumori gastro-intestinali.

Posted by giorgiobertin su luglio 12, 2017

L’eccessivo consumo di alcol mette i cittadini europei a rischio di sviluppare i tumori gastro-intestinali. È quanto emerge da un’indagine condotta dalla United European Gastroenterology (UEG), secondo cui gli abitanti dell’Unione Europea consumano in media 2 bevande alcoliche al giorno e corrono un pericolo più alto del 21% di essere colpiti dal cancro del colon-retto e da altre neoplasie dell’apparato digerente.

Alcohol and Digestive Cancers: Time for Change

L’analisi evidenzia che in tutti i 28 Stati europei la media dell’introito giornaliero di alcol risulta “moderata”, ossia compresa tra 1 e 4 bevande alcoliche al giorno. Lo studio ha evidenziato che, nonostante gli elevati livelli di consumo in tutta Europa, ben il 90% delle persone non è a conoscenza del legame tra alcol e cancro. Pertanto, alla luce di questi dati, gli autori affermano che combattere l’abuso di alcol dovrebbe costituire una priorità fondamentale per le autorità governative dell’Unione Europea.

Scarica e leggi il report:
Access the Alcohol and Digestive Cancers Report

Video – Alcohol and Digestive Cancers: Time for Change
View and download an infographic on alcohol and digestive cancers across Europe

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Un composto della fragola può prevenire l’Alzheimer.

Posted by giorgiobertin su luglio 12, 2017

Un composto naturale trovato in fragole e altri frutti e verdure potrebbe aiutare a prevenire la malattia di Alzheimer e altre malattie neurodegenerative legate all’età. Ad affermarlo uno studio condotto dai ricercatori del Salk Institute for Biological Studies in La Jolla, California, pubblicato sulla rivista “The Journals of Gerontology Series A“.

strawberries

Il composto si chiama Fisetin ed è un flavanolo presente in una varietà di frutta e verdura, tra cui fragole, persimmoni, mele, uva, cipolle e cetrioli.

Non solo fisetin agisce come agente colorante per la frutta e verdura, ma studi hanno anche indicato che il composto ha proprietà antiossidanti, il che significa che può contribuire a limitare i danni cellulari causati dai radicali liberi. Fisetin è stato anche dimostrato riduce l’infiammazione.
I ricercatori hanno testato fisetin nei topi che sono stati geneticamente progettati per invecchiare prematuramente, con conseguente modello di topo con malattia di Alzheimer.

I topi di 10 mesi che non hanno ricevuto fisetin hanno mostrato un aumento dei marcatori associati allo stress e all’infiammazione e hanno anche eseguito significativamente peggiori test cognitivi rispetto ai topi trattati.
A dieci mesi le differenze tra questi due gruppi erano impressionanti“, osserva la prof.ssa Pamela Maher.
Sulla base del nostro lavoro in corso, pensiamo che fisetin possa essere utile come prevenzione per molte malattie neurodegenerative legate all’età, non solo per Alzheimer“, spiega Maher.
I ricercatori chiariscono che sono necessari studi clinici umani per confermare i loro risultati.

Leggi abstract dell’articolo:
Fisetin Reduces the Impact of Aging on Behavior and Physiology in the Rapidly Aging SAMP8 Mouse
Antonio Currais, Catherine Farrokhi, Richard Dargusch, Aaron Armando, Oswald Quehenberger …
J Gerontol A Biol Sci Med Sci glx104. DOI: https://doi.org/10.1093/gerona/glx104

Fonte:  Salk Institute for Biological Studies in La Jolla

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Raccomandazioni sullo screening del cancro al colon-retto.

Posted by giorgiobertin su luglio 12, 2017

Sono state aggiornate dal U.S. Multi-Society Task Force of Colorectal Cancer (MSTF) le linee guida per i medici sullo screening del cancro al colon-retto. La pubblicazione aggiorna le raccomandazioni dell’MSTF per lo screening delle persone a rischio di cancro al colon retto pubblicate nel 2008.

colorectal-screening

Ricordiamo che lo screening del cancro del colon-retto (CRC) è il processo di individuazione delle lesioni cancerose o precancerose in soggetti asintomatici senza precedenti di cancro o lesioni precancerose. Lo screening è diverso dalla sorveglianza. La sorveglianza si riferisce all’uso di della colonscopia ad intervalli regolari in pazienti con diagnosi precedenti di lesioni cancerose o precancerose.

Le istruzioni di orientamento sono state sviluppate con il consenso congiunto delle tre associazioni: American College of Gastroenterology, the American Gastroenterological Association, e l’American Society for Gastrointestinal Endoscopy.

La pubblicazione è stata fatta su tre giornali di gastroenterologia:  The American Journal of Gastroenterology, Gastroenterology, e GIE: Gastrointestinal Endoscopy

Scarica e leggi il documento in full text:
Colorectal cancer screening: Recommendations for physicians and patients from the U.S. Multi-Society Task Force on Colorectal Cancer
Douglas K. Rex, C. Richard Boland, Jason A. Dominitz, Francis M. Giardiello, David A. Johnson, Tonya Kaltenbach, Theodore R. Levin, David Lieberman, Douglas J. Robertson
Gastrointestinal Endoscopy July 2017 Voume 86, Issue 1, Pages 18–33

Fonte: U.S. Multi-Society Task Force of Colorectal Cancer (MSTF)

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Indicatori di qualità per l’eradiacazione endoscopica dell’esofago di Barrett.

Posted by giorgiobertin su luglio 11, 2017

Sono stati pubblicati a cura dell’ASGE sulle riviste “Gastrointestinal Endoscopy” e “American Journal of Gastroenterology” gli indicatori di qualità semplici e univoci che possano indirizzare i Gastroenterologi nell’individuare con chiarezza i pazienti affetti da esofago di Barrett e suscettibili con successo della sola terapia eradicante endoscopica.

Scarica e leggi il documento in full text:
Development of quality indicators for endoscopic eradication therapies in Barrett’s esophagus: the TREAT-BE (Treatment with Resection and Endoscopic Ablation Techniques for Barrett’s Esophagus) Consortium
Sachin Wani, V. Raman Muthusamy, Nicholas J. Shaheen, Rena Yadlapati, Robert Wilson, Julian A. Abrams, Jacques Bergman, et al.
Gastrointestinal Endoscopy p1–17.e3 Published online: May 30, 2017 DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.gie.2017.03.010

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