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Inquinamento atmosferico e mortalità.

Posted by giorgiobertin su giugno 29, 2017

Un nuovo studio dimostra che l’inquinamento atmosferico a livelli inferiori alle qualità dell’aria nell’ambiente secondo gli standard del “National Ambient Air Quality Standards” potrebbe aumentare in modo significativo il rischio di morte prematura. Lo studio è uno dei più grandi sull’inquinamento atmosferico con più di 60 milioni di cittadini anziani partecipanti. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “New England Journal of Medicine“.

Due sono i principali inquinanti atmosferici o inquinanti presenti nello smog – l’ozono e le polveri sottili. Secondo i ricercatori dell’Università di Harvard tutti i livelli di inquinamento atmosferico sono significativi e non c’è nessun limite inferiore di esposizione che può ridurre al minimo il rischio. Prima dello studio c’era in effetti un limite inferiore al di sotto del quale il rischio di morte era basso.

I ricercatori spiegano che le particelle sottili contengono minuscoli granelli di polvere che se inalate si depositano in profondità all’interno dei polmoni e sono collegate a malattie cardiovascolari e polmonari. L’ozono è un gas che irrita i tessuti polmonari se inalato e porta ad un peggioramento di asma ed altri disturbi polmonari nel tempo.

La sorpresa è stata quella di trovare che gli effetti dell’inquinamento dell’aria persistevano anche a livelli giuridicamente sicuri. Un limite di legge di 12 microgrammi per metro cubo d’aria per le particelle sottili, non è sicuro. Gli anziani esposti a partire da 5 microgrammi per metro cubo sono a rischio di morte prematura. Per quanto riguarda l’ozono, il limite di sicurezza di 70 parti per miliardo non è sicuro. Un aumento del rischio di morte è stato osservato anche  negli anziani esposti a livelli più bassi.

Leggi abstract dell’articolo:
Air Pollution and Mortality in the Entire Medicare Population
Qian Di, Yan Wang, Antonella Zanobetti, Yun Wang, Petros Koutrakis, Christine Choirat, Francesca Dominici, Joel D. Schwartz,
New England Journal of Medicine, 29 giugno 2017, doi :10,1056/NEJMoa1702747

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