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Carenza di vitamina D accelera la crescita del cancro al seno.

Posted by giorgiobertin su marzo 4, 2016

Una ricerca condotta dai ricercatori della Stanford University School of Medicine mette in evidenza un legame diretto tra i livelli circolanti di vitamina D e l’espressione di un gene chiamato ID1, noto per essere associato con la crescita tumorale e metastasi del cancro al seno.

en mar 03   vitamin-d-deficiency

Lo studio suggerisce che bassi livelli di vitamina D non solo aumentano il rischio di una persona di sviluppare il cancro al seno, ma sono anche correlati con i tumori più aggressivi e con prognosi peggiore. Anche se la ricerca è stata condotta principalmente in topi e su cellule di topo, i ricercatori hanno scoperto in uno studio su pazienti affetti da cancro al seno che i livelli circolanti di vitamina D erano inversamente correlati con i livelli di espressione della proteina ID1, ed hanno confermato che un metabolita della vitamina D controlla direttamente l’espressione del gene ID1 in una linea cellulare di carcinoma mammario umano.

Anche se la ricerca deve essere approfondita, ci sentiamo di suggerire alle persone a rischio di cancro al seno di conoscere i loro livelli di vitamina D e di adottare misure per correggere eventuali carenze“, ha dichiarato il professore Brian Feldman.

Attenzione però, la correzione di un deficit è molto diverso dal prendere più delle dosi raccomandate, secondo le linee guida internazionali le dosi sono:  600 UI (international units) al giorno per le persone di età fino ai 70 anni, e 800 UI per gli anziani. Livelli eccessivi, stimati da circa 4.000 a 10.000 UI al giorno, sono collegati a danni ai reni, al sistema cardiovascolare e ad altri organi.
La pubhblicazione è stata fatta sulla rivista “Endocrinology“.

Tumor Autonomous Effects of Vitamin D Deficiency Promote Breast Cancer Metastasis
Jasmaine D. Williams, Abhishek Aggarwal, Srilatha Swami, Aruna V. Krishnan, Lijuan Ji, Megan A. Albertelli and Brian J. Feldman
Endocrinology Early Release, March 2, 2016 10.1210/en.2015-2036

Fonte ed approfondimenti: Stanford University School of Medicine

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